ULTIMA - 17/2/19 - GIANA ERMINIO E VIRTUS VERONA SI DIVIDONO LA POSTA (1-1)

E' finito 1 a 1 lo scontro salvezza fra Giana Erminio e Virtus Verona, valido per la 27^ giornata di campionato (8^ di ritorno), che si è giocato ieri al Comunale “Città di Gorgonzola”. Un punto che serve poco ad entrambe che se finisse oggi il campionato sarebbero retrocesse in serie D. Il Giana è terzultimo a 26 punti mentre la Virtus Verona è sempre
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INCONTRI VIP'S

19/5/07 - INCONTRI RAVVICINATI: DARWIN PASTORIN...

Darwin Pastorin: “Viva il calcio-nostalgia!”

L’intervista del nostro direttore a Darwin Pastorin è una passeggiata tra i ricordi. Un viaggio nel tempo stando fermi, seduti su un divano nella hall dell’hotel Antico Termine, a Lugagnano. Un tuffo nel calcio che non c’è più, quello delle linee di gesso che si ammucchiano sul fango, quello delle porte coi pali a sezione quadrata, quello delle maglie coi numeri dall’1 all’11 e soprattutto pulite, pure, autentiche, ancora vergini dall’intrusione prepotente degli sponsor. Quella tra Andrea Nocini e il giornalista-scrittore ora a La7 è soprattutto una chiacchierata tra due uomini di sport, di antichi valori, di sconfinata passione per il calcio anche se in due sfere diverse. Una, quella dei dilettanti, sotterranea, poco pubblicizzata e povera di soldi ma ricca di sogni e sacrifici. L’altra, quella dei professionisti, scintillante, appariscente e all’attenzione costante dei media nazionali e mondiali. Nocini e Pastorin sono comunque, ognuno a suo modo, due cercatori di storie, quelle più ricche di valori umani e genuini: due autentici umanisti del nostro tempo, due archeologi dell’anima alla ricerca di reperti fatti di emozioni e sentimenti.
Basti la dedica scritta da Pastorin a Nocini su uno dei suoi libri che il nostro direttore ha portato: “All’amico Andrea, con tanta stima. W il calcio nostalgia!”

Io chiamo Darwin Pastorin “il poeta del calcio”, dopo aver letto Vladimiro Caminiti di cui Darwin secondo me raccoglie l’eredità in maniera ancora più intelligente e obiettiva, dal punto di vista della juventinità…

Vladimiro Caminiti è stato un maestro che manca al giornalismo sportivo. Mancano queste grandi figure, quelle nobili e veramente poetiche, appunto come Caminiti, come Giovanni Arpino che è stato uno scrittore “prestato” al giornalismo sportivo.
Caminiti ha scritto alcune delle pagine più belle della storia del giornalismo sportivo italiano, su Tuttosport. Lui era inviato speciale e ci ha lasciato nel 1993. E’ stato lui a insegnarmi che il racconto del calcio deve cominciare sempre dal verde del prato e dall’azzurro del cielo. E questa lezione mi è rimasta sempre nel cuore, e ancora adesso lo ricordo davvero con grande affetto e commozione, e con un senso di gratitudine infinito.

Io ci aggiungerei anche Giampaolo Ormezzano, che è dall’altra parte, della schiera del Toro…

Ma qui non si tratta di Juventus o Torino, si tratta soltanto delle loro qualità, che erano letterarie e giornalistiche, perché anche Giampaolo era un genio. Quando cominciai a bazzicare Tuttosport nel 1974 lui era il direttore, ed era geniale. Ricordo ad esempio un titolo dopo una vittoria italiana alla Milano-Sanremo, quella d Dancelli, e il titolo era “Din don Dancelli”, perché tra l’altro era Pasqua…
Caminiti era diverso: era poetico, pieno di situazioni colte. Giampaolo aveva delle folgorazioni, delle illuminazioni. Tutti e due con stili particolarissimi, perché lo stile di Caminiti era classicheggiante, quello di Ormezzano era già uno stile moderno: lui ha inventato un giornalismo in anticipo sui tempi, un modo personalissimo di commentare e vedere le cose dello sport.

