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INCONTRI VIP'S

13/3/08 - INCONTRI RAVVICINATI: LUIS SUAREZ...

Pallone d’Oro nel 1960, 2 Campionati spagnoli (1958-1959; 1959-1960), 2 Coppe Nazionali (1956-1957; 1958-1959) e 2 Coppe delle Fiere (1957-1958; 1959-1960) con la maglia del Barcellona; 3 Campionati italiani (1962-1963; 1964-1965; 1965-1966), 2 Coppe Campioni (1963-1964; 1964-1965) e 2 Coppe Intercontinentali (1964; 1965) con la maglia dell’Inter; 1 Campionato Europeo con la Nazionale spagnola (1964).

Questo l’incredibile palmares da calciatore di Luis Suarez Miramontes, detto Luisito, nato a La Coruna, in Spagna, il 2 maggio 1935.

È lui l’ospite prestigioso di questa settimana sul sito www.pianeta-calcio.it.

Intervistato dal nostro direttore Andrea Nocini in occasione del Centenario (1908-2008) dell’Internazionale F.C. Milano, Suarez si è dimostrato fin da subito una persona disponibile, seria, genuina, spontanea e sensibile.

Tutte qualità che, probabilmente, lo hanno sempre accompagnato e contraddistinto nella sua carriera sportiva e nella vita in generale, facendolo diventare calciatore, e uomo, apprezzato e stimato veramente da tutti...

Luis Suarez muove i suoi primi passi da professionista nel 1952 nelle fila del Deportivo La Coruna, la squadra della sua città natale.

Nel 1954 viene acquistato dal Barcellona e nel club blaugrana, Luisito giocherà 216 partite segnando 112 gol.

Il 1° giugno 1961 Suarez viene ceduto all'Inter guidata da Helenio Herrera, che lo ha già allenato una stagione proprio nella città catalana, per una cifra record di 250 milioni di lire.

“Il Mago” all’Inter trasforma la mezzala nel ruolo che verrà poi riconosciuto da tutti quale “regista”.

Suarez si adatta alla perfezione alle nuove disposizioni tattiche inventate da Herrera e diventa ben presto un autentico motore del gioco dei nerazzurri, un “play-maker” che recupera palloni davanti alla difesa e con i suoi lanci lunghi (anche di oltre cinquanta metri) effettuati con precisione millimetrica, li rilancia per far partire l’azione d’attacco.

All'Inter disputerà 328 partite segnando 55 gol (in campionato 257 incontri e 42 reti).

Suarez termina la carriera nella Sampdoria dove tra il 1970 e il 1973 gioca 63 partite segnando 9 gol.

Ma ora seguiamo l’intervista realizzata da Andrea Nocini.

Un grande uomo, un grande personaggio che ha dato lustro al calcio italiano.

Signori e signore, abbiamo ospite di www.pianeta-calcio.it Luis Suarez Miramontes.

Buonasera Suarez!

«Buonasera a tutti»

Suarez era una di quelle stelle che brillavano nella notte, pochi giorni fa, al “Beppe Meazza” di Milano per festeggiare il centenario dell’F.C. Internazionale (1908-2008)...cos’hai provato Luisito quella sera?


«È stata una grande emozione, un evento molto bello perché ho potuto ritrovare parecchi amici, di tante annate e di tanti campionati calcistici, naturalmente.
È stato bello davvero, anche se poi c’è sempre qualche rimpianto perché in occasioni come queste penso sempre a quelli che non c’erano e che mi sarebbe piaciuto ci fossero...ma, insomma, sono cose che capitano nella vita».

Ti è mancato di più Helenio Herrera o Giacinto Facchetti?

«Penso che tutti quanti, anche Armando Picchi, ci manchino parecchio.
Tutti quanti per il proprio modo di fare.
Erano tutto versatili e portati per “la causa” Inter».

Aldo Biscardi continua a battersi per la moviola in campo.
Io, invece, ho un’altra battaglia che sto portando avanti: quella di Alfredo Di Stefano quale giocatore più forte al mondo. Non c’era nessun calciatore che partiva “palla al piede” come faceva lui e andava a segnare e a far segnare.
Di Stefano è stato penalizzato dalla mancanza di filmati e di immagini televisive.
Abbiamo poco di lui in azione, ma chi l’ha visto, come te, ha ancora negli occhi, penso, le sue incredibili gesta.
Proprio Di Stefano, soprannominato “Saeta Rubia”, ti ha definito, caro Luisito, “l’architetto”, quel giocatore davvero essenziale all’interno della formazione.
Tu sei convinto che sia stato il più grande del mondo? Spagna a parte, ovviamente...


