ULTIMA - 24/5/19 - FABIO BRUTTI (CALDIERO): "LA ROSA NON SARA' STRAVOLTA"

Per il giovane direttore generale del Calcio Caldiero Terme, l'ex portiere Fabio Brutti, al suo 7° anno consecutivo nel direttivo team giallo-verde termale, la società del presidente Filippo Berti è in continua crescita di gioco e risultati: "Sono contentissimo" ci confida Brutti "di come abbiamo giocato quest'anno, facendo
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INCONTRI VIP'S

24/10/15 - INCONTRI RAVVICINATI: MARIANGELA GIUSTO (“FARNESE” DI PARMA)

A Parma, capitale della lirica, città di grandi melomani, il teatro nacque nel 1500 per volere dei principi romani, i Farnese. Bisogna entrare nel Palazzo della Pilotta, oggi sede della Sovrintendenza per i Beni Artistici di Parma e Piacenza, un insieme di edifici tra Piazzale della Pace e il Lungoparma, costruito negli ultimi anni (1580) del ducato di Ottavio Farnese. Il nome deriva dal gioco della pelota basca, gioco basco portato con palla ovale qui dai Farnese e praticato dai soldati spagnoli nel cortile del Guazzatoio. Chi ci descrive il teatro caro ai Farnese è Mariangela Giusto, storica dell’arte, sovrintendente ad interim (al posto di Mariella Utili, ritornata in Campania) della città ducale e a pochi mesi (ottobre) dalla pensione.

“Il teatro fu bombardato durante la Seconda Guerra mondiale, nel 1944, non esattamente il teatro, la parte della Palatina, che era a ridosso, precipitò e creò un vuoto d’aria che fece precipitare anche il Farnese. Però, erano già molti anni, più di decenni che non veniva fatta più fatta la manutenzione. Fu usato pochissime volte, fu usato solo nel 1907 per un’inaugurazione e un ricordo di Giuseppe Verdi, ma, già dagli inizi dell’Ottocento già Maria Luigia e prima di lei anche i Borboni avevano fatto altre scelte. Maria Luigia fece costruire il teatro Regio perché era cambiato anche l’uso della corte”.

