ULTIMA - 18/3/19 - LA VIRTUS VINCE A TERAMO E INTRAVEDE LA SALVEZZA

Continua la serie positiva della Virtus Verona di mister Gigi Fresco che vince per 2 a 1 allo stadio “Bonolis” a Teramo e la salvezza ora sembra davvero possibile. I rossoblu veronesi hanno un ottimo approccio alla gara e all’11° sono già in vantaggio. Onescu dalla destra con un traversone basso taglia l’area biancorossa e sulla palla arriva in spaccata
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INCONTRI VIP'S

3/3/16 - INCONTRI RAVVICINATI: DON ANTONIO RIZZOLO

DON RIZZOLO, IMPORTANTE E'...CREDERE...FINO IN FONDO

Don Antonio Rizzolo, sacerdote della Società San Paolo, è nato a Bonavigo, in provincia di Verona, il 3 gennaio 1962. Ha emesso i voti religiosi l’8 settembre del 1982 ed è stato ordinato sacerdote il 29 settembre 1990, dopo aver conseguito la licenza in teologia fondamentale presso la Pontificia Università Gregoriana. Giornalista professionista dal 1993, ha lavorato nella redazione di Famiglia Cristiana e ha diretto il mensile di informazione culturale, letteratura e spettacolo Letture. Attualmente è direttore responsabile del settimanale Credere, la gioia della fede, del settimanale diocesano Gazzetta d’Alba, del mensile di inchieste e dibattiti sull’attualità religiosa Jesus, ed è condirettore di Famiglia Cristiana. All’interno della congregazione della Società San Paolo ha svolto i ruoli di superiore locale e per due volte di Consigliere provinciale. È stato anche vicepresidente vicario della Fisc, Federazione italiana dei settimanali cattolici.

-Direttore, ha mai giocato a calcio da ragazzino; e in che ruolo?
“Sì, il calcio è stata una passione comune alla pari di tanti ragazzi nel Veneto. Ho giocato da bambino, poi, ho continuato a praticare questo sport durante le Medie e nel seminario giovanile di Vicenza anche tre volte al giorno (un’ora dopo pranzo, nel pomeriggio e alla sera) e ogni giorno. All’inizio sono partito come terzino, poi, mi sono spostato a centrocampo, massimo mezz’ala”.

-Ha una squadra del cuore, un idolo calcistico di ieri o di oggi? Segue il calcio professionistico, oggi?
“La squadra del cuore , da piccolissimo, ancora prima di andare a scuola, era la Juventus, e pur essendo la maggior parte dei miei amici milanista, è una passione che mi porto dietro fin da piccolissimo. Un giocatore che non solo sotto il profilo tecnico, ma anche umano, mi piaceva senza dubbio Gaetano Scirea, una figura per me, molto significativa, molto importante. Recentemente, negli ultimi 10-15 anni, non seguo più come facevo una volta il calcio perché ho meno tempo e per i troppi impegni. Per me, il calcio era quello che andava narrato, raccontato a “Tutto il calcio minuto per minuto”, a “90mo minuto” o al massimo, al mercoledì si seguiva il mercoledì di Coppe. Oggi non c’è un calciatore che mi colpisca in maniera particolare. Sì, come mi sta suggerendo lei, mi piacciono Del Piero e Pirlo; di Pirlo mi è piaciuto il fatto che dopo il Milan si è trasformato in un grande campione nel suo trasferimento alla Juventus. Sono due giocatori molto significativi”.

-La Nazionale, la segue?
“Come fanno un po’ tutti: seguo non le gare le amichevoli, ma gli Europei o gli azzurri ai Mondiali. Nella nostra comunità, composta di una ventina di persone, il calcio durante il pranzo è argomento, motivo con i confratelli di grande conversazione”.

