ULTIMA - 21/1/19 - GLI ACCOPPIAMENTI DELLA COPPA DELEGAZIONE DI VERONA

Si è chiuso ieri il 1° turno della Coppa Verona 2018-19 riservata alla formazioni di Terza categoria, denominata “Memorial Gianni Segalla”, che ha visto il passaggio ai quarti di finale delle prime classificate dei 7 gironi, Lessinia, Saval Maddalena, Borgo Trento, Dorial, Gazzolo 2014, Roverchiara, Ausonia Calcio e la migliore seconda classificata
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INCONTRI VIP'S

6/11/15 - INCONTRI RAVVICINATI: PIERO ROBBA (“REGIO” DI TORINO)

Nella Torino maestosa e sabauda, il Responsabile dell’Archivio storico del Teatro “Regio” è Piero Robba. “Il teatro” racconta il dottor Robba “nasce ufficialmente nel 1740. Edificio, del quale adesso resta la facciata, questa, che lei vede dalla piazza Castello, ed è stato inserito nel patrimonio storico e culturale dell’umanità dell’Unesco delle regge sabaude. L’edificio è erede delle antiche feste del Ducato sabaudo, quindi, come storia partiamo dal 1500. Naturalmente, le feste all’epoca erano molto famose per i balli, per le feste campestri, i tornei, le feste acquatiche, quindi, non c’era una forma di teatro vera e propria, ed era praticamente legato esclusivamente alla nobiltà, alla corte. Poi, c’erano alcune feste, qualche volta all’anno, permesse e tollerate per il grosso del popolo, che allora coinvolgevano anche la cittadinanza, però, di per sé le feste erano solo feste di corte. Il Piemonte era uno Stato ambizioso, piccolissimo, ed era stretto tra potenze spaventosamente forti, ovvero la Francia, la Spagna e l’Austria. Tutti avevano interesse innanzitutto per il fatto che dal Piemonte c’era il passaggio sia verso la riviera che verso tutta l’Europa da questa parte; e, infatti, la valle di Susa era la grande via percorsa da Annibale, da Giulio Cesare, Napoleone, tutti hanno attraversato il Moncenisio, il Monginevro, ed era la via naturale per entrare in Italia, era la porta d’Italia, praticamente. Il Piemonte, in questa sua piccola posizione, con delle piccole politiche di real-politik, ma molto opportunistiche, siamo sinceri, perché erano grande alleanze che poi venivano tradite, si alleava con la Francia e contro la Spagna e contro l’Austria, poi, si alleva con l’Austria contro la Francia, poi, grandi matrimoni; e questo succedeva in tutte le corti europee per legare interessi comuni e soddisfare le ambizioni che avevano. Il Piemonte, meglio, il Ducato di Savoia, cercava di mantenere quell’immagine importante. Il teatro Sabaudo che Vittorio Amedeo II, il padre del fondatore del Teatro Regio, aveva fatto questo volume che ancora oggi è riposto nelle più grandi Biblioteche d’Europa, il teatro sabaudo era in pratica la descrizione scritta e raffigurata con delle tavole splendide a colori di tutte le grandi ricchezze del Piemonte. In vicende alterne, non dimentichiamo che il Piemonte era arrivato fino al lago di Ginevra come estensione ed era arrivato fino in gran parte della Francia del Sud, quindi, in Provenza, la Costa Azzurra, il Delfinario. Poi, ci sono stati dei periodi che tra guerre ed altro il Piemonte era quasi sparito; bisogna poi arrivare fino alla grande vittoria del Piemonte sui franco-spagnoli del 1706, che allora poi attraverso il Trattato di Utrecht e poi il Trattato di Vienna viene riconosciuta finalmente l’eredità territoriale anche del Piemonte. I vari passaggi che vengono dati, prima riconosciuto come Ducato principale, e poi finalmente i Savoia riescono a fregiarsi di un titolo di re. Ma, era un titolo di re abbastanza strano, perché era Re di Gerusalemme e di Costantinopoli, ma, il re si poteva ugualmente fregiare di questo titolo”.

Ma, quand’è che viene costruito il primo teatro a Torino?
“ Nel 1681 viene costruito nel Palazzo Reale il primo teatro, però, dentro il Palazzo Reale. Ed è infatti il primo Teatro Regio, nel 1681, e con l’opera “Lisimaco” viene inaugurato ed è praticamente il primo spettacolo vero di quello che viene considerato il melodramma di teatro lirico. Con canto, ballo, musica, perché prima erano alla pari di feste. Tra queste famose feste, il “Gridellino”, che veniva dal francese un po’ storpiato “Grigio di lino”, che era il colore preferito da una Maria di Francia, sposata Savoia. Fu un balletto talmente importante che nella corte i legati, diplomatici, ambasciatori accreditati ne parlarono talmente bene, che fu addirittura copiato alla corte di Versailles e in molte altre corti europee. Fu un balletto famosissimo avvenuto qui alla corte reale: alla Galleria reale, qui alla Biblioteca reale esistono le tavole a colori ed alla Biblioteca Nazionale sono conservati alcuni stralci della musica che accompagnava questi balletti. E di quello che le sto parlando è racchiuso in una pubblicazione, dove veniva raffigurato il Piemonte, e dove ogni chiesetta, ogni paese lì nei disegni agiografi diventavano delle cattedrali. Una piccola torre d’avvistamento era un Palazzo e, quindi, questa pubblicazione era una sorta di marketing, di pubbliche relazioni che la corte faceva perché poi di questa immensa, bellissima pubblicazione stampata a Londra (ci avevano lavorato i migliori stampatori dell’epoca) è mandata presso tutte le corti europee perché era un grande biglietto da visita”.