Quand’ è che venne posta la prima pietra del teatro Farnese?
“Ah bè, il teatro Farnese non è come prima pietra, nel senso che questo Palazzo della Pilotta non fu mai una residenza ma un Palazzo di servizi. I Farnese arrivano a Parma nel 1545 e in un anno non c’era il palazzo perché era una città, Parma, che dipendeva dal Ducato di Milano e poi era passata sotto lo Stato Pontificio. C’erano molti signorie, molti feudi, molti feudatari che possedevano terre ed anche possedimenti in città, però, non c’era un palazzo nobiliare per una corte. Quindi, loro vanno ad occupare inizialmente il Palazzo Vescovile anche perché il Duca Pierluigi era figlio del Papa, quindi, aveva diritto a prendere la sede nel Palazzo Vescovile perché il futuro Papa Paolo III (Alessandro Farnese) era stato vescovo di Parma; quindi, prima di essere Papa, lui era stato vescovo di questa città. Poi, i Farnese occupano altri spazi, altri edifici più o meno a ridosso di questa piazza e a ridosso di queste case cominciano a costruire un Corridore, una specie di portico, un passaggio coperto da collegare con un castello. Castello che era fatto dai Visconti di Milano, dai signori di Milano, che stava a ridosso del torrente. Serviva da collegamento. Intorno a questo, nella seconda metà del 1500, quindi, intorno al 1580, cominciano a pensare a un Palazzo; a un Palazzo di servizio, avevano bisogno di spazio. E, siccome avevano qui avevano anche il gusto delle armi, avevano bisogno di una grande Sala d’Armi per creare al suo interno più che all’esterno tornei cavallerizzi, e, quindi, fanno costruire questa sala, che era un ponte, diventò poi Ponte Farnese. La sala era collegata al piano terra con una scala a chiocciola, il cortile del guazzatoio che noi abbiamo qui, e che è stato restaurato qualche anno fa, era a ridosso delle scuderie, questo Guazzatoio perché c’era la vasca dove venivano lavati i cavalli. Ecco perché Palazzo di servizi, perché c’era il maneggio, le scuderie. Da lì i cavalli con una scala potevano arrivare su, a questo grande vano, a questo grande ambiente, per dei tornei, per delle feste. Solo che nel 1618 il Duca Ranuccio, che era figlio di Alessandro Farnese, aveva intenzione, visto che erano poco più di 50 anni che i Farnese erano a Parma ed avevano bisogno di consolidare la loro presenza in città, non erano originari di questa zona, voleva allearsi con i Medici, seppe che Cosimo dei Medici, che era molto devoto a San Carlo Borromeo, aveva espresso di andare a Milano e di pregare sulla tomba, e che sarebbe passato da Parma. Allora, siccome Ranuccio aveva un figlio, bambino, e Cosimo aveva delle figlie, quindi, l’intento era quello di combinare un matrimonio. E, allora, per poter festeggiare questa visita importante, visto che Ranuccio il Vecchio a Firenze aveva assistito alle feste Medicee a Palazzo Pitti, a Palazzo Rucellai, Palazzo Vecchio, fece chiamare l’architetto Giovanni Battista Aleotti, detto “L’Argenta” perché nativo di Argenta di Ferrara, esperto di teatri, che aveva già fatto per gli accademici di Bologna un teatro, che poi era andato distrutto, e che poi era anche un ingegnere idraulico, e chiese a lui un progetto per trasformare temporaneamente questa Sala d’Armi in uno spazio teatrale. E fatto con materiale povero, che era quello che era disponibile qui sul territorio, quindi, il legno e poc’altro, da abbellire però da rendere più bello, più prestigioso, più d’effetto, andando a dipingere questo legno, andando a costruire statue di gesso come se fossero di marmo, capitelli che venivano dorati. E questo è tutto quello che questo architetto progettò in poco tempo. Ci furono altri personaggi di corte che collaborarono con lui, che era già anziano, e fu costruito nell’arco – dicono le cronache - di 6-7 mesi. Però, il Duca Cosimo dei Medici dovette rinunciare al viaggio a Milano e quindi non ci fu quest’inaugurazione e questa festa all’interno del teatro. Però, le intese matrimoniali, gli accordi proseguiranno lo stesso. In effetti, nel 1628, ci fu il matrimonio tra il principe Edoardo e la principessa Margherita dei Medici. Però, nel frattempo, il Duca Ranuccio era già morto, ma si attesero le feste di nozze di questi due principi l’occasione per inaugurare questo teatro. Teatro che è barocco all’interno del Palazzo, che era nato quindi come teatro provvisorio e che poi diventò teatro permanente per l’audizione, per la grandezza e per la sua bellezza. Per i Farnese fu sempre un teatro molto costoso per gli allestimenti, perché le dimensioni son tante. Poi, l’architetto Aleotti, che era anche ingegnere, aveva pensato a tutto un sistema di macchine sceniche, nascoste ai lati o sotto il palcoscenico, perché lo spettacolo – come chiedeva il teatro barocco dell’epoca - era quello di cambiare le scene a vista, di mutare le luci, i colori, gli attori erano gli stessi nobili o gli amici del duca stesso, e, quindi, queste rappresentazioni duravano 7-8 ore, delle autentiche giornate, e davanti a un pubblico stupito,, ammirato, ma anche spaventato da questo cambiamento continuo delle scene, che venivano manovrate da macchine con ruote, da argani, ma, non come siamo abituati noi a far calare un sipario, a cambiare la scena, ma la scena veniva cambiata proprio davanti agli occhi degli ospiti. Quindi, non aveva un sipario vero e proprio, ma c’erano delle scenografie al fondo. E, questo lo dicono le cronache, perché all’inaugurazione ci fu questo cronista di nome Buttigli, che racconta lo stupore, la meraviglia di questa rappresentazione, che era stata realizzata con la musica di Claudio Monteverdi, di pieno gusto barocco, e con il testo di Achilli; il tema, il soggetto, “Mercurio e Marte”, era la guerra tra Mercurio e Marte, in onore