ULTIMA - 23/1/19 - LA VIRTUS VERONA CEDE CONTRO LA CAPOLISTA PORDENONE (1-2)

Per l'ennesima volta la Virtus Verona di mister Gigi Fresco viene beffata nei minuti finale della partita dopo essersi battuta alla pari contro la capolista incontrastata del girone B di serie C, il Pordenone di mister Attilio Tesser. A decidere la sfida a favore dei neroverdi friulani è stata una rete del 38enne Emanuele Berrettoni, ex Hellas Verona,
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INCONTRI VIP'S

14/10/09 - INCONTRI RAVVICINATI: MONSIGNOR MARCO ZENARI

MONSIGNOR ZENARI GIOCA A TUTTO CAMPO

Nato a Rosegaferro di Villafranca veronese il 5 gennaio 1946, il 1° gennaio 2009 il Santo Padre ha inviato Mario Zenari come nunzio apostolico a Damasco, capitale della Siria.

Un incarico, quello di nunzio, che l'arcivescovo di Zoglie aveva in precedenza già ricoperto in Costa d'Avorio, Niger, Sri Lanka e Burkina Faso. Una carriera diplomatica spesa da trent'anni a questa parte, che gli ha fatto finora toccare con mano i problemi di Paesi di ben 4 Continenti.

Monsignor Zenari, ma, lei ha mai giocato a calcio?

“Sì, ho giocato quand'ero alle elementari, e mi ricordo ancora con molto interesse quando alle volte si vedeva come un evento a Rosegaferro – dove sono nato – verso gli anni 50 e dopo le funzioni la partita della squadra del paese contro quella del Comune di Villafranca, o contro i “cugini” dell'altra frazione di Quaderni. E grande, allora, era la partecipazione: avrò avuto 7-8 anni ed erano delle domeniche pomeriggio indimenticabili che si trascorrevano in un campo che ora non esiste più perché hanno costruito delle case. La televisione non c'era, i giornali nemmeno e, allora, quando noi ragazzini si giocava a pallone, si imitava i più grandi della Prima squadra di Rosegaferro e si imitava il portiere che si aveva visto giocare la domenica pomeriggio, l'attaccante, il difensore. Mi ricordo di aver fatto tanti pianti perché Santa Lucia (il 13 di dicembre, festa di tutti i bambini) non mi ha mai portato la biciclettina. E, solo dopo ho capito che con tutto il cuore voleva portarmela, ma in casa di mezzadri era un po' difficile che arrivasse una biciclettina. Però, in quinta Elementare, un bel dì arrivò un bel pallone, a grandezza uomo, però in plastica. E fu l'ultima Santa Lucia che ricordo, quella dell'arrivo del pallone. Che non era di cuoio, bensì di plastica. In casa non potevo giocare perché avevo due sorelle, però, c'era un mio carissimo amico, due anni più vecchio di me – che abitava qua vicino –, con il quale individuavamo nei gelsi innevati una porta rudimentale, e uno tirava, e l'altro doveva parare. Ah, me lo ricordo questo pallone: c'è l'ho ancora negli occhi, il colore, tutto. Era un pallone come gli altri di cuoio, ufficiale come quello che si adoperava nelle partite tra grandi. E poi ricordo che dopo undici mesi sono entrato in seminario e mia madre mi dice: “Senti c'è uno che viene a portare il pane che aveva adocchiato il tuo pallone, tu vai in seminario, il pallone rimarrebbe qui senza essere toccato, e o che devi comperarti dei libri, è meglio che lo vendiamo e realizziamo 150-200 lire”.

“Entrato in seminario, potevamo contare su palloni ufficiali. Alle Medie si giocava, mi godevo, ce la mettevo tutta. Si era molto organizzati”.

In che ruolo giocava, Sua Eccellenza?

“Mi piaceva fare l'attaccante e, a dire il vero, non ero male”.

Qual era il suo idolo?

“Sivori e Boniperti: erano quelli i nomi che si conoscevano, perché, ripeto, a quei tempi non esisteva la televisione né il giornale. Ma, di più mi piaceva emulare i locali, i più grandi del mio paese, il portiere e l'attaccante che vedevo giocare a Rosegaferro. Quando nei campi di gelso mi tuffavo, ebbene, cercavo di imitare le gesta del portiere del Rosegaferro. Gli idoli, dunque, erano locali ed immediati”.

