ULTIMA - 23/1/19 - LA VIRTUS VERONA CEDE CONTRO LA CAPOLISTA PORDENONE (1-2)

Per l'ennesima volta la Virtus Verona di mister Gigi Fresco viene beffata nei minuti finale della partita dopo essersi battuta alla pari contro la capolista incontrastata del girone B di serie C, il Pordenone di mister Attilio Tesser. A decidere la sfida a favore dei neroverdi friulani è stata una rete del 38enne Emanuele Berrettoni, ex Hellas Verona,
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INCONTRI VIP'S

20/9/09 - INCONTRI RAVVICINATI: GIGI GARANZINI

GARANZINI SUONA IL...ROCCO

Giornalista, scrittore e conduttore radiofonico (apprezzata la sua rubrica “A tempo di sport” su Radio 24), Gigi Garanzini, nato a Biella nel 1948, inizia la sua carriera nel 1974 a “La Notte”, per poi collaborare con i principali quotidiani italiani, con il “Corsera” e “La Stampa”. Preziosa la sua collaborazione con “La Voce” di Indro Montanelli.

L'ultima sua fatica editoriale è “Nereo Rocco. La leggenda del paron continua”, che esce a distanza di poco tempo da “Nereo Rocco, la leggenda del paron”.

Tu sei un grande roccologo, uno dei più grandi biografi del “paron” triestino Nereo Rocco... Celebre il suo “speriamo che vinca il migliore. Ciò, speremo de no!”

“Questo è il suo motto preferito, scherzoso e ironico come era lui, una persona che è morta più di trent'anni fa, e, quindi, è stato un uomo di una grandezza autentica. Non fosse stato così, sarebbe nell'oblio da chissà quanto. Lui, invece – lui, nel senso del paron, e lo dico con molta reverenza e con molto rispetto – è rimasta una persona che ancora oggi viene evocata in continuazione da chiunque abbia respirato il calcio di allora, e lo voglia, come dire, ricordare, per ancorarsi un pochino rispetto a tutti gli sbandamenti che ha questo fenomeno oggi”.

Sei d'accordo nel definire Rocco, oltre che un padre, un grande psicologo dello spogliatoio e uno dei pochissimi allenatori della storia del calcio che ha saputo leggere il calcio nell'evoluzione della gara stessa?
Non tutti i professoroni d'oggi sfornati dal Centro Tecnico Federale di Coverciano sanno leggere la partita oggi.

“Sì, il paron aveva un tipo di autogestione della squadra, eh, per cui lui in realtà non che trovava lui la soluzione durante la partita, o perlomeno non accadeva così di frequente. La formazione la faceva dopo aver consultato a lungo tutti i suoi, dopo averne parlato per giorni e giorni, dopo aver chiesto loro “Ti cossa te pensi, ti cossa disito”, e agli Shnellinger, ai Rivera e a tutti questi – ma, già ai tempi del Padova prima –, e, quindi, in realtà tutti i correttivi, no, che tanti allenatori di oggi fanno fatica a trovare, o se l'azzeccano la chiamano “la mossa del secolo”, lui, il paron, ci pensava ancora prima di scendere in campo e ne parlava con Maldini, Trapattoni, Rivera e i Dino Sani”.

Hai mai giocato a calcio?

“Sì, ho giocato, parliamo di quaranta anni fa, se parliamo di quelle poche esperienze in Prima categoria, quella che oggi sarebbe l'Eccellenza o un po' meno dell'Eccellenza”.

In che ruolo?

“Giocavo centravanti, centravanti d'appoggio, di manovra, non so come dire: grosso modo così, non saprei trovare un riferimento...”

Alla Nordhall?

“No, assolutamente: Nordhall era uno sfondatore, un fisico impressionante che io non avevo”.

Alla Pippo Inzaghi, allora?