E, dopo il Trattato di Utrecht?
“Dopo il Trattato di Utrecht viene riconosciuto a Vittorio Emanuele II un titolo ufficiale di re, non più così di Gerusalemme e di Costantinopli, ma re di Sicilia. Alla corte, addirittura, quando nel 1713 viene riconosciuto attraverso il Trattato di Ultrecht il Regno di Piemonte, viene assegnata anche la Sicilia. La corte sta quasi un anno in Sicilia, per capire come era ed allora, in quell’epoca, era difficile essere a Torino capitale ed avere i possedimenti così distanti, ebbene, allora, tramite le solite beghe politiche e trattati nel 1720 viene ceduta la Sicilia all’Austria – in Sicilia si parte dai greci, romani, arabi, normanni, francesi e fenici, meno che gli austriaci –, e, allora, l’Austria fa cambio e le viene assegnata la Sardegna. Tant’è vero che però, sempre nel Trattato di Vienna (1738), la Francia riconosce il titolo ai reali sabaudi il titolo, ma re non di Piemonte, bensì di Sardegna. Quindi, è sempre stato considerato il Piemonte lo Stato sardo, perché alla Francia dava fastidio che il Piemonte fosse riconosciuto come un reame, considerandolo ancora sempre chissà mai qualcosa per poter accedere in Piemonte per le sue conquiste territoriali”.

Il Teatro Regio nell’unità d’Italia, com’era?
“Fino all’unità d’Italia, nel 1861, questo resta sempre un regno sardo con capitale a Torino. Regno sardo, che sta quasi 15-20 anni la corte con l’avvento di Napoleone, tra la fine del 1700 e l’inizio del 1800, Napoleone invade il Piemonte e la corte viene esiliata, fugge in Sardegna, e fino al crollo del Bonaparte (1812), la corte resta in Sardegna. Rientra dopo il crollo di Napoleone, anche se però le potenze che avevano combattuto e vinto Napoleone stentano, non è che facciano immediatamente rientrare i Savoia a Torino e riprendere possesso: ci sono voluti quasi due anni ancora, tant’è vero che sono rimasti nell’isola già mesi dopo che Napoleone era stato sconfitto ma a Torino c’erano ancora presidi francesi, austriaci, spagnoli, un po’ di tutto, insomma. Con l’avvento allora di questo, Vittorio Amedeo II, ritornata un po’ di pace, stabilità, riconosciuti i nuovi confini del Piemonte, valorizzati, allora di nuovo assistiamo alla rinascita, c’è la voglia di tentare di dare un assetto al paese. Tra le grandi ambizioni – ricostruire l’esercito, risanare le finanze – il teatro all’epoca era sempre il luogo di rappresentanza massima: uno il Palazzo Reale e l’altro il teatro, perché tutto si svolgeva a teatro: non dimentichiamo che all’epoca il teatro faceva club, faceva sale da gioco, c’erano i negozi, c’erano come le chiamavano un tempo “le galanterie”, ovvero i negozi dove si vendevano i pizzi, i guanti, gli occhialini, i ventagli, e, quindi, il teatro era un luogo deputato importantissimo”.

