ULTIMA - 23/1/19 - LA VIRTUS VERONA CEDE CONTRO LA CAPOLISTA PORDENONE (1-2)

Per l'ennesima volta la Virtus Verona di mister Gigi Fresco viene beffata nei minuti finale della partita dopo essersi battuta alla pari contro la capolista incontrastata del girone B di serie C, il Pordenone di mister Attilio Tesser. A decidere la sfida a favore dei neroverdi friulani è stata una rete del 38enne Emanuele Berrettoni, ex Hellas Verona,
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INCONTRI VIP'S

18/5/09 - INCONTRI RAVVICINATI: SARA SIMEONI

SIMEONI, STACCO ALLA GIGGIRRIVA!

E' la regina dell'atletica italiana di tutti i tempi.

Lunedì sera 15 dicembre 2008, al PalaSharp di Milano, il direttore editoriale de “La Gazzetta dello Sport” Candido Cannavò, in una delle sue ultime interviste, ci aveva confidato che la più bella icona dell'atletica azzurra era lei, Sara Simeoni, da Rivoli veronese.

Come dare torto a quel mostro di bravura di Cannavò, dopo quel volo sopra l'asticella (il record di 2 metri e 1 cm era stato stabilito precedentemente al Meeting di Brescia, il 4 aprile 1978), che fece a tutti gli italiani toccare il cielo di Mosca (1980) e l'Empireo.

Lei, incarcerata sul palco da quella timidezza che si scioglie in lacrime quando nell'aria si liberano le toccanti noti dell'inno di Goffredo Mameli.

Sono passati quasi trent'anni da quella notte olimpionica, da quella medaglia d'oro infilata intorno al collo della graziosa saltatrice scaligera, ma, lei è rimasta sempre la stessa.

Timorosa dell'intervista, inizialmente imbarazzata nelle risposte, ma, poi, sorridente come in quel giro di campo che è rimasto impresso nella memoria di tutti noi.

E, la conclusione del nostro colloquio viene salutato dalla Simeoni (classe 1953) con un sospiro lungo una vita, una sorta di liberazione da quella emozionante toccata e fuga dalla storia, dalla leggenda, dalla gloria.

Alla pari di un cigno, elegante e riservato, la “regina di Mosca 1980” si aggira con incedere regale nella sua bella villa a Rivoli: l'accoglienza supera l'empasse provato da chi, come lei, non è abituata a sostare sotto le luci della ribalta.

Professoressa (insegna all'Università di Chieti, Facoltà di Scienze Motorie, materia “Sport individuali”, in particolare l'atletica leggera), che effetto le fa la grande stima espressa nei suoi confronti da un grande del giornalismo come Candido Cannavò?

“Sicuramente, è una dichiarazione che fa piacere, perché è anche un riconoscimento per avere fatto lo sport, magari interpretato in un certo modo, anche se in alcuni momenti mi sono accorta di essere molto fuori moda.
Lo ringrazio per questo: Candido Cannavò era un giornalista che sapeva raccontare gli episodi o lo sport anche con un pizzico di umanità attorno: cioè non ti raccontava il semplice gesto, non si limitava a ripercorrere la cronaca di quello che era successo, ma, cercava il tutto di condirlo con quella che era la personalità di un atleta”.

Lei può vantare, come poche persone al mondo, di avere intitolato ancora in vita a suo onore un impianto sportivo, uno stadio.
Cosa ha provato quella volta?

“Diciamo che fa sicuramente piacere, anche se uno stadio di calcio con il mio sport ha poco a che vedere. Comunque, dal momento che io sono dell'idea che la cosa importante a livello giovanile sia fare sport, attività e farlo bene, mi va benissimo”.

Ospite di “Vip nel pallone” è stato anche un altro monumento della nostra atletica: Livio Berruti, medaglia d'oro alle Olimpiadi di Roma nel 1960.

Il dottor Berruti, terminata la carriera, si è anche dedicato all'etica dello sport, ha combattuto contro il doping nell'atletica in particolare...