“No, allora andava molto di moda il centravanti del Benfica: mi ricordo Torres, che era alto, io sono abbastanza alto di statura e all'epoca lo ero parecchio di più. Torres era un centravanti che faceva il centravanti e che faceva la sponda a Eusebio, a questo fenomeno che aveva dietro”.

Ti ricordi la prima squadra e il colore della prima maglia che hai indossato da bambino?

“No, sinceramente no – e giù una bella risata – perché è un tipo di memoria che...Forse perché mi è talmente mancato il calcio giocato poi, sia così che come amici al sabato o negli anni successivi – fino ai quarant'anni o fino a quando ce l'ho fatta – che ho rimosso tutto quel periodo diciamo attivo, agonistico. Perché mi manca tutt'ora: tutt'ora un calcio al pallone è una delle cose che mi mancano di più oggi”.

Nella vita, invece, in che ruolo credi di aver giocato?

“Bah, diciamo all'inizio il portatore d'acqua, all'inizio il mediano, la classica vita da mediano, poi, un po' alla volta il rifinitore direi”.

L'idolo di ieri e di oggi di Gigi Garanzini?

“Di ieri e di oggi, se parliamo di calcio, è sempre stato Rivera. Rivera per la sua eleganza sublime sul campo, per quello che ha fatto, ma anche per quello che rappresentava, per l'eleganza, la classe innata, il gesto, purissimo.
Oggi sinceramente non ho idoli nel modo più assoluto: ci sono un sacco di giocatori che sono magnifici e divertenti da vedere. Oggi come oggi è Messi, sicuramente, fino a poco tempo fa Zidane”.

Il “gol” e l'”autogol” più clamorosi della tua carriera?

“Ma, sai anche lì non ho ricordi di cose clamorose. Forse, la cosa migliore è stato l'aver intessuto una rete di rapporti leali con delle persone straordinarie, come per l'appunto Rocco. Ero un ragazzino, be, un ragazzino no, insomma, un giovane che più o meno iniziava allora nei primi anni 70 questo mestiere, e il fatto di essere diventato in breve tempo una sorta di nipotino che Rocco trattava con benevolenza e che poi un po' alla volta adottò come modesto riferimento ogni volta che veniva a Milano anche ormai quasi da pensionato, ha creato un rapporto straordinario, che è una cosa bella, e che poi ho conservato negli anni. E mi sono messo a raccontare questa figura strepitosa e irripetibile di uomo e di allenatore”.

Cosa direbbe oggi il paron sul calcio e sugli allenatori?

“Ma, ci metterebbe un attimo a capirlo da sé e a farci spanciare dal ridere con le sue battute e con tutti quei cialtroni che girano e che circolano oggi a piede libero. Figurati! Oggi passa per un grande comunicatore Mourinho e Rocco se lo metterebbe nel taschino tutte le mattine con le sue battute in triestino.
Per l'amor di Dio!”

Ricordiamo anche il “Padova dei manzi”, quello allenato dal paron prima di approdare al Milan, e le sonore batoste che i corpacciuti bianco-scudati rifilavano alle grandi nel leggiadro catino del “Silvio Appiani”, mandato in pensione e sostituito dal freddo “Euganeo”...
Da una parte, il paron, Nereo Rocco, e dall'altra il “mago” Helenio Herrera, il costruttore dei grandi trionfi dell'Internazionale del cavalier Angelo Moratti...

