ULTIMA - 21/2/19 - 1^ EDIZIONE DELLA VIAREGGIO WOMEN'S CUP, ECCO LE 8 SQUADRE

Bologna, Fiorentina, Florentia, Genoa, Inter, Juventus, Sassuolo e Spezia sono le otto formazioni femminili che dal 18 al 26 marzo prossimo daranno vita alla prima edizione della Viareggio Women’s Cup, organizzata dal Cgc Viareggio: la manifestazione, come il torneo maschile, è riservata alle formazioni Primavera. Il torneo femminile sarà articolato in due
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INCONTRI VIP'S

13/11/15 - INCONTRI RAVVICINATI: FEDERICO FORNONI (“DONIZETTI” DI BERGAMO)

Nel cuore pulsante di Bergamo bassa, eccoti una piazzetta in cui troneggia il monumento al grande compositore Gaetano Donizetti. Bergamo non è solo Donizetti; non è solo…bassa, ma anche alta…, elevata musicalmente anche da Gianandrea Gavazzeni, magnifico direttore d’orchestra. Co-responsabile editoriale e segretario artistico della Fondazione Donizetti è il giovane, classe 1977, Federico Fornoni. Il quale ci ha accolto nel suo studio, in uno degli ultimi piani del teatro. “Bergamo è città divisa, anche dal punto di vista geografico, in due parti: nella città bassa e nella città alta, e questo ha comportato che storicamente ci fossero due teatri: nella città bassa, questo, dove ora ci troviamo, l’attuale Teatro Donizetti, che è nato come teatro Riccardi, dal nome dell’impresario che ha voluto la costruzione del teatro. In città alta, appena restaurato da pochi anni, c’era e c’è ancora il Teatro Sociale. L cosa interessante è che i due teatri operavano in momenti dell’anno diversi: il Teatro Sociale, della società, voluto dall’aristocrazia bergamasca, faceva la stagione in Carnevale, iniziava a fine anno e proseguiva fino alla fine di Carnevale, mentre qui, nella città bassa, si faceva la stagione di fiera. Perché esattamente negli spazi davanti al Teatro “Donizetti” si teneva la fiera in occasione del santo patrono, Sant’Alessandro, e, quindi, siamo tra la fine di agosto e settembre. L’attività teatrale attirava i commercianti, anche quelli che venivano dal circondario ed anche da più distante, e si rappresentavano spettacoli d’opera e anche di prosa. Quindi, in questo luogo c’è in realtà sempre stato il teatro almeno fin dal Seicento. Certo, erano teatri provvisori, quindi, in legno, che venivano dunque costruiti ogni anno, e, alla fine della fiera, venivano distrutti e l’anno nuovo si costruiva un nuovo edificio. Quindi, smontati e rifatti ogni anno”.

Legno, di che tipo?
“Mah, erano materiali totalmente provvisori”.

Proseguendo e venendo alla fine del Settecento…
 “Alla fine del Settecento, questo Riccardi di far costruire un teatro in muratura esattamente nel luogo in cui venivano approntati questi teatri provvisori. Ed è rimasto così poi l’attuale Teatro Donizetti, che ha il nome del compositore in occasione del centenario della sua nascita, il 1897. Il teatro in muratura, dunque, nasce alla fine del Settecento, e poi, come Teatro Riccardi, ed, infine, come Teatro Donizetti, denominazione datagli proprio in concomitanza col centenario della nascita del compositore di Bergamo”.

Quali sono i personaggi più prestigiosi che il “Donizetti” ha ospitato?
“Ha ospitato personaggi importanti, nel senso che corso della storia Donizetti è venuto qui non in molte occasioni, in una-due occasioni ad assistere agli spettacoli. E’ venuto Vincenzo Bellini a produrre delle sue opere, ed è venuto Giuseppe Verdi: la seconda produzione del “Rigoletto”, dopo “La Fenice” e Venezia, vede Bergamo come seconda città ad ospitarla. Poi, nel corso del Novecento, abbiamo Maria Callas in “Lucia di Lammermoor”, e Leila Genger, che è una delle cantanti più importanti del repertorio donizettiano, e chiaramente si intuisce che Bergamo è una città molto musicale. Basti pensare che abbiamo avuto tanti musicisti importanti”.

