ULTIMA - 17/2/19 - GIANA ERMINIO E VIRTUS VERONA SI DIVIDONO LA POSTA (1-1)

E' finito 1 a 1 lo scontro salvezza fra Giana Erminio e Virtus Verona, valido per la 27^ giornata di campionato (8^ di ritorno), che si è giocato ieri al Comunale “Città di Gorgonzola”. Un punto che serve poco ad entrambe che se finisse oggi il campionato sarebbero retrocesse in serie D. Il Giana è terzultimo a 26 punti mentre la Virtus Verona è sempre
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INCONTRI VIP'S

8/4/16 - INCONTRI RAVVICINATI: ENRICO DE MORI

IL MAESTRO "DOREMI"

Così lo chiamarono affettuosamente i francesi il maestro Enrico De Mori, anagrammando il suo cognome. Addirittura, nel 1993, dopo una sua esibizione al Pala Bercy di Parigi, dove diresse l’”Aida” dal 4 maggio al 19 dello stesso mese, uscì un libro-biografia – scritto in francese e in italiano - sul direttore d’orchestra, chiamato anche “il mago degli spettacoli di balletti” del Teatro La Scala di Milano, dove diresse 200 recite come maestro suggeritore del tempio lirico milanese. Le sue direzioni furono impeccabili, un autentico trionfo: “Per me” ricorda il maestro “ è stato il mio grande successo. Mi recai nella capitale francese con più di 300 tra coristi ed orchestrali. Ricorreva il decennale dell’opera verdiana celebrata a Parigi, erano già stati stanziati dai francesi parecchi franchi, ma il sovrintendente dell’opera lirica veronese Francesco Erniani si rifiutò di portare l’apparato scaligero oltre l’Alpe. Rivolsero a me l’invito, ed io accettai dicendo “se non si va al Pala Bercy con l’Hellas Verona, si va con il Chievo, cioè con la compagnia da me fondata nel 1966”””.

Una cosa cui tiene in modo particolare il maestro Enrico De Mori è il ripetere più volte nel corso del nostro incontro consumato nella sua abitazione “Io sono arrivato sempre per caso”, cioè senza gli “aiutini”, “mi sono tenuto sempre alla larga da giochi di potere, invidie” . Ma, anche: “Sono stato un direttore per caso, chiamato più volte all’ultimo momento per sostituire uno più conosciuto di me, ma, poi, non riconfermato, non ho mai capito perché”

Un episodio del genere è avvenuto recentemente, esattamente venerdì santo 25 marzo 2016, quando il maestro Michele Gamba (classe 1983) – che vive a Milano - è stato chiamato dal sovrintendente Alexander Pereira all’ultimo momento a sostituire nella buca della Scala di Milano il direttore d’orchestra Michele Mariotti, nella direzione dell’ultima replica de “I due Foscari” di Giuseppe Verdi. Gamba era già stato assistente di Daniel Barenboihm per “Le nozze di Figaro” allo Staatsoper di Berlino e di Antonio Pappano, sempre ne “I due Foscari”, al Covent Garden di Londra.
 
Ecco, la storia del maestro Enrico De Mori è quella di un grande direttore d’orchestra, che, non allineato, non addomestica da questo o da quel partito in voga, è stato spesso chiamato a sostituire dei giganti della bacchetta, senza, mai ottenere una conferma. Nato l’11 giugno 1930, si rivela fin da piccolo un enfant prodige: già, nella sua Roanne, cittadina sulle rive della Loira, che deve lasciare per colpa della Seconda Guerra mondiale a soli 11 anni: “Sono venuto via con addosso la camicetta bianca, abbiamo lasciato casa, mobili ed amici. Mio padre Augusto, con mia mamma Antonia, erano musicisti, e per guadagnarsi da vivere, perché quelli erano davvero tempi di miseria, paura e di fame – una volta arrivati a Verona – non disdegnarono i lavori più umili, come quelli di suonatori ambulanti, per intrattenere i clienti dei bar di Piazza Bra".
 
I genitori gli hanno trasmesso nel Dna la passione per la musica: il padre Augusto è un brillante violinista, chitarrista e fisarmonicista, anche se sarà il pianoforte lo strumento più caro al maestro divenuto oramai a tutti gli effetti veronese. “Il pianoforte è lo strumento più completo, assieme all’organo, perché hai la musica e il canto. Ricordo che il direttore d’orchestra Von Karajen era sereno quando nell’orchestra accompagnavo i suoi concerti. Ma, l’ho visto anche rivolgere degli sguardi, delle espressioni glaciali, quasi “hitleriane”, ai musicisti che non filavano dritto”.

In soli 3 anni, il “maestro Doremì consegue il diploma di corso inferiore, medio e superiore di pianoforte: un traguardo che generalmente si completa nell’arco di 10 anni: “Ricordo con una certa nostalgia che mio padre per farmi studiare ingaggiò due buoi e un carretto sgangherato e cigolante su cui fece issare un vecchio pianoforte che fece trasportare su fino sopra a Lugo di Valpantena; dove abitavamo in quel periodo e dove la gente del luogo ricordò a lungo quei tre matti (compresa mia madre) che suonavano dalla mattina alla sera”.

