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Si sono chiusi tutti i campionati dilettantistici della nostra provincia dall’Eccellenza alla 3^ categoria che hanno laureato i nuovi capo-cannonieri dei vari gironi e la nuova scarpa d’oro 2018-19, queste tutte le classifiche finali. In Eccellenza, dove si sono giocate 32 partite, chiudono appaiati in vetta a 16 reti Mariano Mangieri del Pozzonovo ed
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INCONTRI VIP'S

25/10/09 - INCONTRI RAVVICINATI: ANGELO ANQUILLETTI

UN ANGELO...DI “ANGUILLA”

Un...Angelo di difensore "francobollatore", Angelo “Anguilla” Anquilletti, di San Donato Milanese (25 aprile 1943), colonna della difesa del Milan di “paron” Nereo Rocco, e della Nazionale italiana, che sollevò nel cielo di Roma la Coppa Europa, dopo aver battuto la Jugoslavia (1968).

Mai un'espulsione – come ci svelerà lui stesso nell'intervista durata oltre i 23 minuti, una sorta di pressing continuo nei confronti di chi non ha mai amato la luce dei riflettori -, restando un autentico anti-personaggio, colui che ha vinto col Milan tutto quello che si poteva vincere (una Coppa Intercontinentale, una Coppa dei Campioni, due Coppe delle Coppe, quattro Coppe Italia, uno scudetto).

Ruolo il suo, quello di “sentinella” appiccicata al peggior “detenuto” avversario, davvero ingrato ed oscuro, che sarebbe salito alla ribalta solo in caso, che so, di una maxi espulsione, di una scarpata tatuata sulla tibia o sul volto del suo più famigerato dirimpettaio.

“Anguilla” è sorpreso, quasi imbarazzato, di cotanto spazio riservato a uno che ha vissuto facendo il suo bravo dovere di neutralizzatore della punta più ruvida e tagliente avversaria e che era già un enorme successo non comparire tra i più cattivi della giornata, tra quelli cacciati alla domenica dietro alla lavagna.
Alla pari di quell'arbitro, a cui si rivolgono gli sperticati elogi, solo quando in campo non si sente, quando alla festa non soffre la "sindrome di protagonismo".

Un...Angelo ancora oggi, Anquilletti, che, a differenza di qualche suo contemporaneo, non è più stato riscoperto - come tanti suoi ex compagni di squadra rosso-neri - dai Mass Media né nella veste – sicuramente a lui imbarazzante – di opinionista nè in quella di dirigente lucida scarpe o stendi tappettino.

Ma, sempre lottando a schiena ben dritta, anche oggi, a 66 primavere vissute, quando assieme a un gruppo di “vecchie glorie” rosso-nere – tra questi, gli ex Milan Lino Golin e Giorgio Biasiolo – combatte per una crociata altrettanto interessante, senz'altro più eroica: quella delle partite per la beneficenza per questo o quel movimento “non profit”, duellando ancora a favore di chi soffre, di chi, peggio ancora, un pallone ha sognato fin da piccolo di rincorrerlo e di calciarlo, ma, che la malattia l'ha chiuso in una gabbia di lacci e laccioli emostatici.

Ed è stato in quest'altro campo della generosità, ancor più nobile di quello solcato oggi da falsi miti e da uomini meno veri, che in estate abbiamo avuto l'occasione di incontrare chi si definisce “un duro” - e, se tutti i “duri” fossero come lui, ben prolifichino in questo mondo
sempre più confuso, sempre più indecifrabile e chiacchierato -, uno che ai rosari e alle preghiere preferisce le buone azioni, il pragmatismo altruistico.

Un uomo vero e ruvido, come la barba incolta da “guerriero del calcio”, da “cow boy dell'area”, che era solito tenere in viso, forse per spaventare la controparte, forse, per farsi rispettare, senza però estrarre mai dal fondino il revolver.

Un volto un po' da boxer, alla Monzon, quella figurina “Panini” che tanto cercavamo di avere per completare la pagina dell'A.C. Milan, costretti a barattare (e a sacrificare) con gli amici dell'oratorio o dell'infanzia le doppie.

Ebbene, quella “figurina” di cartapesta e incollabile con la cocoina, - che non è un surrogato della più vile cocaina -, è tutto per noi, vivo e in carne ed ossa, per oltre 23 minuti telefonici.

Miracolo del calcio, miracolo dell'esistenza umana!