“Tra i due correva una differenza proprio di impostazione tecnica: Rocco era l'attore che nasceva dal basso, che aveva studiato attraverso la pratica calcistica. Anzi, non aveva studiato: aveva espresso il meglio giocando, aveva questa strepitosa saggezza popolare, la traduceva in rapporti particolari, con la squadra. Insomma, una testimonianza di lui c'è ancora oggi: il fatto che i suoi ex giocatori – che nel frattempo hanno un sacco di anni sul groppone - ricordino Rocco con un affetto e ancora una commozione incredibile. Ma, mi capita con gente impensabile. Gigi Simoni ha giocato con lui un anno soltanto, quando Rocco allenava il Torino, e ancora oggi quando parli di Rocco Simoni si commuove. Ma, si commuove letteralmente. Herrera? Herrera era un po' il contrario, nel senso che Herrera era un tecnico invece che dal punto di vista del valore e dello studio del calcio e delle metodologie e della modernità era molto più avanti di Rocco, ma non aveva questa umanità. Per cui, diciamo che Herrera ha fatto il suo mestiere, magari anche meglio di Rocco, ma, visti a 30-40-50 anni di distanza, Rocco, il ricordo di Rocco surclassa quello di Herrera. Perché, poi, in fondo, di professionisti ce ne sono tanti, ma di uomini e dell'umanità di Rocco ce ne sono stati pochissimi”.

Potrebbe essere azzardato il paragone che mi viene in mente, ex abrupto, Rocco sta all'umanità rispetto ad Herrera come in base alle citazioni Rivera più menzionato di Mazzola. Sono in pochi a d accostare un talento a Sandro Mazzola, molti invece all'”abatino” Gianni Rivera?

“Sì, potrebbe anche essere così. Sì, sì, potrebbe, potrebbe. C'è chi dice Ancelotti rispetto a Mourinho, invece, Rivera rispetto a Mazzola. Anche se Mazzola – non dobbiamo scordarlo – è stato un gran giocatore; indubbiamente un grande giocatore degli anni Sessanta e Settanta; Rivera è stato un pezzo unico e credo che in questo ci sia il rapporto che c'è tra Herrera e Rocco”.

Cacciaci fuori l'”autogol” più clamoroso della tua carriera e non cercare di nasconderci la palla...

“Ma, io, sinceramente, grandi disavventure non me li ricordo. Se parliamo di carriera mia, modestissima peraltro, gli autogol sono sempre stati volontari, nel senso che me ne sono andato professionalmente da un paio di posti quando ho visto che la compagnia non mi piaceva. La prima è stata la Fininvest, alla fine degli anni Ottanta, e la seconda è stata alla Rai, alla fine degli anni Novanta. Erano due posti in cui ero andato con molta convinzione e, capito in breve, non in brevissimo tempo, com'era l'ambiente, com'era la gente, ho pensato che tanto valeva farsi un'”autogol”, tirarsi fuori e andarsene da altre parti”.

Sei uno che si commuove facilmente? Cos'è che ti tocca di più?
E quand'è l'ultima volta che ti sei commosso veramente?

“Con il calcio mai di sicuro, non mi è mai capitato e spero che non mi capiti più. Mi capita più frequentemente con la musica, con l'opera lirica, questo sì. Se risento delle voci storiche – gli chiediamo Pavarotti? - no, più su, più indietro. Pavarotti mi ha emozionato. Forse, non commosso; mi ha emozionato per tanti anni. Adesso io sono collezionista di queste rimasterizzazioni che ci sono oggi di voci storiche, d'inizio secolo, quando sento la voce di Caruso, sia pure registrata allora, parliamo di cent'anni fa con mezzi rudimentali, ecco, allora, ogni tanto la voce di Caruso mi commuove, o quella di Beniamino Gigli, o quella di Pertile, o quella di Rosa Consuelo, o di qualche grande soprano, come la Callas. Quello mi commuove. Eppoi, la natura sì: gli spettacoli della natura, che possono essere i tramonti, ma anche le albe in montagna, magari in un rifugio. Quelle cose lì, senz'altro. Quelle sono le emozioni vere della vita. Anche un grande vino ogni tanto mi commuove”.

Adesso che hai aperto tu la cantina, che vino preferisci?

“Io ne produco uno: sono poche bottiglie. Assaggiare il vino mio, indubbiamente mi emoziona. Assaggiare qualche grande vino, salendo di categoria, pasteggiando qualche Borgogna, qualche Barolo storico, sinceramente ogni tanto, commuove no, ma mi trasmette un'emozione forte”.

