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Per l'ennesima volta la Virtus Verona di mister Gigi Fresco viene beffata nei minuti finale della partita dopo essersi battuta alla pari contro la capolista incontrastata del girone B di serie C, il Pordenone di mister Attilio Tesser. A decidere la sfida a favore dei neroverdi friulani è stata una rete del 38enne Emanuele Berrettoni, ex Hellas Verona,
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INCONTRI VIP'S

25/10/15 - INCONTRI RAVVICINATI: MARCO STANGHELLINI (“COMUNALE” DI BOLOGNA)

Marco Stanghellini, ingegnere, è il Direttore Affari Generali del Teatro “Comunale” di Bologna. Monumento che nella città felsinea non poteva sorgere che in Piazza Giuseppe Verdi.
“E’ sempre un grande piacere per me” esordisce Stanghellini, classe 1963 “parlare del Teatro “Comunale” di Bologna. Teatro, che io non definisco mai né un immobile, né un edificio né un contenitore, ma è veramente un’anima pulsante di tutti noi. E mi piace raccontare, quando mi si presenta l’occasione, la mia personale storia vissuta all’interno di questa struttura, che nasce come maschera. Il 5 maggio 1987 entrai come maschera del teatro “Comunale” e ne rimasi subito rapito. Ricordo che nell’andare all’ufficio personale mi affacciai in platea dove stavano provando, mi sembra di ricordare, la “Rondine” di Puccini, c’era una carrozza e rimasi preso da quest’ambiente. Da allora è sempre stato un crescere di entusiasmo e di impegno, e spero di aver contribuito alla storia di questa bella realtà”.

In che anno è stato inaugurato il “Comunale”?
“E’ stato inaugurato il 14 maggio del 1763 con l’opera “Il trionfo di Clelia” di Christoph Willibald Gluck (1714-1787), tant’è vero che giù, all’ingresso, nel foyer, c’è un mezzo busto del compositore tedesco Gluck che guarda di fronte un mezzo busto di Antonio Galli da Bibbiena (Parma 1697-Milano 1774), che fu l’architetto che progettò questo teatro”.

Ci può parlare della cavea, dell’acustica del “Comunale”?
“Io credo che il risultato ottenuto dal Bibbiena nel Settecento oggi non avrebbe potuto essere superato. Io ho anche un rapporto personale con professori di Fisica e Tecnica dell’Università di Bologna presso la Facoltà di Ingegneria da dove provengo io, e sono state fatte molte indagini acustiche e la particolarità di questo teatro, che dopo illustrerò nella forma, ed uno dei motivi principali che l’ha reso particolare in tutto il mondo soprattutto per l’acustica, i teatri si facevano in legno. Poi, perché il “Comunale” è stato fatto in muratura e non in legno lo dirò più avanti, comunque, la particolarità di questo teatro è che suona, riesce a suonare come un qualsiasi altro teatro di legno. E, oggi con la modellistica computerizzata e con tutti gli strumenti che oggi abbiamo a disposizione per la progettazione ed anche per le indagini, si è verificato che l’ingegno dell’architetto nel Settecento non aveva questo tipo di strumentazione in mano, ma aveva un bagaglio di esperienza che ha consentito di raggiungere un risultato che dal punto di vista dell’acustica è riconosciuto eccellente. Uno per tutti, fino a tutti gli Ottanta, anche primi anni Novanta, questo era un teatro scelto dalla Decca per le incisioni più prestigiose. Il teatro, d’ estate, si trasformava in una sala di incisione discografica – io ricordo, ero appena entrato – che Luciano Pavarotti era qui ad incidere regolarmente, il guardaroba - ricordo - era in sala macchina da dove usciva il disco in vinile, e perché la Decca veniva a Bologna e non andava in un altro spazio? Perché l’acustica era riconosciuta come un’eccellenza. Principalmente, questa risposta acustica di questa sala, che trova la sua massima consistenza nell’amplificazione della voce, ed anche degli strumenti, fino a sfiorare un sovraccarico di amplificazione sonora, ma, la particolare forma di questa sala, che è fatta a campana, non fatta dunque a semicerchio, a ferro di cavallo come prevalentemente accadeva nei teatri ottocenteschi, ha una forma a campana proprio, e il cantante, che si pone al centro del proscenio, fa risuonare la sala così come il batocchio fa risuonare una campana. E s’innescano proprio delle risposte sonore che rendono questo teatro particolare”.