Vogliamo ricordarli?
“Sì, a cominciare dal 1700 abbiamo avuto Pietro Antonio Locatelli, che è stato uno dei violinisti più grandi d’Italia, poi, Paganini, qui ha vissuto parecchi anni Simone Mayer, che è stato il maestro di Donizetti. Poi, Alfredo Piatti, che è nato qui, ed è stato uno dei grandi violoncellisti di sempre, grandissimi cantati, grandissimi tenori, quali Giovanni Battista Rubini, il più importante dei tenori dell’Ottocento, primo interprete delle opere di Vincenzo Bellini e di Gaetano Donizetti, vedi “Anna Bolena” – opera scritta dal Donizetti per Rubini – e poi nel Novecento Gianandrea Gavazzeni, direttore d’orchestra, compositore, scrittore, un intellettuale a 360 gradi, a tutto tondo. Essendo un grande interprete di Donizetti,anche lui chiaramente è spesso venuto qui a dirigere produzioni operistiche fino all’anno prima che morisse: l’anno era il 1996 e nella stagione 1995 era qui ancora attivo”.

Arturo Toscanini, è venuto?
“Toscanini non ricordo, Herbert von Karajan, no”.

Pittori che hanno, all’inizio del Novecento, prestato la loro arte al “Donizetti”?
“Sì, ci sono stati fra gli anni Trenta e gli anni Cinquanta, qui a Bergamo si è celebrata la Stagione delle novità” opere commissionate apposta, contemporanee dell’epoca, spesso gli artisti si prestavano a creare con i loro pennelli le scenografie. Per esempio, Giorgio De Chirico, Carlo Carrà, Giacomo Balla, no, abbiamo qui qualcosa de i bozzetti di quel periodo, Trento Longaretti (nato a Treviglio di Bergamo nel 1918), gloria locale ed ancora vivente. Più di recente, ma non siamo nell’ambito pittorico, bensì nell’ambito registico, alla fine degli anni Novanta ha fatto una regia Ermanno Olmi, che pure è bergamasco, credo su “Lucia di Lammermoor”, per il bicentenario della morte di Donizetti, nel 1997. In realtà, Bergamo è una città che ha avuto artisti importanti, adesso nell’ambito musicale ci sono direttori d’orchestra bergamaschi che sono noti, prendi Corrado Rovaris, che è direttore dell’Opera di Philadelphia, Roberto Brizzi Brignoli, che è un altro direttore, allievo di Muti e ha fatto una carriera internazionale stupenda. Poi, Fabrizio Maria Carminati, che lavora a Marsiglia, ed anche per lui c’è una carriera internazionale molto importante. C’è una fortissima tradizione musicale, legata proprio a questioni storiche, perché Mayer, maestro di Donizetti ha creato qui una Scuola di Musica, che attualmente è Conservatorio di Bergamo, agli inizi dell’800, che ha sfornato una serie di talenti impressionante”.

Registi, Visconti è venuto, Zeffirelli?
“Maria Callas nel 1954 ha interpretato “Lucia di Lammermoor”, poi, si sono esibiti Vittorio Gassman, Luciano Galmozzi, facente parte del “Teatro delle novità””.

La superstizione al “Donizetti”?
“Fortunatamente, diversamente da altri teatri, qui fantasmi non ne abbiamo. Beh, poi, ci sono i classici scongiuri per dei colori, che non possono essere indossati, in primis, il viola. Poi, opere che non possono finire di essere pronunciate. Adesso che mi fa ricordare, una cosa divertente – successa qualche tempo fa – c’è quest’opera di Verdi che non nomino perché è bene non nominarla (“La forza del…) e stavamo in una conferenza stampa presentando un’opera di Verdi, che non era quella cui alludiamo, e il relatore ha pronunciato integralmente il titolo esteso e completo dell’opera,e, allora, giù i debiti scongiuri. Beh, nel giro di dieci secondi è saltata la corrente in tutto il teatro “Donizetti”, quindi, sala improvvisamente al buio, panico, e noi che abbiamo dovuto raggiungere il palcoscenico, siamo corsi a provare di riattaccare e a premere i pulsanti dell’accensione delle luci. Quindi, è bene non sfidare certe superstizioni, certi luoghi comuni porta sfortuna!”.