“Quando incominciano ad esserci interessi particolari attorno allo sport, chiaramente la degenerazione va a braccetto.
Soprattutto, in questi anni, in cui la società ti presentava il personaggio che doveva essere per forza bravo, intelligente, bello, forte, non c'era, in pratica, valore.
Quindi, si costruiva lo sportivo attorno a un personaggio che alla fine non era neanche reale.
E, questo, ha le sue conseguenze.
Però, se la società è così, non è che lo sport vive in un'altra parte, in un altro pianeta. E' fatto dalle stesse persone che hanno scelto di dedicarsi. Pertanto: se la società è così, lo sport è peculiare, è così”.

Se fosse Ministro dello Sport, che cosa farebbe, in particolare per quell'atletica leggera che ha informato tutta la sua gioventù, tutta la sua vita, il Commendatore della Repubblica Italiana (onorificenza insignitagli dal Presidente Sandro Pertini) Simeoni?

“Non farei niente di diverso di tutto quello che ho sentito predicare in questi anni. Solo che lo farei.
La mia esperienza nel mondo dello sport mi ha portato a dedicarmi per scelta ai giovani, però, mi sono resa conto che nel frattempo sono trascorsi 20 anni, sono stati fatti tanti bei discorsi, e dal 1990 al 2009 non si è fatto niente.
Adesso, sento parlare di giovani, di futuro, di investimenti nel mondo dello sport, che è salute. Mi auguro che finalmente si realizzi qualcosa a favore dello sport, perché io ho incontrato molta difficoltà.
Ho promosso l'attività motoria e sportiva, ma, il più delle volte mi sono sentita molto spesso un Don Chisciotte”.

Qual è stata l'emozione più forte di Sara Simeoni, quella che ricorda più volentieri?

“Non ho bisogno di impormi momenti belli, in quanto sono stati belli tutti quelli che hanno segnato un certo percorso, intrapreso con impegno.
Il ricordo è quello della prima gara fatta, poi, col passare del tempo, cerchi qualche cosa di più e di diverso per te e, allora, arriviamo alla medaglia olimpica.
E, sarebbe stato un peccato, se dopo un record del mondo, non fossi riuscita a vincere le Olimpiadi, almeno per come la penso io”.

Il più grande rammarico, rimpianto per Sara Simeoni, sportivamente parlando?

“No, non è un rimpianto legato magari a un risultato non ottenuto, perché c'è stato un momento in cui stavo bene e potevo saltare di più, ma, per una serie di cose non m'è riuscito, però, credo che l'importante sia stato l'averci provato.
Poi, bisogna mettere in conto che non sempre la torta ha la ciliegina sopra.
Forse, il rammarico è un po' tornare al discorso di prima: dopo aver praticato attività per anni e in un certo modo, aver provato soddisfazioni, aver capito che lo sport nonostante tutto è in grado di essere un veicolo importante per creare rapporti sani e di collaborazione verso il prossimo, essersi divertita nonostante gli sforzi, le rinunce, il sudore, e aver capito che è bello e divertente.
In questi anni credo di aver lottato, ma non di aver trovato la possibilità per poterlo fare e di poterlo trasmettere.
Ero andata vicina, ma, mi hanno tolto il giocattolo. Ecco, il rimpianto è proprio questo”.

Si è mai commossa Sara Simeoni, sotto il profilo sportivo?

“Sì, sì: ogni volta che ho avuto il piacere di ottenere risultati, la commozione c'è stata”.

Quand'è che ha pianto di gusto?

“Beh, ho allagato diversi campi, se è per quello, eh.
Forse, era anche un modo per scaricare la tanta tensione accumulata”.

E, quella magica notte di Mosca 1980?

“Lì, poi, avevo due occhi che sembravo un lumacone. Da vergognarsi.
Però, è stato troppo bello. Io avevo già stabilito il record del mondo, e, quindi, il mio ragionamento era: se ho fatto il record del mondo, sono la più forte e devo vincere.
E, andare a un'Olimpiade e voler vincere quella medaglia, effettivamente era una bella responsabilità. E, quindi, avevo vissuto il momento dell'ingresso nello stadio come un attimo tremendo: non capivo più niente; sono stata una ventina di minuti che non sapevo dov'ero, cosa facevo, dove andavo.
Se non cercare addirittura di sotterrarmi in qualche modo – e giù una bella risata.
Poi, c'è stato il ritorno alla realtà e sono riuscita a ritrovare la calma, che ho tenuto fino a fine gara.
Però, l'unico modo che conosco per sfogarmi è il pianto”.