Cos'è che ti dà più fastidio, che ti irrita?

“Mah, tante cose. Attualmente, direi la poca libertà mentale, il fatto che si tenda a sdraiarsi a tappettino dinanzi al “principe”, sempre per interessi. Questa è sempre stata una cosa fastidiosa. Sono sempre stato un uomo contro: dalle mie parti, in Piemonte, si dice un bastian contrario. E, vedo che oggi questo modo di porsi rispetto al Potere, o, comunque, anche se non è il Potere, rispetto a chi ha l'ultima parola, vedo che è sempre più diffuso, e questo è sempre più avvilente, secondo me. Sono nato in anni assieme a persone che hanno la schiena più dritta di quelli di oggi”.

Eri un'ala sinistra, progressista?

“Sì, indubbiamente sì. Un'ala no, ma una mezz'ala. Anche se poi oggi tutto si è rimescolato”.

Ti nominiamo per un momento Commissario tecnico della Nazionale degli ultimi pontefici. Dove schiereresti Ratzinger, dove Vojtjla, dove Montini e Roncalli?

“Non sono nemmeno all'altezza, ma, soprattutto, non sono preparato”.

Dai, dicci dove metteresti Ratzinger: in tribuna, in panchina, in porta?

“Non l'avrei messo; non lo metterei”.

Non schiereresti nemmeno il grande Giovanni Paolo II?

“Vojtjla è universale: lui poteva giocare ovunque”.

Jolly?

“Poteva giocare ovunque ed essere un protagonista ovunque, perché lui davvero veniva da un altro pianeta sul piano umano”.

Azzardo una tua mossa: potremmo mettere come cittì papa Roncalli? Che, fatalità, il cui inizio ricorda Rocco, ma li accomuna anche la loro grande umanità?

“Potrebbe essere, ma anche per una comune origine temporale direi. Erano uomini che avevano attraversato due guerre e sono convinto che questo aveva dato loro uno spessore diverso. Oggi, quando si incontrano dei grandi o dei vecchi, la prima cosa che ti colpisce è il loro approccio diverso che hanno rispetto alla vita, di quello che invece abbiamo noi più giovani e non parliamo dei giovanissimi”.

Qual è il giocatore che tu consiglieresti a chi vorrebbe intraprendere un giornalismo come il tuo, fatto di molto romanticismo, al servizio di un calcio che non torna più, fatto di fedelissimi, di bandiere, di maglie di lana dall'1 all'11? I malinconici Garrincha, Gigi Meroni, i pazzi Vendrame e Zigoni? O altri?

“Ma io ho sempre avuto un debole per Platini quando giocava. Credo che Michel Platini sia oggi per quello che sta facendo in ambito Uefa, per come sta provando a modernizzare il calcio, ma riportandolo a canoni antichi, a canoni più umani, credo che possa essere Platini. Che naturalmente non aveva l'umanità di tanti altri, di tantissimi altri, ma aveva una verve, una brillantezza e un raziocinio in campo che ha trasferito adesso in questa sua carriera dirigenziale. E credo che vada seguito con molta attenzione, perché quello che sta facendo e quello che farà mi sembra molto interessante per il movimento calcio”.

Ci credi? Come ti immagini il paradiso, il purgatorio, l'inferno? Come ti aspetti l'Aldilà, dove potremo rincontrare il paron e i grandi del calcio?

“No, non lo so; sinceramente, non ci ho mai pensato. No, queste sono cose in cui sono abbastanza impreparato”.

In “Nereo Rocco, la leggenda del paron continua” c'è tutta la grandezza di un personaggio straordinario, e un calcio fatto di mille emozioni e di uomini veri... Un libro che si beve come un bicchier d'acqua fresca...

“Sono d'accordo su tutto, meno che sul bicchier d'acqua, perché, se Rocco sentisse dire che riepilogare la sua vita è come un bicchier d'acqua, ho paura che ti fulmini all'istante”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 20 settembre 2009












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