ULTIMA - 23/1/19 - LA VIRTUS VERONA CEDE CONTRO LA CAPOLISTA PORDENONE (1-2)

Per l'ennesima volta la Virtus Verona di mister Gigi Fresco viene beffata nei minuti finale della partita dopo essersi battuta alla pari contro la capolista incontrastata del girone B di serie C, il Pordenone di mister Attilio Tesser. A decidere la sfida a favore dei neroverdi friulani è stata una rete del 38enne Emanuele Berrettoni, ex Hellas Verona,
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INCONTRI VIP'S

9/8/07 - INCONTRI RAVVICINATI: ROBERTO DONADONI...


"I MISTER GIOVANILI HANNO FORGIATO IL MIO CARATTERE"


Donadoni è quel timido che avevamo immaginato: accetta l'intervista del nostro direttore Andrea Nocini per il nostro sito.

A volte, sembra un pulcino spaesato, l'ex asso milanista di Arrigo Sacchi, la “fascia destra” del “Mago di Fusignano”, il “settepolmoni” del duro e imperturbabile Fabio Capello.

E' quell'umile “puleggia” (aggettivo tanto caro al riconfermato senatore della trionfante Unione e maestro del giornalismo sportivo e politico italiano, il ravennate, anche se romano di adozione, dottor Sergio Zavoli), quel modestissimo “instancabile motorino rossonero”, quel buon cristiano (lo si è visto quando lo hanno costretto a dimettersi dalla calda e rossa Livorno, quante sconfitte hanno collezionato poi i labronici – ben 7 di fila con in panchina l'immarcescibile Carletto Mazzone - del discutibilissimo presidente Aldo Spinelli).

“L'omino (altezza circa 173 cm) di Cisano Bergamasco” (9-9-1963) parla sottovoce, quasi sussurra le parole; ha paura di proferire una stupidata, non ama certo le luci della ribalta, né ricorre agli orgogliosi, antipatici e pericolosissimi “Io qua, ma io là”.

Così modesto e timoroso davanti al registratorino (al naka) del nostro sito, spiegherà che per lui sono stati importanti maestri di vita e di comportamento i mister incontrati a Bergamo nelle giovanili, duranti gli anni delicati della formazione di un calciatore.

Che – ha detto con candore più unico che raro – è un patrimonio prezioso da conservare e da far crescere.

"Il vostro" ha aggiunto chi ha vinto 6 scudetti, 3 Coppe Campioni col Milan berlusconiano, ha collezionato 63 maglie azzurre firmando 5 reti e giocando perfino (a fine carriera) in America nel Metro Stars NY allenato dall'ex cittì della Nazionale carioca, Parreira "mi par di capire dall'elenco dei trionfi a livello giovanile che mi avete appena illustrato, è un serbatoio importante, come lo è stato e lo è tuttora in campo nazionale quello dell'Atalanta Bergamasca Calcio 1907.

Certo che voi base-dilettanti siete importantissimi per la punta-piramide di noi professionisti.

Importante, però, a mio avviso è salvaguardare la specificità e quindi i ruoli – e il nostro patrimonio-calciatori - dei giocatori italiani".

A noi, come del resto è già successo con altri personaggi portati ai nostri microfoni, ci interessa evidenziare, cogliere, toccare l'aspetto umano dell'intervistato e ripassare “i più e i meno” della loro carriera; oltre che far venire a galla i loro sogni, far rivivere le loro amarezze, snidare i loro rimpianti, scorgere le loro lacrime.

Donadoni, dunque – ce l'ha rivelato lontano dai nostri microfoni lui stesso – deve molto agli anni di preziosa e importante formazione nel settore giovanile atalantino.

Da cui è balzato in Prima squadra, affacciandosi per la prima volta sul palcoscenico della serie A domenica 16-9-1984 in un'Atalanta-Inter finita in parità 1-1.

Quindi, il grande giorno a 21 anni appena compiuti.
Per poi vivere un'altra stagione in A con i nerazzurri bergamaschi e collezionando così la 5^ stagione nella nerazzurra provinciale (partendo nella stagione 1981-82 in panchina quando l'Atalanta era ancora in C1), prima di innaffiare... con le sue interminabili, instancabili cavalcate e i suoi precisi traversoni i 3 fortissimi “Tulipani” d'Olanda, Van Basten, Gullit e Rijkaard.

"No" ammette con lo stesso candore di sempre "non esiste un o il momento più bello della mia carriera.
Il momento più bello è quello di uno che fa la professione che vuole fare; io ho avuto la fortuna di fare questa carriera, che ho sempre amato fin da ragazzino.
E penso che sia stata la cosa migliore.
In tutti questi anni – anche se ci sono stati degli alti e dei bassi legati a situazioni favorevoli o sfavorevoli – tuttavia, la mia carriera è stato un qualcosa di piacevole.

Il ricordo più bello?
Beh, come dice lei, il primo scudetto, la prima Coppa dei Campioni, le cose nuove che non hai mai provato prima".

Mister, questi sono un sito e una radio dei dilettanti.
Lei che ricordi conserva da dilettante; sempre che sia esistito un Donadoni dilettante?

