ULTIMA - 21/3/19 - SEMIFINALI DI COPPA VERONA: SAVAL "CORSARO" A GAZZOLO

Ieri sera si sono giocate le partite di andata delle semifinali della Coppa Verona 2018-19 che mette in palio, oltre al prestigioso trofeo, anche un posto nel prossimo campionato di Seconda categoria 2019-2020. Sfortunata la gara per il Gazzolo 2014 del presidente Paolo Valle che alla fine ha perso 1 a 2 in casa contro il bravo e fortunato Saval Maddalena
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INCONTRI VIP'S

15/1/09 - INCONTRI RAVVICINATI : MASSIMO BUBOLA...

L'11 gennaio 2009 è stato il decimo anno della scomparsa di Fabrizio De Andrè, sicuramente uno dei più grandi cantastorie del nostro 900.

Con lui si è formato il cantautore veronese Massimo Bubola, nato a Terrazzo di Legnago il 15 marzo 1954, ma, cresciuto fino ai tempi dell'università nel popoloso quartiere ad Est di Verona, borgo Venezia.

Bubola ha vissuto la sua definitiva consacrazione nel firmamento della musica, sfornando gli LP (allora si incideva la musica ancora su dischi fatti di vinile) “Vita morte e miracoli” del 1989, e con “Doppio lungo addio” (1992).

L'artista veronese, però, aveva già esordito nel 1976 con il suo “Nastro giallo” e iniziando a collaborare con Fabrizio De Andrè per la stesura di “Rimini” e “L'indiano”.

"Massimo era uno che vedeva la porta, tant'è che ogni sabato segnava sempre".

Così Roberto Bonente, detto “Il Cile”, il suo mister che l'ha avuto per 2-3 stagioni nella categoria Giovanissimi e Allievi.

E, ancora: "Nella mia vecchia agenda degli appunti" aggiunge il dottor Bonente, "vedo annotata una doppietta nella vicina Borgo Trieste, esattamente sabato 23/10/1966.
A Quinzano, altro derby tra quartieri scaligeri, segna ancora Massimo il 30/10/1966. Idem il 5/2/1967 contro l'Intrepida San Michele, altro derby di fuoco".

Poi, a 15 anni, Massimo scompare, per ripresentarsi al “Mario Gavagnin” - terreno di gioco della Virtus di Borgo Venezia – una decina di anni più tardi:

"Un pomeriggio d'autunno" ricorda “Il Cile” "all'improvviso mi capita al campo prima di un allenamento – allora guidavo il Trofeo regione Veneto (la squadra che fungeva da serbatoio alla Seconda categoria), dicendomi:

“Mister, ho una gran voglia di giocare a pallone”.

Gli risposi: “Noi siamo già al completo, vediamo se riesci a conquistarti il posto”".

"Quando Massimo aveva la biglia al piede, erano in pochi a strappargliela: aveva un fisico prorompente e una staffilata che spaventava gli avversari.
Non aveva la coordinazione nei movimenti di chi ha sempre continuato a giocare al pallone, ma, in area era coraggioso.
Si tuffava per colpire di testa la palla, anche nelle mischie più accese. Non gli importava lasciare il campo con i calzettoni lacerati e le gambe scorticate: come una locomotiva, andava dritto in porta, a testa bassa.

Alla fine di quello stesso autunno, Massimo scomparve, quasi inghiottito dalla nebbia.
Ma, eravamo lo stesso contenti di non vederlo più, perché tutti immaginavamo che sarebbe andato da Fabrizio De Andrè, a scrivere canzoni, speravamo che sfondasse nel mondo della musica.

Infatti, da lì a poco, uscì “Rimini”".

E, tu, Massimo, quali ricordi serbi di calciatore dilettante della gloriosa Virtus Borgo Venezia?

"Borgo Venezia, la Virtus B.V. erano i miei riferimenti sportivi.
Ero un giocatore di stampo anglosassone, cioè possedevo molto fisico, ero coraggioso, tant'è che mi sono fratturato il setto nasale due volte, e una, invece, l'arcata sopracciliare.
Ero uno che ci metteva impegno, perché per me allora il calcio era una cosa seria.
Ricordo ancora gli infuocati derby con l'Audace San Michele Extra, il San Martino Buon Albergo, l'Olimpia, il Valpantena Grezzana, il San Giovanni Lupatoto.
Si salpava alla domenica mattino presto, ancora tutti assonnati, e a bordo di 4-5 automobili messe a disposizione dei genitori, incontenibili supporters, si raggiungevano le trasferte".