Episodi particolari accaduti in questo politeama?
“Recentemente, giusto qualche anno fa, c’è stata una cosa piuttosto divertente, ma che avrebbe potuto trasformarsi in qualcosa di tragico: durante una produzione che abbiamo fatto, il direttore d’orchestra Bruno Cinquegrani che stava svolgendo il proprio mestiere, e a un certo punto gli è scappata di mano la bacchetta, e questa ha rischiato di infilarsi nell’occhio di una signora della prima fila. Proprio per pochi cm non l’ha colpita, ma fortunatamente solo sfiorata. Stava dirigendo “Marin Faliero” di Gaetano Donizetti e spostando la mano all’indietro, come una sciabola, gli è scappata”.

Proteste, interruzioni?
“No, sotto quest’aspetto, diciamo che finora siamo stati fortunati. No, proteste clamorose, no, non ce ne sono mai state, ma, incidenti che normalmente capitano nell’attività dal vivo, quindi, cantanti che alla prova generale avevano incidenti e quindi non erano disponibili due giorni dopo per la recita. Ed allora c’era il tempo per correre ai ripari. Ma, credo che siamo nella normalità degli avvenimenti”.

Luciano Pavarotti, Placido Domingo, Carreras?
“Pavarotti? Loro direi che qui non sono venuti. C’è stato spesso Riccardo Muti, l’ultima volta in ambito concertistico è stato qui la settimana scorsa, anche perché nell’ambito del Festival operistico con la sua orchestra, l’Orchestra Cherubini, e ha diretto Mozart, Verdi e Schubert. Naturalmente in teatro ha riscosso grande successo. No, invece, Andrea Bocelli, soprattutto perché negli ultimi c’è stata la tendenza al “Donizetti” di ricercare nuove voci: noi non siamo “La Scala”, “La Fenice”, non siamo il “Carlo Felice” di Genova, ed una delle nostre missioni è proprio anche quella di cercare di scoprire i giovani, di cercare di dare a loro un’opportunità alla loro carriera. Per cui, effettivamente negli ultimi anni sono usciti e stanno uscendo parecchi cantanti importanti. Di recente, il tenore Roberto De Biasio, Maria Agresta, una delle soprane più in auge”.

Com’é il pubblico del “Donizetti”? E qual è l’opera più acclamata?
“Il pubblico bergamasco è un pubblico molto competente, appassionatissimo, per cui è piuttosto difficile da conquistare. Infatti, sulla prima di ogni produzione, si inizia sempre con un ambiente un pochino freddo, perché probabilmente, come dice lei, sa di sapere, di conoscere bene le opere e aspettano di capire come sta andando lo spettacolo prima di lasciarsi coinvolgere. Magari, ci impiegano anche un atto, un atto e mezzo prima di lasciarsi ammaliare, conquistare. L’opera che meglio rappresenta, incardina il sentimento, il gusto dei bergamaschi è sicuramente Donizetti”.

E quale opera?
“Eh, ne ha scritte più di 70, oltre a numerose composizioni di musica sacra e da camera. Quella che è andata più in scena è la “Lucia di Lammermoor”, ma, ultimamente stiamo riscoprendo titoli che da altre parti non si fanno anche perché sconosciuti, e c’è sempre stata una ricezione molto positiva del pubblico. Anzi, il nostro pubblico penso che sia contento di non sentire sempre “Lucia di Lammermoor” , “Elisir d’amore”, “Don Pasquale”, ma, in alternanza anche altre opere, sconosciute, che vengono colte bene. Ogni anno, il “Viva Donizetti!” urlato dal loggione, questo sì. Sul resto del repertorio italiano, il nostro pubblico è abbastanza tradizionale, quindi, repertorio italiano ottocentesco da Puccini a Rossini a Verdi. Nei prossimi anni, inizieremo un lavoro anche sul repertorio più vicino, quello del Novecento e quello contemporaneo, perché il pubblico va un po’ educato”.