Era un posto di ritrovo dei ricchi possidenti o nobili di Bologna e provincia?
“Credo che questo – altra unicità di questo monumento – era un teatro del popolo”.

Comunale perché era di proprietà del Comune e non in mano a privati?
“ C’era il Senato, che decise di fare questo teatro, il problema erano sempre i soldi. Nacque per volontà del Senato, a seguito di distruzioni di teatri privati, in particolare del teatro “Malvezzi”; che era qui vicino. L’area, in cui sorge oggi il Teatro “Comunale”, era l’area del vecchio Palazzo Bentivoglio, che però venne distrutto a furor di popolo, evidentemente quest’anima petroniana che poi forse negli anni Settanta ha toccato, vissuto il culmine per quello che è stato il tema del Collettivo, della collettività, anche il teatro “Comunale” non è sorto per volontà di un nobile, ma per volontà del Senato. I problemi erano i soldi. I nobili sono intervenuti, sono intervenuti con piccoli apporti in denari, tant’è che negli anni – ed oggi non è più così – i palchi erano di proprietà privata, il teatro intero e la platea erano riservati al pubblico e al popolo, diciamo, come tutti i teatri, oggi è il posto privilegiato, in realtà nasce come luogo meno privilegiato. I palchi, invece, erano tutti di proprietà di nobili, tant’è vero che ancora oggi le volte dei palchi sono affrescate secondo la volontà del nobile, e, quindi, ci sono i simboli della famiglia, gli stemmi o quant’altro. Oggi la proprietà è totalmente comunale, ma la storia è questa. Il teatro Comunale nasce come volontà del popolo, con il contributo in parte dei nobili appassionati delle rappresentazioni o delle opere”.

Teste coronate, personaggi prestigiosi della politica internazionale al “Comunale di Bologna?
“Il Presidente della Repubblica, l’onorevole Giorgio Napolitano è stato qui tre anni fa: venne per una manifestazione, per una serata di beneficenza, non organizzata direttamente dal “Comunale”, e di certo non venne per assistere a un’opera. Ricordo il Presidente Francesco Cossiga, al quale io porsi la sedia – ero una maschera allora – in occasione di un 1° maggio e nell’ambito della cerimonia di consegna delle stelle per merito del lavoro. Probabilmente, nella lunga storia di questo teatro sono entrati persone di alto profilo, ma, forse, per questa tradizione bolognese chiamiamola così “popolare”, “comunale”, non sono passati moltissimi personaggi di questo genere, vedi teste coronate, pontefici, ecc… Noi abbiamo un palco, questo è vero, che si chiama Reale, ma solo per identificarlo col palco centrale, non abbiamo un vero palco Reale che c’è, ad esempio, al “San Carlo” di Napoli con tanto di decoro, con un trono, atto ad ospitare le grandi personalità. Sì, sono passati grandi personaggi, sempre con grande charme e senza tante differenze di censo, tant’è che si chiama proprio “Comunale””.

Qual è l’opera che fa accapponare la pelle ai bolognesi?
“Non le saprei proprio rispondere; certo che quando si mette in scena una “Butterfly” di Puccini o ”Il flauto magico” di Mozart vede le serate col tutto esaurito, idem con una “Norma” e una “Traviata”. Credo che i titoli più noti siano anche apprezzati di più. Io, personalmente, sono estremamente legato a Wagner: ho avuto la fortuna di vedere la “Tetralogia wagneriana” , qui, al “Comunale”, alla fine degli anni Ottanta, primi anni Novanta, furono quattro inaugurazioni di stagione, ed è un’opera che mi ha molto emozionato”.