A chi viene affidato il primo progetto della costruzione?
“Siamo nel 1730 e il primo progetto viene affidato a Filippo Juvarra, grande architetto dell’epoca. I Più BEI Palazzi di Torino, il Palazzo Madama che lei ha ammirato venendo qui in Piazza Castello, è opera di Juvarra. Egli comincia a buttare giù i primi progetti, va avanti un po’, ma poi era preso da molti impegni, continuava ad andare via da Torino e a tornare. Muore in Sicilia, durante lo svolgimento di alcuni lavori, e allora Vittorio Emanuele II si è trovato con questi progetti e col teatro che c’era solo nei disegni. E, alè, in mezzo problemi dinastici. Nel 1734-35 Vittorio Amedeo II decide di abdicare a favore del figlio Carlo Emanuele III; abdicare all’epoca era molto difficile come del resto oggi, però, questi aveva allora con le famiglie di allora – neanche niente di nuovo! - aveva un’amante che quando lui ha abdicato però questa ha continuato a sobillarlo: per dire in che situazione viveva questo re. Dopo un po’ che ha passato il titolo di re al figlio Carlo Emanuele II, vuole riprendersi la corona; e naturalmente gran subbuglio. Carlo Emanuele II con la sua nuova corte si oppone e Vittorio Emanuele II viene arrestato, confinato nei castelli, prima a Rivoli, poi a Moncalieri. La sua compagna viene arrestata, spedita un po’ di qua un po’ di là e a lui resta in questa sorta di prigionia reale – è logico – ma non poteva più uscire, non poteva più fare niente. Prende quindi bene il comando Carlo Emanuele III e nel 1738 dà mano alla costruzione del teatro. Morto Juvarra, il nuovo architetto di corte era Alfieri, il conte Benedetto Alfieri, un prozio di Vittorio Alfieri, e dà mano quindi al teatro. Consideriamo i tempi: tra il 1738 e il 1740, in due anni, viene costruito un teatro che, a detta dei viaggiatori dell’epoca, del Grand Tour, come era di moda allora fare viaggi in Italia alla scoperta delle meraviglie, era considerato uno dei teatri più importanti e più belli. I disegni del teatro Alfieri sono nell’”Encyclopedie” di Diderot D’Alembert, con tanto di tavole raffiguranti il teatro Regio, considerato all’avanguardia in tecnologia, in bellezza, in architettura. E inizia con i tira e molla dell’epoca: tre anni dopo il 1740 viene chiuso in seguito alla Guerra con la Spagna, si teme l’invasione e il teatro viene gestito da questa società di Cavalieri (40 nobili), delegati dal re, al quale concedeva perché mettessero su le stagioni d’opera. Che cominciavano il giorno di Natale o il giorno successivo, quello di Snato Stefano, e al massimo duravano fino a Carnevale. Di solito, facevano due spettacoli, due balletti che erano più importanti dell’opera, e, il teatro, salvo casi eccezionali, restava poi chiuso tutto l’anno. E faceva solo questa stagione. I cavalieri sono importantissimi ed abili nella gestione. E avevano chiesto che ogni anno si facesse almeno un’opera nuova delle due stabilite; e qui un’altra cosa strana: tra i patrimoni che l’Archivio storico oggi dispone (più di 40 mila voci, che abbiamo catalogato, registrato e che vanno dai costumi storici, figurini, bozzetti, scenografie), di queste opere nuove – e, quindi, c’erano gli spartiti e i libretti – la cosa strana è che durante l’occupazione francese intorno al 1799, uno di questi cavalieri delegati alla gestione del teatro, per paura dell’invasione napoleonica che depredasse tutti questi beni, questo conte Luigi Cotti di Brusasco (1761-1804), in due tre carrettate se li porta nella sua casa di campagna nel Vercellese nella sua Brusasco, in Piemonte. Passata la buriana dell’occupazione francese, il buon conte Brusasco non restituisce queste cose, se le tiene. La nuova corte, con la nuova restaurazione e il ritorno dei Savoia era molto restrittiva, e che aveva cancellato grandi libertà oltre che fastidi. Il conte Brusasco passa di padre in figlio e per alcune generazioni questi preziosi reperti – una sorta di biblioteca musicale con una cospicua quantità di partiture di opere rappresentate al Teatro Regio torinese verso la metà del 700 - fino a fine 800, quando uno degli ultimi eredi li dona all’Accademia Filarmonica di Torino; e oggi gran parte di questo materiale è proprietà dell’Accademia Filarmonica. Io, quando ho iniziato a interessarmi dell’Archivio, mi sono detto “mah, questo, in origine, era materiale del teatro Regio”. E, restano accreditati a questa grande collezione di quest’Accademia che era una cosa privata e che è in vigore tutt’ora: è un circolo esclusivo, di nobili”.

Poi, assistiamo al boom verdiano…
 “ Verso la metà dell’800 grande esplosione del melodramma italiano, che ha segnato l’affermarsi di Donizetti, Rossini, Puccini è già più avanti. Grandi opere di Verdi, il “Mercadante” – tosse del nostro intervistato, che ironizza: “Sono le polveri degli archivi!” – ed altre. E Torino non ha mai avuto perché è sempre è stata molto sparagnina, risparmi osa la corte, e mano a mano che cresceva commissionare un’opera a Verdi era già molto, caro, molto costoso; e, allora, si faceva delle riprese, mai un’opera di Verdi andata in prima assoluta al Teatro Regio di Torino”.

Nel 1870?
“Assistiamo agli anni della Costituzione del Regno d’Italia (1861 ufficialmente), il teatro continua ad essere del demanio reale, della corona, proprietà suo. Nel 1879, con la presa di Roma e la modificazione territoriale del Regno d’Italia, il teatro passa dal demanio della Corona al demanio italiano dello Stato italiano. Quasi contemporaneamente, il demanio dello Stato italiano si scarica questa spesa – trasferita la Capitale, da Torino prima a Firenze, nel 1864-65, nel 1870 trasferita la Capitale a Roma, allora, il demanio
 fa la donazione con obblighi e onori alla città di Torino, e quindi nel 1870 il teatro diventa proprietà della città di Torino”.