Tu hai mai giocato a calcio? Scrivi da una vita su chi ci ha giocato, e qualche tua “ricerca” su giocatori tipo Moacyr Barbosa è commovente…

Io ho fatto il NAG, che era il Nucleo Addestramento Giovani calciatori. Avevo cominciato al Pertusa, una società di Torino, e poi al Bacigalupo alle soglie degli allievi. Per poi giocare nella rappresentativa del liceo anche qui a Verona, dove perdemmo 1 a 0 e in porta giocava Paolo Priante, figura storica del giornalismo veronese. Io giocavo centravanti partecipando a vari tornei, e facevo anche tanti gol. Poi feci un provino alla Juventus a 12 anni con i maestri Pedrale e Grosso, segnando un gol di ginocchio, però eravamo in 40 e presero il figlio di Cinezinho che giocava nella Juventus col numero 10.

Gol e autogol giornalistici della tua vita. Lasciamo il campo giocato e andiamo su quello scritto, al quale devi la tua grande fama.

Quando si parla di scoop, son stato uno dei primi a scrivere di Zico a Udine. Oppure, durante i Mondiali del ’94 negli Stati Uniti ero sempre con Antonio Maglie, grande giornalista del Corriere dello Sport Stadio, e ricordo due nostre interviste in esclusiva: la prima con Asprilla, appena arrivato a Los Angeles con la nazionale colombiana, e poi, a pochi giorni dalla finale, con Romario, che non parlava con nessuno, aveva sempre la sua “corte dei miracoli” attorno.
Autogol ce ne sono tanti. Tante, tante volte ti capita purtroppo di non essere sulla notizia, di essere nel posto sbagliato, e questo fa parte degli imprevisti del nostro mestiere.
Io però posso dire di vantarmi di essere stato (e lo sono ancora adesso, a 53 anni) un giornalista che consuma la suola delle scarpe, cioè mi piace andare, mi piace vedere, mi piace raccontare.
E ricordo che il direttore Dardanello di Tuttosport mi diceva sempre che ero uno che quando andava in un posto tornava sempre con otto proposte di servizio, cioè potevo andare nel ritiro della Juventus in Svizzera e poi dire vediamo se c’è qualche giocatore con una storia da raccontare. Quindi prendevo i giornali locali, cercavo delle suggestioni oppure parlavo con le persone. E a volte mi capitava appunto di trovare quel personaggio che ti faceva narrare la bella storia. Oppure, quando andavo alla Coppa America di calcio in Sudamerica, mi piaceva andare anche oltre il fatto sportivo, raccontare cose che avevano a che fare con la vita sociale, culturale di quel posto.

Infatti tu sei stato anche sociologo, professore di Sociologia della Cultura Sportiva a Teramo. Che ruolo hai giocato invece nel firmamento del giornalismo sportivo italiano?

Io sono stato e sono un mediano e basta. Sono uno che fa questo mestiere ancora con passione, con amore. Ho avuto la fortuna di avere grandi maestri, sicuramente io non sono il maestro di nessuno. Però mi riconosco un pregio: di avere uno stile personale, di fare un giornalismo che è mio, personale, e che vien riconosciuto.
Ora, il voto può essere 0 o 10 e non sta a me darlo. Ripeto, faccio questo mestiere per passione e per amore, punto. Ho avuto dei maestri e forse sono anche stato un pessimo allievo. Però oggi le firme eccellenti sono altre. Io penso a Gianni Mura, penso a Emanuela Audisio…

Eduardo Galeano, il migliore…

Beh, è uno scrittore, anche se pure in questo caso siamo nel campo dello scrittore “prestato” alle vicende calcistiche. Galeano tra l’altro ha avuto parole molto belle per me nel libro “Le partite non finiscono mai” e per questo lo ringrazio ancora. Siamo di fronte a uno dei più grandi scrittori sudamericani di calcio, perché questa è una sua passione, però non è un giornalista sportivo.
Rimanendo in Italia, ci sono poi tanti giovani bravi, penso a Luigi Garlando della Gazzetta dello Sport, oppure un altro giornalista sportivo che io considero straordinario (e che è giornalista sportivo fino a un certo punto) è il mio amico di sempre Marco Bernardini, uno dei primi a portare il taglio extra-sportivo nel calcio.
Il giornalismo sportivo italiano oggi ha veramente grossi talenti, oppure, tra virgolette, grandi vecchi. Che sono poi quei giornalisti che noi andiamo a cercare quando compriamo il nostro giornale di riferimento.