Poi, arrivò la televisione: in bianco e nero e con precedenza nei bar centrali del paese, dove diventavano proprio dei centri di raccolta di persone di tutte le età e di tutti i ceti...

“Certo, certo. Un conto era vedere una partita in televisione, altro vederla dal vivo, al naturale. Tu vedi tutto il campo, osservi il portiere come si posiziona durante la gara, come agisce, come reagisce durante una fase di gioco che lo mette alla prova. La televisione, invece, ti fa vedere solo uno spicchio, ti propone un'angolatura e basta”.

La sua ultima partita di pallone, monsignore, se la ricorda?

“Sì, facevo la quinta Elementare, era l'ultimo giorno di carnevale. Un bel giorno di sole, di fine febbraio, eravamo 8-10-11 e senza maestra abbiamo fatto una scappatina fuori da scuola, ma, c'era stato più un malinteso con la maestra che ci aveva promesso di venirci a vedere, e noi che inizialmente desideravamo andare a vedere la casa del tamburino sardo a Custoza. Poi, la maestra non era più d'accordo, ma, prevalse la forza dei più grandi e dei respinti che volevano, a quattro passi da Rosegaferro, andare a giocare dentro il castello di Villafranca. La scusa era quella di vedere i carri – che sfilavano verso le quattro del pomeriggio – ma, qualcuno era riuscito ad organizzare nelle ore di attesa una grande sfida tra noi della frazione di Rosegaferro e quelli del Comune di Villafranca. Abbiamo fatto un partitone, abbiamo sudato con addosso ancora il grembiule delle Elementari e, poi, finita la partita, abbiamo raggiunto la piazza per vedere i carri e il giorno dopo ero a letto - e giù un bellissimo sorriso - con la febbre”.

Ha giocato anche nella vita in quel ruolo che le piaceva da ragazzino: l'attaccante?

“Adesso qui mi prende un po' alla sprovvista. Credo in vari ruoli: in certe zone dove vedo che c'è bisogno di smuovere faccio un po' l'attaccante, qualche altra volta un po' difensore. Sono trent'anni che sono al servizio della Santa Sede, in questo servizio diplomatico e dopo aver visto 4 Continenti e una quindicina di Paesi. Sono al servizio del papa, e non è che possa agire di testa mia o fare quello che mi piace, perché al di là di questo quadro non si può andare. Però, mi sentirei di fare l'attaccante, di promuovere lo spirito evangelico nelle zone che ho fatto. Non un'azione di difesa, ma di promozione dei valori umani, dei valori cristiani, evangelici”.

Cos'è che la commuove di più?

“Mi sono commosso quando, incaricato d'affari negli anni 1983-84, in Liberia, e mancava il nunzio, il personale della nunziatura, il giardiniere, il cuoco e c'era da fare. E dovevo – erano furbetti – vigilare che facessero il proprio lavoro, e il cuoco – che veniva dalla Guinea – era giovane, alto e molto retto. E' riuscito anche a sposarsi, io l'aiutavo, contento di aver trovato la compagna giusta della vita. Era un musulmano, osservante: ricordo che durante il periodo del Ramadan mi chiedeva di assaggiare la minestra, la pastasciutta, mi chiedeva se avessero il sale sufficiente perché lui non poteva neanche toccarle. Era un bravo risparmiatore. Poi, sono partito, ho lasciato lì, e un paio di anni dopo, e, chiedendo al mio successore notizie in generale sulla nunziatura e in particolare su di lui (erano gli anni della terribile guerra civile, che c'era anche al mio tempo), mi ha detto: “Il tale l'hanno ammazzato, lì, proprio sul portone d'ingresso della sede diplomatica. Motivo? Non era di lì, era della Guinea, di un altro Paese, di un'altra etnia. E, nelle lotti tribali lui ha perduto la vita. Mi sono commosso pensando al giovane retto, che aveva lasciato un bambino e sua moglie. Recentemente, venendo via dallo Sri Lanka, già martoriato dallo tzunami, mi ha colpito vedere tutti quei morti. Ebbene, io mi congedai da quel Paese un mese e quaranta giorni prima del termine della guerra civile, e ho vissuto in mezzo alle crudeltà dei fiori, del fango, che spuntano e sorprendono come quelli che spuntavano dalle rovine del mio paese all'indomani della Seconda Guerra mondiale. E c'erano una trentina di preti e di religiose che seguivano questi sfollati, questi poveretto che non sapevano più dove spostarsi perché da una parte veniva avanti l'esercito – che come una morsa allentava – e dall'altra cercavano di sfuggire al controllo delle cosiddette “Tigri”, cercando nascondigli e via di salvezza sugli alberi. E, prima di partire, andai a salutare il Presidente dello Sri Lanka, il quale mi disse che dovevo far uscire quei preti, quelle religiose, perché erano in pericolo, l'esercito avanzava. Io sapevo già cosa rispondergli e gli dissi: “Signor Presidente, questi preti, queste religiose sono lì di loro spontanea volontà perché i loro vescovi non li obbligano a rimanere sotto le bombe, ma è una scelta di queste nostre persone di rimanere fino alla fine vicino alla propria gente fino alla fine”. E questo mi ha veramente colpito perché queste grandissime persone avevano deciso di patire la fame, di condividere la povertà con la popolazione più disperata srilankese. Che viveva di stenti. Grazie a Dio, nonostante la crudeltà della guerra, nonostante i bombardamenti, non si è registrato, tra quei trenta religiosi, nessuna vittima. Ma, uno di questi padri, il giorno che terminò la guerra è morto perché il cuore non ha retto più. Questo mi ha lasciato veramente commosso, e, vivendo l'anno sacerdotale, lo porto come esempio e nel mio cuore”.

