ULTIMA - 23/1/19 - LA VIRTUS VERONA CEDE CONTRO LA CAPOLISTA PORDENONE (1-2)

Per l'ennesima volta la Virtus Verona di mister Gigi Fresco viene beffata nei minuti finale della partita dopo essersi battuta alla pari contro la capolista incontrastata del girone B di serie C, il Pordenone di mister Attilio Tesser. A decidere la sfida a favore dei neroverdi friulani è stata una rete del 38enne Emanuele Berrettoni, ex Hellas Verona,
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INCONTRI VIP'S

8/12/15 - INCONTRI RAVVICINATI: PAOLO SPADACCINI (TORRE DEL LAGO PUCCINI - LUCCA)

Fa sempre una certa qual sensazione addentrarsi, ad autunno inoltrato, in un paese dedito al turismo: i grandi bar dalle cornici di legno bianco, stile Liberty, foderati, chiusi nel loro silenzio, i seggiolini, gli sgabelli slanciati come gru, le poltroncine di vimini vuote, da una parte, e le splendide ville che fiancheggiano il viale delle Torbiere, quello che ti porta direttamente al Parco della Musica dall’altra. Dopo aver calpestato tappeti di foglie giallo-marrone, secche e venate mani che col loro scricchiolio emesso lungo il nostro andare paiono voler esalare il loro ultimo battito, ci vogliono porgere il loro benvenuto. Due sculture, meglio due volti mutilati - dipinti di un azzurro molto intenso ed echeggianti la bellezza greca - giacciono sul prato antistante lo spazio teatrale. Sono opere del grande scultore polacco Igor Mitoraj scomparso nell’ottobre del 2014 a soli 70 anni a Parigi, ma che a Pietrasanta di Lucca ha trovato il suo “logos” ideale; e, quei volti incompleti, quasi relitti come barconi tirati a riva, ricordano le inermi scenografie affastellate dentro i vicini capannoni. Già quei due volti spezzati, quegli occhi tristemente socchiusi e rassegnati, silenti “ossi di seppia” montaliani rovesciati sull’erba, ci annunciano la struttura, che, chissà quanta vitalità sprizza ogni estate col cielo punteggiato di stelle a fare da miglior tetto, e munita com’è la struttura di sedili e gradini illuminati dalle candeline accese degli spettatori, le quali scivolano, a mò di fisarmonica, fino ad abbracciare il lago di Massacciuccoli.
 
Torre del Lago Puccini è in Versilia: la raggiungi dopo aver ingoiato migliaia di conifere, dopo esserti lasciato alle spalle la Versilia ed impettiti castelli che troneggiano in questo lembo, in questo versante occidentale del Nord della Toscana. Qui mito e leggenda, fiaba e magia si fondono mirabilmente, qui si avverte uno straordinario incanto musicale, qui respiri il tempo che si ferma; leggero e suadente come il battito delle ali di una farfalla…, che sa, purtroppo, di vivere un giorno e basta. Raramente t’imbatti in una cittadina che gode di una temperatura davvero mite: fattore climatico, che risente comprensibilmente dei favori del vicinissimo Mar Tirreno e di quello del lago stesso. Una volta messo il piede nel teatro, nella parte a cielo scoperto, a destra troneggia la villa del famoso compositore Giacomo Puccini, poi, affiorano dolci e tremolanti canneti, timide, fragili palafitte che orlano, quasi ricamano lo specchio d’acqua dolce. Che fa, placido placido, da mirabile quinta scenografica del teatro, fortissimamente voluto da molto di più che la “memoria storica” dell’edificio, il 91enne (classe 1924) Adone Spadaccini (splendido il libro a lui dedicato, in omaggio ai suoi 90 anni, dal titolo “L’Adone del Lago”, edito nel 2014). Un geometra (in seguito laureatosi in Scienze Politiche), Adone Spadaccini, che ha fatto della passione per la lirica, oltre alla sua bella famiglia, uno dei motivi principali della sua lunga e prestigiosa esistenza. Suo il primo disegno dell’edificio. Da buon geometra. Ed è stato anche grazie a lui, al suo grande carisma, alla sua forte personalità se si sono esibiti nel teatro i più grandi artisti, non prima però di averli ricevuti a casa sua (Ginger Rogers, la ballerina che ha danzato con Fred Astair, i maestri Riccardo Muti, Daniel Oren, la cantante Raina Kabaiwanska, il baritono Franco Boscolo, la soprano Giovanna Santelli, altri ancora).
 