La nazionale dei tuoi giocatori preferiti. Sicuramente ci sarà Garrincha, in porta Barbosa…

Possiamo mettere in porta sicuramente Moacyr Barbosa, eroe tragico dei Mondiali del ’50, ma anche Gilmar che è stato invece il portiere dei Mondiali vinti nel ’58 e nel ’62. Anche perché Gilmar frequentava casa mia in Brasile dato che era fidanzato con una mia cugina…quindi è stato il primo campione “vero” che ho visto da vicino.
Poi sicuramente metto come libero Gaetano Scirea, che è stato il libero-gentiluomo, una delle figure più belle e più pulite del calcio italiano.
Centravanti quello che è stato il mio idolo, Pietro Anastasi.
Col numero 10 sicuramente Maradona, che ho avuto la fortuna di conoscere e di veder giocare, e intendo anche in allenamento perché era straordinario sempre.
Col numero 11 mi piace mettere un giocatore che ora è scrittore, Jorge Valdano, campione del mondo nell’86 al fianco di Diego in Messico e ora narratore straordinario che ha raccolto l’eredità non facile di Osvaldo Soriano, anche lui ex giocatore, centravanti in Patagonia, e ora uno dei più grandi narratori del continente latino-americano.
Col numero 7 sicuramente Garrincha. Col numero 8 Marco Tardelli, perché l’urlo del Mondiale dell’82 resterà per sempre il manifesto del nostro calcio, perché è stato l’urlo di milioni di italiani e quella vittoria fu epica perché arrivata dopo le polemiche, il silenzio-stampa, la vittoria sull’Argentina, il primo grande scandalo del calcio italiano (calcio scommesse) ma soprattutto perché arrivata sul Brasile favorito.
Poi vediamo, mancano i terzini…sicuramente Gentile, uno dei difensori più forti, più ferrigni, più coriacei del nostro calcio (in quello stesso Mondiale marcò prima Maradona e poi Zico, che ha ancora la maglietta strappata in un baule!)
Terzino sinistro direi Nilton Santos, altro campione del ’58 e del ’62, chiamato “l’enciclopedia del calcio” perché molto intellettuale. Ho letto di recente in portoghese la sua autobiografia, “Minha bola minha vida”, e lì c’è proprio lo spessore di questo straordinario personaggio.
Mediano direi Furino, che Caminiti definiva “capitano con l’elmetto” perché era il vero mediano, quello che si attaccava al numero 10 avversario: e c’era questa bella figura, lui con le gambe storte, brutto e cattivo che marcava Rivera, “l’abatino”, l’esteta, il fine dicitore.
Come stopper, parlando ancora in termini antichi, direi un brasiliano dell’82 perché quella nazionale passò alla storia in Brasile come la generazione degli sconfitti, anche se era sicuramente stata una delle più belle degli ultimi anni (da Toninho Cerezo a Falcao, a Zico a Socrates a Junior…). Difensore centrale era Oscar Bernardi, colui che all’ultimo momento fece fare a Zoff una figura monumentale parando quel tiro sulla linea. Difensore molto elegante, dotato anche di piedi buoni.
Ma forse quel ruolo lo darei a Andres Escobar, assassinato per un autogol dopo l’uscita di scena della Colombia contro gli Stati Uniti ai Mondiali del ’94, ucciso poche notti dopo a Medellin. L’ho conosciuto, ci avevo parlato durante quella lunga trasferta di 47 giorni in America, ed era un personaggio elegante…collaborava anche con un quotidiano colombiano dall’America. Pensa, morire per un autogol, allucinante…

Commissario tecnico?

