ULTIMA - 18/3/19 - LA VIRTUS VINCE A TERAMO E INTRAVEDE LA SALVEZZA

Continua la serie positiva della Virtus Verona di mister Gigi Fresco che vince per 2 a 1 allo stadio “Bonolis” a Teramo e la salvezza ora sembra davvero possibile. I rossoblu veronesi hanno un ottimo approccio alla gara e all’11° sono già in vantaggio. Onescu dalla destra con un traversone basso taglia l’area biancorossa e sulla palla arriva in spaccata
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INCONTRI VIP'S

24/11/15 - INCONTRI RAVVICINATI: MAURO PERUGINI E OLIVIER MATTIOLI (“SFERISTERIO” MACERATA)

Tra i teatri di tradizione italiani, oltre a quelli che abbiamo scelto di visitare e di riportare in questo libro (il “Ponchielli” di Cremona, il “Donizetti” di Bergamo, il “Bellini” di Catania, il “Regio” di Parma, “Pavarotti” di Modena), abbiamo scelto anche lo “Sferisterio” di Macerata. Marche, abbiamo con gioia scoperto, terra di tante eccellenze, ma terra pure di Teatri: tra storici restaurati e funzionanti, in questa florida ed operosa regione ne pulsano ben ventidue. Grande, infatti, era verso la metà del Settecento la passione nell’aristocrazia e nei ceti popolari per ogni forma di spettacolo teatrale, dal melodramma al teatro di prosa. E si realizzano vere e proprie “opere d’arte”, tra cui abbiamo scelto il teatro “Lauro Rossi” e lo “Sferisterio”. Per quanto riguarda il “Lauro Rossi”, nel 1765, 46 nobili maceratesi costituiscono un condominio teatrale per realizzare un nuovo teatro pubblico “nell’istesso sito ma in forma più amplia” di quello che c’era già. E l’incarico viene affidato al più grande architetto teatrale del tempo, Antonio Galli detto “Il Bibbiena” (1677-1774). Progetto, in seguito riadattato dall’omologo imolese Cosimo Morelli (1732-1812). Viene rispettata la pianta a campana, con 4 ordini di plachi centinati e mossi da eleganti balconcini con balaustre a rilievo. Eleganti colonne, in ordine gigante, incorniciano i palchi del proscenio. All’aristocrazia gli ordini dei plachi, alle autorità invece il palco centrale. A forestieri e a popolani viene riservata la platea. La sala sottolinea il modello di teatro all’italiana e propone un raffinato scorcio urbano circolare di grande signorilità tardo-barocca. L’inaugurazione dell’edificio avviene nel 1774: va in scena l’”Olimpiade”, opera del compositore napoletano Pasquale Anfossi, libretto di Pietro Metastasio. Nel 1884 è intitolato al musicista maceratese Lauro Rossi (1812-1885). Oggi ha una capienza di circa 550 posti. Nella prima metà dell’Ottocento, alcuni benestanti maceratesi vollero dotare di una struttura permanente per il gioco del pallone col bracciale – ammirato da Ghoete in uno dei suoi viaggi in Italia; Carlo Didimi fu il famoso battitore di Treia (Mc) -, gioco che si svolge tra 3 giocatori (battitore, spalla e terzino) con un pallone di cuoio di circa 350 grammi, colpito da un bracciale di legno durissimo, un manicotto di sorbo munito di sette file di denti di corniolo (perde chi non fa superare al pallone la linea mediana, e il punto conquistato si conta un po’ come nel tennis con 4 quindici). Divertimento, nato nell’Italia centrale e praticato anche in Toscana, Piemonte (Asti) , Marche e in Romagna, e al quale gioco perfino Giacomo Leopardi con la famosa “Ode ad un giocatore”, con riferimento a Carlo Didimi, ed Edmondo De Amicis, il quale dedicò il suo romanzo “I rossi e gli azzurri”.