Come se l'immagina, monsignor Mario Zenari, l'Aldilà?

“Difficile, difficile come pensarlo. Ma, direi luce, luce. Dio è Luce inaccessibile. Se c'è un'immagine – io mi fido di San Paolo, che dice: “Occhio non ha visto, orecchio non ha audito” ed è difficile immaginarselo – però, se Dio è Luce, saremo nella Luce. Poi, tutte le immagini che vedo della Madonna, tutte belle, a me non soddisfano perché sono situate. La Madonna è apparsa a una ragazza di Lourdes in quella forma lì, è apparsa ai tre ragazzi perché ha assunto vestiti per essere conforme loro, e non poteva far altro. Però, io me li immagino come l'immagine che viene portata dall'Apocalisse, ovvero quella Madonna vestita di sole, e saremo vestiti di luce, di sole; e quella sarà l'immagine più bella, che posso pensare. Anche se è difficile esprimere. Anche la Madonna vestita di sole, di Luce è un po' umana, ma è quella che, per me, si avvicina di più a quella che posso prefigurare. E, così sarà il vestito dei santi”.

Se lei fosse il cittì di un'ipotetica Nazionale dei papi, in che ruolo, in che zona del campo collocherebbe gli ultimi pontefici?

“Io li metterei tutti centrocampisti, un po' per la funzione stessa del papa, il quale deve tenere le fila, deve stare attento a chi è un po' indietro e a chi va troppo avanti. Direi che la funzione del papa in ogni epoca deve essere quella un po' di attaccante: vedi Giovanni Paolo II nel promuovere certi indirizzi. Ma, tutto sommato, la funzione del papa è quella di coordinare la Chiesa, tutto il movimento e l'azione-funzione di creare l'unità”.

Chi le è piaciuto di più di questi ultimi papi?

“Beh, Giovanni XXII, “Il papa buono”; anche lui veniva da ambienti rurali, era molto vicino alla gente”.

Anche papa Albino Luciani era un grande pastore...

“Sì, però, mi piacciono tutti perché, ciascuno nel proprio tempo ha saputo leggere i segni dei tempi in cui hanno vissuto, sono stati tutti attuali. Sono stati necessari e provvidenziali. Quello che mi piace è vedere che passa un papa e la Provvidenza ce ne dà un altro e ci si muove immediatamente con quello, si gira pagina. Tutto l'apporto dei precedenti è validissimo, e noi abbiamo adesso un pastore ed è quello”.

La continuità della Chiesa è garantita ogni volta...

“Chiaro, chiaro. Io vedo che nell'ambiente dove sono, apprezzo molto i miei predecessori: c'è chi ha restaurato la casa, chi un'altra, e anche nel mio motto episcopale, “Levate oculos vestros”, ricordo, celebro l'ambiente dove sono nato (il sole, la luna – quante volte l'ho guardata da bambino d'estate mio, e quante volte papà mi raccontava sul suo forte influsso sulle sementi, sulle semine; luna, ecco, che riceve la luce dal sole: l'ho voluto come simbolo dell'intercessione della Madonna. E, per ricollegarmi ai miei predecessori nei 4 Continenti dove sono stato, quando il Signore disse:

“Guardate, levate i vostri occhi, le messi biondeggiano, voi andate a raccogliere quelli che altri hanno seminato)”.