-Fosse un cittì di un’ipotetica Nazionale degli ultimi pontefici – dal “Papa buono”, Giovanni XXIII, Sant’Angelo Roncalli, a Papa Francesco – dove li schiererebbe durante una partita di calcio?
“Dovrei pensarci un attimo: certamente Giovanni Paolo II dovrebbe giocare soprattutto in attacco non solo per i numerosi viaggi che ha compiuto come un alfiere della Chiesa, portando il messaggio evangelico in tutto il mondo. Paolo VI potrebbe giocare in difesa perché ha dovuto portare avanti la Chiesa in un suo momento fondamentale quale il Post Concilio Vaticano II; ha dovuto reggere la Chiesa in un momento abbastanza delicato. Papa Francesco mi dà l’idea di essere un po’ più un attaccante che un difensore; e per certi versi anche Papa Giovanni XXIII lo farei giocare a centrocampo: Papa Roncalli in mezzo al campo rappresenta per tantissimi versi il classico Papa della tradizione, viene da una famiglia e da una terra povera, è saldamente ancorato alla tradizione, ma anche immerso nell’era postconciliare. Però, nello stesso tempo, grazie anche in particolare al Concilio e alle sue encicliche, in particolare, “Pacem in terris”, ha dato una scossa di rinnovamento alla Chiesa, facendola passare dalle sue radici tradizionali, che rimangono forti e importanti, al rinnovamento che porta ad annunciare il Vangelo anche fuori dalla Chiesa stessa”.

-Benedetto XVI?
“Lo vedrei anche Papa Ratzinger a centrocampo: è un grande teologo ed anche un grande innovatore della Teologia, ed è anche lui, nello stesso tempo, legato alla tradizione; quindi, lo collocherei a metà strada anche lui, e cioè a centrocampo, perché permette di fare gioco e nello stesso tempo di non prendere gol”.

-E Papa Giovanni Paolo I, Papa Albino Luciani?
“Anche lui è un personaggio abbastanza significativo e lo vedrei anche lui tra coloro che infoltiscono, rimpolpano la zona centrale del campo, nel senso che è pure lui saldamente ancorato alla tradizione sia per quello che ha fatto sia per i suoi scritti. Sebbene abbia potuto farsi conoscere al mondo per pochi giorni di pontificato, ciononostante ha compiuto importanti scatti in avanti per andare in gol. Lo definirei, pertanto, un centrocampista con l’istinto, il fiuto del gol. E’ il Papa che ci ha dato l’immagine di Dio padre e madre”.

-Ha mai avuto esperienze di teatro?
“Non sono mai stato un appassionato di opere liriche, e, quindi, non ho avuto mai esperienze. Solo piccole esperienze, ma significative. Ogni anno a Scuola, nelle Medie,. facevamo una rappresentazione teatrale e a me che ero abbastanza timido, riservato, hanno assegnato il compito di suggeritore delle battute agli attori sul palco stando dietro le quinte. In Seconda Media, sono stato riconfermato nello stesso ruolo, ma non riuscivano a trovare un attore che interpretasse bene il personaggio tratto da una commedia di Plauto: un anziano, che, rientrato da oltremare, ha sorpreso tutti per riprendersi l’eredità che gli spettava, e che, dato per disperso quest’anziano, nel frattempo era passata nelle mani di tutti quelli che non si aspettavano mai che sarebbe ritornato a casa. Ero lì che suggerivo, mi sono buttato, sono stato capace di interpretare quest’anziano ancora arzillo. Però, per me, è stato molto importante quel debutto perché mi ha aiutato molto a superare la mia iniziale timidezza, soprattutto grazie agli insegnamenti di alcuni miei professori. Per cui il teatro è molto formativo sotto quest’aspetto. Soprattutto, il poter stare sulla scena, poter guardare in faccia gli spettatori. Spesso le luci abbagliano chi sta sul palco, e, allora, devi tenere gli occhi in basso verso gli spettatori, altrimenti fornisci una cattiva impressione. Altro vantaggio di aver fatto teatro è aver acquisito quella dimestichezza, la capacità di poter parlare in pubblico, cosa che mi è tornata utile anni dopo, quando sono diventato sacerdote. E, sotto il profilo della collaborazione, anche il teatro, quello fatto anche in maniera amatoriale o vissuto a scuola, aiuta molto nella collaborazione a livello di regia, nel vivere ed operare in equipe, assieme. Lo considero davvero una delle attività più formative che esistono”.