E, quando oggi sente l'inno di Mameli, si commuove ancora, cosa le viene subito in mente?

“Sa, in quegli anni di Mosca sentire il proprio inno all'estero, almeno a me faceva un effetto particolare, perché sembravamo non so il Paese meno forte, ed erano tutti più forti, più bravi, e noi eravamo abituati a pensare non a vincere, ma di arrivare dopo questi Paesi più favoriti.
Avevamo imparato ormai, a furia di sentirli, tutti gli inni, e il nostro ce lo tenevamo lì dentro; immagina quando si riusciva a vincere!
Però, ci si accorgeva anche che era una grande soddisfazione per noi atleti/e italiani il fatto che anche gli altri portavano rispetto verso il nostro inno.
E, quando si complimentavano era un gesto sincero, serio, in quanto ne condividevano i reciproci sacrifici. Sono contraria a cambiare il nostro inno, perché se è suonato e cantato bene, non ne vedo i motivi per sostituirlo.
E' bellissimo; come splendidi sono quelli delle altre Nazioni”.

L'ha cambiata quella magica notte di Mosca del 1980?

“Non credo, anche perché bisogna avere il carattere per cambiare.
Io entravo in campo, m'impegnavo, e, quando uscivo dal campo, mi piaceva anche vivere normalmente, come prima. Forse, gli interessi che giravano intorno all'atletica leggera in quegli anni non ti facevano cambiare vita”.

Sì, invece, a livello di popolarità, di fama, o no?

“Certo. Quando stabilii il record del mondo, nel 1978 a Brescia, ho vissuto un anno che stavo benissimo, ma l'idea di non poter avere più cinque minuti per me mi preoccupava.
Oggi, un campione ha dei filtri attorno. Allora, non era così: tu eri faccia a faccia col mondo.
Ma, in alcuni momenti sentivi la necessità di respirare tra un impegno e l'altro, tra gli allenamenti e le gare.
Non ce la facevi a stare dietro a tutto. Adesso, si ricordano con piacere anche le cose più divertenti, che magari allora non ti sembravano tali”.

Si descriva con degli aggettivi: allora, tenace, timida...

“Tenace, certo, lo sono. Però, devo avere anche qualcuno vicino, che mi aiuti a essere tenace.
Quando ho cominciato a fare sport, mi piaceva, e non era un sacrificio dovermi allenare.
Poi, la mia tenacia si valorizza se trovo l'ambiente, le condizioni in cui il mio impegno può crescere. All'incontrario, diventa tutto complicato”.

La parola calcio cosa dice a Sara Simeoni?

“Quando ero più giovane, frequentavo il Liceo Artistico in città, a Verona, ed esisteva lì vicino ancora il vecchio “Bentegodi”.
Al pomeriggio conoscevo tutti i calciatori del Verona e sapevo tutto della squadra, cosa facevano, dove abitavano”.

Chi le è rimasto più impresso dei giocatori di quel Verona fine anni '70?

“Mascetti è un calciatore che mi capita ogni tanto d'incontrare, Maddè l'ho rivisto poco tempo fa; poi, Pierino Fanna. Ma, ho avuto l'opportunità di conoscere giocatori di squadre diverse: da giovane, avevo il mito di Gigi Riva, perché mi piaceva.
Per cui, se vinceva il Cagliari, mi faceva piacere. Sacchetti, Rivera, Mazzola, Boniperti, che è stato il mio presidente quando gareggiavo. Rimanendo nella Juve, Tardelli, Cabrini, Zoff”.

L'icona del vero calciatore italiano dei suoi tempi o dei giorni d'oggi?

“Adesso quello che è più in vista è lo juventino dell'Acqua Rocchetta: forse, Del Piero personifica la serietà dello sport.
Poi, per carità, ce ne sono degli altri. Dei miei tempi, i nomi che ho citato prima li riconfermo. Anche perché ho avuto modo di conoscerli, e loro non mi hanno delusa.
Sono rimasti autentici, veri, e il mio immaginario ha coinciso con la realtà. Erano anche signorili nel loro modo di vestirsi, alimentarsi, comportarsi”.