I balletti?
“Rudolf Nureyev, sì, nel 1980, durante un recital di ballo, assieme alla la Fracci: la Fracci esattamente per un passo-due di Petr Cajkowskij, e in “Gizelle” di Adolphe-Charles Adam. La Fracci ha interpretato tre produzioni operistiche, quelle all’interno delle quali c’era una parte riservata, dedicata al balletto, è venuto Roberto Bolle. Ultimamente, il balletto chiude la stagione lirica, con un balletto che importiamo da fuori, non siamo noi a produrlo, non viene creato qui, all’interno del teatro”.

Inizio della stagione lirica?
“In genere, tra settembre ed ottobre, ma quest’anno ad ottobre e avremo il balletto della Scuola di Tirana”.

L’acustica, com’è?
“L’acustica è decisamente buona, la sala ha il problema che è ancora completamente ricoperta di velluto; quindi, assorbe molto il suono. Ancora migliore, perché il teatro è completamente in legno, quella del Teatro Sociale, che, però, è più piccolino, comprensivo di 500 posti”.

Mai un incendio?
“Sì, ci sono stati incendi; tra l’altro, appena dopo la costruzione, pochi anni dopo il Settecento, il teatro è stato ricostruito. Adesso come adesso, la proprietà è del Comune di Bergamo, quindi, è un teatro comunale a tutti gli effetti”.

I loggioni sono decorati, l’orologio del “Donizetti”?
“La sala è piuttosto semplice e spoglia, non ricca di sfarzi.

C’è il tagliafuoco?
“Sì, e viene abbassato, il palcoscenico è separato completamente dalla sala, ed è il secondo palcoscenico più grande della Lombardia, dopo “La Scala”, quindi, è molto comodo, anche se al momento, essendo un po’ vecchiotto, necessiterebbe di essere risistemato, per cui siamo ancora uno dei teatri che ha i tradizionali tiri a mano, con i macchinisti che con la loro tecnica, esperienza e forza fisica ed abbracci devono muovere le scene. Il rischio è che sono mestieri, quelli dei macchinisti, che vanno persi, perché introducendo oramai i tiri meccanizzati, i tecnici non hanno più la capacità di usare le braccia e le mani”.

Il rapporto tra il “Donizetti” e “La Scala” di Milano, ad una cinquantina di km? C’è rivalità?
“Siamo veramente su due pianeti diversi, facciamo attività diverse. Loro hanno una stagione che dura tutto l’anno, con proposte variegate. Noi abbiamo una stagione più limitata, incentrata sui nostri titoli forti, Donizetti in primis. E’ una stagione, in gran parte, monografica, per soddisfare soprattutto il pubblico locale. Facciamo “Rigoletto” piuttosto che “Traviata” piuttosto che altri titoli, ma è una funzione locale. Un nome che attira molto anche da fuori, e con molta presenza straniera, è stata quella di Donizetti. Anche dal punto di vista programmatico, non ci può essere una benché minima rivalità. C’è una collaborazione piuttosto stretta con l’Accademia del teatro La Scala, specie sull’attività didattica, e c’è un certo scambio di pubblico, con i bergamaschi che chiaramente vanno alla Scala, però, abbiamo il pubblico della Scala che, specialmente, sui titoli donizettiani, viene qui”.

La modernità, in che cosa si è espressa nelle opere andate in onda al “Donizetti”?
“ In “Così fan tutte” di Mozart c’era una Fiat 500: entrava un’automobile sul palcoscenico, poi, abbiamo avuto un falconiere col falco, ne “La Gemma di Vergy”, che è un’opera di Donizetti, e poi modernità pure nella ”Maria De Rudenz””.