Che tipo è il pubblico petroniano?
“E’ un pubblico, tutto sommato, paziente, competente, e c’è dunque una grande esigenza nel chiedere la qualità, di un certo livello, ma non c’è un’esternazione plateale se questa qualità non è riconosciuta. Non ci sono, voglio dire, da noi i loggionisti tanto temuti in altri teatri, capaci di interrompere un titolo. Ho visto delle interruzioni di opere, ma per applausi, non per proteste o fischi da parte del pubblico”.

E quale, in particolare, ricorda, di opera così applaudita?
“Ricordo sempre una “Adriana Lecouvreur” di Francesco Cilea, con Mirella Freni, dove lei non riusciva a finire l’aria perché la interrompevano i continui applausi”.

La superstizione al “Comunale” di Bologna: aneddoti, particolari? C’erano anche qui come altrove i grandi pittori che prestavano la loro opera nel disegnare i bozzetti, le scenografie all’inizio del Novecento?
“Abbiamo ancora dei bozzetti, dei figurini firmati da grandi artisti. Giorgio De Chirico, no”.

Giorgio Morandi, che era bolognese?
“Non credo che Morandi abbia disegnato qualcosa per il “Comunale””.

Gino Semeghini, Pio Severini, Mario Sironi?
“Forse, sì, comunque, c’è un bel patrimonio, ampio e ricco, nel nostro archivio storico, che bisognerebbe consultare per poterle rispondere a modo. Sono più preparato negli aspetti tecnici del teatro. Però, sicuramente sono passati tanti e tanti artisti”.

Registi, direttori d’orchestra, ballerini/e?
“La Fracci tantissimo; Nureyev non certo che sia venuto qui al “Comunale””.

Conserva un ricordo della Fracci?
“Ricordo questa piccola figura, sempre vestita di bianco, che si aggirava in maniera molto discreta per i liberi spazi”.

Di Luciano Pavarotti, ha un ricordo particolare?
“Era uno che s’arrabbiava parecchio, eh, durante le prove qualche urlo lo cacciava. Però, devo dire non ho mai incontrato particolare – in tutti quelli che ho avuto modo di conoscere e di incontrare – forme di superbia o arroganza, ma ho avuto modo di constatare che anche col sottoscritto si sono relazionate come persone comuni”.

C’è stato un episodio clamoroso accaduto al “Comunale”?
“Sì, potrebbe essere successo, certo; magari ritardi nell’apertura del sipario perché i protagonisti che si erano dimenticati di arrivare alla tal ora e invece arrivarono più tardi. Del resto, trattandosi di spettacolo dal vivo, c’è sempre stato l’imprevisto, per cui l’incidente dell’ultimo momento – vedi orchestrale che arriva in ritardo, o il direttore d’orchestra che non si sente bene – quello sì”.