«È da anni che lo sostengo.
Di quelli che ho visto giocare io, Di Stefano è il più forte di tutti. Perché ha giocato tanti anni ad alti livelli, perché era un calciatore che si esprimeva nel calcio europeo e perché, in ogni incontro che disputava, si trovava di fronte un avversario che si dedicava esclusivamente a lui e che non pensava per niente al resto della partita...eppure Alfredo riusciva a fare ciò che voleva e ne combinava di tutti i colori lo stesso.
Ci sono stati dei calciatori con delle qualità singole magari superiori alle sue, ma lui aveva “9” in tutto.
Questo lo rende insuperabile se paragonato ad altri atleti».

Io ho tanti sogni, ma tra gli ultimi che voglio realizzare – ultimi non perché sono vecchio, ma perché li sto cullando da tre anni a questa parte – c’è quello di andare a trovare, con qualche ragazzo della mia redazione, proprio Alfredo Di Stefano.
So che non sta tanto bene e io ce l’ho davvero nel cuore questo campione.


«No, adesso sta bene. Fa un po’ fatica a camminare perché ha dei problemi all’anca, ma il suo cuore sta molto meglio».

Mi aiuterai a trovarlo e a intervistarlo un giorno?

«Io penso che dobbiate contattare l’addetto stampa del Real Madrid e lui vi combinerà senz’altro un incontro.
A Madrid sono bravi e apprezzano tantissimo queste iniziative».

In una mia intervista del dicembre del 1998, pochi mesi prima che morisse, quel grande “talent scout” di giovani campioni del calcio italiano, Italo Allodi, nato a Schio e non ad Asiago come tutti credevano - Moggi compreso -, che ha fatto vincere tutto all’Internazionale nella quale giocavi anche tu, che ha fatto grande la Juventus e che ha fatto splendere,infine, anche il Napoli, alla domanda quale fosse il più grande giocatore che lui avesse scoperto rispose: Luisito Suarez.
In realtà lui non ti ha scoperto nel vero senso della parola, perché eri già una stella del Barcellona, però ti ha fatto entrare in quella che poi sarebbe stata, anche per merito suo, e tuo, la Grande Inter.
Non ti vengono i brividi a sentire a distanza di tempo questi complimenti? Tu che ne hai ricevuti così tanti, anche dalle donne?


«Sì, sono complimenti molto belli.
So che lui di me aveva una grande stima, ma devo dire che Allodi mi stimava non solo come calciatore, ma anche come uomo e come persona, e questo mi riempie di orgoglio».

Tu hai vinto nel 1960 il “Pallone d’Oro”.
Nel 1961, quando io sono nato, lo vinse Sivori e proprio in quello stesso anno, 1961, sei venuto all’Inter.
In neroazzurro hai vinto praticamente tutto.
Ecco, qual è stato il momento più bello della tua carriera?
Ricordiamo anche che sei stato allenatore ad alti livelli, però lì non hai brillato...


«No, da allenatore non ho brillato, è vero»

Ricordo quando hai guidato la Spagna al Mondiale qui in Italia, nel 1990.
Avevi un girone abbordabile con Belgio e Corea del Sud, però non hai fatto grande strada...


«No, è vero»

Senti, torniamo al momento più felice della tua carriera.
Qual è stato?


«Il ricordo più bello che ho è la finale di Vienna vinta contro il Real Madrid, per diversi motivi: perché dopo quella vittoria avevamo acquisito la sicurezza di essere diventati una grandissima squadra.
Poi avevamo sconfitto una formazione leggendaria, che aveva vinto tutto e che dominava in lungo e in largo in Coppa Campioni e non solo.
E poi per me, perché essendo stato per diversi anni nel Barcellona, ero considerato così un rivale e la soddisfazione di averli battuti era stata doppia.
Di quella sera ricordo ancora la faccia del nostro presidente Angelo Moratti: una gioia sul suo viso, un’espressione di felicità che non ho più rivisto in nessun’altra persona».

Luisito, cosa fai di bello oggi?

«Sono un osservatore per le giovanili dell’Inter».

Quali sono i paesi che frequenti più spesso per le tue ricerche? Europa? Sud America?

«Entrambe, ma di più l’Europa»

C’è un giocatore di oggi che potrebbe essere “l’ombra” di Luisito Suarez?

«Non credo, perché non ci sono mai atleti uguali ad altri, e poi il modello di calciatore che c’era alla fine degli anni ’50 o ’60 si è ormai perso per strada.
Adesso le difese si trovano davanti giocatori che pensano più all’aspetto difensivo che a quello organizzativo. Il ruolo che avevo io sta assumendo delle caratteristiche davvero difensive, con compiti di recupero palla e non di organizzazione e impostazione di gioco».

