ULTIMA - 23/1/19 - LA VIRTUS VERONA CEDE CONTRO LA CAPOLISTA PORDENONE (1-2)

Per l'ennesima volta la Virtus Verona di mister Gigi Fresco viene beffata nei minuti finale della partita dopo essersi battuta alla pari contro la capolista incontrastata del girone B di serie C, il Pordenone di mister Attilio Tesser. A decidere la sfida a favore dei neroverdi friulani è stata una rete del 38enne Emanuele Berrettoni, ex Hellas Verona,
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INCONTRI VIP'S

26/8/09 - INCONTRI RAVVICINATI: ARRIGO SACCHI

ADESSO...ARRIGO IO!

E' stato il mister che ha rivoluzionato il nostro calcio, l'uomo del 4-4-2 rigoroso, il trainer del primo Milan berlusconiano, degli straordinari “tulipani”, del ritorno ai trionfi nelle coppe europee dei rosso-neri della “bela Madunina”, degli sfavillanti trofei sollevati sotto il cielo stellato di ogni continente.

L'omino partito dalla sconosciuta ma fertile campagna ravennate di Fusignano, a un tiro di schioppo da quella terra che ha dato i natali al “Pirata” Marco Pantani, quasi d'incanto, grazie al colpo di una bacchetta che l'ha eletto poco dopo “Mago”, è balzato, nel bagliore di un lampo, alle massime ribalte calcistiche del mondo.

Quel volto chiaro e schietto come il sangiovese e la piadina delle sue parti, quegli occhi che brillano ora di gioia ora di disperazione davanti a quel rigore scagliato in America contro Taffarel del Brasile sopra la traversa dal “Divincodino” Roby Baggio.

Una Coppa del Mondo “made in Usa” sfuggita per un pelo, quel fotogramma da incubo riflesso chissà quante volte sulle lenti dei Ray Ban.

Che nascondono ora la gioia ora la disperazione. E la calvizie.

Poi, le luci dei riflettori che s'abbassano piano piano, e il ritorno alla vita di tutti i giorni, alla sua campagna, alla normalità di sempre, lontano dal chiasso mediatico e dalle folle in delirio, dalle Curve pericolose.

Arrigo Sacchi, classe 1946, 1° aprile, oggi fa l'opinionista e si divide tra la sua Fusignano e la salubre Milano Marittima.

E' di parola, nessuno aveva osato metterlo in dubbio: ci aspetta al bar di un bagno poco distante dalla sua villa “Carosello” in perfetta forma fisica.

Sono da poco passate le 11. Ci chiede subito: “Prendete qualcosa?”

“Sì”, rispondiamo, fieri di essere stati trattati subito con i guanti da quella cortesia che fa parte del DNA dei romagnoli.

Poi, però, optiamo per una minerale gassata: la nostra pretesa ci pareva troppo esagerata.

Mister, qual è l'emozione più bella della sua vita, quella che ricorda più piacevolmente?

“Tre emozioni, non una. Due volte – una volta mi è capitato col Parma, una volta col Milan – nel non aver vinto il campionato e di essere stato portato in trionfo. E, in un Paese che purtroppo riesce a concepire il primo posto, è una gratificazione enorme. Voleva dire che pensavano che avessi fatto molto. L'altra è stata quando abbiamo vinto la Coppa dei Campioni, la prima con il Milan e contro lo Steaua di Bucarest. Per la qualità del gioco espresso, tanto che un giornale prestigioso come il “France Football” scrisse “Dopo aver visto questo Milan, il calcio non potrà essere più lo stesso!”. Ecco, questi, direi sono stati in sintesi i tre momenti che ricordo di più, ma, ne ricorderei tanti altri. Ma, va bene così”.

Il momento di rabbia, di rammarico...

“Tutte le volte che la squadra non giocava un buon calcio, tutte le volte che sentivamo di aver subito un'ingiustizia. Questo mi è capitato nel campionato del 90 qui in Italia, dove pensavamo di aver subito un'ingiustizia e delle irregolarità, e dove, pur giocando meglio delle altre, in questo modo non ci fu consentito di vincere”.

Noi eravamo convinti che lei ci avesse risposto la finalissima di Coppa del Mondo negli Usa 94.

“No, no, perché lì abbiamo; io, a differenza di molti italiani, so giudicare quando una squadra dà tutto quello che può dare con generosità e impegno. Quindi, nel '94 quella squadra, a parer mio, aveva fatto di più di quanto poteva. Quindi, da parte mia non c'è rammarico; anzi, gratitudine e riconoscenza”.

L'ultima volta che si è commosso calcisticamente Arrigo Sacchi? Cos'è che la commuove più facilmente?