Si commuove, Eccellenza, anche tornando indietro col tempo...

“Abbastanza, abbastanza. Sì, pensando alla mia chiesetta di Rosegaferro, pensando alle persone, agli amici di infanzia, dell'adolescenza. Era un altro mondo. I contatti umani erano bellissimi, molto forti.
Ci si aiutava, si scambiavano gli attrezzi. Eppoi, anche l'ecologia era diversa: ricordo nei mesi di luglio – parliamo degli anni 55 o giù di lì – quando nelle giornate calde, caldissime, arrivava qui l'acqua del Conagro – che arrivava dall'Adige – era limpida, si beveva, si beveva. Ma, che mondo paradisiaco rispetto a quello di adesso abbiamo vissuto? Adesso non si può andare a piedi nudi in quest'acqua. Eppoi, c'era molta più solidarietà tra mio papà, ci si aiutava tra fratelli, tra vicini; pur con i limiti. Però, era un mondo in cui ci si godeva con poco, con un pallone e una partita di calcio in un paesino, la domenica di festa. Cioè, gira e rigira – esiste un proverbio che dice: non si può mangiare con due cucchiai; cioè, per far felice un uomo ci vuol poco -. E, in Africa (mi piaceva viaggiare e perdermi negli angoli più remoti e più povere), una volta mi dissi: se scrivessi un libro, direi ho trovato la felicità in questo paesino, in questo villaggio, dove giocava al pallone tutto il villaggio, i ragazzi erano contenti per una partita a pallone in Africa, in uno dei Paesi più poveri come il Burkina Faso. E, dicevo: a volte per far felice una persona ci vuole poco. E, forse, stiamo sbagliando correndo chissà dove per trovare la felicità. Ci vuol poco”.

Il più grande rimpianto e il “gol” più bello di monsignor Mario Zenari?

“Una cosa che mi sarebbe piaciuto fare – e mi piacerebbe ancora adesso – è il parroco. Non ho avuto la possibilità quando sono stato ordinato prete, e bisognava fare un'attesa di quindici anni, se si riusciva. E, dopo 6 anni, io ho fatto 3 anni in una parrocchia come vice-parroco, curato. Poi, l'allora vescovo, monsignor Giuseppe Carraro mi ha mandato a Roma per fare questo servizio. Essere parroco, facendomi prete, è una delle esperienze più belle. Va bè, io rappresento il papa, è vero, ho molti contatti pastorali, però, la figura del parroco per me è un'ideale che ho sempre preferito”.

E, cos'è che la rende felice?

“Quando penso che ho detto sempre di sì quando mi hanno mandato, mi sono trovato bene. E, anche – se devo dire la verità – tra le spine. Non ho mai fatto il militare, sono lontanissimo da quel mondo, da quell'esperienza, ma io mi considero come un militare in servizio”.

Come un cappellano militare...

“No, no, come soldato semplice. Al servizio del papa. Che mi dice via qua, vai là, vai su, vai giù, stai attento là, fai quel servizio lì. E, allora, questo mi fa contento, anche se a volte erano servizi semplici. Mi trovo contento e sento che va bene se il papa, attraverso i superiori, mi chiede di fare la guardia a quel posto lì. Ed è quello che mi si richiede e mi sento a posto con la mia coscienza, con quello che posso fare per la Chiesa. Sono molto contento di essere stato prima al servizio del vescovo di Verona e poi del papa. Se mi manda tra le spine, va bene, io vado tra le spine e non ci sono andato io. Pensare a un alto ufficio da ricoprire mi pesa di meno, cercando di fare le cose più semplici, sapendo di essere al servizio del Regno di Dio. Cercando
anche di agire con l'intelligenza, di essere un esecutore intelligente e semplice”.

Ha una fede, oltre quella verso Dio? Quando è lontano da Verona, di quale squadra si informa?

“Mi è un po' difficile seguire le vicende del calcio italiano. Anche perché dove sono stato in questi trent'anni non ho avuto la possibilità di documentarmi (non c'era la televisione). La Nazionale la seguo e quando sono in Siria mi piace vedere che la gente del posto, di Damasco è più incline a fare il tifo per l'Italia. Mi interesso un pochino del Verona, del Chievo, non più di tanto. E, qui, se mi permette, vorrei aprire una parentesi: io sono contro le mode. Sarei per dare più spazio ad altri sport, non concentrare lo spazio solo su alcuni sport”.

