ULTIMA - 25/4/19 - RISULTATI DELLA 33^ GIORNATA DI ECCELLENZA: VIGASIO IN SERIE D

Si sono giocate oggi le partite dell'anticipo della 16^ giornata di ritorno del campionato di Eccellenza che hanno visto il Vigasio di mister Mario Colantoni vincere 1 a 0 nel suo stadio "Umberto Capone" contro il Caldiero di mister Cristian Soave grazie al gol di Bovi al 12° minuto. I biancazzurri del presidente Cristian Zaffani
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INCONTRI VIP'S

31/10/15 - INCONTRI RAVVICINATI: STEFANO BIANCHI (“MUSEO TEATRALE CARLO SCHMIDL” DI TRIESTE)

Trieste, la bora, Trieste la porta verso l’Austria, anticamera della Mitteleuropa, od Europa di Mezzo o Centro-Europa, usato per evocare la tradizione e l’ambiente culturale dell’Impero asburgico al suo tramonto. Stefano Bianchi è il Direttore del Civico Museo teatrale “Carlo Schmidl” (editore e collezionista d’arte, ma anche direttore di banda ungherese trasferitosi a Trieste, nato nel 1859, e morto a Trieste nel 1943). Ci hanno colpito, sostando in sala di attesa, alcuni versi del grande poeta triestino Umberto Saba(1883-Gorizia 1957), appiccicati a una porta di vetro di un’elegante sala, accanto all’ingresso, versi tratti dalla breve lirica “Amai”, facente parte del “Canzoniere” (da “Mediterranee”, 1946): “Amai trite parole che non uno osava. M’incantò la rima fiore amore, la più antica difficile del mondo. Amai la verità che giace al fondo, quasi un sogno obliato, che il dolore riscopre amico. Con paura il cuore le si accosta, che più non l’abbandona. Amo te che mi ascolti e la mia buona carta lasciata al fine del mio gioco”.

“Il teatro “Verdi” di Trieste - il primo Sovrintendente fu il maestro Giuseppe Antonicelli - fu costruito per iniziativa privata tra il 1798 e il 1801; sostituisce l’oramai insufficiente Teatro San Pietro, che brillò di fama per il suo “Così fan tutte” di Mozart, mandato in scena nel 1797. L’area del “Verdi” era compresa tra il molo San Carlo (oggi Audace) e la vecchia sede della Dogana (l’attuale Tergesteo). La parte del leone l’ebbe il mecenate conte Antonio Cassis , detto “Il Faraone”, per le sue ricchezze accumulate in Egitto. Il progetto originale fu di Giannantonio Selva, progettista veneziano de La Fenice di Venezia. Il triestino Matteo Pertsch - autore del Palazzo Carciotti e della Rotonda Panzera - subentrò poi e si occupò della facciata. E nella facciata principale del teatro c’è la mano di Giuseppe Piermarini, insegnante del Pertsch e progettista della Scala di Milano. L’edificio è stato inaugurato il 20 aprile del 1801, con la messa in scena di “Annibale in Capua” di Antonio Salieri, mentre la sera successiva veniva rappresentata “Ginevra di Scozia” di Simon Mayr. Il teatro ha subito una serie di interventi di restauro tra l’800 e il 900, l’ultimo dei quali tra il 1992 e il 1997. Interventi, che hanno comportato modifiche strutturali, soprattutto, negli interventi di restauro significativo tra il 1882-1884 e tra il 1992-1997. La nostra presenza qui, in questo Palazzo Gopcevich, che è sede del Museo Civico teatrale, è legata al fatto che il Museo, che è stato creato all’interno del teatro e inaugurato nel 1924 per volere dello stesso Carlo Schmidl è il secondo più importante in Italia dopo quello della Scala di Milano per ricchezza di documenti e di pubblicazioni. Poi, in occasione dei lavori di restauro operati nel periodo 1992-1997, le collezioni del Museo sono state trasferite prima in una sede provvisoria in un altro edificio comunale e poi hanno trovato la loro collocazione definitiva in questo contesto. Per cui, la riapertura del Teatro è avvenuta nel maggio del 1997, e qui ci sono episodi legati a quasi due secoli di storia. Il Museo è stato inaugurato nel 2006”.