Il padre di Adone, Ultimo, è stato l’ultimo chauffeur di Giacomo Puccini: una foto ingiallita ritrae Ultimo mentre è al volante di una automobile scoppiettante e rara dell’epoca, mentre sta accompagnando il compositor, immaginiamo, per le vie di Torre del Lago. Nel 1931, Adone, a soli 7 anni, mise per la prima volta piede nel teatro, allora ogni volta smontabile, per assistere alla messa in scena della “Butterfly”, proprio davanti alla villa dove Puccini era vissuto. E, col passare degli anni, grazie alla sua instancabile passione e alla volontà, al coraggio di tanti melomani del paese, Torre del Lago è diventata una sorta di Salisburgo, con prevalenza di opere pucciniane. Quindi, il Festival Pucciniano, e il teatro è diventato definitivamente stabile, non più provvisorio, munito com’era per anni di panchine, di tende, di tribune smontabili, di roulottes trasformate in camerini per gli artisti: è diventato edificio, elegante e suggestivo, sovrano - con quella gru che spicca, che svetta tra le due torri - proprio davanti a quel lago, che chissà quante opere avrà ispirato il maestro. Chi ci ha accolto, all’interno del teatro, è l’ingegnere Paolo Spadaccini, classe 1954, figlio di Adone, cui il padre idealmente ha passato la staffetta della continua promozione nel mondo della musica immortale pucciniana, alla vigilia della partenza per quel Giappone, il quale ha eretto davanti al proprio maggiore teatro la statua di Cio- Cio-san, la Madama Butterfly nipponica. Che non è più sola, Cio-Cio-San, perché al Glover Garden di Nagasaki lo scultore Gilbert Lebigre – esperto anche nell’allestimento dei carri allegorici viareggini - ha modellato nel 1996 quella del compositore lucchese.
 
Di che colore sono, ingegner Paolo Spadaccini, le luci del teatro Torre del Lago Puccini?
“Non c’è un colore prevalente, perché tutto ciò dipende dalla sensibilità del regista, del tecnico delle luci. In genere, sono quelle chiare, quelle bianche, quelle insomma dell’effetto luce, però, a volte ci sono anche luci colorate. Dipende un po’. Io ricordo una “Boheme”, dove c’era la Torre Eiffel, ebbene, quella volta era illuminata di celeste. Certo, fu un episodio sporadico, a volte abbiamo avuto luci gialli o rosse o molto fredde in “Turandot”, dipende un po’”.

Da quel poco che abbiamo potuto renderci conto dalle foto su internet, abbiamo intravisto un bel colore azzurro su questo teatro…
 “E, questo è l’azzurro che dovrebbe ricordare l’acqua del mare, del lago, del cielo, perché questo teatro è sul lago, vicino al mare, immerso nel cielo”.

Ci può raccontare una coreografia moderna?
“Come no? Anzi, di una sono stato particolarmente io il padrino. Fu una bellissima “Butterfly” con le scenografie di Chania Souda, di cui abbiamo ancora dei reperti, con la regia di Vivin Juvit. Chania Souda fece la circoscrizione di Torre del Lago, decidemmo di radunare alcune delle opere più significativo dell’artista giapponese Souda, scultore bravissimo conosciuto in tutto il mondo. Con l’aiuto della Uit, con l’aiuto di Chania Souda stesso, con l’aiuto del direttore artistico stesso Alberto Veronesi, nel 2001 facemmo questa bellissima “Butterfly”, opera che riproporremo il prossimo anno, e che ha girato un po’ in tutto il mondo: è stata in Germania, in Giappone, in tanti altri posti. Insomma, grandissimo è il successo che sta riscuotendo ovunque si vada. Anche se, devo dire, qualche anno fa amavo gli allestimenti moderni, contemporanei, adesso no. Ora se ne è abusato troppo, si sta distruggendo l’opera, io penso che ciò che succede nell’opera oggi sia proprio il ritratto dell’Europa più marcia che abbiamo: senza valori, senza nessun attributo. Siamo davanti a un’Europa che non crede più in se stessa, che non crede più nelle storie dei grandi musicisti, che i grandi scrittori hanno raccontato, dove ognuno vuole dire le proprie cose in maniera avulsa, in maniera a volte controproducente. Posso parlare a riguardo perché io ho portato in teatro molti giovani, e questi giovani sono proprio schifati da queste cose. Oggi non vado a teatro perché ci sono certi registi che, secondo me, hanno ammazzato l’opera. Per me, l’opera è morta!”