A Macerata, per quanto riguarda la visita allo “Sferisterio”, siamo accolti da Mauro Perugini, Responsabile dei Rapporti Istituzionali dell’Associazione Arena Sferisterio di Macerata, e da un suo collaboratore, Olivier Mattioli. Mattioli ci racconta che “all’interno dello “Sferisterio” si teneva anche la giostra tra uomini e tori, una caccia al toro, una tauromachia molto richiesta dal pubblico e molto popolare nello stato Pontificio. Il monumento fu incominciato nel 1820 su disegni di Salvatore Innocenzi, alla fine fu realizzato su progetto architettato da Ireneo Aleandri, di San Severino Marche (Mc). "L’inaugurazione dello Sferisterio” avvenne il 5 settembre 1829. La particolare forma dell’edificio composto da campo da gioco, locali, muro d’appoggio, plachi, balconate fu studiata per meglio adattarsi alle caratteristiche di tutte le attività ginniche della prima metà dell’Ottocento”.
Sempre Mattioli parla di “un’immensa arena (90 per 36 metri9 delimitata da due testate rettilinee raccordate da un’ampia curva e da un maestoso muro rettilineo di fondo alto 18 metri e lungo quasi 90. E’ il famoso muro d’appoggio previsto dal regolamento del gioco del pallone come batti palla”.

E la platea?
“E’ vasta, dotata di fondo erboso ed è cinta da una gradinata rialzata in muratura , inizialmente concepita per ospitare le stalle per gli animali, in primis i tori, destinati al gioco della “caccia al toro”. Poi, le colonne sono 56, con base attica, in ordine gigante, e si sviluppano oltre al palco reale, sostengono i palchi e si concludono con un’elegante balconata in pietra che fa da cornice di chiusura”.

Una costruzione che ricorda il vicentino Andrea Palladio, l’architetto delle più belle ville della riviera veneta…
 “Sì, siamo di fronte a una costruzione di impronta neoclassica non solo maestosa ed armonica in sé, ma in grado di fondersi col tessuto urbano e di reminescenze palladiane. L’intera struttura dello “Sferisterio” garantisce una perfetta visibilità e un’unica acustica”.

Accadimenti curiosi allo “Sferisterio”?
“Sì, qualcuno. Il grande ballerino russo Rudolf Nureyev – raccontano – che avesse calcato talmente tanto la le scene, che consumò le suole delle scarpe da ballerino. Questo accadde una volta per colpa del palco che era in pendenza. Un altro ancora? Luciano Pavarotti accusò un calo di voce nella “Lucia di Lammermoor”, e non cantò, propose, il giorno dopo, di cantare quasi quasi al contrario, cioè da un’altra parte dell’edificio, non dal palcoscenico ma quasi dal pubblico, tanto aveva problemi con la struttura,. Mentre Placido Domingo fu visto all’alba bussare alla porta dello “Sferisterio” e fu visto dall’esterrefatto guardiano dello “Sferisterio” al centro del palcoscenico, in ginocchio, farsi il segno della croce, nuovamente, come era solito fare ogni volta prima di cantare, e ringraziare, molto raccolto, il Signore per la riuscita serata, per il trionfo. E, qui siamo nel 1979. Ma, il fatto ancora più strano è che Domingo non venne più mai qui a cantare!”.

Dottor Olivier, ritorniamo alla storia dello “Sferisterio”…
“Il teatro venne inaugurato nel 1921 con la messa in scena dell’”Aida” di Giuseppe Verdi; la quale più volte mandata in scena nel corso dell’estate di quell’anno, tra obelischi e sfingi. Con bozzetti di Emilio Lazzaro, raffigurante la statua di Osiride. Nel 1922, anno dell’inizio del ventennio fascista, l’edificio fu adoperato per le adunate di massa, per l’esercitazioni dei balilla e quant’altro, e, quindi questo periodo dittatoriale si prestò non tanto per le rappresentazioni liriche, quanto per gli spettacoli. E tra coloro che si esibiscono, abbiamo il tenore Beniamino Gigli, che, essendo di Recanati, non poteva mancare a questi appuntamenti. Il tenore recanatese canta nel 1927 e nel 1929 e c’è un’iscrizione ai lati dell’ingresso, che ricorda appunto la sua presenza e il grande successo di pubblico che l’accolse in questo spazio. Fu sicuramente proprio Gigli uno dei primi a lanciare questo spazio a livello internazionale, perché era un cantante importante più per le sue qualità che per la fama che aveva riscosso”.