Qual è l'altra sua passione sportiva?

“Quand'ero a Rosegaferro, nel mio paese, si giocava il tamburello; a Quaderni c'erano dei campioni nazionali. Quand'ero in seminario a San Massimo andava forte la squadra di una borgata tra il rione e il paese di Lugagnano, che adesso non ricordo. Amerei vedere il tamburello tra le discipline olimpiche. Se non c'è, sarebbe una grossa mancanza, perché il tamburello è bel sport, è bello: è fatto di forza di muscoli, questa palla che va in alto, che arriva. E' bello giocarlo anche in due, in quattro o in più atleti. Le mode ci limitano a guardare solo uno sport, quello sport. Il tamburello è bello, è bello. Ma, perché non è considerato tra i giochi olimpici. Merita, più di altri la cui importanza non riesco a capire, di essere promossa a livello nazionale e mondiale”.

Cos'è che le dà più fastidio?

“Le guerre: ne ho viste di crudeli. Ho visto guerre civili, in modo particolare, crudelissime. Ne ho viste in Africa, in Asia, crudelissime, crudelissime. Veramente, ho visto delle atrocità, le ho sentite, le ho riferite, perché anche noi abbiamo la possibilità di avere dislocate in tutto il Paese dove mi trovo missionari, missionarie, e, quindi, si riceve tutti questi racconti, veramente, a volte raccapriccianti, di crudeltà. Soprattutto, le guerre civili; anche quelle tra Nazione e Nazione, ma, direi quelle civili sono le più crudeli, anche perché lì a volte non si è legati da troppe convenzioni e, quindi, ogni sorta di crudeltà trova spazio. Una crudeltà che adesso non mi riesce di descrivere. Ma, ne ho sentite, ne ho sentite. Ho detto anche lì scrivete, ma, credono che facciano fatica a scrivere e a descrivere le crudeltà che si sono viste e sentite. Siamo ancora in un mondo – nonostante le apparenze che qui abbiamo di un certo benessere, di una certa tranquillità – ma, in molte parti del mondo si toccano con mano queste crudeltà”.

Gli idoli di ieri Omar Sivori e Gianpiero Boniperti; quelli di oggi?

“C'era stato qualcuno, non italiano, che purtroppo è finito come è finito. Purtroppo, mi ha lasciato deluso”.

L'arcivescovo, da buon diplomatico, non proferisce nome, ma si capisce benissimo che il riferimento cade su Diego Armando Maradona. Sorride, sorride, poi, dice:
“Non mi azzardo a fare nomi”.
E, poi, glissa ancora, dribbla l'ostacolo, aggiungendo che un'altra delle sue passioni sportive era il ciclismo.
“Qua, nel Villafranchese, ho incontrato cinque anni fa in occasione di un battesimo il campione iridato su pista, e che ha vinto nel 1960 le Olimpiadi in Italia e che poi al “Vigorelli” di Milano era con Maspes – piccolo vuoto di memoria – ho il nome sulla bocca. E ha scritto – mi diceva – anche un libro. Ecco, mi è venuto in mente: Gaiardoni, Sante Gajardoni. Eravamo a tavola e si ricordava quel trionfo, quei tempi in cui lo sport era meno inquinato. E, dunque, c'erano degli idoli sia nel calcio che in altri sport che erano uomini e sportivi veri. I Coppi e Bartali avevano già chiuso la carriera. Ma, adesso che mi viene in mente, io Coppi ricordo di averlo visto affrontare una salita a Bosco Chiesanuova. Io ero a Roverè, nel 1958, e siamo andati a vederli. Credo che disputasse una delle ultime corse. Erano campioni prominenti e anche dicevano qualcosa. Nell'insieme, l'ambiente era, sembrava, più pulito. Forse, non per colpa loro, tutto si è inserito, i soldi. Tornando ai campioni del calcio, direi questi nostri, del Veneto, quelli degli ultimi tempi: Del Piero, Baggio. E anche Maldini. Quand'ero in Germania e in Europa, seguivo altre squadre ed altri bravi calciatori”.

Monsignor Zenari, le piacerebbe diventare cardinale, “principe della Chiesa”?

“Io ripeto che il mio atteggiamento è di essere lo spirito di un soldato”.

E, se da soldato semplice la promuovessero al grado di generale?

“Dove mi mandano” e giù un'altra bella risata.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 8 ottobre 2009












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