Parliamo ora della struttura al suo interno…
 “Negli anni 20 venne installato il riscaldamento, dieci anni dopo furono create le due gallerie; negli anni 70 si provvedeva alla pendenza della platea e all’ampliamento del “golfo mistico”. Prima l’illuminazione era a gas, poi, un secolo fa, subentrò quella elettrica. 324 sono i posti in platea, 398 per le rappresentazioni concertistiche (liberando la buca si possono issare 74 poltroncine); 122 sono i posti disponibili i posti nei plachi del pièpiano, 132 quelli di prim’ordine. Nella prima galleria i posti sono 173, nella seconda 265. Nel loggione, da sempre sede degli appassionati meno facoltosi, i posti sono ben 310; per un totale di 1326 posti per gli spettacoli lirici, 1400 per quelli concertistici”.

Giuseppe Verdi e Trieste?
“Giuseppe Verdi ha avuto una storia importante con la città di Trieste, innanzitutto per aver messo in scena due prime assolute, “Il Corsaro” nel 1848 e lo “Stiffelio” nel 1850. “Il Corsaro”, che era nato per un’altra piazza ed arriva in seconda battuta a Trieste, ma, ripeto, in prima assoluta a Trieste, e lo “Stiffelio”, che invece nasce proprio al Teatro “Grande” di Trieste. Edificio, che è stata inaugurato nasce nel 1801, nasce come Teatro Nuovo, poi, teatro Grande, quindi, teatro Comunale quando nel 1861è stato acquistato dal Comune, e nel caso di Trieste, il fatto che la città faceva parte dell’Impero Asburgico ed era una città cosmopolita – ci troviamo infatti nel Palazzo del suo primo proprietario Gopcevich, del proprietario ed armatore serbo Spiridione; di fronte c’è il Palazzo Carciotti, sede della comunità greca in Trieste di una certa importanza non sotto l’aspetto commerciale ma anche sotto quello religioso (e siamo tra il Settecento e l’Ottocento), e la lingua era il veneziano-italiano - . Trieste, dunque, salotto di cultura italiana che guarda all’Unità d’Italia all’Italia come suo normale Stato di appartenenza, trova nel 1848 e in Giuseppe Verdi un simbolo particolarmente forte e significativo, che viene evidenziato in una serie di tappe significative nella storia della città; tra queste tappe, sicuramente la morte di Giuseppe Verdi (27 gennaio 1901): nella notte tra il sabato e la domenica, verso le tre, e nella stessa domenica ha luogo una riunione straordinaria della Giunta municipale, che è l’organismo analogo più che omologo dell’attuale Giunta comunale, e questa riunione della Amministrazione municipale nel pomeriggio di domenica stabilisce di intitolare a Giuseppe Verdi il Teatro Comunale, acquistato dal Comune nel 1861, e della piazza accanto, della piazza antistante e l’avvio della procedura per la realizzazione di un monumento – un grande monumento – del compositore, da collocarsi in Piazza Verdi davanti al Teatro “Verdi”. Oggi, 21 maggio, ebbene, tra il 23 e il 24 maggio 1915 sappiamo bene cosa accade, e in quel monumento il monumento a Giuseppe Verdi – che era stato realizzato e collocato non nella Piazza Verdi, ma nella Piazza San Giovanni, dietro alla chiesa di Sant’Antonio Taumaturgo o Nuovo, questo viene danneggiato dall’elettorato austriaco, filo-austriaco e il monumento così danneggiato viene rimosso nel suo originale di marmo, non verrà ricollocato, ma verrà collocato un nuovo monumento in una nuova fusione in bronzo, che verrà inaugurato appena nel 1926. Per cui, il nome di Verdi nella città di Trieste e nella vita culturale ed operistica della città è legato a questa due date, 1848 e 1850, che sono le date della prima del “Corsaro” e dello “Stiffelio”, 1901, morte di Giuseppe Verdi, data in cui s’intitola il Teatro al maestro bussetano, idem la piazza antistante e addio della procedura, che poi si tratterà in una raccolta di fondi abbastanza significativa e il Museo Civico “Schmidl” conserva, tra le tante cose, la documentazione relativa al Concorso per la realizzazione del monumento a Giuseppe Verdi, e tra questa documentazione ci sono alcuni bozzetti originali presentati da una 70na di concorrenti che parteciparono. Nel 1926 viene inaugurato il nuovo monumento a Giuseppe Verdi non più in marmo, bensì in bronzo”.