degli dei e dell’amore tra queste due divinità. Protagonista era lo stesso duca e terminò con questa rappresentazione di una battaglia navale, una naumachia, perché si vede che erano stati creati dei sistemi idraulici con delle pompe e per riversare dell’acqua proprio nella cavea. Del resto, il Palazzo della Pilotta non era come lo si vede oggi, sì, certo, di questa dimensione, però, il torrente lambiva il palazzo, non c’era il viale. Il torrente era proprio a ridosso del Palazzo e hanno preso l’acqua attingendola con delle cisterne e riversandola di nuovo nel corso d’acqua. Lo stupore, lo spettacolo si basava proprio su questa battaglia, con queste navi di cartapesta, di legno, ma con l’effetto dell’acqua vera. E con lo spavento, la paura che non tenesse il pavimento, che tutto cedesse sotto il grande peso. E tutto funzionò così finché il teatro è rimasto. Il teatro, però, fu usato pochissime volte, si fa un conto di 9 rappresentazioni, anche meno, perché i costi furono sempre elevatissimi e fu considerato come una delle grandi meraviglie da mostrare ai turisti, agli ospiti illustri che venivano a corte, che venivano a vedere Parma; fu usato per eventi eccezionali, per feste di nozze, per incontri e visite tra principi nella città ducale. Con il cambiamento della corte, e cioè quando si estinse con la famiglia Farnese e subentrò la famiglia dei Borboni – siamo già nel Settecento – secondo un gusto anche diverso (erano spagnoli ma francesi di educazione) scelgono la Reggia di Colorno di Parma come residenza e fanno costruire anche un teatro non di strada ma di corte. Quindi, questo fu usato pochissime volte nel Settecento, e Maria Luigi - cambiato gusto: siamo anche nell’Ottocento – ha costruito il teatro Regio. Che era un teatro pubblico, che non aveva un palco ducale, ma dove la città, i nobili potevano partecipare. Cambiato anche la linea, il genere proprio delle rappresentazioni: la lirica, il balletto. Quindi, il Farnese è diventato da sempre un luogo affascinante, ma anche complesso da gestire, da mantenere, dalla fine dell’Ottocento in poi non fu più fatta la manutenzione. Adesso noi abbiamo la copertura, un tetto con delle cabriate, che sono ancora quelle originali e restaurate, ma c’era un soffitto, che era in legno, con delle tavole assemblate, con raffigurato l’Olimpo con tutti gli dei. Il dio della guerra su tutti perché era una sala d’armi. Però, nell’Ottocento il soffitto è già crollato, ma venne poi rifatto questo soffitto. Le statue c’erano, ce n’erano tante, quasi tutte di gesso, e ce ne sono rimaste poche, ma quelle sono andate in parte distrutte con la guerra, il teatro però era tutto dipinto; quindi, la parte delle colonne, del loggiato erano rosse come se fossero di porfido, i capitelli erano dorati come se fossero di metallo, quindi, con un effetto completamente diverso da quello che vediamo oggi noi. Dopo la guerra, dopo i bombardamenti del ’44, intorno al 1945 fu un inverno molto freddo e la popolazione venne a prendere anche un po’ di legno – probabilmente abete; perché poi ricostruito con questo tipo di legno, in parte già usurato dal tempo – legno facile da reperire qui sul territorio, e cercano di non sbagliare - in questo ricordando quanto costò ai Farnese per mantenere una corte e un teatro come questo -, la città era veramente distrutta e tutta quest’area completamente bombardata. In quest’ala poi c’era il comando tedesco e quindi furono gli alleati e gli americani a bombardare. Ma, sbagliarono la mira e centrarono il giardino, presero di striscio la Palatina e la città era veramente a terra. Ci volle qualche anno, però, agli inizi degli anni Cinquanta – l’allora sovrintende di Parma e Piacenza (dal 1933 al 1959), il medioevalista e studioso Armando Ottaviano Quintavalle; mise in salvo qualcosa come 9 mila opere, che fan parte della Galleria Nazionale d’Arte di Parma – pensò di chiedere dei soldi allo Stato, al Ministero della Pubblica Istruzione (perché allora si chiamava così) per poter almeno ricostruire la struttura del teatro, non ridipingere le colonne, ridare a tutto il colore, ma, siccome c’erano ancora tutte le fotografie, le strutture a terra, e, c’era la possibilità di ridare al teatro una forma, e, quindi, con delle maestranze locali – ebanisti, artigiani locali – pian pianino, nell’arco di qualche anno, riuscirono a rimetterlo in piedi. Fu aperto al pubblico, ma non era però ancora un luogo monumentale. Solo nell’organizzazione della Galleria Nazionale, che è a ridosso – e siamo alla fine degli anni Settanta – si pensò di farne l’ingresso nella Galleria Nazionale; quindi, nel progetto degli anni ’78-79 ed ’86 è diventato l’ingresso della Galleria, il pubblico può entrare, pagando un biglietto unico, accede alla Galleria, sale sulla passerella ed ha una visione ampia del Teatro Farnese. E da lì si entra e si comincia a visitare il Museo. E’ un teatro monumentale, non riscaldato, provvisto di tutti i sistemi anti incendio e di tutto quello che la normativa richiede per un luogo in legno e facilmente infiammabile, la Commissione di vigilanza e Sicurezza permette di occupare solo la parte della cavea, in muratura, in pubblico non può salire sulle gradinate, ed in primavera e in autunno – quando cessa il grande caldo - ospita e viene affittato per manifestazioni ed eventi culturali, le quali sono fruibili al massimo da 200 persone. Sono state fatte delle mostre. Però, per noi è un grosso biglietto da visita e il Ministero - e questo è stato un onore per Parma e i suoi abitanti – quest’anno con l’Expo, tra i 17 luoghi scelti a livello di eccellenze nazionali, hanno scelto anche il Farnese. Quindi, chi va a visitare l’Expo, con lo stesso biglietto può venire a Parma”.