Devo dire che sono molto legato a Marcello Lippi, cui tra l’altro avevo detto guarda vincerai sicuramente il Mondiale nel pieno della bufera.
Però se penso a un allenatore per una mia nazionale ideale penso a Enzo Bearzot, il “vecio” raccontato da Arpino in “Azzurro tenebra”, che era un personaggio…parlare con lui era come stare ad ascoltare un maestro, passava dal calcio ai ricordi personali, ai poeti turchi, alle citazioni in greco, ti citava Orazio…e ha avuto la capacità di mettere insieme sempre dei ragazzi anche diversi tra loro e di far diventare tante individualità un grande collettivo. Lo fece già nel 1978 in Argentina, ma soprattutto nell’82 in condizioni critiche per le polemiche, il silenzio-stampa, le battute sbagliate e sgradevoli nei confronti dei giocatori…
Lui riuscì a mettere insieme una nazionale che veramente correva il rischio di sgretolarsi, tra il non-gioco e le polemiche.

Calcisticamente ti sei mai commosso? La strage dell’Heysel, la morte di Fortunato, quella di Meroni…

La prima grossa commozione l’ho avuta da ragazzo con la morte di Gigi Meroni, nel 1967.
Io tifavo per la Juventus ma adoravo quel giocatore perché era un’ala destra straordinaria, mi ricordava Garrincha per fantasia ed estro... Arrivò questa notizia e fu terribile.
Tra l’altro andai al funerale, col mio vicino di casa e la moglie tifosi del Torino, e pochi giorni dopo ci fu il derby. Pazzesco: andai nella curva Filadelfia, quella della Juve, con la bandiera bianconera listata a lutto, e ricordo un silenzio di ghiaccio. 4 gol del Torino, 3 di Combin e uno di Alberto Carelli, che giocò con la maglia numero 7 di Meroni. E adesso che son tornato definitivamente a Torino, sotto casa di mia mamma vedo spesso Alberto Carelli, e tutti gli chiedono ancora di quella partita e di quel gol. Si porta dietro, 40 anni dopo, sempre di esser stato il giocatore che segnò nel derby con la maglia di Meroni.

Siamo arrivati ai “Tempi supplementari” del calcio, dopo Moggiopoli. Ma siamo proprio convinti che tutto il danno l’abbia fatto la Juve e non invece l’Inter? L’ho chiesto anche a Gianni Mura e mi ha risposto chiedendomene le prove…

Io questa faccenda di Calciopoli la trovo ancora piena di lati oscuri. Ora c’è un processo. Io sono garantista sempre, finchè non c’è un colpevole non esistono colpe. I magistrati devono poter lavorare serenamente, bisogna fare luce, chiarezza, scoprire la verità che deve essere una verità completa. Calciopoli ha fatto male al nostro calcio, che ha saputo però reagire subito vincendo un Mondiale altrettanto difficile come quello dell’82, e anche qui grande merito a Lippi.
Credo, leggendo e pensando, che ci siano ancora tante pagine da scrivere.
Ma è anche importante avere la forza di andare avanti per questo movimento calcistico, perché le cose non sono ancora cambiate, il calcio ancora non mi piace: è il calco dei morti, della violenza, della paura, il calcio vecchio di personaggi ormai arrugginiti, servirebbero persone nuove.
Ti dico la verità, potevamo anche arrivare a sospendere il calcio in Italia per un anno e riscrivere tutto, invece di andare avanti a fatica con l’affanno, le regole scritte e poi non scritte…potevamo dire basta e poi ricominciare. Anche perché, secondo me, la grande sconfitta del calcio è l’assenza dei bambini dagli stadi. E’ quando vedi l’immagine di bambini in lacrime o spaventati per incidenti e scontri.
Ricordo che, quando andavo allo stadio, andavo in curva con mia madre, o a 12 da solo o coi miei amici, ed era un divertimento totale. Andavamo a vedere il derby tra amici e compagni di scuola tifosi di Juve e Toro, insieme, poi c’era lo sberleffo, il giorno dopo a scuola dovevi passare sotto la bandiera del Toro se avevi perso oppure il contrario. Ma non c’era assolutamente tutto questo.
Ora tu vedi che prima di una partita internazionale tra Roma e Manchester ci sono sette accoltellati, una roba allucinante. E qui veramente c’è la morte del calcio, la morte di un’arte, la morte della nostra giovinezza: perchè tu tifi per una squadra perché tifi per la tua vita, per quello che sei stato, per il bambino che eri. Perché il calcio ha accompagnato la nostra crescita, gli eroi del calcio erano come gli eroi salgariani.
Il fatto di vedere che i bambini possano perdere questa passione è triste. Io sono contento perché ho un figlio di 9 anni, Santiago, che tifa per il Cagliari perché i nonni materni sono sardi e tifosi del Cagliari e di Gigi Riva. Con cui tra l’altro l’ho messo in contatto telefonicamente: Santiago è mancino, e Riva gli ha detto “ricordati Santiago che storti sono gli altri, non noi!”