Esistono dei pittori che nei primi del Novecento si sono prestati a fare da coreografi per il Teatro?
“L’anno scorso abbiamo dedicato una mostra – presente nel nostro Civico Museo “Schmidl” – di bozzetti, manifesti, locandine e figurini, e di cui uscirà a breve una pubblicazione dedicata agli scenografi prima realizzatori e poi artisti tra l’Ottocento e il Novecento. Figurano numerosi artisti triestini, friulani ed italiani del Novecento, tra cui gli ottocentisti Lorenzo Scarabellato (1796-1852) e Lorenzo Guidicelli (1813-1893), oltre a un migliaio di lavori di artisti molto più recenti dei due sopracitati, partendo da Gianrico Becher, Peter Bisseger, Pier Paolo Bisleri, Paolo Bregni, Giuseppe Zagaina. Ma, anche lavori del premio Nobel Dario Fo. Una sezione della Mostra presso il nostro Museo Teatrale è dedicata alla “scena di Giorgio Strehler”, di proprietà del Museo Teatrale, e che portano le firme di Ezio Frigerio, Enrico Job e Renato Guttuso”.

Ritorniamo al Teatro nel 1901?
“Dal 1884 al 1914 assistiamo ad anni importanti per il Teatro di Trieste, perché sono i 30 anni che corrono tra l’apertura dopo un importante lavoro di restauro e l’entrata in guerra di Trieste irredentista. E il dramma era che potevi scontrarti inevitabilmente sul fronte con chi proveniva dalla stessa città, Trieste, dalla stessa via, dallo stesso rione. E nella collezione del Museo Teatrale si possono ammirare anche due violini di due personaggi partiti da Trieste, che hanno fatto tutti e due la Prima guerra mondiale, uno da una parte, l’altro dall’altra: quello appartenuto a Carlo Stuparich, che in guerra sarebbe morto il 30 maggio 1916, e quello di Gianni Pavovich, che dalla Guerra sarebbe tornato, e che avrebbe continuato la sua carriera come spalla dell’orchestra Arturo Toscanini negli anni Venti, e poi come primo violino del nostro teatro fino agli anni 70”.

Dov’è la modernità a Trieste?
“Posso ricordare aneddoti passati, non recenti, relativi a fatti accaduti non al Teatro Giuseppe Verdi, ma all’altro grande Teatro cittadino, il politeama Rossetti, tutt’ora esistente: divieti della polizia austriaca di rappresentare l’”Ernani” di Giuseppe Verdi (1844) e ci sono 3 episodi, che vanno nel periodo tra il 1870 e il 1914. O interruzioni, o rinvii, in cui la componente politico patriottica evidentemente si scontra con l’establishment istituzionale”.

L’opera cui tiene particolarmente il pubblico triestino?
“Difficile anche qui darle una risposta. Le posso dire, comunque, che negli anni 1870-1915 hanno operato grandi artisti e compositori triestini e non. Tra i più prestigiosi, Luigi Ricci, che insieme al fratello Federico inaugurò la sua prima de “Crispino e la Comare” nel 1850 alla Fenice di Venezia, e Luigi Rossi, qui c’è il fortepiano, Giuseppe Rota, nato a Trieste (Ricci invece a Napoli, poi, vissuto a Trieste), poi, per quanto riguarda il versante tardo-ottocentesco e primo-Novecento, Antonio Smareglia in primis, Ferruccio Busoni, che si impose a Berlino”.

