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INCONTRI VIP'S

13/11/08 - INCONTRI RAVVICINATI : ROBERTO VECCHIONI...

INTERVISTA A ROBERTO VECCHIONI (28 maggio 2006)

Nato a Carate Brianza (Milano) il 25 giugno 1943, ma di origini napoletane, Roberto Vecchioni è uno dei più sensibili e apprezzati cantautori italiani.
Brani come Luci a San Siro (‘71), Samarcanda (‘77), o Voglio una donna, che nel 1992 gli fa vincere il Festivalbar, sono tra i pezzi più noti della storia della musica italiana. Vecchioni non è però solo cantautore: laureatosi in Lettere a Milano nel ’68, insegna per trent’anni greco e latino nei licei classici, tiene poi lezioni anche alle Università di Torino, Teramo, Roma e Pavia nelle facoltà di Scienze della Comunicazione.
La sua attività si è inoltre intrecciata con quella di scrittore: nel 1983 esce il suo primo libro, Il grande sogno, che contiene poesie, racconti e testi per canzoni.
Segue, nel 1996, una raccolta di racconti intitolata Viaggi del tempo immobile.
Nel 1998 cura la voce “Canzone d’autore” nell’enciclopedia Treccani mentre è del 2000 il suo primo romanzo, Le parole non le portano le cicogne, cui seguono altre due pubblicazioni.
Nel 1999, sostenuto dal Ministero della Pubblica Istruzione, organizza un giro presso Università e licei d’Italia per un ciclo di conferenze sulla Storia letteraria della canzone italiana. Vecchioni è stato anche insignito di numerosi premi e riconoscimenti, tra i quali spiccano la recente nomina a “Cavaliere Ufficiale della Repubblica” conferitagli, motu proprio, dall’allora Presidente Carlo Azeglio Ciampi e due premi “Tenco” alla carriera. Roberto Vecchioni è sposato e ha quattro figli.
Finora, i suoi album hanno venduto oltre sei milioni e mezzo di copie.

Le è mai capitato che qualche suo studente o maturando abbia poi fatto strada nel mondo del calcio professionistico?

Nel calcio no, ma in altri sport sì.
Uno nella federazione della canoa, nel kayak, e un altro nel basket.
Un paio di sportivi di grosso livello ci sono stati!

Lei ha scritto, cantato, insegnato…

Esatto, vado di qua e di là.
Anch’io però, come lei, ho un certo “espirite de finesse” particolare, cioè riesco a calcolare le cose che amo, riesco anche a farmele stare vicine.
Quindi ho rinunciato a tantissime altre cose, che lei ben sa che cosa sono, per questo mio espirite de finesse.

Lei ha scritto libri e canzoni. Nel ’71 si propone come interprete delle sue canzoni, nel 73 a Sanremo con L’uomo che si gioca il cielo a dadi…

Preistoria, però, stiamo parlando di oltre 30 anni fa!
Ma io in questa preistoria ci tornerei volentieri!
La sua attività musicale inizia molto presto, negli anni ’60, quando comincia a scrivere canzoni per artisti affermati come la Vanoni, Mina, la Zanicchi, la Cinquetti…

Lei è d’accordo, lei che è prof di lettere antiche, che ci sono due modi per mitizzare un personaggio, dall’artista all’uomo qualunque, allo sportivo: o la morte o la lontananza?

Platone diceva che l’amore è paragonabile all’attesa…
Sì, la parte più bella dell’amore è l’attesa.
Come in tutte le cose, e questo è leopardiano come principio: tutte le cose che si attendono sono belle, nel momento della loro realizzazione perdono l’80% del loro fascino.

Lei ha una bellissima donna, Daria Colombo di Verona…

Donna fantastica. Mia moglie è veronese D.O.C., e l’ho portata da Verona a Milano!

Ha vinto anche il premio Tenco…io dico che le persone che si suicidano sono le persone più sensibili e intelligenti del mondo…

Sì, però sono anche le più folli.
Nella lunga lista delle cose che ha nominato, le due cose cui tengo di più sono la nomina a Cavaliere della Repubblica (cui tengo tantissimo, perché di Ciampi ho una stima straordinaria) e poi la voce sulla Treccani, che ho scritto io, sulla canzone d’autore.

E’ vero - scomodo il senatore Sergio Zavoli – che si legge per sentirsi meno soli?
Si canta per essere meno soli?

Sono perfettamente d’accordo. E si dipinge, per essere meno soli.
Ogni arte ha una grandissima portanza di consolazione alla solitudine.

Luzi, Carducci, Pascoli, Montale: chi sceglie?

Montale è il più grande di tutti, assolutamente.
E poi mi lasci dire che Pascoli è sottovalutato, bisognerebbe rivederlo e rileggerlo, e non considerarlo soltanto per le cavalline storne.

Lei è tifoso dell’Inter. Pentito?
Per che cosa??

Vi danno gli scudetti, adesso…
No, non ce li danno. E in ogni caso non li vorrei mai così.

Come andrà a finire?

Andrà a finire malissimo, perché tutto questo è legato ad altro, perché sicuramente questa è una specie di cancrena che si attacca a qualche cancrena più grossa, che sta proprio nello stato italiano e nel modo di vivere degli italiani.

Torniamo all’Inter. Cosa ricorda di Sandro Mazzola?

Quando scappava sulla sinistra e non lo prendeva nessuno, i meravigliosi spazi che si creavano lui e Jair, sembrava che gli altri non ci fossero e invece c’erano eccome, ma erano sempre praticamente rimpiccioliti da questi due grandissimi velocisti e funamboli, che erano uno a sinistra e uno a destra.
Poi Mariolino Corso che stava fermo, ma che sembrava corresse per dieci… Mi ricordo quel periodo, che non è solo nostalgia ma è anche un ricordo positivo: magari si giocasse oggi al calcio come si sapeva giocare allora!

E’ vero che nostalgia deriva dal greco nosteo algos, il dolore di ricordare?

Sì, “nostos” è il senso del ritorno, la voglia di tornare, il bisogno di tornare in qualche modo.
E noi la nostalgia ce l’abbiamo tutti, perché il bisogno di tornare su alcune cose dell’infanzia che son state fortissime ce l’abbiamo eccome.
L’“algos” è sempre dolore, perché è proprio la radice “alg” che sta a significare lo stringimento del cuore.
“Saper vivere il senso della festa è già rinascere”, Erasmo da Rotterdam…
Sì, ma anche saper vivere il senso del dolore è già rinascere, secondo me, e non solo della festa.
Saper affrontare i momenti tristi è come rinascere. Bisogna ricordarsi che non è sempre festa.
E bisogna ricordarsi anche di chi non c’è più, delle persone buone…
E soprattutto tenerle vicine, almeno con il “nostos”, con la nostalgia. Farle rivivere con la mente.

La volta che si è commosso calcisticamente…

Mi sono disperato quando l’Inter ha perso lo scudetto il 5 maggio 2002, è stata la fine del mondo per me!
Ma non era solo per l’Inter, era per tutto quello che c’era intorno, che ci avevano fatto e che è poi venuto fuori.
Io ho avuto una commozione spaventosa.
Ma la commozione più bella dal punto di vista calcistico è tutte le volte che vinciamo nel derby.
Il 5 maggio è anche una poesia, del Manzoni…
Sì…e anche quella era una morte!

A cura di Luca Corradi
www.pianeta-calcio.it












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