“Era il 1947 e mi sono diplomato nel prestigioso Conservatorio “Arrigo Boito” di Parma a pieni voti. Ma, pur di inserirmi nell’ambiente dell’Orchestra di Verona, riesco a occupare l’unico posto libero, quello di percussionista. Ma, suono anche lo xilofono, il tamburo, il triangolo, la grancassa, perché per me la musica è vita, mi prende il cuore, le vene, tutto quanto!”

 “Nel 1956” ricorda De Mori “lavoravo già alla Scala di Milano, indicato dal maestro Antonino Votto. Sono diventato direttore d’orchestra degli Spettacoli di Balletti, sempre alla scala, dal 1968 al 1981”.

Ci può parlare di Riccardo Muti?
“Ero a Milano, dirigevo l’orchestra dei balletti, e l’ispettore – perché così volle allora il maestro Muti – mi disse che lo spartito non andava bene, che bisognava cambiarlo. Maccome, all’ultimo minuto?, senza che lo stesso Muti mi avesse avvisato almeno una settimana prima? Per tutto ci vuole il suo tempo di preparazione, o no? Non la presi certo bene, come potete immaginare anche voi”.

Quand è che le è venuta la pelle d’oca?
“Io ho sempre amato la mia città, Verona: ho sempre cercato di rendermi libero dagli impegni de La Scala di Milano per poter andare in scena nei mesi estivi anche nel meraviglioso anfiteatro romano. Mia madre muore durante le prime ore del pomeriggio – il 19 di agosto 1987 –, ma io non rinunciai a dirigere l’orchestra che accompagnava lo “Schiaccianoci” di Piotr Ciaikovskij. Un’ora prima della rappresentazione, lo speaker dell’Arena chiede agli spettatori di osservare un minuto di raccoglimento per ricordare la scomparsa di mia madre. Non vi dico quanto l’ho presa male quell’iniziativa, quell’omaggio: sono un uomo sensibilissimo, so che diressi per quasi due ore con le lacrime negli occhi, senza vedere gli spartiti”.

Tra i personaggi più famosi con cui lei, maestro, ha collaborato, il grande ballerino russo Rudolf Nureyev: un ricordo?
“Andavamo d’accordo, mai uno screzio, mai un’incomprensione, alla pari, del resto, con Carla Fracci. Nureyev era il solista, era il vero protagonista, e una volta prese a schiaffi un direttore di orchestra durante una esibizione, episodio accaduto al “Verdi” di Trieste. Era l’etoile, il prim’attore, perfezionista e molto esigente! Non ho mai amato il protagonismo, ho sempre diretto in maniera serena, trasmettendo, infondendo tranquillità ai musicisti. Il direttore d’orchestra non deve mai atteggiarsi a queste pose, deve essere al servizio della musica e non viceversa” .

Rimorsi, rimpianti, amarezze?
“No, la musica, come ho detto prima, è stata la colonna sonora che ha accompagnato tutta la mia esistenza Ho diretto fino a giugno del 2015, fino a quando un musicista, medico in pensione, mi ha riscontrato fibrillazioni al cuore e mi ha proibito di impugnare la bacchetta, consigliandomi di scendere dal podio. Mi rimprovero, quello sì, di non essermi venduto bene, perché molte volte sono stato chiamato a sostituire direttori d’orchestra famosi, all’ultimo minuto, riuscendo a non farne rimpiangere l’assenza . E’ successo con Daniel Oren, ma pure con altri. Una volta l’allora sindaco di Verona, l’avvocato Renato Gozzi, si arrabbiò nello scoprire che il talento Verona l’aveva in casa, e che la città di Giulietta e Romeo non sapeva – o fingeva – di ignorare, di non saperlo nemmeno. Riuscivo sempre a fornire prestazioni all’altezza, poi, quando c’era da allungare il contratto o essere meglio retribuito, il maestro Enrico De Mori non esisteva più”.

La prima volta che il maestro dirige una vera orchestra accade nel 1963, all’”Antonio Salieri” di Legnago. Ma, il grande salto avviene nel 1968, dopo 12 anni di lavoro e di esibizioni nel massimo tempio della lirica, La Scala di Milano, ed alla vigilia dell’allestimento del “Barbiere di Siviglia” con l’Orchestra dell’Angelicum e il coro della Rai, il figlio del regista di quello spettacolo, Silvano Lupetti, fa il nome di De Mori: “Non sapevo se accettare o meno perché i tempi erano ristrettissimi. Mi fece coraggio il celebre maestro Antonino Votto, il quale mi disse: “Se hai stoffa, questa salterà fuori e ce la farai anche senza prove. Al contrario, ti conviene dimenticare questo mestiere perché nessuna scuola riuscirà ad insegnartelo”.

De Mori al teatro “Litta” di Milano, 1963, supera l’esame, ma, di occasioni non se ne presentano altre. “E, allora, decido di creare, 1966, un’Orchestra tutta mia, il “Coro ed Orchestra Città di Verona”, composto da 120 componenti, tutti pieni di entusiasmo, una sessantina di coristi ed altrettanti orchestrali. Ed anche qui altro rammarico”.