Ma, la riapertura ufficiale dello “Sferisterio” avviene solamente nel 1967…
 “Poi, dopo la Seconda Guerra mondiale, nel 1967, per l’esattezza, Carlo Perucci, ingegnere acustico (ed anche lui, come anticipiamo come risposta anticipata ad un’altra domanda, propose l’ipotesi di una copertura dello “Sferisterio”), marchigiano di San Benedetto del Tronto, il quale rimase direttore artistico per ben 28 anni, riavviò la stagione lirica e in poco si realizzò un nuovo palcoscenico, la platea e un’illuminazione teatrale si decise di creare una vera e propria stagione lirica, che ancora oggi perdura (oggi ricorre la 54ma stagione), e su questo spazio molti hanno ricevuto una buona visibilità. E, Perucci si presentò al grande pubblico maceratese con contratti straordinari quali l’”Otello” di Giuseppe Verdi, con Mario Del Monaco e Aldo Protti; ma anche “Madama Butterfly” di Giacomo Puccini, con Antonella Stella e Nicola Ruggeri. Il 3 agosto 1967, si spensero le luci e partirono le note verdiane. Soprattutto, per l’acustica, che propaga la musica in maniera davvero eccellente: e questo dipende sia dalla forma (acustica che rimanda la voce verso i palchetti, i palchetti l’assorbono) sia da parte degli isolati a terra, per l’esistenza di ambienti, spazi vuoti , componenti che fanno da cassa armonica per gli strumenti musicali. Poi, l’acqua contenuta in alcune cisterne rende più nitida la voce, più viva, tutta questa serie di queste caratteristiche, insomma, hanno fatto sì che questo spazio si prestasse fin da subito bene per gli spettacoli”.

Negli anni Sessanta?
“E’ stata ricavata la platea rialzata, nel 2005, nel 2006 fu montata in maniera fissa, in occasione di “Adua”, e le aperture che lei vede adesso risalgono alla fine degli anni Sessanta-Settanta. E, qui hanno cantato i più grandi artisti dell’epoca, da Pavarotti a Mario del Monaco – che inaugurato questo spazio con l’”Otello” – la famosa cantante spagnola Montserrat Caballier, Placido Domingo, José Carreras ed altri. Annate davvero strepitose, con Franco Borelli in “Turandot” nel 1970 e in “Carmen” nel 1974”.

Ed oggi?
“Oggi vengono messe in scene tre opere, la stagione va da circa metà luglio a metà agosto, le opere vanno messe in scena da venerdì a domenica. Poi, c’è tutta una serie di eventi collaterali sia legata alla stagione che fuori stagione, perché questo spazio è dedicato a manifestazioni pubbliche, a concerti, a danza (ci sono stati Rudolf Nureyev e Carla Fracci, in “Giselle” nel 1984, poi, di recente Roberto Bolle), e poi concerti di musica contemporanea, concerti di musica jazz. Il grandissimo pianista non vedente americano, Ray Charles, suonò qui nel 1987, la collega statunitense e pianista Sarah Vaughan nell’87. Spazio per il Festival Jazz, ma anche per Musicultura. Qui, il regista Hugo De Ana curò in “Turandot”, nel 1996, scene ed anche i costumi. Idem nell’”Aida” del Duemila. Pierluigi Pizzi, nel 2004, in “Les Contes d’Hoffmann”, curò regia, scene e costumi. Splendida la “Madama Butterfly” del 1999 per la regia di Henning Brockhouse. La stessa cosa, dicasi per la “Traviata” (1992) diretta da Henning Brockhouse, con la scenografia di Josef Svoboda. Ottima anche nel 2006 l’”Aida” per la regia di Massimo Gasparon, e il “Macbeth” del regista Pierluigi Pizzi, del 2007. Pizzi, il quale diresse la regia anche del “Die Zauberflote”, andata in scena allo “Sferisterio” nel 2006. Eccellente, tornando indietro, nel 1986, “La Traviata” di Bolognini, e prim’ancora – nel 1973 – l’”Aida” con le scene tratte dal film di Ben Hur. Indimenticabile, la “Boheme” nel 1984, per la regia di Ken Russel”.