Il pubblico triestino, com’è?
“Qui c’è tutta una tradizione importante, la lirica dal 700 in avanti è stato un aspetto importante della vita culturale e della vita civile e sociale. Sta di fatto che a Trieste, verso la metà del 1800, oltre al “Verdi” in contemporanea programmavano stagioni liriche altri 4-5 teatri, con un centinaio di recite all’interno della singola stagione. E, nella stagione Carnevale-Quaresima, a partire da Natale, prevedeva recite pressoché quotidiane o addirittura in doppio turno, con la rappresentazione diurna e in serata. Mentre al “Verdi” nel periodo Carnevale-Quaresima – ma anche in autunno e in estate; ma non solo al “Verdi”, ma pure negli altri teatri d’Italia e nei triestini - si proponevano prevalentemente opere liriche, o opere di prosa (e questo fino a prima dell’istituzione di teatri lirici e dei teatri stabili, ovvero fino prima del 1936), la programmazione spesso si intersecava, alternando stagioni liriche e di prosa. Questo avvenne anche a Trieste, tra teatro prima Comunale e poi anche Comunale “Giuseppe Verdi”, Politeama Rossetti (prima messa in scena nel 1883), Teatro Leopoldo Mauroner (andato a fuoco nel pomeriggio del 27 maggio 1876) e poi Teatro Fenice (inaugurato il 27 agosto 1879 con la “Forza del destino”), teatro Armonia (il più elegante dei teatri di Trieste l’8 agosto 1857 con il “Poliuto” di Gaetano Donizetti), Teatro Filodrammatico edificato nel 1828, teatro Minerva sede di una serie di rappresentazioni liriche tra il 1907 e il 1912, pensiamo a un’intensa vita, attività teatrale, che fino allo scoppio della Prima Guerra mondiale proponeva qualche migliaio di aperture di sipario sull’opera lirica, con caratteristiche anche diverse. Ma, non tutto era oro fino naturalmente: i teatri di ispirazione, di matrice, di tradizione popolare proponevano anche spettacoli, che se li vedessimo oggi, rimarremmo inorriditi. A Trieste come altrove nel corso del 900 il teatro d’opera ha subito trasformazioni, la sua forma si è evoluta, ha cercato cioè di essere il teatro in assoluto il più popolare, che è stato tra la metà dell’Ottocento e la morte di Giacomo Puccini, il 1924. Assistiamo, alla chiusura della Grande Guerra, alla crescita dell’arte cinematografica, che in qualche modo viene a sovrapporsi, a sostituirsi alla tradizione della programmazione del teatro lirico”.

Il balletto, la danza a Trieste?
“Il balletto deve essere distinto tra un tradizione tardo-ottocentesco e primo-novecentesca, e quella della metà e del secondo Novecento. Anche i teatri triestini, alla pari di tutti i teatri di produzione lirica, ha il suo corpo di ballo, e viveva di serate in cui la lirica e la danza si alternavano, si intersecavano. Sì, la Callas e Nureyev si sono esibiti a Trieste”.

Il colore della polvere e delle luci, dei candelabri, dei lampadari?
“Non ho una competenza specifica per darle una risposta adeguata sulla qualità delle suppellettili del “Verdi”, ma, le posso solamente dire che questa è una sala che ha la sua storia bisecolare, per cui la fisionomia che aveva al momento dell’inaugurazione nell’aprile del 1801, ha subito, come è poi accaduto in in tutte le sale tradizionali di teatri all’italiana, modificate nel senso di una progressiva trasformazione di alcuni ordini di palchi in gallerie e loggioni, accaduto in maniera significativa nella seconda metà dell’800 per creare spazi per un pubblico numericamente più rivelante e che poteva accedere al teatro con un costo significativamente inferiore rispetto ai proprietari dei palchi. Questo è un tema che si riflette nell’architettura teatrale degli edifici, teatri che sorgono nella seconda metà dell’Ottocento in poi. E la differenza la possiamo cogliere tra il “Verdi” e il “Rossetti”, qui a Trieste. Il politeama “Rossetti” nasce nel 1878 proprio con la fisionomia di sala polifunzionale, quasi più da palazzetto dello Sport che teatro, con lo scopo di poter accogliere il maggior numero di spettatori e che possibilmente vi accedano grazie a un prezzo più accessibile”.