“Farnese”, dunque, teatro di corte…
 “Unicamente di corte, non cittadino: non era per il popolo. Il teatro Regio, perché voluto dalla duchessa, da Sua maestà Maria Luigia d’Austria-Lorena, inviata a reggere il Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla dopo il congresso di Vienna. Che era la moglie di Napoleone, ma era la figlia dell’imperatore d’Austria e venne a Parma, dove viene eletta duchessa, come figlia dell’imperatore d’Austria. Perché dopo il Congresso di Vienna, Parma passa all’Austria, e viene insediata qui come figlia dell’Imperatore. E ci rimane fino alla morte, nel 1847; il teatro “Regio” – già “Nuovo Ducale Teatro” - è stato realizzato nel 1821 e fu terminato nel 1829 e con inaugurazione con “Zaira” del catanese Vincenzo Bellini su libretto di Felice Romani, il 16 maggio -, però, ha una lunga vita. Fu progettato dall’architetto di corte Nicola Bettoli con la consulenza di Paolo Toschi, scelto da lei come direttore di questa Galleria. Qui c’era l’Accademia, la Scuola d’Arte già nel Settecento, però, le opere che erano state saccheggiate da Napoleone e portate al “Louvre”, in parte tornano a Parma grazie all’imperatore d’Austria e lei invece di ricollocarle sugli altari delle chiese, fa allestire questo Museo, già per uso per gli studenti della Scuola Accademica, ma anche per la città e per i turisti. E, a fine anno, noi festeggiamo i 200 anni di organizzazione del Museo come aveva voluto Maria Luigia. Si cominciano ad acquisire collezioni importanti di famiglie nobili, quindi, dà vita a questo Museo, sempre più prestigioso. Ed alla direzione di questo Museo fu chiamato l’incisore, l’artista, scultore, pittore Paolo Toschi, che era un po’ il sovrintendente di allora. E che ricopre un ruolo importante dal punto di vista artistico per la città ducale”.