Grandi rifiuti, episodi accaduti in maniera singolare, aneddoti?
 Risponde Muro Perugini: “Beh, sotto questo profilo, possiamo parlare della “Boheme” di Ken Russel del l’84, un’opera strepitosa, un regista importantissimo, che pensò di far morire Boheme di overdose. E successe un fini mondo, un vero macello: organizzati, avevano dei fischietti proprio da arbitro, con delle proteste vibrate. In realtà, al di là della scelta finale, quell’opera ci rese famosi in tutto il mondo perché era molto e molto suggestiva quella scena, quella rappresentazione. E, poi, siamo diventati veramente famosi per aver sparato veramente in “Tosca” a Mario Cavaradossi, ferito a un piede dal plotone di esecuzione. Accadde il 30 luglio 1995 e vittima fu Fabio Armiliato, dal cui piede sinistro si vide zampillare il sangue, che fece correre la “Tosca” Raina Kabaivanska correre, atterrita, in soccorso del collega e chiedere con urla aiuto ai medici. Malori in pubblico, trambusto comprensibile e tallone ricostruito, dopo un intervento presso l’ospedale di Macerata di chirurgia plastica, per Cavaradossi. Poco dopo, il 4 di agosto, in occasione della replica, Cavaradossi coraggiosamente torna sul palco, col piede ingessato, ottimo il primo atto, ma poi nell’intervallo inciampa con le stampelle e riporta la frattura di tibia e perone della gamba sana. Nel giro di 4 giorni, lo sfortunato tenore finisce in barella per ben due volte, intenta causa all’Associazione sferisterio e all’ospedale di Macerata, e nel 2007 ottiene il risarcimento di 200 mila euro. Uno dei fucili fu caricato a salve si vede con dei residui rimasti e colpì il tenore al piede. Diventammo, ahinoi, famosi per aver sparato a Cavaradossi. Daniel Oren era sempre con noi, soprattutto negli esordi: era giovanissimo, e questo è stato il primo teatro. Ed era talmente frettoloso, che, durante le prove, in piena estate, indossava sempre un cappotto di cammello, ma si fece anche portare una stufetta elettrica nella stanza, dove viveva, perché era troppo freddo”.

Come ci si difende quando il tempo qui è incerto, voi dovete andare in scena?
“Come in tutti i teatri: aspettiamo. Appena piove, i primi a sparire sono i direttori d’orchestra, che mettono subito in salvo i loro strumenti. E si attende, se è possibile, che il tempo ci permetta di riprendere. E, se non c’è clemenza, lo spettacolo viene sospeso”.

Com’è il pubblico maceratese?
“E’ molto elastico, è un pubblico internazionale, che apprezza negli anni il teatro, l’attività dello “Sferisterio”, la sua particolarità, la sua acustica straordinaria, unica al mondo. Qui, quando si chiamano gli attrezzisti, macchinisti da una parte all’altra dell’Italia e del mondo, non usano mai gli amplificatori né tanto meno i cantanti sono stati mai microfonati. Proprio la conformazione dello spazio,m con colonne e palchi, vasca con acqua sottostante, consente questa rarissima acustica, e qui ci sono stati due appuntamenti importanti di musica sinfonica, una diretta da Giuseppe Sinopoli, che poi morì poco dopo, e col direttore d’orchestra, lo statunitense Lorin Maazel (1930-2014), con “London City e, quindi, per dire che si può permettere di fare una serata con solo pianoforte perché non c’è l’esigenza di amplificare nulla per l’ottima acustica”.