La superstizione?
“No, superstizione particolare non c’è, non esiste”.

Anche se sappiamo che in teatro c’è sempre stata, così come in altri campi, vedi lo sport o il gioco in particolare, varo di navi, quant’altro.
“Nei teatri c’è sempre una scaramanzia di fondo. Ho visto molti artisti che ricorrevano da sempre ad alcuni gesti scaramantici, come toccare certe cose con la destra, altre con la sinistra, entrare in scena, sul palcoscenico col piede destro piuttosto che con il sinistro; idem in camerino. Il teatro raccoglie, ospita un po’ tutte queste ritualità”.

Personaggi, artisti che lei ha notato essere schiavi della scaramanzia?
“Sono un po’ tutti scaramantici, anche se le giovani generazioni – noi abbiamo un’Accademia con tanti bravissimi cantanti – noto che sono meno legate a gesti o a ritualità, liturgie legate alla scaramanzia”.

Quali personaggi prestigiosi si sono esibiti qui?
“Facciamo prima a dire chi non è venuto; diciamo che sono venuti tutti, cominciando da Pavarotti, Placido Domingo, Carreras, Raina Kabaivanska, Katia Ricciarelli, Magda Olivero, Renata Scotto, Mary Ponte, Gianni Raimondi, Ilva Ligabue, tutti i più grandi sono venuti qui a cantare e a prestare la propria performance”.

A chi ha portato bene, fortuna?
“Ma, io ricordo particolarmente una cantante molto affezionata: Raina Kabaivanska, bulgara di nascita, modenese di nascita; modenese come Mirella Freni e Luciano Pavarotti. Mirella Freni non ha mai voluto
 Venire a Torre del Lago Puccini perché non ha mai cantato all’aperto, mentre la Scotti ci è venuta due volte”.

Rifiuti?
“Beh, quello che le ho appena citato, di Mirella Freni. Inviti declinati, non ce ne sono stati; magari hanno detto che erano pieni di impegni, e non sono potuti venire, ma nessun rifiuto ufficiale e mai per l’aperto. Per l’aperto, ricordo solo, ripeto, quello di Mirella Freni”.

Curiosità, aneddoti gustosi accaduti qui a Torre del Lago Puccini? Clamorose cadute dal palco?
“Sì, sono caduti in tanti. Quest’anno abbiamo avuto un incidente abbastanza serio: l’”Imperatore Artum” è caduto in “Turandot”, ma sono cose che in teatro accadono. Ha avuto un guasto l’elevatore che supportava questo trono, per cui ha avuto delle conseguenze abbastanza serie. Ma, sa, succedono sempre questi incidenti, non di questa gravità, ma, cadute, inciampi. Ricordo una “Boheme” con il tenore Beniamino Prior, friulano di Pordenone, soprano Adriana Maliponte, quando Mimì muore, entra nel 4° atto, fu portata in questo letto e questo letto si troncò in due: e ci stava molto bene perché era la “Boheme”, quindi, povertà assoluta, questa soffitta vuota, sembrava proprio fatta apposta, un tocco di regia”.

Ma si fece male?
“No, no, ma dovette cantare in posizioni molto critiche e tutti dovettero affrontare un’emergenza”.

Che problemi può comportare un teatro all’aperto come il vostro?
“Una grandissima manutenzione, prima di tutto, e poi non conta avere una voce grande, conta invece avere una voce ben proiettata. Si dice a volte che i grandi teatri fanno le grandi voci, ebbene, la cosa più grossa cui noi dobbiamo soggiacere, perché non c’è rimedio assoluto, è causata dagli agenti atmosferici perché se piove o tira vento, li dobbiamo sopportare”.

Ne sappiamo qualcosa anche noi all’Arena di Verona; dove c’è chi vorrebbe coprire l’anfiteatro romano…, installare una sorta di ombrello…
 “E, sarebbe una brutta cosa, perché togliere questo tetto di stelle è ben altra cosa, ben altra suggestione, ben altro spettacolo della natura!”

Accadimenti particolari avvenuti qui?
“Sì, sono capitati. A volte, a causa del maltempo, della pioggia interminabile, siamo riusciti a portare a termine le opere. Ricordo quella volta con il maestro, il veronese Alberto Veronesi , il quale completò la “Tosca” nel grande foyer sotto al pianoforte, perché fuori, all’aperto diluviava. E oggi Veronesi è il presidente del nostro Festival Pucciniano”.