E’ vero che si ha paura, a livello di cantanti, artisti, direttori di orchestra, esibirsi al “Regio” di Parma?
“Eh, sa il pubblico parmense ha sempre avuto il melodramma un po’ nel sangue. Il teatro lirico fu un luogo vissuto, forse più allora che adesso; ora è una vita difficile il teatro “Regio”. Però, una volta veniva frequentato magari da chi non aveva una grossa cultura, ma aveva un grande amore per la musica – dove c’è una grande tradizione, dal Conservatorio che ha sfornato tanti giovani musicisti, ad Arturo Toscanini -, ma ci andava soprattutto a mezzogiorno, perché si pagava il biglietto più economico. E lì si dice che si davano appuntamento parecchi intenditori, che sapevano cogliere la bravura del tenore, il talento del baritono. Ma, questo è capitato, credo, un po’ in tutta Italia. C’è ancora una forte tradizione, vedi gli Studi Verdiani, esistono i Circoli di Giuseppe Verdi, i club verdiani e raccolgono i veri cultori del maestro di Roncole”.

Il “Farnese” prima e il “Regio” poi come punti di ritrovo tra teste coronate…
 “Sono due teatri con storie diverse e che vissero in tempi diversi. L’ultimo dei Farnese, Antonio, si estinse nel 1731, quindi, la cultura dei Borboni fu una cultura prettamente francese, completamente diversa e anche loro con l’arrivo di Napoleone – l’ultimo Duca dei Borboni muore nel 1802 – c’è un momento di vuoto finché non arriva Maria Luigia. Sono momenti politici diversi, sicuramente i Borboni erano figli di due imperatori, lei era figlia del re di Francia, l’altro era figlio del re di Spagna, dunque, erano tutte persone importanti che ospitavano amici, la principessa ultima Borbone è diventata regina di Spagna: questa era la corte, la frequentazione degli amici, non tanto dei Farnese, ma quella che poteva essere la corte, dove si parlava il francese più che lo spagnolo nel 700. Con Maria Luigia, abbiamo una donna di un’altra cultura, di un’altra tradizione, siamo già in pieno Romanticismo. Era una persona molto mite, che ha amato questa città, si dedicava all’arte, alla cultura, al ricamo, era, insomma, una duchessa molto illuminata, dotata, sì, di una buona cultura, con grandi aperture, ma, attorniata e circondata da grandi consiglieri. Ma, questo era un comun denominatore anche dei Borboni perché il primo Ministro Guglielmo du Tillot era una persona illuminata, che creò una corte, un Ducato all’altezza, molto illuminato per quell’epoca. Tant’è vero che qui passarono grandi artisti, grandi pittori, e tutti gli artisti italiani, ma, soprattutto esteri e i più nobili e abbienti, che facevano tra la fine del Settecento e l’Ottocento il “Grand Tour” in Italia, era in un certo modo costretto ad osservare una sosta a Parma. Poi, i concorsi per entrare in Accademia che erano a livello internazionale, non per niente il pittore spagnolo Francisco Goya (1746-1828) partecipò a un concorso: era una corte internazionali. In quel momento, Parma era una delle capitali della cultura in Europa, che ancora non aveva una forma; però era anche un Ducato piccolo, ma abbastanza prestigioso. I Farnese avevano fatto la loro fortuna a Roma, però, all’epoca di Papa Paolo III e del cardinale Alessandro, ma quando poi nel 600 cambia anche la politica papale, il patrimonio che avevano accumulato a Palazzo Farnese, oggi a Roma sede dell’ambasciata francese, e portarono tutte queste opere d’arte a Parma, dai capolavori di Raffaello a quelli del Tiziano, ed erano custoditi qui, all’interno del Palazzo, qua, come Galleria già, e poi diventano Palazzo Giardino, un’altra delle residenze dei Fanese a Parma. Solo che quando la famiglia Farnese si estinse, l’ultima dei Farnese Elisabetta era diventata regina di Spagna, la seconda moglie di Filippo V; da questo matrimonio nacquero dei figli e il primogenito Carlo eredita il patrimonio della madre, il Ducato di Parma e Piacenza. E, quindi, lui giovanissimo, a 16-17 anni, arriva in Italia e a Parma. Solo che la politica cambia: a Napoli muore il vice-re, i Borboni sono i discendenti, Carlo di Borbone ha diritto anche al Regno di Napoli e tra il Ducato di Parma e Piacenza – un fazzoletto di terra – e il Regno di Napoli, sceglie di andare a Napoli. Però, siccome è lui l’erede, porta via tutto il patrimonio che i suoi antenati avevano raccolto a Parma – dicono anche i chiodi – e se li portò a Napoli. Quindi, Capodimonte nasce con la collezione di opere d’arte raccolta dai Farnese a Parma, portati da Carlo di Borbone, l’erede diretto. Sarà poi con altre alleanze politiche che il Ducato di Parma e Piacenza passa a suo fratello, Filippo di Borbone. Che aveva speso la figlia di Luigi XVI, re di Francia. Non avevano grossi mezzi, si fa per dire, ma per poter nuovamente arredare certi spazi, spogliati dal fratello, chiede al re di Francia mobili, porcellane, dipinti. Ed allora arrivano carri di roba dall’alta da Parigi e Parma diventa una “piccola Versailles”. Saranno i Savoia, perché poi Parma - dopo l’unità d’Italia (1861) - è una delle prime città ad aderire al Ducato sabaudo , e i Savoia, che da Torino cominciarono a prendere le città e ad occuparle, sapevano che a Parma c’erano dei patrimoni importanti, di gusto francese, sicuramente molto più belli di quelli che avevano loro a Torino. Ed ogni città che aderisce presta le regge, questi arredi, e loro – i Savoia - prendono gli oggetti, le opere più importanti, e li portano prima a Milano, poi, a Torino, a Firenze e infine a Roma, al Quirinale. Quindi, gli arazzi, la scrivania e quant’altro che vediamo per televisione nella stanza del nostro Presidente della Repubblica stavano a Parma. Furono portati dai Savoia a Roma e non tornarono più indietro. E, se Parma avesse ancora tutto il patrimonio raccolto dai Farnese, dai Borboni, sarebbe una delle città dal punto di vista storico-culturale, una delle più preziose e ricche d’Italia a livello museale”.