Verso il 1880, è in auge il giovane direttore Arturo Toscanini, proveniente da tourneè di grande successo…
 “Arriva a Torino raccomandato da un cantante che aveva: il teatro italiano era così famoso che Arturo Toscanini si esibisce nei grandi teatri costruiti in Sudamerica - a Buenos Aires, a San Paolo, Rio de Janeiro -, dove già c’erano molti italiani in seguito alle forti e prime immigrazioni, e dove fa opera italiana. Questo cantante russo era giù, in Sudamerica, di nome mi pare Singer, e lo raccomanda qui, a Torino. Perché? Perché lui, questo cantante, era uno dei primi cantanti di queste compagnie italiane che si esibivano in Sudamerica, Arturo Toscanini era un giovane violoncellista ed era in questa orchestra. A un certo punto di queste grandi tourneè, il direttore dell’epoca, Mariotti mi pare, si ammala o non piace più alla compagnia e viene contestato e cercavano un nuovo direttore e questo giovane violoncellista – Arturo Toscanini, appunto – dice“ah, posso farlo io!”. Lo fanno provare e lui risulta un vero genio: conosceva tutte le opere a memoria ed è stato quindi, il suo, un successone. Rientrato in Italia, questo Singer lo raccomanda a Casa Ricordi, che non era solo editore ma gestiva come agenzia cantanti, direttori d’orchestra, tutto, e, quindi, lo propone a Torino, sotto un Assessore del Comune Giuseppe De Panis, che aveva la delega del teatro Regio ed era veramente eccezionale, bravissimo. E, Ricordi, che opera per i rapporti e per le stagioni opera al Regio lo raccomanda, questo lo fa provare e Toscanini con “L’Edmea” di Alfredo Catalani debutta al Teatro Carignano, gestito dal teatro Regio”.

Toscanini, uomo, dunque, della svolta del Regio torinese?
“Diciamo dà la svolta a quello che all’epoca veniva definito “il miglior strumento d’Italia”, l’orchestra del Teatro Regio di Torino, diretta da Arturo Toscanini. Casa Ricordi ci teneva moltissimo a tenere la sua “gallina dalle uova d’oro” – Toscanini – ma giustamente mirava a qualche ricambio e chi si affaccia? Questo giovane, Giacomo Puccini, e lo vuole coltivare. Puccini aveva già fatto due-tre opere importanti, ma Ricordi giocò molto su questa “Manon Lescaut” ed allora Casa ricordi decide di farla debuttare a Torino. Però, Toscanini, nel 1893, era impegnato in altre cose, e non la dirige dunque Toscanini, bensì un altro. E lì Puccini comincia avere un grande risalto. Toscanini diventa sempre più importante, ha corteggiamenti dall’Italia e dall’estero, ma lui puntava più che altro alla Scala di Milano, che era la padrona del mercato assoluto”.

Ed è il momento di Giacomo Puccini…
 “Nel 1896 Casa Ricordi decide di puntare sulla seconda forte carta, cioè su Puccini, con la “Boheme”. Allora, Toscanini la prende in mano lui ed è un altro successo mondiale. Basti ricordare che la “Manon Lescaut” e la “Boheme”, due opere debuttate al teatro Regio di Torino sono ancora oggi nel repertorio mondiale, sono ancora in auge, soprattutto, la “Boheme”, la “Manon Lescaut” un po’ meno”.

Un’altra opera storica del Regio di Torino?
“ Dobbiamo arrivare al 1914 ed è la “Francesca da Rimini” di Riccardo Zandonai, sul libretto di Gabriele D’Annunzio. Ed ancora oggi è un’opera sui grandi cartelloni internazionali”.

Toscanini , che partecipa alla grande Esposizione Internazionale di Torino…
 “Sì, siamo nel 1898 e il grande maestro fa la stagione a Torino nell’ambito di questo prestigioso evento. E allora da solo dirige qualcosa come 41 concerti! La stagione è un po’ come l’Expo di Milano di adesso 2015, da maggio-giugno fino a ottobre. Si conferma una grande rivelazione, ma ha già questi grandi contatti con La Scala e poi passa a Milano, dove opera parecchi anni”.

Il Teatro Regio di Torino oggi, la sua salute…
 “Torino ha i suoi alti e bassi, però continua ad andare bene. E’ un buon teatro, è conosciuto. E’ ancora lì sempre senza grandi investimenti, purtroppo. La gestione è passata al Comune però non la faceva direttamente, ma attraverso gli impresari privati. Faceva una specie di appalti all’anno, il Comune stanzia tanto, chi si offriva di prenderlo, garantendo però tot di opere, cantanti di grido, begli allestimenti. Un su e giù torinese ma sempre con un buon risalto”.

Chi è passato dal Regio, oltre ai grandi Toscanini e Puccini?
“Beh, un po’ tutti i grandi artisti dell’epoca. Francesco Tamagno (Torino 1850-Varese 1905) è uno dei grandi tenori drammatici nella storia universale del canto. Torinese, ha fatto il Conservatorio, è un altro che quando debutta esplode: in pochi anni diventa l’idolo mondiale. Veniva a Torino per fare concerti gratuiti di beneficienza, però, se a teatro non gli davano i cachet che voleva lui a stagione, non veniva. Raccoglievano, grazie alle sue rappresentazioni, soldi per gli asili, per i poveri, per gli ammalati, ma, se lui se voleva fare il professionista a teatro, voleva essere pagato. Le opere in cui raccoglievano soldi per la beneficienza erano quasi dei gala, perché un tenore, un grande soprano, faceva un atto di un’opera, l’altro faceva l’altro, spezzoni, insomma, serate con tanto di costume e trucco, eh. Noi grazie ad acquisizioni, alla Compagnia di San Paolo di Torino, abbiamo acquisito dal mercato antiquariale – più di 60 costumi di Francesco Tamagno, dossier interi di corrispondenza, contratti, lettere, quant’altro – abbiamo la più grande raccolta tematica e monografica di un cantante”.