Come acustica?
“Siamo un teatro all’aperto, quindi, bisogna aspettarsi un’acustica diversa da un teatro chiuso; ma, attenzione, molti teatri chiusi hanno delle pessime acustiche. Qui prevale, rispetto a un teatro chiuso, la componente vocale: si sente un pochino meno l’orchestra e di più la voce”.

L’inaugurazione nel 1930…
 “Inizia tutto con “Il carro di Tespi”, ma, io dico la verità: ho visto più Presidenti che teste coronate. Il Primo Ministro del Regno Unito Tony Blair è venuto qui in occasione della “Madama Butterfly”, pontefici no, non li ricordo, nemmeno ricordo regine né re”.

Registi, coreografi importanti?
“C’è stato il famoso scenografo Gianni Quaranta, ci sono stati allestimenti importanti, alcuni dei quali hanno vinto, per esempio, il “Premio Abbiati”, che è un po’ l’Oscar del nostro mondo. Ricordo la “Boheme”, con scene curate dall’artista belga Jean Michel Folon (scomparso nel 2005), ha vinto questo premio. Poi, citerei una “Turandot” di Franco Corelli, che andò in scena dal 1990 al 1993, ed anche questa rappresentazione ha ricevuto questo riconoscimento. Ci sono state grosse produzioni, che poi sono state esportate all’estero; ad esempio, parlavo di questa “Boheme”, ebbene, io l’ho vista l’ultima volta a Nizza, in Francia, poi, siamo stati ad Abu Dhabi con questa opera, con questa produzione”.

Qual è l’opera che il vostro pubblico ama di più? Il vostro è un pubblico - immaginiamo - che chiama a raduno tutti gli appassionati melomani della Toscana, e in parte anche quelli della Liguria, o no?
“No, questo non è un teatro regionale. Questo è un teatro internazionale perché la maggioranza del pubblico è straniero. Certo, come sostiene lei, c’è anche una componente toscana. Ad ogni modo, le opere più amate, più seguite sono la “Butterfly”, la “Boheme”, la “Tosca” e la “Turandot”. Ma, non solo qui a Torre del Lago Puccini, ma in tutto il mondo. Anche se devo dire che le mie preferite sono “La Rondine”, “La fanciulla del West” e il “Trittico” di Puccini”.

Puccini è sinonimo di romanticismo, di grandiosa melodia? Verdi è un po’ più suonatore di bande?
“Anche se io sono nato a Torre del Lago Puccini, secondo il regio decreto del 1939 (m’arrabbio tutte le volte che vedo scritto soltanto Torre del Lago), da buon melomane qual mi ritengo, non è detto che io debba amare per forza – per una questione quasi di campanilismo e per fatto di nascita - il grande Puccini: a me piace tutto. Facciamo una chiacchiera da bar: Verdi sarà da banda quando si parla forse delle prime opere, invece, quando si tratta delle ultime - “Don Carlo”, “Aida”, “Otello”, “Falstaff” - , quelle della sua maturità, lì vien fuori la sua grande genialità; per cui è una diceria bella e buona minimizzare il grande Giuseppe Verdi. Puccini romantico? No, perché il Romanticismo dell’opera lirica tocca Gaetano Donizetti, Vincenzo Bellini, alcune cose di Gioacchino Rossini. Puccini tardo Ottocento, inizio del Novecento è tutt’un’altra corrente musicale. Certo, per capire l’importanza se Puccini sia il musicista più amato al mondo basta mettere accanto, confrontare un’opera, a caso, delle sue, e un’opera a caso di un suo contemporaneo: la musica di Puccini ha un effetto grandissimo, specialmente teatrale, e non a caso la gente ama queste sue arie, queste sue melodie. Che sono davvero meravigliose”.

Perché non si può completare la denominazione ufficiale dell’opera di Verdi “La forza del…?
“Noi non l’abbiamo mai data, qui, a Torre del Lago Puccini: dicono che porti male, l’ho già sentito in giro questa diceria, ma è una delle opere di Verdi che io amo di più. Sì, si sono dette moltissime cose su questa scaramanzia, ma, siccome io sto spogliandomi sempre di più di queste cose, do a tutto questo il peso che meritano”.