Qual è il pregio migliore che Santiago ti riconosce? E il difetto?

Tra padre e figlio abbiamo un rapporto straordinario. Mio figlio è al primo posto nella mia vita, il mio grande amore, la mia grande passione. C’è questa emozione e commozione che unisce sempre padre e figlio.

Forse non ti perdonerà mai che tu sia un “gobbo” juventino…!

Mai! Questo sì, lui è anti-juventino! Questo non me lo perdona, ma solo questo.
Abbiamo scritto un libro insieme, che è “Io, il calcio e mio papà”, tra l’altro devo dire che tutti i diritti d’autore sono devoluti all’ospedale infantile Regina Margherita reparto oncologico, quindi è un libro per i bambini che stanno male e che soffrono. Ed è la risposta di Santiago a “Lettera a mio figlio sul calcio”.

Dal giornalismo scritto con cui ci hai fatto sognare (su Tuttosport e dove scrivevi il calcio è ancora poesia…)… Ma ce n’è ancora di poesia? Come si fa a scrivere di poesia oggi, quando ormai c’è violenza, quando ormai sulla maglia di una squadra c’è la scritta dello sponsor e i tifosi non si riconoscono più in quella maglia perché non si sentono rappresentati?

Sicuramente stiamo parlando di un altro calcio rispetto a quello ad esempio della mia giovinezza.
Il calcio è diventato un’industria, un qualcosa che ha poco a che fare con la poesia e con l’estetica. Però questo è il calcio di oggi.
Per fortuna, ad un certo punto comincia la partita. E allora ecco che un colpo di tacco, una rovesciata, una grande parata, uno svarione, un anticipo, un’illuminazione, un assist ti fanno recuperare quella magia e quella bellezza che il calcio non perderà mai. Perché quando tu oggi vedi comunque giocare Totti, Del Piero, Ibrahimovic, Ronaldinho, Messi, oppure vedi tanti ragazzini che vengono fuori, come Giovinco, che hanno questi colpi, ti rendi conto che il calcio non finirà mai perché il gesto atletico riporta tutto a quella sfera magica, a quel momento straordinario che è il momento del calcio quando ritorna ad essere calcio. Calcio e basta, senza sponsor, senza scandali, senza violenza, senza denaro.

Si può chiudere questo bel colloquio con Darwin Pastorin, che è tornato ad abbracciare per conto del papà che era di San Zeno la città di Giulietta e Romeo, dicendo quello che tanti altri oltre a Renato Cesarini han detto, cioè che il calcio è la metafora della realtà…

Sì, lo diceva anche Jean Paul Sastre che il calcio è la metafora della vita. E’ vero. Oppure, come diceva il filosofo Givone, che è la vita ad essere una metafora del calcio.

Quando ti stacchi un po’ dall’enciclopedia sportiva, cosa ti piace leggere? Quali sono i tuoi poeti e scrittori preferiti?

Io leggo tutto, sono un lettore instancabile, passo le ore in bianco a leggere.
Consiglio per Natale uno scrittore colombiano, un grande vecchio della letteratura colombiana che è Alvaro Mutis, lo consiglio di cuore. Oppure di rileggere tutto John Fante, che è l’italiano d’America che ha scritto queste storie di Arturo Baldini semplicemente straordinarie. E poi, rimanendo agli scrittori italiani, sicuramente Sandro Veronesi, che è il degno erede di Moravia.

A cura di Luca Corradi









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