-Che cos’è che la fa commuovere di più?
“Sono tante cose: sono un sentimentale, ma, quello che mi commuove di più è l’amore gratuito, quando uno fa qualcosa di utile a un’altra persona in maniera disinteressata, quando guarda negli occhi l’altra persona e gli vuole bene, senza aspettarsi nulla in cambio, un qualcosa, senza inseguire un fine”.

-Quand’è l’ultima volta che ha provato un grande dolore?
“Circa un anno e qualche mese fa, quando il 13 dicembre 2014, giorno di Santa Lucia, ho perduto mio padre, Mario. E’ stato un grandissimo dolore, anche se durante la malattia ha trasmesso una grande serenità a mia madre e a noi tre figli maschi”.

-Che concetto ha di bellezza, direttore?
“La prima cosa che mi verrebbe da risponderle è “La bellezza salverà il mondo”, famosa frase pronunciata da Fedor Dostoevskij, e tratta dall’”Idiota”. Però, questa bellezza non è un fattore estetico, ma è quella bellezza che corrisponde anche alla bontà, all’essere profondamente buoni, e, per me, la bellezza si collega con la bontà. Che era, tra l’altro, il concetto fondamentale della filosofia greca: il bello e il buono, lo stesso buon pastore è in realtà è il greco “kalòs”, dice Giovanni, cioè il “buon” pastore. Per me, la bellezza è sinonimo di bontà, e la bontà è sinonimo di bellezza”.

-Non avesse fatto il religioso o il giornalista, cosa le sarebbe piaciuto fare?
“Mi piace poter raccontare qualcosa agli altri, qualcosa che ha che fare con l’insegnamento, con la letteratura, qualcosa del genere: quindi, avrei potuto sperimentare la professione di insegnante”.

-L’essere felici in che cosa consiste?
“Essere felici credo che consista nel sentirsi in pace con la propria coscienza, ma nello stesso tempo felicità è la coscienza di aver dato il meglio di sé e di averlo fatto sempre per il bene degli altri. Essere felici significa avere una coscienza felice di fare qualcosa di buono, valido per gli altri”.

-Quali le certezze, cui dobbiamo aggrapparsi in un mondo che sembra cambiare a velocità siderali? Quali, invece, i timori , le preoccupazioni, le angosce quelle che San Paolo – lei, direttore è un paolino – raccomandava di gettare tutte nel suo grandissimo, immenso cuore?
“ La certezza, per me, è una sola: Gesù Cristo; tutto il resto, per certi versi, potrebbe venir meno, ma Gesù Cristo è la luce, l’amico, il punto di riferimento, Quello a cui come prete ho donato la vita. E rimane Lui come persona, prima ancora che per i Suoi insegnamenti, e per quello che riguarda il Vangelo”.

-E i timori?
“Ce ne sono tanti: uno è dei problemi di oggi ed è quello della solitudine. In un mondo, come quello attuale, che è il mondo della Comunicazione, paradossalmente le persone si sentono spesso totalmente sole. Nelle lettere che mi arrivano a “Famiglia Cristiana” o a “Credere” si avvertono moltissime persone, che, pur vivendo all’interno di una famiglia, tuttavia si sentono sole; ed è veramente triste. L’altro grave problema d’oggi è quello dell’individualismo, che in qualche modo è legato anche al primo problema, quello della solitudine. E’ il vedere tutta la realtà soltanto in una prospettiva individuale, in base alla quale ottica esistono i principi propri, e poi del resto sarà quello che sarà. Ed, è quindi in questo atteggiamento egoistico molto difficile comprendere la realtà secondo la dimensione sociale: non si riesce ad orientare quello che facciamo, le nostre scelte verso il sociale”.

-Quand’è che saremo veramente liberi?
“In parte lo siamo già, perché Dio ci ha creati liberi. Spesso, però, succede che la nostra vita, la nostra dimensione umana in realtà è sempre limitata, condizionata da circostanze, da situazioni in cui ci veniamo a trovare. D’altra parte, questa società è anche un cammino, un cammino che porta alla vera libertà; che si raggiunge quando sappiamo crescere nel bene e nell’amore, perché la vera libertà è quando amiamo fino in fondo”.