Teste coronate, Presidenti della Repubblica, pontefici allo “Sferisterio”?
“Ricordo l’onorevole Giovanni Spadolini, che era Presidente del Consiglio, e quando ci fu l’incidente della “Tosca” qui c’era Zucconi Fonseca, Presidente della Corte d’Appello, originario di Camerino (infatti, c’è ancora l’avvocato Corrado Zucconi Fonseca) e ancora di più per la presenza questa eminente figura erano state raddoppiate le misure di sicurezza, le forze dell’ordine: capitò proprio nel mondo giusto, in mezzo a un esercito di militari, di poliziotti. Prima, molto tempo prima bisogna ricordare (ottobre 1961) l’arrivo allo “Sferisterio” di re Vittorio Emanuele II, prima, nel maggio del 1857, le cronache del luogo trattano della visita all’edificio di Papa Pio IX, Giovanni Mastai Ferretti, di Sinigaglia di Ancona”.

La superstizione allo “Sferisterio”? Esistono fantasmi, monache in ectoplasma che s’aggirano sul palco, sui palchetti?
“No, in merito a quest’argomento nulla . Sì, anche qui si usa non vuole completare la “Forza del…”, ma è un luogo oramai comune di tutti i teatri”.

La modernità, in quale opera, rappresentazione?
“Da qualche anno, con la nuova Direzione Artistica presieduta da Francesco Micheli, tutte le opere sono in chiave moderna. Tutte le opere lo saranno sostanzialmente anche quest’anno. Con Pierluigi Pizzi, praticamente, si è chiusa un’éra precisa. Con Micheli, certamente, rispetto alle stagioni liriche, fatta eccezione per quella straordinaria “Boheme” di Ken Russel, nel 1984, che era felicissima ma lui era un grandissimo genio, ma le opere anche in questa stagione saranno moderne”.

E per lei, dottor Mattioli, invece?
“Io farei riferimento alla “Traviata” di Josef Svoboda . La scenografia consisteva in quest’enorme specchio, che s’alzava a 45 gradi quando l’opera iniziava, e lo specchio rifletteva, oltre agli attori, una serie di strani dipinti, che riflessi nello specchio costituivano la scenografia. E la genialità dello scenografo Svoboda era nell’ultimo atto, quando Violetta muore, è che tutti gli spettatori si trovano a fare parte della scenografia perché lo specchio si trova in verticale. A dimostrazione della riuscita dell’opera è che lo spettatore si immedesima a tal punto nel protagonista, da diventare lui stesso protagonista; è, quindi, anche una metafora. E questa è un’opera ben calibrata nello spazio “Sferisterio”, nel muro, perché lo specchio riprende quella caratteristica, sia moderna, pur essendo nello stesso tempo classico, perché rispecchia il libretto, però, introduce questa vena moderna”.
Perugini: “Di Russel, in questa foto, si può vedere un grande cavalletto da pittore e nel piano , nel piccolo piano, a mò di base, di guscio vuoto, nel piano del cavalletto c’erano gli artisti: è stato geniale e precursori del tempo. Quella di Russel e questa qui di Svoboda sono state anche riprodotte e portate in tutto il mondo, specialmente quella di Russel”.

Qual è l’opera più richiesta, che fa accapponare la pelle al melomane maceratese, marchigiano?
“L’attesa è sempre quella del brano famoso, della romanza. Ci fu una richiesta famosissima per il bis di Franco Corelli, tenore di origini marchigiane, nato ad Ancona , e lui, dopo applausi sconfinati per una “Carmen”, alla fine decise di non concedere il bis. Qualcuno si levò tra il pubblico e gridò: “A quest’ora, l’avresti fatta!”. La romanza, essendo popolare, è sempre molto attesa, dunque, e l’opera clou è il “Nessun dorma”. Noi abbiamo un pubblico internazionale, non nelle misure che può avere Verona, anche per motivi logistici. Per noi, è un percorso da fare: all’interno è suggestivo ma complicato. Dalla parte laziale per arrivare in Umbria, a Colfiorito è impegnativo”.