“Be, tante cose devo dire: sono un sensibile. Anche un bel panorama mi può commuovere. L'altro giorno ero sulle saline di Cervia, qui vicino, e sull'ora del tramonto c'erano i fenicotteri rosa che volavano col sole che tramontava. Be, questo era uno spettacolo che ti riempiva di commozione. Altre volte mi sono commosso a sentire l'affetto del pubblico, altre volte ho pianto per situazioni non allegre, come la morte di qualche conoscente o di qualche amico”.

Lei, mister, ha perso un fratello in giovane età...

“Esattamente. Si chiamava Gilberto. Eh, quindi, insomma, la vita è questa. Bisogna viverla direi con serenità, però, è un ambiente che non ti aiuta a essere sereno (quello del calcio)”.

C'è tanto chiasso.

“Sì, però, c'è tanto chiasso, ma, anche quando c'è silenzio c'è molto rumore. Anche perché conduciamo una vita che forse non ha i ritmi per cui siamo nati. C'è sempre questa frenesia, questa ricerca di qualche cosa. Forse, in questo momento c'è una crisi di valori, eh”.

Lei ci crede?
“Sì, certo”.

La vita va vissuta perché è un dono, è un miracolo. La morte, come si immagina Arrigo Sacchi l'Aldilà?

“Ma, è un grande mistero. Io spero, essendo cattolico, anche se non sono bravissimo, però, spero che ci sia un'Aldilà, dove ci sia questa serenità. Io prego tutte le sere perché questo si verifichi, e prego anche di avere più fede”.

Sogna un campo di calcio?

“No, no – e giù un sorriso -, non riesco a immaginarlo. Parlavo con una ragazzo americano, era un avvocato, e mi raccontava che era in Italia, e, durante la notte, si svegliò di soprassalto, e chiamò subito casa perché si era sognato che suo fratello aveva avuto un incidente. Poi, constatarono che era vero questo. E, il fratello cadde in un burrone, in bilico per molto tempo fra la vita e la morte, gli avevano amputato una gamba. Per cui parlai col fratello, che era il nostro accompagnatore ai Mondiali del '94, e lui mi raccontò che si vide proprio uscire dal corpo, stare per un po' di tempo sospeso e poi rientrare nel corpo. Tanto che mi diceva che dopo un paio d'anni morì suo padre, ma non ci fu disperazione perché era sicuro di rivederlo nell'altra vita. Però, l'Aldilà non me lo sono mai immaginato: penso che sia un luogo di serenità”.

Le manca il grande calcio? Come se la passa Arrigo Sacchi senza il boato degli stadi, l'urlo dei tifosi?

“No, no: io ho sempre fatto fatica a fare calcio. Facevo contratti di un anno perché non volevo passare tutta la mia vita tra tensioni, stress, notti insonni. E, quindi, se mi mancasse, cercherei una squadra. No, non mi manca assolutamente. Forse, a livello dirigenziale potrei fare qualcosa, ma, poi faccio fatica a stare lontano da casa. Bisognerebbe – io abito a Milano Marittima e a Fusignano – che ci fosse una squadra di serie A di Milano Marittima e Fusignano, ma non c'è. Per me, Parma era già troppo distante, perché dopo 3 anni ho dato le dimissioni”.

Con Berlusconi si sente ancora lei?

“E' un pezzetto che non ci sentiamo; l'ultima volta l'ho sentito per Natale; però, ci sentiamo”.

Cosa le ha detto il presidente del Milan? Salve, mister, auguri di buon Natale e buon anno?

“Be, no, abbiamo parlato: è una persona molto alla mano, quindi, disponibile, una persona di grande umanità. Una persona affabile. E, mai freddo, ecco. E' uno con cui non dialoghi solo di calcio. Si sente che siamo due persone che si sono frequentate per molto tempo, abbiamo vissuto emozioni forti, c'è sempre stata simpatia, stima, amicizia, rispetto. Quindi, quando ci vediamo...Io so benissimo che se mai avessi bisogno, potrei contare sempre su Berlusconi”.

La nominiamo cittì di un'ipotetica Nazionale degli ultimi pontefici. Dove schiererebbe Vojtjla, Roncalli, Ratzinger?

E, giù una bella risata del “Mago di Fusignano”:

“Sbagliavo già a fare la Nazionale dei calciatori, immaginiamo quella dei papi. No, credo che ogni pontefice abbia le sue caratteristiche. In generale, gli italiani non valutano tanto la profondità di un pensiero. Vale, però, l'umanità, la capacità di proporsi, la loro capacità di anche curare le pubbliche relazioni. E io non sono capace...”

Proviamo, mister: Vojtjla lo metterebbe all'attacco per quello che ha fatto in quasi trent'anni di pontificato, oppure a centrocampo con la fascia di capitano?
“Be, Vojtyla è un attaccante.

Ratzinger? Mi sembra che sia un difensore.