A questo punto, entra in scena il maestro Livio Aragona, napoletano, collega del Fornoni (e, quindi, Responsabile pure lui delle attività editoriali della Fondazione Donizetti), il quale fornisce il suo contributo a livello di testimonianze sul teatro bergamasco: “”Maria de Rudenz” , opera anche questa donizettiana, di repertorio, con una scena tutta costruita architetture molto astratte con tubi Innocenti, ambientata sostanzialmente in un manicomio, rappresentata come una proiezione di tutti questi personaggi. E’ anche uno dei titoli più cruenti , più sanguinari di Donizetti. La modernità, secondo me, la si coglie se c’è una forte attualizzazione di contenuti della scena drammatica; e non semplicemente come aggiunta, come contorno. Quindi, se la scena è funzionale a una nuova riflessione sui temi del teatro donizettiano, allora, funziona, ma, se è semplicemente un’aggiunta pretestuosa non va. Non toccare i testi, il contenuto dei libretti, ma abbracciare un’interpretazione fatta passare in maniera moderna”.

Le luci del “Donizetti” di Bergamo, di che colore sono?
“La sala, essendo tappezzata di velluto, al momento, il colore che rimane è il rosso. In realtà, la sala è molto semplice e molto povera anche di decori, non ha nulla di particolare”.
Livio Aragona: “Il decoro, è vero, è molto sobrio, e le luci richiamano un primo Novecento, che sprigionano una luce molto dorata che arrossisce i velluti che ricoprono le pareti e le poltrone. Sul palcoscenico, invece, puntiamo in genere delle luci molto moderne. Il tratto di modernità che qui possiamo annotare è l’illuminotecnica scenografica, che le regia oggi sfruttano molto e le scene giocano molto sulle possibilità che danno le luci, le proiezioni. Si assiste a questo bel gioco di contrasti tra luci calde e luci fredde e gli effetti sono bellissimi. E, spesso, la scena è proprio costruita con le luci. Per esempio, in ”Elisir d’amore” con Francesco Bellotto, c’era questa scena immaginata, questa specie di scena notturna in cui Nemorino, (uno dei protagonisti, il quale sogna di trovare il magico elisir), rimane affascinato dalle lucciole e c’era queste lucciole che cadevano dal cielo e erano tutte piccole luci led che lui afferrava. In quel caso si avverte l’utilizzo di una tecnologia moderna ed ultramoderna col teatro, che viene utilizzata per evocare un’ambientazione molto legata all’opera, un’opera agreste. E le risorse di quelle tecnologie moderne sono servite a riportare in vita un tema importante dell’opera, ovvero questa sua ambientazione virgiliana, agreste, o georgica, come la definisce lei”.

Federico Fornoni: “Anche l’oro, il giallo sono i colori della facciata esterna, ed anche quella del foyer, perché questo è un teatro rimasto antico”.

L’opera che più vi ha emozionato?
Fornoni: “”La Gemma di Vergy”, in cui, alla fine del primo atto, c’è questo concertato, e tutti i personaggi più importanti cantano tutti assieme. Da pelle d’oca, davvero!”

Quasi un inno…
“No, non è tanto un inno, perché nell’inno tutti cantano la stessa cosa; invece, nel concertato ognuno canta una cosa diversa, però, messi insieme è tanto”.

Livio Aragona: “Per me, quella che in questi ultimi dieci anni che opero qui al Teatro Donizetti mi ha emozionato è stata l’opera che ha aperto il Festival donizettiano, nel 2006: “Roberto Beverè”, opera di Donizetti, un vero capolavoro e fu una delle prime riscoperte fatte sul grande artista bergamasco e ha dei momenti bellissimi. Uno dei momenti più culminanti dell’opera è l’aria finale che canta la regina Elisabetta, quest’aria lenta, molto addolorata”.

La originalità, la specificità di Gaetano Donizetti?
Fornoni: “Donizetti ha scritto opere di ogni tipo, dai melodrammi molti e tragici ad opere comiche, opere francesi, opere semiserie, ha fatto tutti generi. Un po’ come Stanley Kubrick: ogni film è diverso dall’altro, una sorta di arcobaleno di titoli”.

Tornerà a fare i boom degli anni del Novecento il nostro teatro?
Fornoni: “E’ difficile far passare il nostro messaggio culturale per forza; il teatro deve aprirsi ed uscire, deve andare in città, perché restare chiusi qua dentro si muore, non c’è niente da fare!”

Bergamo, 28 maggio 2015, Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it

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