Interruzioni?
“Sì, durante la Prima Guerra Mondiale, la Grande Guerra, quella del 1915-18, il teatro viene chiuso, come lo era stato in parte in seguito all’occupazione francese. Era una gestione delle truppe occupanti, facevan balli in onore, per due-tre anni quando c’era il Principe Camillo Filippo Ludovico Borghese, che era Governatore ed era secondo marito di Paolina Bonaparte, la preferita di Napoleone. Però, lei governatrice di Torino, ci stava poco a Torino: scappava a Parigi, si recava in Costa Azzurra, Napoleone la rispediva qui. Nel suo periodo che c’era la “Venere”, Paolina appunto Bonaparte, si tenevano grandi feste. Di questa borghesia emergente, un po’ opportunistica, di grandi affari con i francesi, la grossa nobiltà locale era scappata, si era rifugiata nelle campagne, e, quindi, in quel periodo il teatro era rimasto chiuso”.

In quel periodo nasceva la Fiat…
 “Sì, ai primi del Novecento”.

La ripresa del Regio di Torino, quando?
“Proprio con la nascita della Fiat e delle prime grandi industrie, Torino ritorna di nuovo un po’ epicentro della grande industria, sede degli scioperi del periodo rosso, l’occupazione delle fabbriche, di nuovo repressione, violenza, poi, l’avvento del Fascismo con certe condizioni, certe no, il teatro è gestito da una società anonima, gestita dalla famiglia di industriali tessili, lanieri, Mazzonis, ed animati da spirito un pò monarchico e liberale – quindi, non allineati proprio col Fascismo -. Il Fascismo per dar eco a grandi manifestazioni del Partito, voleva il teatro Regio. Il barone Mazzonis si oppone, dice che non può perché perchè “la stagione, le prove, i concerti…”, e i squadristi danno l’assalto al teatro Regio e lo occupano per una settimana. Mazzonis, finalmente libero, si rivolge a Roma, da dove fanno intervenire i carabinieri, e l’opera riprende”.

E si arriva fino al 1936…
 “La notte tra l’8 e il 9 febbraio 1936 ci sono state una recita della “Lì o là” di Mulè, un’opera minore poi sparita, fino alle 23.30 circa. Tre giorni dopo doveva debuttare l’”Otello”, quindi, hanno fatto una prova di un’operetta circa in teatro, era da poco passata la mezzanotte, hanno chiuso il teatro, verso l’una e mezza qualcuno passando sotto i portici ha visto dei bagliori, ha dato l’allarme. Niente da fare, in poche ore il teatro Regio è andato completamente bruciato. L’incendio è scaturito di certo sotto il palcoscenico: un corto circuito forse per le linee surriscaldate che arrivavano agli interruttori. Il Teatro Regio era poco che era stato ripristinato da circa una decina d’anni, perché in precedenza, nel 1924, andò in scena un’opera cara al Regime Fascista “Nerone” di Arrigo Boito, opera diretta da Toscanini, venuto apposta a Torino perché l’aveva già diretta alla Scala di Milano, e Toscanini aveva chiesto che fossero approntate dei lavori, delle migliorie ( vedi rinnovo del palcoscenico, nuovi impianti luce, altro). Noi abbiamo, nel nostro Archivio delle offerte prese dal Comune da parte di ditte specializzate in sipari tagliafuoco; che divide il palcoscenico dalla sala. Fatti tutti questi lavori chiesti da Toscanini – al quale interessava di più il palcoscenico e l’allestimento – c’erano ancora problemi di costo e si decise di non fare il sipario tagliafuoco. Che avrebbe slavato il Regio, e succede due-tre anni dopo a Bologna, nel teatro Bibiena, uguale: col tagliafuoco, viene bruciato tutto il palcoscenico, ma la sala del Bibiena viene salvata. Pulita e poi ristrutturata. Qui, al Regio, invece, quando hanno visto che c’era poco da fare, il palcoscenico già bruciato, hanno tentato di entrare dalla sala attraverso dei varchi per fare barriera ad acqua contro il fuoco. Però, aperta la porta per entrare in sala, la corrente d’aria dal palcoscenico ha tirato le fiamme. Immaginiamo cosa può essere andato bruciato: gli stucchi, il velluto, il legno, tutta la splendida struttura della sala in un attimo ha preso fuoco”.

E, incomincia, immaginiamo, il calvario della storia del Teatro Regio…
 “Difatti: l”Otello”, quell’opera che si provava, va in scena tre giorni dopo, avendo perduto parte delle scenografie, tutto quello che era già pronto, al teatro “Vittorio Emanuele”, oggi Auditorium della Rai, poi, passate un po’ all’”Alfieri”, al “Carignano”, stagioni ridotte, ma, però, è sempre andato avanti”.

Negli anni Quaranta ecco Torino Esposizioni…
 “ Che si tiene nel Parco del Valentino, perché all’epoca a Torino c’era il Salone Internazionale della Moda, il SAMIA, e allora la città, accanto all’esposizione, aveva voluto costruire un teatro moderno, costruito dall’architetto Ettore Sottsass (Innsbruck 1917- Milano 2007), ed era una concezione bellissima perché una struttura grande teatrale, avendo però nel Parco del Valentino grande spazio, edificano un’arena anche all’aperto. Col palcoscenico centrale che collegava sia il teatro chiuso che il teatro all’aperto. Bellissima idea, davvero! Solo che il teatro all’aperto non era stato ultimato, nel 1942 cominciano i bombardamenti e il teatro Torino Esposizione venne centrato in pieno dalle bombe”.