Il colore delle luci dello “Sferisterio”, alla sua polvere? Hanno prestato la loro opera artisti per bozzetti, scenografie e figurini all’inizio del Novecento?
“Intorno agli anni Settanta. Qui c’erano delle tende da palcoscenico, rosse, e all’inizio venivano accese tutte anche se per pochi istanti, e poco prima che venissero spente le luci e iniziasse l’opera, restavano accese queste luci rosse e il tutto veniva accompagnato da un applauso del pubblico. Quando venne Svoboda disse “Ma che cosa sono queste luci?”. Suggerì di toglierle tutte, sia i panneggi che le luci, e da quel momento le luci sono vere e i mattoni anche, perché sono quelli dei mattoni illuminati, color ocra, color terra”.

I seggiolini di color rosso?
“La scelta del colore rosso-vinaccia dei seggiolini l’ha realizzata la Poltrona Frau”.

La capienza del golfo mistico?
“Oggi intorno ai 2500 posti, negli anni precedenti quasi il doppio, perché le seggiole arrivavano lì, a ridosso, e c’era una normativa che consentiva di fare tante cose, ed era più tollerante. Oggi, si pensa di più alla sicurezza, vedi stadi. Sopra c’è la balconata, che prima veniva riempita. Poi, c’era una gradinata, fino agli anni Ottanta, dove le persone potevano sedere lì dietro. Un’altra platea messa lì, oggi, invece, il solo pensarla sarebbe subito d’arresto. Ma, chi ma il bel canto, lo “Sferisterio”, molto spesso piace andare sopra, dove sta in piedi un po’ sacrificato, ma, dove, salendo, la musica è molto buona. Ecco, in caso dell’opera prima ricordata e con regista Svoboda, - mi riferisco alla “Traviata”, quella con gli specchi - stando sopra lo spettatore non avrebbe visto praticamente nel modo giusto l’effetto del dipinto, di tutta l’opera; forse, l’unico caso”.

Uno “Sferisterio”, dal punto sonoro, molto fono riflettente?
“Sì, sì”.

Un rimpianto?
“Un altro aneddoto famoso è che Dario Argento avrebbe dovuto tenere una regia e avrebbe sistemato dei fili elettrici e creare delle tensioni elettriche sul pubblico, non lo presero più. Quando ho letto che nei giorni scorsi ha diretto una regia, concessa in un altro teatro. Qui, la sua idea era questa , non so se poi abbia cambiato metodologia”.

Cosa rappresenta lo “Sferisterio” per Macerata e i maceratesi?
“E’ l’emblema della città, è il biglietto da visita. Ci sono altre belle cose da visitare, in primis, il Palazzo Buonaccorsi, destinato a diventare Museo, ma di per sé è uno dei Palazzi più belli settecenteschi delle Marche. Un teatro interessante, del Settecento. Ma, lo “Sferisterio”, per la sua particolarità, per la sua suggestione: ho accompagnato diverse personalità, ed ogni volta che terminava lo spettacolo, ho sempre sentito esclamazioni di stupore e da fuori non ci si immagina; invece, stando dentro, ci si accorge che il tutto è molto particolare, molto suggestivo. Ecco, molto unico. Sembra un teatro vero,m ma è nato come uno stadio, come uno spazio per attività sportive e di gioco.
 Invece, oggi, è un teatro con i palchi, come i veri teatri, e non esistono strutture così all’aperto con i palchi, da nessuna parte”.

Un ombrello da mettere sopra lo “Sferisterio”, se n’è mai parlato?
“Da quando ci sono io, almeno un centinaio di volte se ne è parlato. Quando piove, farebbe da cassa acustica, quindi, sarebbe improponibili, ma, soprattutto, per la facilità anche, no, perché qui è un mezzo stadio da coprire, un quarto. Ma, non è stata mai presa in considerazione seriamente, a livello di referendum, quest’ipotesi. Anche se le proposte nel tempo non riguardavano la sola stagione lirica proprio: un’eventuale copertura era funzionale ad altre attività di spettacolo, non alla musica classica, alla prosa, al Musical, e non ad altre manifestazioni che chiedessero un’acustica particolare. Viene sfruttato, stando all’aperto; peraltro, qui, c’è sempre un abbassamento della temperatura considerevole, perché anche quando fa caldo fa caldissimo (gli operai, i macchinisti, poverini!, sono madidi di sudore!), ma alla sera sempre si registra un abbassamento di temperatura. Anche perché ci sono queste vasche d’acqua che stanno qui sotto”.