Quale, maestro?
“Per 3 anni di seguito, dal 1968 al 1971, firmai un contratto di partecipazione alla Sagra Musicale Umbra, con direttore artistico il maestro e dottor Francesco Siciliani. Esibimmo musiche del Settecento, ai più sconosciuti. Certo, per far carriera era allora sufficiente legarsi a un qualche partito politico. Io ho sempre detestato questa “sponsorizzazione”, per me la musica è esercizio di passione, talento ed espressione della libertà. In contemporanea mi fu offerto di dirigere alcune cartellone a La Scala dall’allora sovrintendente Antonio Ghiringhelli, ma avendo già sottoscritto l’impegno in Umbria con il dottor Siciliani, continuai a ripetere che non avrei potuto accettare quell’occasionissima. Ebbene, Milano riuscì lo stesso a fare di tutto pur di assicurarsi la mia presenza, la mia direzione, combinando date e prove”.

Il talento del maestro Enrico De Mori viene sottolineato anche dal fumetto più amato al mondo, quello ideato da Walt Disney, Topolino. Abbiamo trovato l’edizione del 7 ottobre 1973, in cui vengono dedicate all’artista ben 4 paginette. Il titolo è: “Il direttore senza mito”.
“Che torrente, ragazzi. Un fiume, una cascata. Un prorompere tumultuoso di parole. Ma, più che di parole, di sentimenti. Di sensazioni, di idee, di sogni, di passioni, che si esprimono in gesti misurati, raccolti, ma intensi e vivissime immagini. Così è Enrico De Mori. E’ tutto un rendere l’idea di fino a che punto la passione per l’arte, la musica, per il teatro possa trasformare il volto, il gesto d’un maestro, che è uomo e artista,. Cioè: Enrico De Mori”.

Direttore d’orchestra, pianista, compositore, studioso appassionato di un particolare tipo di archeologia, quella musicale, scopritore di spartiti “dimenticati” di indimenticabili artisti del sei-settecento musicale italiano, quali Leonardo Leo, Francesco Salieri (fratello del più famoso Antonio), Domenico Puccini, nonno di Giacomo, i veronesi Pietro Torri e Carlo Pedrotti), De Mori è oltretutto direttore artistico dei balletti scaligeri. “Con l’Orchestra e il coro da camera Città di Verona, fondata da me nel 1966, ho avuto la possibilità di esibirmi in molti teatri del mondo, in Giappone, al “Metropolitan” di New York, ad Atene, a Mosca, in Austria, a Losanna, a Las Palmas Gran Canarie, a Vienna, a Dortmund e in Polonia. Qui mi hanno dato l’onorificenza del Paese per avere suonato e contribuito a diffondere la musica di Chopin. Nell’agosto 1986 sono riuscito a dirigere un’opera, “Aida”, che mi mancava. In realtà, non era una novità perché per l’Ente Lirico scaligero l’avevo già diretta , all’estero, a Vienna””.

Direttore d’orchestra per il balletto “Giselle” (4 recite) presso l’Ente Lirico “Arena di Verona” nel 1974, per un totale di 64 recite areniane, di cui 46 in Arena e 18 fuori sede. Alla Scala di Milano totalizza qualcosa come 327 recite, nel 1966-67 è maestro suggeritore per 16 recite di “Rigoletto”, ma, anche per le opere di Boris Godunov, “Nabucco”, “Idomeneo”, “Don Carlos”, per le opere “Ernani” (8 recite) quindi, direttore d’orchestra in spettacoli di balletti. Ha conquistato con la sua bacchetta quattro quinti (Europa, Asia (Giappone e Cina), Africa (Luxor e Il Cairo) di platee del mondo, esibendosi anche nel leggendario “Bolscioi”, in Russia. In Italia, si esibisce in tutti i teatri più importanti e conosciuti: dirige opere e balletti “di classe” con la stessa disinvoltura: “La rovina delle opere, della musica, dei teatri in Italia sono i manager; i quali mi ricordano tanto, nel calcio, i procuratori dei giocatori”.

Oltre a suo padre Augusto, a chi deve qualcosa artisticamente parlando?
“A un bravissimo musicista veronese, Cesare Catini, il quale insofferente nel vedere che sprecavo le mie tantissime qualità, una sera mi portò in Arena ad assistere ad una “Manon” di Puccini. Ebbene, io quella sera mi addormentai, ronfando così forte – e me ne vergogno ancora oggi – da disturbare quasi tutta la platea di 20 mila spettatori. Fortunatamente, un paio di anni dopo si accorse di me il nobiluomo di Valeggio, il dottor Carlo Sigurtà; il quale mi aprì le porte verso la Verona-bene. Ero povero in canna all’inizio e fui allettato da questo mondo dorato nel quale cominciai ad esibirmi sempre più spesso”.

Cos’è la vita per lei, maestro?
“La musica è sempre stata presente in me, così come lo è il respiro. Mi dica a chi di noi verrebbe in mente di cercare alternative al respiro?”

Verona 22 marzo 2016, Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it

(foto di www.orchestrademori.it)












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