C’è un rapporto tra La Fenice di Venezia e il “Verdi” di Trieste?
“Il rapporto sicuramente c’è stato. Apro una parentesi: non dobbiamo dimenticare che l’opera italiana è stata l’opera europea internazionale fino a tutta buona parte dell’Ottocento. In tutte le principali corti europee l’opera in musica era l’opera italiana. Alla corte di Caterina II recitavano gli operisti napoletani, che rappresentavano opere italiane. Per quanto riguarda la città di Trieste, il rapporto con il teatro wagneriano, analogamente a quanto accade a Bologna in ambito già italiano dal punto di vista politico-amministrativo oltre che linguistico, il teatro wagneriano ha avuto una presenza importante nella Trieste tra la fine dell’Ottocento e i primi del 900. Dopodiché il repertorio e le compagnie potevano arrivare, circolare sia dall’area centro europea e dall’aerea italiana, del cui bacino Trieste come porto asburgico faceva parte, anzi, non soltanto faceva parte, ma era un punto importante”.

Teatro che nasce grazie all’iniziativa di privati e come luogo-salotto anche qui a Trieste?
“Certo, i teatri nascono tutti all’origine per iniziativa privata anche se il teatro Comunale di proprietà privata tuttavia riceve qui a Trieste sovvenzioni municipali. Per cui la programmazione culturale-spettacolare è sempre un bilanciamento, allora come oggi, necessariamente tra la componente puramente commerciale e quella del sostegno culturale a un prodotto di spettacolo. Il teatro d’opera nasce come fatto celebrativo nelle grandi corti europee. Nasce, se vogliamo, dapprima come momento di riflessione culturale in seno alla camerata fiorentina, ma viene subito acquisito come forma più perfetta di spettacolo dell’Italia e dell’Europa intera, ma il grande potenziale di questa forma di spettacolo viene immediatamente acquisito anche dall’industria dello spettacolo. Per cui, “San Cassiano”, 1637, rione di Venezia, è il primo teatro pubblico della città lagunare, ma per quell’edificio non ci sono le fortune, gli sviluppi da cui discendono anche le situazioni attuali”.

Personalità in sala al Teatro Verdi?
“Una magica notte Trieste la visse venerdì 16 maggio 1997, serata della riapertura dopo l’ultimo intervento di restauro, quando andò in onda il “Nabucco” di Giuseppe Verdi – orchestra diretta dal maestro russo Woldemar Nelsson; che un paio di anni dopo, sempre a Trieste, dirigerà il “Don Carlos” - e nel palco d’onore l’allora Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, affiancato dal vice-premier Veltroni. Qui si improvvisarono i più grandi direttori d’orchestra d’Europa, quali i russi Igor Strawinski, nell’aprile del 1931, ed Albert Coates (1926), l’ucraino Emil Cooper (marzo 1935, diresse la Nona sinfonia di Beethoven), il violinista triestino Franco Gulli (1926-2001) nel 1953 suonò il violino del genio genovese Niccolò Paganini, il violinista Alberto Castelli, Gialdino Gialdini, direttore d’orchestra, il maestro Filippo Manara, il pianista triestino Alessandro Costantinides, l’omologo triestino pure lui Eusebio Curellich, il pianista e compositore Eugenio Visnoviz, il pianista Angelo Kessissoglù, il compositore triestino Antonio Illersberg, il maestro Rodolfo Ferrari, il compositore rumeno Bela Bartok. Poi, le grandi soprani triestine Ida Quaiatti e Rina Pellegrini. Per non parlare dei celeberrimi Paganini, Listz, Michelangeli, Richard Strauss, Toscanini, Berstein, Maria Callas” .

Trieste, 21 maggio 2015, Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it

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