Roncalli? Può fare tutto, il jolly, - e ancora un bel sorriso”.

Il giocatore che più ha rappresentato calcisticamente Arrigo Sacchi?

“No, no: sono tutti quelli che hanno svolto la loro attività con passione, con disciplina, con generosità, con lealtà, con spirito di squadra. Tutti quelli che hanno dato tutto. Io dicevo sempre: o si dà tutto o non si dà niente. Ecco, tutti questi, voglio dire, rappresentano me. Tutti quelli, invece, che potevano dare, ma hanno dato meno, non facevano parte del mio partito, che era quello del “melius abundare quam deficere””.

C'è n'è uno che ha racchiuso il suo motto, tutte queste qualità: Baresi o Maldini?

“No, no, guardi, sarebbe proprio molto limitativo, molto. Io ho cominciato dalla Seconda categoria, dove avevo ragazzi molto seri, che non avevano le attitudini degli altri. Ma, in serietà era pari a Baresi, Ancelotti, a Donadoni”.

A livello di trainer, molti dei giocatori che hanno giocato nel Milan sono diventati allenatori di prestigio. C'è qualcuno che l'assomiglia?

“Io credo che non sia obbligatorio assomigliare a qualcuno. Ognuno può prendere quello che può e quello che vuole. E quello che sa. Poi, è evidente che ognuno deve essere sé stesso: uno non nasce dal nulla. La frequentazione di certe persone molto probabilmente contribuisce ad aumentare i tuoi dubbi o anche il tuo bagaglio conoscitivo”.

Lei, mister, giocava difensore nel Baracca Lugo, in serie D...
“Io ho giocato pochissimo”.

Nella vita, invece, e come mister, che ruolo pensa di aver giocato?

“Sono sempre stato, per natura, un attaccante”.

La ricordiamo quando ad agosto a Russi di Ravenna sotto una cappa infernale di caldo ed umidità la Primavera del Cesena, la testa pelata arrossata dal rovente Solleone. Con la quale vinse anche lo scudetto della categoria. Eravamo tra la fine degli anni 70 e l'inizio degli anni 80 e della passione per l'amica Vespa. Venivamo solamente a spiarla, non certo a disturbarla durante la seduta atletica. E, già ci pareva un uomo tosto, un mister dalle idee, dalle tabelle ben chiare. Oltre che dotato di una forte personalità. Non era ancora l'Arrigo Sacchi dei grandi trionfi milanisti?

“Io ho allenato, sì, la Primavera del Cesena. Non mi ricordo se allenavo, come dice lei, sul campo di Russi, però, può darsi. Sono fatti e ricordi di tanti anni fa”.

Allora, un vincente, Arrigo Sacchi?

“No, è uno che fa le cose con impegno e con passione, e non con superficialità”.

E' superstizioso?

“Ma, tutti quelli che sono nei giochi sono un po' superstiziosi. No, nella vita privata non lo sono per nulla, devo dire. Quando invece ero nel calcio, sì. Non è che fossi schiavo. Però, stavo attento a non fare quelle cose che... Mi ricordo, una volta, mi ero messo in testa, chissà perché, che i cavalli mi portassero fortuna, mentre le pecore sfortuna. Mi capitò di giocare una partita decisiva contro la Scozia a Roma per la qualificazione ai Mondiali, e nel tragitto da Firenze a Roma mentre leggevo il giornale, sollevo il quotidiano e guardo un attimo fuori dal finestrino e da una parte c'era un gregge. Mi volto subito dall'altra parte e, toh, scorgo un altro gregge. Chissà come capiterà alla mia Nazionale? Però, dopo – io facevo sempre ginnastica alla mattina per scaricarmi, soprattutto i piegamenti – venne Gigi Riva e mentre stavo facendo dei piegamenti, mi disse: “Se ne fai più di cinquanta, vinciamo”. Vincemmo 3-1 (13-10-1993), e, da allora, ho dovuto sempre farmi tutte le partite più di cinquanta flessioni perché, Gigi Riva diceva: “No, devi farli sempre adesso che ci hanno portato bene””.

Se avesse potuto essere un calciatore, chi avrebbe voluto essere?

“Quand'ero un ragazzo, il mio idolo non era Sivori come sta suggerendo lei, anche perché non sono mai stato uno juventino. Ero interista e in quel momento tenevo a Suarez, ma, ancora di più a Di Stefano. Quindi, non ero un vero tifoso, un tifoso accanito: ero uno “super partes”. Dicevo, però, che, quando ero bambino sognavo di diventare un giorno un direttore d'orchestra o un regista o un allenatore di calcio”.

Complimenti per aver azzeccato il suo destino, mister.

“Eh, sono stato fortunato. Grazie a Dio!”

Grazie, mister.
“Prego, e grazie a lei”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 16 agosto 2009












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