Gli anni Cinquanta?
“Il Teatro Nuovo è stato ricostruito, e di lì è cominciato come sede a passare anche ad altri teatri all’”Alfieri”, al “Carignano”, “Vittorio Emanuele”, che avevano le loro stagioni. Metà stagione la facevi in un teatro, l’altra metà in un altro: basta, a partire dagli anni ’52-53 si ha come sede il Teatro Nuovo. Che aveva un palcoscenico con poca profondità, molto largo, quindi, dovevi giocare - allestimenti e tutto - più sul davanti ”.

E il teatro Regio?
“Era bruciato, sprofondato, era rimasto questo muraglione davanti. Quelli che erano un po’ ruderi, di cui si pensava, và finita la guerra, forse, si ricostruisce, nell’estate 1936 viene bandito il Concorso per la ricostruzione, vinse il Progetto disegnato da Aldo Morbelli e da Robaldo Morozzo della Rocca, ma l’Italia 4 anni dopo entra in Guerra. E, c’è un editto che vieta di adoperare per la costruzione del teatro tonellate di ferro; che servono per le armi da guerra. I due specialisti, più tardi, nel 1955, presentano nuovamente un loro progetto, che orienta la sala principale dell’edificio parallelamente a via Verdi, in un edificio previsto al fronte in aderenza a Piazza Castello. Con la scomparsa di Morbelli ed ulteriori riduzioni finanziarie (sensibile riduzione del numero dei posti), nel 1965 l’Amministrazione di Torino incarica il prestigioso architetto Carlo Mollino (1905-1973). I lavori iniziano qualche anno più tardi e vengono completati nel 1973, quando venne inaugurato il Regio” .

Ritorniamo alla metà degli anni Sessanta…
 “Si discute di costruire il Regio con i palchi o senza i palchi. Ma, a metà degli anni 60, morto uno dei due progettisti , e dopo che i loro disegni furono approvati per quasi 30 anni, è stato fatto un nuovo progetto: quello, appunto ,di Carlo Mollino”.

E, in che cosa si concreta?
“Si realizza un volume, che si distacca dalla manica settecentesca, collegandola ad essa tramite due collegamenti sopraelevati. Le pareti laterali del “Regio” sono flessuose, caratterizzate da un disegno stellare in laterizio, che richiama le geometrie decorative dello splendido Palazzo Carignano, sede un tempo del primo Parlamento italiano e del Primo Parlamento Subalpino (1848). All’interno, il superbo foyer è un vero e proprio sistema aereo di scale e di passerelle. Mollino progetta anche una Sala per concerti al di sotto del Portico, il Piccolo Regio, sala radicalmente trasformata negli anni successivi. La copertura a forma di guscio è opera dell’ingegnere Felice Bertone”.

Dopo la metà degli anni 60?
“Si comincia a ricostruire il Regio col tira e molla dei finanziamenti e avviene l’inaugurazione del 10 aprile 1973. Se calcoliamo che il primo Teatro Regio venne costruito in soli 2 anni (1738-1740) qui all’incirca 1965-1973. E di lì è cominciata la storia del teatro moderno. Come architettura qualcuno all’inizio ha cominciato a storcere il naso, oggi l’architetto Mollino vive la sua meritata celebrità (vengono architetti, ingegneri, studiosi da tutte le parti del mondo; i quali tengono addirittura dei seminari) “.

L’acustica?
“E’ stata migliorata perché Mollino aveva pensato a tutta la sala in legno; anche lì problemi economici e tutta la sala (grazie agli interventi coordinati da Roberto Gabetti e da Aimaro Isola, rivoluzionati radicalmente i rivestimenti delle pareti e il boccascena al fine di migliorare l’acustica) è stata fatta di moquette, pavimento, palchi, le pareti. E questo rendeva il Regio un po’ sordo, piovvero alcune critiche. Negli anni 90, in due anni è stato ristrutturato tutto ed è stata tolta tutta la moquette. Chiuso un po’ di più il teatro, che era di 1600 posti ed è stato ridotto a 1450, messa legna per terra, dietro le poltrone, di fronte ai palchi, tutti rivestiti in legno e bellissimi, e allora l’acustica è migliorata molto. La cupola era già buona, la solita, in legno, con gli stucchi. Nel 1994, interventi che modificano la sala principale e la piazzetta antistante l’ingresso: il cui spazio di fronte all’ingresso viene chiuso da una cancellata disegnata dall’artista Umberto Mastroianni”.

Decorazioni? L’orologio?
“Non abbiamo fregi nobiliari. Dipinti? Nel 1740 c’era un decor, e quello era il primo”.