Una scenografia, qui, moderna?
“Io ho avuto la possibilità di vedere a livello di coreografie moderne, uno spettacolo meraviglioso, sublime di Pina Bausch, la coreografa tedesca nata nel 1940, che qui nel 2001 diresse “Agua” (in coproduzione col Brasile) e che le valse una laura ad honorem conferitale dalla nostra Università oltre al titolo di “Direttore onorario” del “Comunale”. E di Pina Bausch, personaggio unico che ho avuto la fortuna di conoscere, ricordo che lei avrebbe mai accettato di venire a lavorare in teatro se non le si dava la possibilità di fumare.
 E, durante le prove lei in platea doveva avere il portacenere a portata di mano perché fumava come una ciminiera. Era l’unica cui si concedeva tanto. A parte le linee essenziali, l’elemento scenografico predominante era un bruciatore di una mongolfiera, che, seguendo proprio la sonorità, la musica, vedendolo dal vivo è una cosa, vedendolo attraverso uno schermo è un’altra cosa, ebbene, vedendolo dal vivo ha un rumore che per me diventa suono. Che ti coinvolge, emozionante, io dietro il palco, nel posto dei Vigili del Fuoco, dovevamo stare lì, e il bruciatore quando veniva azionato sprigionava fiammate che raggiungevano 4-5 metri. E’ stato uno dei primi problemi da risolvere, quando mi avvertirono della certa pericolosità che potevano prodursi durante le scene. E lavorammo dei mesi con i Vigili del Fuoco per scongiurare la più terribile delle conseguenze. Poi, un altro spettacolo che ricordo con grande emozione, veramente molto bello è stato il sensuale, fresco, armonioso balletto “Momix”- Opus Cactus con e anche lì fu un’emozione unica per i movimenti unici, irripetibili, con ballerini bravissimi capaci di creare un’armonia visiva con la musica che è particolare, con il pensiero e la realizzazione che vanno di pari passo il risultato è assicurato. Io lavoro qui da tanti anni, amo questo posto, non sono venuto a lavorare qui perché ero un appassionato dell’opera – anzi, tutt’altro -; io pensavo sempre che a vedere l’opera su Rai3 una volta alla settimana quando la trasmettevano fossero i miei zii, non il sottoscritto. Invece, non è stato così, però, pongo di fronte allo spettacolo non con uno spirito critico, di un esperto incallito, perché non ne so, però vedo che quando il prodotto è buono mi trasmette emozione, mi riesce a coinvolgere, mi trasmette, insomma, qualcosa di ben diverso di un prodotto scarso”.

Il colore della polvere del teatro “Comunale” di Bologna?
“E’ un colore beigiolino, color canapa. Noi ancora lavoriamo con corde di canapa, molto, eh, purtroppo, non sono certificabili, e negli anni dovremmo abbandonarle. E’il colore della polvere di canapa, che, grazie all’attrito con le mani dei macchinisti rilascia questa polvere in giro, che è la polvere del nostro palcoscenico”.

Polvere anche di sudore…
“Noi lavoriamo molto con le mani ancora, ed è un nostro grande limite. Ma, anche un pregio perché qualcuno ci può segnalare e premiare: noi oggi curiamo ancora la trasmissione del lavoro, che è quello che costruisce le macchine e le muove. Partendo da un deficit strutturale e tecnologico – non abbiamo impianti moderni, non abbiamo macchine vecchissime, che si bloccano spesso -, allora, per questo motivo, lavoriamo molto con le mani, creiamo movimenti a mano . I nostri spettacoli si fondano, sono azionati da moltissimi movimenti”.

Le luci del “Comunale”?
“Colori mai eccessivi, colori tenui, soffusi”.

Cosa rappresenta per la bolognesità il “Comunale”?
“Mah, questa è una domanda che ogni tanto mi pongo anch’io. Sicuramente uno dei luoghi fondamentali della cultura di questa città. Bologna e i bolognesi hanno il loro teatro però poi Bologna, secondo me, non fa tutto quello che andrebbe fatto perché questo teatro altri 150 anni: basta che guardiamo l’esterno del teatro come è messo, si trova in condizioni veramente imbarazzanti. Però, questo non smuove abbastanza per dire “Basta, Bologna vuol mettere a posto il proprio teatro!” Forse, rispetto al passato, oggi si fa largo la mancanza dell’attenzione alla fisicità della propria città, e il problema che ci abituiamo al lento scorrere delle cose, non c’è una ribellione, una reazione come dovrebbe”.

Tornando all’acustica?
“Il “Comunale” è sorto sulle ceneri del Malvezzi, fatto di legno, come tutti i teatri del Seicento-Settecento. La bravura di chi l’ha progettato, il Bibbiena è quella di aver ottenuto col laterizio, col mattone il risultato, con forma che il Bibbiena, in verità, avrebbe voluto vedere ancora più accentuata; il teatro che vediamo adesso non è proprio il progetto originale del Bibbiena, eh: è sempre del Settecento, l’ha fatto il Bibbiena ma non secondo il suo primo progetto originale: che avrebbe previsto una forma a campana più accentuata, un palcoscenico più proteso verso la platea, una forma dei palchi diversa e gli furono posti dei limiti dovuti a problemi economici. Tant’è che questo teatro fu inaugurato ancora incompiuto, e di fatto ancora lo è, perché non mai stato realizzato pienamente secondo il progetto originario. Infatti, se facciamo una visita lungo il perimetro del teatro, scopriamo che c’è una parte, soprattutto dedicata oggi ai servizi, che non ha nessun legame di pensiero o di architettura con tutto il resto dello spazio. E venne fatto in muratura proprio per quello”.