Il colore della polvere e della luce del Teatro Farnese?
“Il “Regio” è un teatro ottocentesco molto dorato, quindi, sicuramente domina l’oro. Il Farnese ha un fascino di luce, come lo vediamo noi oggi, naturale: dipende dal sole. Se c’è una giornata di sole entra la luce e quindi illumina questo legno e conferisce un colore, di moderno diciamo; io vedo anche il rosso perché conosco l’effetto barocco che aveva e il porpora doveva essere il colore dominante dei Farnesi. Poi, dovevano essere dei tendaggi intorno al palcoscenico dei tessuti anche, sicuramente d’oro. Il rosso è il colore del barocco del Seicento”.

Quali pittori ai primi del Novecento hanno dipinto le scenografie al Regio?
“Per quanto riguarda gli inizi del Novecento, non le so dirle. Essendoci però qui vicino l’Accademia, un’Accademia dove si insegnava anche scenografia, dove si sono esibiti allievi e maestri di scenografia, uno dei grandi scenografi, ma siamo nell’Ottocento, è Girolamo Magnani (Fidenza di Pr 1815-Parma 1889). Grandissimo scenografo, uno dei primi a disegnare l’”Aida” al Cairo e al servizio di opere composte da Giuseppe Verdi. Era anche pittore e decoratore”.

La Parma delle opere, la Parma musicale si divide tra Arturo Toscanini e Giuseppe Verdi…
“Diciamo che a Parma Toscanini è un’istituzione: qui c’è la casa natale, l’Orchestra Arturo Toscanini, altro. Verdi si sentiva più piacentino, aveva la villa a sant’Agata, è più un mito padano, amava molto la terra, l’attività agricola. La città di Parma, nel 1920, gli ha dedicato un monumento importante e imponente, di fronte alla stazione, realizzato da un grande scultore, che era Ettore Ximenes (Palermo 1855-Roma 1926: fu pittore, scultore, illustratore); e sorgeva di fronte a un altro grande personaggio parmense, Vittorio Bottego (Parma 1860-Etiopia 1897), esploratore del Corno d’Africa, che ha scoperto in eritrea e in Etiopia e cartografo. Le statue tantissime erano tutte le 27 opere di Verdi inserite in questa struttura: tutto abbattuto dai bombardamenti e soltanto restata in piedi l’ara centrale. E che ha lavorato in Russia per lo zar, e in America. Il monumento era una scultura molto grande ma che venne bombardato nel 1944, e che non venne ricostruito”.

Qual è l’opera cui lei è più legata?
“Noi, qui, a Parma, abbiamo delle tradizioni forti per “Traviata” e “Nabucco”; ma, anche “Rigoletto” piace. Ma, sicuramente tutte le più famose”.