Tanti i ricordi, gli aneddoti del “Bubola calciatore”:

"Ricordo le scarpe infangate, ancora incrostate di pantano dalla domenica precedente, le feste di Natale al cinema Aurora, quello di fronte alla chiesa di San Giuseppe Fuori Le Mura.
I pandorini – un vero lusso per il nostro quartiere - luccicavano sul palco.
Poi, gli auguri, l'aria di festa e di spensieratezza, il sermone del parroco, mons. Luigi Piccoli, i consigli e le premurose attenzioni del nostro presidente e medico, il dottor Sinibaldo Nocini".

Un giocatore scoordinato, ma, generoso in campo:

"Sì, ero un po' irruento: ma, devi anche pensare che a 15 anni e mezzo ero già uno spilungone.
Ero forte nello stacco aereo, però, in gara so solo io quante botte prendevo.
Ero il classico giocatore che gettava il cuore oltre l'ostacolo".

Quella casacca di lana e a maniche lunghe fino a giugno, a bande verticali rosse e blù, non era solo una maglia, ma, una sorta di seconda pelle, una bandiera, una specie di identificazione della giovane promessa del rione con la realtà sportiva dello stesso popoloso quartiere, circondato dalla “Mondadori” e dalla “Tiberghien”:

"Era un'autentica emozione indossarla: mi pareva, a volte, di sentirmi addosso quella del vecchio Genoa, tanto caro a Fabrizio De Andrè.
Ancora adesso, quando m'imbatto per caso in quei due colori, mi viene in mente sempre la mia Virtus Borgo Venezia, ritorno indietro di molti anni".

Qual era il tuo giocatore preferito?

"Mario Kempes, il potente centravanti dell'Argentina.
Ma, mi piaceva immedesimarmi anche in Marc Hatley, la punta del Milan fortissima di testa.
Mi prendeva anche “Bonimba”, Boninsegna, perché era molto coraggioso, andava su tutti i palloni, rischiava sempre la faccia e le tibie".

Per quale squadra tifavi allora?

"Come tanti bambini di allora, tifavo per l'Inter di Helenio Herrera, di Moratti, ero pazzo di Jair, Peirò, Corso, per quell'Internazionale che all'inizio degli anni 60 sbancava in Italia e nel mondo".

Hai qualche rimorso per non aver sfondato?

"Certo, mi sarebbe piaciuto molto fare carriera, perché io ero uno a cui il calcio piaceva davvero tanto".

Massimo a 23 anni è tornato in quel mondo, che poi l'ha definitivamente consacrato nel firmamento della musica italiana:

"Quando ritornai a giocare nella Virtus, in quella breve parentesi di autunno del 1977, andavo continuamente su e giù da Roma, Milano, la Sardegna, a casa di Fabrizio.
Stavo iniziando ad organizzare i miei primi concerti.
Mio padre Ottorino era un onesto maestro Elementare, e la mia famiglia era numerosa; voglio dire che dovevo lavorare per mantenermi all'Università, dopo la maturità classica conseguita al “Maffei”.

Quando mi congedai definitivamente dal calcio, non mi andava più di prendere in giro me stesso, il calcio, i miei compagni, il mio mister.
Così come non mi andava di ripresentarmi all'improvviso nello spogliatoio e indossare la maglia di titolare che il mio compagno si era conquistato con sudore e fatica durante la settimana, e che lui doveva cedere al sottoscritto solo perché di cognome facevo Bubola, e avevo scritto per De Andrè.
Il calcio è una sorta di religione: merita di essere preso con serietà e il massimo impegno.
La stessa cosa vale per la musica, l'arte e gli altri campi della vita".
L'intervista è finita.
Grazie a Dio, possiamo assaggiare le lumacone al pesto alla genovese che Massimo Bubola ci ha preparato.

"Me l'ha insegnato Fabrizio. Lui era forte anche in cucina!".

Anrea Nocini, 29 gennaio 1999

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