"I ricordi migliori sono quelli da ragazzo.
Quando mi chiedono quali sono stati gli allenatori più importanti, è chiaro che è facile dire Sacchi, Capello, cioè quelli che chai avuto da professionista.
Ma, i più importanti per me sono stati quelli che mi hanno formato caratterialmente, e, quindi, quelli del settore giovanile e dilettantistico.
E quelli sono coloro che hanno gettato le basi, le fondamento per la mia carriera da professionista".

Donadoni, senta una cosa: possiamo essere utili alla causa nazionale e della Nazionale noi dilettanti che siamo la base di una piramide, il cui vertice professionistico non ci appartiene e nel quale non ci riconosciamo per troppi quattrini e troppo doping?

"Mah, il solo fatto di parlare di base, significa che siete le fondamento del calcio italiano.
E, se non ci sono le basi, non ci può essere la vetta; e, quindi, è sempre partendo da lì, da voi dilettanti, che si costruisce il grande calcio".

La Nazionale italiana del passato che più è piaciuta a Roberto Donadoni...
"Mah, quella di Mexico 1970 mi ricordo poco, ero giovanissimo; quindi, mi è difficile ricordare quella Nazionale vice-campione del mondo.

Quella che ha ottenuto il miglior risultato da quando ho avuto l'uso della ragione è quella dei Mondiali dell'82, anche se veniva da una situazione un po' travagliata.
Però, una Nazionale come quella ha regalato alla Nazione e all'Italia un risultato così importante, è quella che dal punto di vista affettivo e suggestivo è quella che certamente ti rimane più addosso".

Il mito calcistico di ieri per Roberto Donadoni e l'idolo di oggi, il campione di oggi italiano e internazionale...

"Non ho un metro di valutazione importante su Pelè, che non l'ho visto giocare tantissimo.
Io da ragazzino tifavo ed ero un amante di Gianni Rivera; era un po' il mio simbolo, anche perchè era una squadra il Milan che in quegli anni vinceva di più, alla pari di Juve e Inter.
Per me esisteva altro che Rivera, e tra i giocatori che ho avuto la possibilità di giocarci contro, sicuramente Maradona, Van Basten, Platinì.

Chi mi ha fatto diventare più matto come mi sta chiedendo lei – e io non ero un marcatore – è stato un ragazzino che avevo incontrato nelle giovanili, e che poi non è diventato assolutamente un giocatore importante, però, era uno forse ancora più piccolo di me, che ero piccolo, a dimostrazione che quelli piccoli a volte – come si dice – sono davvero piccoli.
E del quale non ricordo però il cognome".

C'è un'autorete clamorosa, un rigore sbagliato...

"Fortunatamente per me – ma visto il ruolo che ho ricoperto – non ricordo un'autorete clamorosa.
Il rigore sbagliato c'è, invece: è quello sbagliato ai Mondiali del 1990. E' stato parato dal portiere dell'Argentina Goychocea: sbagliammo io e Serena, e quello non ci permise di arrivare poi alla finale.
E' stato il gol più difficile da digerire che io ho mancato; però, in positivo ce ne sono tantissimi.
Gol storici?
Ma, sì...Gol con il Verona?
Con il Verona ricordo a Bergamo, quando il Verona vinse il campionato di serie A (domenica 12 maggio 1985; Atalanta-Hellas Verona=1-1; reti: Perico (Ata) al 42', Elkjaer al 61'; Donadoni col 7); gli bastava il pareggio.
Noi vincevamo 1-0 quella partita e i giallo blu faticavano per conquistarsi questo scudetto proprio contro di noi".

Quand'è che Roberto Donadoni si è calcisticamente commosso?

"Tutte le volte che in Nazionale sentivo l'inno nazionale per me era un motivo di grande commozione.
Lippi ha detto che si commuove quando scorge le lacrime di un collega che ha vinto una Coppa, un Mondiale o uno scudetto?
Beh, io aggiungerei anche chi, in dimensioni ridotte, ha raggiunto una sofferta salvezza con una provinciale, chi non potendo allenare un grande club, ottiene alla guida di una squadra più piccola il traguardo ad esempio della salvezza".

Franco Baresi, suo compagno di tante vittorie con il Milan, ci ha confidato di serbare 2 rammarici calcistici: il mancato “pallone d'oro” e il mancato Mondiale di Usa 1994.

Qual è il maggior rimpianto di Roberto Donadoni calciatore?

"Non mi è mancato niente.
E' chiaro che anch'io avrei voluto vincere una Coppa del Mondo, perchè siamo arrivati vicino davvero in un paio di occasioni; però, questo rientra nella logica delle cose".

Lippi, Sacchi, Trapattoni, Capello: con chi si confiderebbe, a chi chiederebbe un consiglio, o con chi uscirebbe a pranzo per parlare di calcio?

"Un consiglio lo chiederei a tutti: sono allenatori e personaggi di grande spessore.
Soprattutto Sacchi e Capello per me hanno significato molto.
Con Lippi non ho avuto rapporti di lavoro, però, chiaramente anche lui è un grande allenatore".

Luca Corradi per www.pianeta-calcio.it












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