A te piace questo calcio di ballerine, teatrini, nani, elefanti, tv a pagamento, pochi bambini allo stadio...insomma, questo calcio spoetizzato, privo di poesia?

«È chiaramente un calcio spettacolo che ha ben poco di calcio vero. Spettacolo, teatralità su più livelli. Quello di un tempo era più genuino, più semplice, più tecnico, più bello da vedere».

Qual è stata “la stecca” più grande di Luisito Suarez Miramontes, nato il 2 maggio 1935 a La Coruna, in Spagna?

«La stecca più grande, non solo mia, ma di tutta la squadra, è stata quell’anno in cui, in quattro giorni, abbiamo perso Coppa Campioni e campionato a Mantova, contro il Mantova (1966-67: secondo posto ad 1 punto dalla Juventus, in finale di Coppa dei Campioni l’Inter perde contro il Celtic. NdR)».

Nei dilettanti - noi abbiamo un sito che dà voce ai dilettanti – può nascere ancora qualche talento oppure è tutto in mano a voi professionisti che amate così tanto l’esterofilia?

«Nel giornalismo sportivo non lo so, può darsi che ci sia spazio anche per qualche dilettante.
Nel calcio non più, perché già da quando sono bambini si comportano quasi da professionisti».

Il più bel gol di Suarez?

«Penso sia stato il gol del 2 a 0 a Madrid in semifinale di Coppa Campioni».

Hai qualche rimpianto?

«No, perché nella vita è naturale che non tutto ti può andar bene, ma già aver fatto delle cose importanti nella mia carriera vuol dire tanto.
Penso di aver esaudito quasi tutti i sogni che avevo da bambino, e mi ritengo molto fortunato: diventare un calciatore professionista, esordire in serie A – e l’ho fatto con la squadra della mia città, il Deportivo La Coruna – giocare in grandi club come il Barcellona, l’Inter...ho vinto tutto, mi manca solo il Mondiale».

Dal 1970 al 1973 ha giocato nella Sampdoria.
Ora lì c’è un certo Cassano.
Antonio, il ragazzo cresciuto nella Bari Vecchia, potrebbe essere ancora utile alla Nazionale azzurra secondo te?


«Io ho vissuto a Genova e devo dire che si tratta di un ambiente fantastico, ideale per tirarsi fuori da certe situazioni e ritrovare serenità.
Antonio ha commesso tanti errori nella sua carriera per colpa del suo carattere e penso che in pochi siano ancora disposti a pazientare con lui. Io credo che se nemmeno alla Samp riesce a migliorare, allora vuol dire che non ci sarà proprio più nulla da fare per questo ragazzo che è un talento calcistico».

Luis, cosa c’è ancora di spagnolo e cosa c’è, invece, di italiano nel tuo sangue?

«Della Sapgna c’è tutto perché c’è la nazione, c’è il modo di vedere le cose, è dove sono nato, ma devo dire che ho acquisito anche una seconda cittadinanza che è quasi pari a quella spagnola.
All’anagrafe sono spagnolo, ma come vita e come tutto direi che sono proprio italiano.
È più di 40 anni che vivo nel Belpaese».

Abbiamo parlato di rimpianti, tu non hai mai pianto calcisticamente parlando?

«No, pianto no. Dispiaceri ne ho avuti certo, ma non sono uno che piange per il calcio.
Mi sono commosso per altre cose, ma non per il pallone.
Perché questo sport, come tanti altri, ti dà la possibilità, persa una partita o anche una finale, di poterti rifare nella prossima.
Ci si può riscattare in fretta».

Neanche per Armando Picchi o Angelo Moratti hai pianto?

«Beh, in quel caso sì».

E non hai mai pianto di rabbia? Eri uno con un bel caratterino in campo, uno che voleva sempre vincere...

«Mi arrabbiavo a volte quando subivo dei brutti falli, e sono stato espulso anche qualche volta perché reagivo a queste entrate dure e cattive».

Dicevi che ti manca solo la Coppa del Mondo nella tua bacheca personale dei trofei, vero?

«Solo quella. L’unica cosa che non sono riuscito a vincere».

Io ti lascio Luisito, sei stato molto gentile.
Ti chiedo soltanto un’ultima cosa, un desiderio: ci possiamo vedere io e te un giorno a casa di Alfredo Di Stefano?
Te lo dico perché vedo che non c’è nessuno che porta avanti questa battaglia tra gli addetti dei media nazionali, e magari anche un piccolo sassolino come me può aiutare a costruire una diga attorno a un grande campione.
Di Stefano è stato senza dubbio il miglior giocatore al mondo.


«Va bene, vedremo di tentare anche questo...»

A cura di Matteo Scolari, 13.03.2008












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