Personaggi importanti, teste coronate, Capi di Stato, Pontefici al Regio? La superstizione?
“Nel 1973 inaugurarono il Nuovo Teatro e fu un fatto eccezionale. Il Sovrintendente dell’epoca, che si chiamava Giuseppe Erba, ebbe l’idea eccezionale, questo scoop incredibile di far debuttare Maria Callas nella regìa. Con polemica, non le dico, di tutti i costi, direttori che cambiavano, Gianandrea Gavazzeni, però, all’epoca conviveva con il grande tenore Giuseppe Di Stefano, col quale Gavazzeni aveva litigato con varie scenate. Quando ha saputo che la Callas teneva Di Stefano come secondo in fatto di regia, la regia infatti era Callas-Di Stefano, Gavazzeni non ne ha voluto più saperne, dicendo che aveva degli impegni, gli erano state comunicate date diverse, e aveva rinunciato. Nacque la ricerca e il problema, oltre che la scelta del sostituto. Un nome importantissimo, già vecchio, ma però che aveva fatto la storia a Torino era Vittorio Gui (Roma 1885-Firenze 1975). Gui accettò molto volentieri, ma aveva più di 80 anni all’epoca, durante le prove faticò così tanto, che gli prese un coccolone Fu trasportato all’ospedale, si riprese, però - ammonirono i medici - “il maestro assolutamente non deve più lavorare, non deve salire sul podio!””.

I direttori d’orchestra Herbert Von Karajan, Riccardo Muti, sono passati?
“Ma, sono passati tutti; Pavarotti, adesso che mi fa venire in mente, ha fatto la “Boheme” del centenario”.

L’opera che più piace ai torinesi?
“Proprio la “Boheme” di Giacomo Puccini”.

Che tipo di pubblico è quello del Regio, critico?
“Mai insorto, che io sappia. No, no, assolutamente no! Una volta soltanto, in “Un italiano in Algeri”, con una regia contemporanea di Ugo Gregoretti: un po’ di fischi, interruzioni di pochi minuti, cosa di poco conto”.

Bacchette di direttore d’orchestra dimenticate in hotel o nel camerino?
“Oggi , in senso materiale, quasi nessun direttore usa la bacchetta. Il nostro Direttore Gianandrea Noseda, che è uno degli emergenti, non usa mai la bacchetta. A proposito di bacchette d’orchestra: io ne posseggo una, a casa mia, di bacchetta - e che poi passerò all’Archivio del Regio -, bacchetta che mi aveva regalato Gianfranco Rivoli: sì, me l’aveva donata lui, di persona, dopo una recita. L’ho tenuta, conservata come ricordo”.

Superstizione?
“(Siamo entrati in teatro). C’è stata un po’, perché il teatro ha questo soffitto con tracce di viola. Che anche lì la Callas era rimasta un po’ sorpresa, stupita. Ma anche quello è superato, il viola in teatro non è più un’ossessione. Questo soffitto, con questa splendida illuminazione di sala, questo lampadario…”.

Di che cosa sono fatti i lampadari del Regio di Torino?
“Di cristalli e di perfech, materia plastica, cristallina. Questa è la nuvola di luce, e sono 1400 lampadine che si accendono, in questi tubi di alluminio che s’alternano con questi cristalli triangolari, di materia plastica, e quindi dà questi riflessi. Lampadine poste ad altezze diverse. Quando è stato fatto il restauro, la modifica al Teatro, questa era ancora quello tutto in legno; quando è stata fatta la modifica, è stato il boccascena chiuso, a scatola, le faccio vedere. L’inaugurazione è del 1973, negli anni 90 sono state fatte queste cornici più da tromba, che sembrano raccogliere con la loro forma di conchiglia, qui è stata tagliata leggermente, perché le file laterali, facendo venire avanti le altre, sono state ridotte. Vede questi bagliori, queste strisce? Hanno del viola, partono dal rosso dietro e, mano a mano, vengono avanti con del viola. E tutto è stato fatto sul progetto di Mollino, come una sorta di prefabbricato che può essere smontato. Quindi, dietro, la struttura è rimasta integra”.

Quindi, che colore diamo al teatro Regio di Torino, alla sua polvere?
“ Beh, predominate è il rosso. Il pavimento è di un colore rosso”.

Un singolare incidente, rimediato subito durante lo svolgimento o prima della rappresentazione?
“In un “Ulisse” di Dalla Piccola c’erano delle contestazioni, scioperi, dopo un’interruzione è stata completata al suono del pianoforte. Ma, è successo una volta. Poi, è successo quando c’è stata la contestazione del coro, che è salito sul palcoscenico, è salito sulla ribalta, perché voleva leggere dei proclami, ma, quella volta, il pubblico già se n’era andato, contestando lui l’episodio. Poi, l’artista che è rimasto ha terminato con grande successo seduto al pianoforte, ma nulla di clamorosamente eclatante”.

Grandi avvenimenti?
“Nel 1990, nell’ambito della celebrazione dei 250 anni di fondazione del teatro Regio. Ed è stata una grande mostra, che è durata tutta l’estate. Materiali, documenti, raccolti da biblioteche e teatri di mezza Europa, una di queste si chiamava l’”Arcano incanto”, bellissima mostra davvero! Nel 2006 è stato celebrato il centenario della “Boheme”, con gente arrivata dall’America”.