Più Verdi, più Puccini o più Rossini; che sta nel Nord delle Marche, a circa 200 km da Macerata?
“Beh, per Rossini di Pesaro, c’è una strategia: ogni tanto organizziamo il 2Barbiere di Siviglia”, ma non andiamo oltre, perché loro, i pesaresi lo fanno bene, con un’organizzazione di livello alto ed assoluto”.

Bellini?
“E’ stato più volte qui rappresentato qui allo “Sferisterio”. I melomani, essendo esigenti per certi versi ma anche legati alle opere di Giuseppe Verdi, quindi, all’”Aida” soprattutto; e questo, per la singolarità dei costumi dell’opera girata in Egitto, per il contesto diverso dalle altre opere liriche”.

Il più forte, amato compositore italiano, secondo voi?
“Verdi, Puccini e Rossini. Bellini è belcantista, ed essendo più raffinato: ricordo una cantante importante, la Henderson, ad una cena, e chiesero se lei cantava “Tosca”: Lei si fermò e, risentita, esclamò: “Io sono belcantista, io non canto”Tosca”. Lei aveva cantato da noi, la stessa sera, “La sonnambula””.

L’opera che vi ha conquistato la prima volta che avete messo piede qui dentro?
 Perugini: “Io ricordo che nel 1967 mio padre mi portò alla sera del debutto in “Otello”! con Mario Del Monaco ed Antonietta Stella. Io stavo lì in gradinata. Infatti, ricordo che anche poco dopo mi addormentai. Ciononostante, piccolino com’ero, resistetti parecchio; ricordo che Otello doveva fare tre scale, invece ne fece una in più, rotolò, si fece male ed accusò quest’infortunio. Se ne parlò subito di quest’infortunio. Personalmente sono più pucciniano che verdiano, però, mi piace questa dimensione romantica, anche se Verdi è stata una figura gigante anche sul piano intellettuale oltre che musicale”.

Olivier: “A me è piaciuta molto la “Traviata”, quella degli specchi, che ho ricordato prima, del regista Svoboda. Però devo ammettere che, quando vengo a vedere un’opera, rimango ammaliato, alla pari di un turista, stregato e conquistato dal fascino dello “Sferisterio”, ed assistere qui a uno spettacolo è sempre una grandissima emozione. Anche perché d’inverno lo “Sferisterio” è ben altra cosa, è solo Palazzo e basta”.

Franco Corelli e lo “Sferisterio”?
“Franco Corelli, anconitano, era un personaggio prima dello spettacolo, irascibile, molto emotivo, splendido e geniale, alto, un bell’uomo, dalla voce straordinaria, e quando cantò la “Carmen”, gli applausi durarono moltissimo e invece lui prendendosi questa pioggia lunghissima di applausi, non abbandonando la scena, non spostandosi da un lato, e, quindi, illudendo un invocatissimo bis, non concesso. Corelli, assieme a Mario Del Monaco, era uno dei cinque grandi tenori dell’epoca, così come vanno a grappoli i geni di ogni campo in ogni periodo storico. Qui, allo “Sferisterio”, si è formato l’ingegnere Franco Malgrande, oggi direttore degli allestimenti scenici della “Scala” di Milano: è una nostra fierezza”.

Altri aneddoti?
“Monserrat Caballier, in un’altra serata - sai, Tosca si getta da Castel Sant’Angelo e non si capisce bene poi come arrivi nel fiume Tevere, ma nel libretto si dice così – si getta, e lei si getta sul tessuto, con alla base materassi, visto che lei è robusta. E questi materassi o erano troppi o erano troppo elastici, e lei è risalita da una parte, anziché restare piallata a terra, facendo esclamare agli spettatori “Hai visto, questa qui?”, sì, è rimbalzata come una palla magica proprio per queste forti molle sotto i materassi “.

Macerata, 9 giugno 2015, Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it

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