-Come se l’immagina l’Aldilà, direttore?
“Ho un’immagine abbastanza particolare: una volta durante un corso di esercizi, raccontandola, una persona mi ha detto che quella da me rappresentata non è il Paradiso, ma l’inferno per lui. Per me l’Aldilà è come una grandissima biblioteca , che raccoglie tutti i libri del mondo, e non bisogna possedere questo o quel cartellino, tesserino o scontrino per accedere alla lettura di questo o di quel libro, ma è un’immnsa stanza dove uno può leggere quello che trova. Io sono un appassionato di lettura ed avere una biblioteca senza fine è l’immagine più bella del Paradiso come lo intendo io. Fuori da questa mia personalissima concezione, il Paradiso in quanto tale è l’incontro con Dio, e l’infinità di Dio è rappresentata da questa biblioteca immensa”.

-Di che cosa non può fare a meno, direttore, ogni giorno della sua esistenza?
“Certamente non posso fare a meno di dedicare uno spazio per la preghiera, attraverso la quale chiedo . che Dio mi sostenga,.mi dia una mano, cito un esempio, quando sto per chiudere il giornale o sono in ritardo, o anche semplicemente per avere questo dialogo importante con Lui”.

-Qual è il suo sogno professionale nel cassetto? La testata che lei dirige – “Credere”, settimanale venuto alla luce il 14 aprile 2015 - sta già riscuotendo un notevole successo, e “Famiglia Cristiana”, la rivista paolina più diffusa in Italia, per rimanere in ambito calcistico, si avvale dei suoi assist e di quelli del suo condirettore (incarico ricoperto il 1° ottobre 2011), don Antonio Sciortino?
“Mi piacerebbe molto che la rivista che ho fondato, “Credere”, possa attecchire ancora di più, ma, soprattutto, possa diventare per più persone un punto di riferimento, un aiuto per la vita cristiana di ciascuno. Che, in buona sostanza, possa aiutare la gente a crescere nella propria Fede, fino a renderla, la Fede, ancora più forte, più autentica. Far capire che la Fede cristiana porta alla vera gioia”.

-Il sogno umano?
“E più utopistico, nel senso che vorrei che ci fosse più intesa, concordia, pace tra le persone, tra i popoli, perché si possa scongiurare le guerre, ma ci si possa trovare tutti attorno a un tavolo per discutere e trovare la miglior soluzione per gli uni e per gli altri. Forse, non ci riusciremo mai fino in fondo, ma ognuno di noi, ciascuno secondo il proprio ruolo, dobbiamo cooperare per raggiungere questa riconciliazione e verso quest’obbiettivo dobbiamo tutti assieme, uomini e popoli di questa terra”.

-Direttore, siamo nell’èra della grande Comunicazione, ma, in realtà, come ha ricordato lei prima, siamo sempre più soli. E, allora, è vero che si legge, si fa teatro, si crea, si libera il proprio canto, si accorda uno strumento per sentirsi meno soli?
“Alla fine Dio ci ha creati liberi per poter gioire del Suo grande amore, ma anche perché potessimo diventare dei Suoi interlocutori. Ci ha creati per un dialogo, per un incontro reciproco con Lui, quindi, la relazione è una delle dimensioni fondamentali della natura umana. Egli stesso è Padre, Figlio e Spirito Santo, ha creato l’uomo a Sua immagine e somiglianza; e l’ha creato per essere in relazione con l’uomo. Siamo nati per cercare relazioni e, quindi, sotto questo punto di vista, la letteratura, l’arte, tutto quanto ha lo scopo di farci entrare in relazione, di metterci in relazione va coltivato. E per far sì che questa relazione avvenga, questa comunicazione possa avvenire, ci deve essere alla base la reciprocità. Più bello è l’incontro tra l’io e il tu, e la bellezza dell’incontro è anche la bellezza dell’incontro tra la diversità. Potersi incontrare con qualsiasi persona e in qualsiasi momento, vedendosi rispecchiati nella stessa umanità e nello stesso tempo sentendosi arricchiti dalla diversità: è questa la gioia e la bellezza della nostra esistenza”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it, 3 marzo 2016












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