Teste coronate, Vip?
“La regina Elisabetta era venuta a Torino nel 1961, durante le celebrazioni del centenario dell’Unità d’Italia, è venuta a vedere la grande mostra Italia 61, in teatro però non è venuta. Michail Gorbacev è venuto, i cantanti, le ho già detto, Pavarotti, la Callas, seppur, costei, tra amori e contestazioni (ma, per noi è stato un grande evento): per l’inaugurazione del teatro, nel 1973, con la stessa Callas, a Torino c’erano 400 testate giornalistiche, con agenzie, televisioni, eh! Poi, la Fracci, Nureyev, il ballerino e coreografo Paolo Bortoluzzi. Adesso son due anni che si esibisce Roberto Bolle, oggi il più grande ballerino al mondo; piemontese, di Trino Vercellese”.

E il compianto maestro e senatore a vita Claudio Abbado?
“E’ venuto qui con i “Berliner” e nel 1997 ha fatto un “Otello” storico, sempre con i “Berliner”: abbiamo un palmares a livello di grande teatro europeo. Il “Regio” sono 3-4 anni che è stato in Giappone, in Cina, in Russia, in Francia, in Germania, in America. No, in Sudamerica, non ancora. America del Nord, Canada, sì, invece!”

Pontefici?
“Sì, Papa Ratzinger è venuto qui, al “Regio”. All’epoca dell’inaugurazione del 1973 è venuto l’allora nostro Presidente della Repubblica, on. Giovanni Leone, no, non è ancora venuto Sergio Mattarella; il nostro Capo di Stato è venuto per la Sacra Sindone il 14 maggio (2015), ma, lo aspettiamo prima o poi anche qui, al teatro “Regio”. Dovrebbe ritornare nel suo Piemonte il nostro Papa piemontese Giorgio Bergoglio, in visita il prossimo giugno (ndr, 21 giugno 2015) a Torino, alla Sacra Sindone”.

Quali pittori hanno prestato il proprio talento per le coreografie all’inizio del Novecento?
“Pablo Picasso, con i balletti russi, i balle russi, uno degli avvenimenti più clamorosi dell’inizio del 900. Beh, la nostra inaugurazione è stata fatta da Aligi Sassu, che ha dipinto scene e costumi. Alberto Burri, il pittore famoso anche per i suoi tagli sui sacchi, per esempio, ha fatto un “Tristano e Isotta” di Wagner incredibile: questa scenografia di plastica nera, sa come faceva lui, operava con la fiamma ossidrica, che faceva colare gocce di acciaio colate; tutta nera, solo con qualche elemento, un divano rossa, una poltrona rossa, contrasti di questo tipo”.

La modernità, in quale scenografia, in quale opera al “Regio” di Torino?
“ Modernità nelle opere, per me, è un abuso perché non è che riconquisti il pubblico, crei del pubblico nuovo. Il pubblico tradizionalmente o quello nuovo deve essere abituato a conoscere un’opera come è nata. Perché se io faccio una “Giovanna D’arco”, voglio vedere l’epoca, i costumi, gli ambienti dell’epoca. Quando una Giovanna D’Arco vestita d’oggi da ciclista sì, la puoi modernizzare, ma, per me, tante opere modernizzate sono dei fallimenti. In positivo, mi ha colpito 3 anni fa, nel 2012, la “Madama Butterfly” del giovane veneziano Damiano Michieletto, uno dei registi che oggi va per la maggiore. Allora, lì, viene fuori ambientata ad oggi, ma, creata nell’ambiente delle prostitute, l’americano gradasso che entra in scena con la macchina bianca, scoperta. Però, lì c’è il senso che la “Butterfly” originaria di Puccini, c’è sempre questo contrasto tra l’americano che va lì, si fa la ragazzina, la Butterfly, la seduce, la sposa con rito orientale, e poi se ne va via. E, la molla, col figlio che gli nasce. E ha l’arroganza di tornare con la moglie americana di nuovo a cercarla. Quindi, questo spirito che c’era già nel’opera di Puccini, cioè l’arroganza di considerare l’Oriente all’epoca come terra di facile preda, conquista (basta andare lì, ti prendi su la ragazza), allora, trasferito oggi con l’americano che arriva nelle grandi città del Sudest asiatico, così, con la stessa arroganza che prende questa prostituta, la maltratta, la lascia, e che lei arriva a suicidarsi sparandosi invece di fare harakiri, qui, lo spirito c’è ed è stato valorizzato. Altre trasposizioni non hanno senso. Mi è piaciuta di più, ho capito questa trasposizione”.

L’opera che le fatto accapponare la pelle, l’ha più emozionata?
“La trasposizione contemporanea, che ho sentito molto, dei “Vespri siciliani”: che ha fatto anche da spettacolo ufficiale delle celebrazioni del 150nario, nel 2011, e il regista Davide Livermore, ambientato attorno alla strage di Capaci, quella che vide assassinati i magistrati Falcone e Borsellino. Mi hanno molto commosso. Poi, “La Tosca”, la “Butterfly” di Puccini, e di Verdi, musicalmente, “La forza del destino””.

Che, sostengono convinti i più scaramantici del mondo del teatro, non bisogna mai pronunciare quest’opera verdiana in maniera completa…
“Ecco, questo è un altro dei luoghi comuni: porta scalogna. E’ come il color viola, stessa storia”.

Torino, 26 maggio 2015, Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it

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