Un Ducato, quello di Parma, Piacenza e Guastalla, “tesoro, gioiello, capitale d’arte e di cultura”…
 “La dinastia Farnese è una dinastia importante, perché dopo Papa Polo III, del quale si disse che fece nascere il Ducato di Parma e Piacenza in una sola notte, alla pari di un fungo, sceglie Piacenza come capitale di questo Stato-Ducato e suo figlio Pierluigi intorno al 1530 si insedia a Piacenza e costruiscono anche lì un Palazzo, che non fu più finito e più piccolo, ma molto simile come struttura. Però, i piacentini non accettano questo principe e quindi lo uccidano, lo defenestrano. Il figlio di Pierluigi, Ottavio, che era giovane, che era già sposato in base a queste alleanze importantissime e combinate – non sicuramente matrimoni d’amore e voluti da questi giovani principi – si sposò con Margherita d’Austria, figlia naturale dell’imperatore Carlo V, e lui era nipote di Papa Paolo III. L’imperatore s’imparenta col Papa, lei era vedova dei Medici, non voleva questo marito, ma le fu imposto. Nascerà un figlio, Alessandro, che diventa però una pedina per la politica dell’Europa. Federico II di Spagna, che era poi il fratellastro di Margherita, decide di fare educare questo principe prima nelle Fiandre e poi in Spagna e Margherita – donna colta, molto istruita – diventa a nome del fratello governatrice delle Fiandre. Ottavio Farnese resta a Parma, a governare il Ducato, la moglie se ne sta nelle Fiandre, il figlio se ne sta un po’ nelle Fiandre, giovanissimo – aveva 12 anni – poi viene educato in Spagna dallo zio Filippo II. E siamo intorno al 1450. Questo principe Alessandro verrà educato alle armi, diventa un grandissimo capitano, sarà uno dei grandi condottieri italiani, ma spagnoli (l’esercito era in Spagna) ed andrà a conquistare a sua volta le Fiandre. Sarà anche duca di Parma, ma la sua vita la condurrà altrove. E anche lui si sposa, secondo un altro matrimonio combinato, una principessa portoghese, perché poi il Portogallo passa alla Spagna e questa principessa Maria d’Aviz – moglie appunto di Alessandro Farnese - diventa duchessa di Parma. E lei morirà a Parma. E sarà la mamma di questo Ranuccio, di questo principe che ha fatto costruire il Farnese. Tutto a base di interessi economici, di matrimoni combinati, di intese, di rapporti di scambio, molto legati al mondo europeo, alla Spagna, all’Austria, alla Francia, alle Fiandre, all’Italia stessa. E quando Alessandro ritornerà in Italia e si fermerà a Parma si porta molto artisti fiamminghi e francesi. E ci sarà una collezione anche di opere fiamminghi, in particolare ad opere pittoriche ”.

E i Gonzaga, sotto Vincenzo I e Guglielmo Gonzaga, si avvalsero della genialità e creatività di pittori fiamminghi, in testa il Rubens, che divenne consulente della corte del casato virgiliano…
 “E, infatti, gli stessi Farnesi cercano di imparentarsi con i Gonzaga. Ci riescono anche per un certo momento, soltanto che la figlia di Alessandro e di Maria d’Aviz – che verrà sposata a Vincenzo Gonzaga – verrà poi ripudiata da Vincenzo perché non era idonea al matrimonio. Aveva un problema fisico che poteva essere forse risolto con un intervento chirurgico, ma dobbiamo pensare di essere in una certa epoca. Questo rifiuto con la principessa di Gonzaga, da parte degli stessi signori di Mantova suscitò un odio; quindi, anche se i Gonzaga erano a Mantova, a pochi km da Parma, non ci fu nessuna intesa. Se con i Medici a Firenze si cercò un’alleanza da parte dei Farnese, ebbene, questo, è un punto molto difficile. I Gonzaga erano più verso Ferrara, gli Este, verso Bologna, i Bentivoglio, verso i Medici stessi (vedi la duchessa Eleonora de’Medici) . I Farnese arrivano qui – questo Ducato nasce come un fungo, abbiamo detto prima, e cioè in una notte – ma c’erano importanti famiglie potenti della zona, come i Pallavicino, i Rossi, potentissimi marchesi e conti del feudo di San Secondo, come del resto i San Vitale di Fontanellato, che mantennero questo patrimonio importante delle terre e delle ricchezze e anche un suolo di quasi affianca tori del principe, del duca, nel suo Governo. I San Vitale di Fontanellato fin nell’Ottocento, con Maria Luigia, mantengono delle posizioni importante: erano i loro consiglieri-confidenti, erano i Ministri, in pratica, del Ducato retto da Maria Luigia. Infatti, quando la figlia di Maria Luigia, Albertina, ha dei figli con un Neipperg, e che non potevano essere riconosciuti come figli della duchessa perché non era sposata , la figlia sposerà un San Vitale, Luigi, perché era la casata più importante, più ricca e più vicina alla politica del Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla”.

Parma, 12 maggio 2015, Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it

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