Ha mai tentato di giocare a calcio?

“No, io è meglio che non giochi, perché mi prendono in giro.
Qui, davanti a casa, quando c'era il figlio piccolo (Roberto, classe 1990), mio marito Erminio Azzaro mi implorava di non giocare perché avrei scombinato tutti gli schemi.
Da piccolino, Roberto praticava un po' di calcio. E' la personalità di ognuno che lo sport deve accrescere: se uno, per portargli via la palla, dava una spinta a Roberto, a lui non gli stava bene e se la prendeva”.

Quali sono gli scrittori preferiti della Sara Simeoni?

“Leggo un po' quello che mi capita: non vado a scrittore.
Guardo il titolo, e, se è accattivante, lo compro.
Mi piace sia la narrativa che il libro scritto da questo filosofo, da quel teologo, da quest'altro psicologo.
Ecco, adesso mi viene in mente: ho letto l'ultimo dello psichiatra veronese Vittorino Andreoli. No, Crepet, non l'ho mai letto”.

E proviamo ora a schierare in campo la Nazionale degli ultimi papi...

“Come ali, Vojtjla da una parte e papa Giovanni XIII° dall'altra.
Ratzinger? In attacco. Vojtjla anche in porta, perché di colpi ne ha parati molti nel suo intenso e lungo pontificato.
Papa Luciani? Ha regnato poco. E' stato sicuramente un grande. Allora, lo mettiamo a centrocampo, visto che era un grande ragionatore”.

La Nazionale italiana che le è più piaciuta?

“Più che piaciuta, quella volta in Spagna, l'abbiamo vissuta io ed Erminio.
Nell'82 mio marito mi faceva allenare ad orari da svenimento, per poter vedere poi le partite alla sera al fresco e a suon di grigliate.
E, poi, via con le bandiere e grandi feste a ogni vittoria degli azzurri.
Poi, molti calciatori li avevamo anche conosciuti: avevano partecipato anche alle Olimpiadi”.

Lei ha effettuato un salto leggendario: ritiene che esista qualcosa al di là di quelle stelle che ci ha fatto sognare, meglio toccare, quella indimenticabile notte di Mosca 1980?

“Io ci voglio credere, perché credo che altrimenti sarebbe una vita un po' sterile, senza senso.
Invece, ritengo che avere sempre la fiducia in qualcosa di bello e poter ritrovare un giorno, riabbracciare le persone cui abbiamo voluto bene, penso che sia stupendo.
Poi, ci sarà un qualcosa o non ci sarà, credere in questa o quella religione, in questo o quel dio, trovo che sia comunque un modo positivo per vivere anche quotidianamente la vita, perché sono sempre messaggi positivi”.

Avrebbe mai immaginato un giorno, quand'era alle prime armi, di spiccare un volo così bello, così memorabile?

“Non ho mai cullato sogni: bisogna anche mettersi nei panni di una ragazzina di cinquant'anni fa, che raggiungeva il Centro Coni, in via Basso Acquar, da un paese piccolo e adagiato ai piedi del Monte Baldo come Rivoli veronese”.

Quand'è che ha cominciato a crederci seriamente?
Chi l'ha aiutata ad arrivare lassù?

“Quando arrivai a una certa misura, che per la mia età era un record della categoria, mi hanno detto “Sei una saltatrice!”.
Ma, da qui a sognare di andare alle Olimpiadi e vincere l'oro, ce ne passava, allora.
E' stata una conquista graduale: ogni anno aggiungevo un qualche cosa, qualche centimetro in più, mi piaceva, era gratificante. Anche perché io credo che, se tu all'inizio della carriera ti poni degli obiettivi non troppo lontani da raggiungere progressivamente, non rischi di bruciare le tappe, di auto-eliminarti. Ma, ci ho creduto un po' per volta, in maniera graduale, giorno dopo giorno, settimane dopo settimane, mesi dopo mesi”.

La segue la Nazionale di calcio azzurra; le piace il nostro cittì Marcello Lippi?

“A volte sì, a volte no.
Lo punzecchierei – e giù un altro bel sorriso del “cigno di Rivoli V.se” - per farlo un pochino più ridere: ha sempre la stessa espressione, corrucciata, triste”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 13 maggio 2009












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