Il teatro è foderato di velluto rosso?
“Noi non abbiamo il rosso: o meglio, l’abbiamo avuto il rosso per un cero periodo, fino nell’Ottocento, e questo teatro ha subito diversi rimaneggiamenti estetici. Il rosso è durato fino al 1980, quando a seguito di una ristrutturazione di tipo strutturale del teatro, si decise di sostituire i velluti, passando al verde; quel verde che vediamo adesso, più scuro del verde Italia, idem i tendaggi, il sipario e le poltrone”.

L’orologio del teatro?
“E’ un’altra particolarità del nostro teatro perché non è un orologio a lancette, è un orologio ottocentesco, a tamburo; per cui dalla platea non si vedono le lancette, ma si vedono due numeri: uno segnante l’ora, l’altro segnante i numeri. Lo scatto avviene ogni cinque minuti: è stato restaurato, meccanizzato, è elettrico, ma l’oggetto è lo stesso. L’anno scorso l’orologio, che ha 85 anni e passa, che oggi quando c’è bisogno fa fatica a venire, fa fatica a camminare, e mi auguro che lasci questo suo sapere a qualchedun altro”.

La cavea?
“Non è molto grande perché perché sono 4 metri per 12 più o meno e ci sta bene un’orchestra rossiniana. Diciamo che 60 elementi ci stanno, ma è tutto commisurato all’epoca in cui era stato progettato e per una città che non era così popolata come oggi. Riesce ad avere una capacità di contenimento tra gli 850-900 posti. Fortunatamente è stato risparmiato dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, non è toccata la stessa buona sorta al palcoscenico, il quale ha subito un incendio nel 1931. Infatti, il palcoscenico non è quello originale perché andò completamente distrutto dall’incendio e fu ricostruito tra il 1931 e il 1935. Il teatro già all’epoca aveva già delle grandi attenzioni in termini di sicurezza. C’è un presidio a protezione degli incendi, oggi obbligatorio in tutti i teatri, ma che ha sempre avuto, e che è il sipario tagliafuoco, che è una sorta di serranda metallica che divide, in fase di chiusura, il palcoscenico dalla sala ed esisteva anche all’epoca. E questo sipario fece in modo che la sala non andasse completamente distrutta, sì, purtroppo, il palcoscenico, ma non la sala. E’ capitato che non funzionasse più il motore del macchinario, rimase aperto e non riusciva più a scendere e il teatro è stato presidiato tutta la notte”.

Che soluzioni ha portato lei, da buon ingegnere, al “Comunale”
 “Abbiamo cercato di rendere dal punto di vista tecnologico più efficiente questa struttura. Ultimi la gestione degli impianti di riscaldamento e di condizionamento, che fino a qualche anno fa si azionavano manualmente, mentre oggi lo si può fare anche da casa. Gli investimenti sono stati fatti sul palcoscenico in termini di dotazioni tecniche per gli allestimenti, soprattutto le luci, e lì la tecnologia ha compiuto davvero dei passi da gigante. Lei consideri solo che il palcoscenico può avere degli assorbimenti elettrici importanti.
 Il fatto che oggi si possa gestire con il led comporta un bel risparmio, evidente nella bolletta, il fattore luci non è elemento da valutare nel progetto scenico, ma la questione è legata alla sicurezza, e il led evita pericoli. Un elemento di pericolosità più frequente sono proprio i proiettori invece, che magari sono vicini a un fondale di stoffa non perfettamente ignifugo e lì esiste l’elemento oggettivo del pericolo”.

Bologna, 22 maggio 2015, Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it

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