Nonno Ultimo e papà Adone…
 “Nonno Ultimo è stato lo chauffeur di Puccini. Papà è stato quello che ha fondato il “Festival Pucciniano” e ha portato qua, in questo luogo, il teatro perché prima si faceva davanti alla casa del maestro. E lo ricordo anch’io, quand’ero piccolo”.

La prima volta che lei, ingegnere, ha messo piede qui, in questo suggestivo teatro?
“Ricordo tutto molto bello: era bello il luogo dove si ascoltava la musica, perché se si girava un po’ la testa si vedeva Villa Puccini, dove riposa in pace il maestro insieme alla sua famiglia. Ricordo che andai a trovare Mario Del Monaco nel suo camerino, e lì dentro c’era la statua di Paul Troubetskoy, statua che c’è sul piazzale. Era bello, ripeto, perché una piazza, che ha il senso dell’aggregazione, si trasformava in un teatro. Però, bisogna dire che questa piazza non esisteva ai tempi di Puccini”.

Qual è stata la prima opera cui ha assistito qui a Torre del Lago Puccini?
“La “Boheme” con Ilva Ligabue, morta a 70 anni nel 1998, e il bolognese Gianni Raimondi, due grandi cantanti”.

L’opera che le fa accapponare la pelle?
“Io piango sempre perché mi immedesimo ogni volta; perché io credo in queste storie e allora quando Mimì muore bisogna piangere. Con la “Tosca” non si piange perché è molto eroica, non ti viene la lacrima, però, è una grandissima opera. Quando Liù – in “Turandot” - si uccide perché si sacrifica per il suo amore, per Calaf, ebbene, bisogna piangere, e mi sgorgano queste lacrime. Però, guardi che io piango anche quando muore Violetta, perché c’è quella viola che suona come motivo conduttore. E, allora, bisogna sciogliersi, abbandonare ogni nostra razionalità, abbandonarsi nella sfera dell’emotività”.

Quale altra scoperta ha fatto da ragazzino curiosando dentro i camerini dei grandi artisti?
“Ricordo che una volta i camerini erano fatti con i tendoni, erano tende che prestava la Folgore (il corpo dei paracadutisti) di Pisa, ricordi che poi si sono trasformati. E’ sempre bello – ancor oggi - andare a visitare, terminata la rappresentazione, l’opera, questi cantanti esausti, madidi di sudore, ma che hanno dato tutto il meglio di se stessi, e che si spogliano proprio del personaggio che hanno interpretato fino a qualche minuto prima sul palcoscenico”.

La danza a Torre del Lago Puccini?
“E’ venuto Roberto Bolle, ma, prima di lui Carla Fracci, Rudolf Nureyev”.

Anche qui hanno prestato la loro opera pittori per le scenografie all’inizio del Novecento?
“Pittori toscani non credo, però, sa qui ci sono i Macchiaioli, Fattori ed altri di quella corrente pittorica . Però, a quell’epoca, non si facevano: a quell’epoca c’erano delle scene miste che giravano, questa è un’invenzione dopo gli anni Sessanta; e da noi è venuta da noi dopo il Duemila”.

Macchinari? Manovrati anche dalla mano dell’uomo?
“In parte a mano: qui operano ancora i famosi macchinisti, sì, in parte c’è sempre il tocco dell’uomo, occorre la sua presenza”.

Dobbiamo recuperare, rivalorizzare questo nostro grande patrimonio che è l’opera lirica, che faceva conoscere la bellezza della nostra musica e dei nostri libretti in tutto il mondo. E quando si sottolineava il trionfo di una rappresentazione si gridava “bravo!”, mentre in contemporanea la gente, eccitata dalla riuscita della rappresentazione, invocava dai palchi, dai loggioni e dalla sala il bis: lei è d’accordo?
“Certo, e come non posso essere d’accordo: l’opera è stata la colonna sonora della mia vita”.

Quando suo padre Adone la prese per mano per farle mettere piede in teatro per la prima volta, cosa le sussurrò?
“Mio padre esclamò: “Solo Puccini mi dà queste sensazioni, mi trasmette queste emozioni!” Infatti, lui si è sempre commosso per Puccini; io credo che mio padre non ami l’opera, lui ama Puccini. No, non mi ha mai suggerito questa o quest’altra opera, non mi ha mai consigliato un’opera in particolare, anche se lui stravede per il nostro grande maestro, ha fatto tantissimo per Giacomo Puccini”.

Torre del Lago Puccini (Lu), 2 dicembre 2015, Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it

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