Angelo Anquilletti è stato una fedele “bandiera” rosso-nera (13 campionati di fila con la casacca del Milan), che ha garrito prevalentemente e in maniera consecutiva per una sola parrocchia, per una sola “fede” calcistica, ma, che ancora oggi ondeggia nel vento per una partita ancora più importante: quella della solidarietà, quella verso chi è meno fortunato.

Come mai, Angelo, non esistono più le “bandiere”?

“E' il calcio moderno, questo. Adesso ci sono le società diverse da una volta. E' cambiato tutto”.

In che cosa era diverso il tuo calcio?

“I campi da calcio, una volta, erano più larghi e più lunghi. Adesso, invece, diventa tutto più facile perché i giocatori sono uno vicino all'altro, mentre prima c'era più spazio nell'uno contro uno. Eppoi, ai miei tempi non c'era il fuori gioco. Il calcio di oggi a me non piace; però, è così, e va bene”.

Perché, come ogni buon ex milanista di oggi (Donadoni, Ancelotti, Van Basten, Tassotti, Filippo Galli, ed altri), non hai fatto strada come allenatore, come dirigente o come opinionista televisivo (vedi "Basleta" Lodetti, Josè Altafini, Stefano Eranio)?

“Non mi piace fare l'allenatore, perché ho un carattere tale, che se solo un mio giocatore alza il braccio e mi manda a quel paese, io gli rispondo subito per le rime. Terminata la carriera, io mi sono allontanato da quel mondo; eppoi, ce ne sono talmente tanti di mister, che mi fa scappare la voglia di mettermi in ballo. Ho trovato un altro lavoro e, va bene così”.

Che lavoro hai trovato dopo aver appeso gli scarpini al fatidico chiodo?

“Per vent'anni ho gestito un grosso auto-lavaggio in centro a Milano”.

Qual è il ricordo più bello che conservi in tanti anni (13 consecutivi, 278 presenze, nessun gol) di Milan?

“Eh, ciao. Di partite ne ho fatte talmente tante, che faccio fatica a ricordarmene una in particolare”.

Dai, sforzati, "Anguilla"! La prima che ti viene in mente, come il primo amore, che non si scorda mai?

“Ma, orco cane. Quando ho fatto gol con il Levsky di Sofia, nella Coppa delle Coppe. Quella volta ho meravigliato tutti, perché un difensore che fa due gol in una partita di Coppa delle Coppe non era una cosa normale. Non è che mi sia montato la testa, allora, però, non mi sembrava vero”.

E' successo al vecchio “San Siro” o in Bulgaria?

“A Milano, nella prima Coppa delle Coppe vinta”.

Hai vinto uno scudetto (1967-68), una Coppa Intercontinentale (1969), una Coppa Campioni (1968-69), due Coppe delle Coppe (1967-68, 1972-73), quattro Coppe Italia (1966-67, 1971-72, 1972-73, 1976-77), e una Coppa Europa con la Nazionale, a Roma, nel 1968.

“Sì, però, era meglio che all'”Olimpico”, quella volta, non ci fossi stato”.

Perché, Angelo?

“Perché mi incazzai come una iena”.

Perché il cittì Ferruccio Valcareggi preferì a te Tarcisio Burnich dell'Internazionale?

“Sì, ha giocato lui. Però, a quel punto lì, c'era già il ricordo e la fatica della Stella Rossa di Belgrado, che avevamo appena incontrato noi del Milan due giorni prima, superandola nei quarti di finale di Coppa delle Coppe. L'avevo incontrata due volte, e poi avevo una caviglia così così.
Quando arrivai nel ritiro degli azzurri, a Fiuggi, Valcareggi mi chiese come stavo con la caviglia, ma mi fece anche capire che era meglio che io non giocassi in quelle condizioni. Era già prevenuto nei miei confronti, aveva già deciso di lasciarmi fuori e cercava solo la scusa per farlo.
Io gli risposi che se c'era da marcare, io sarei stato pronto. Ma, lui preferì schierare Burnich.
Ma, una volta, sai, c'erano i gruppetti”.

Chi era il giocatore della Nazionale dell'ex Jugoslavia che avresti dovuto marcare, e che invece avevi già incontrato per due volte in Coppa nelle file della Stella Rossa di Belgrado?

“Zaic, si chiamava l'ala sinistra della Stella Rossa”.

Ti rode ancora quell'esclusione dagli azzurri, eh?

“Avevamo appena vinto la Coppa delle Coppe e il Milan ci fece sostenere una tourneè in America. Ma, la Nazionale mi convocò a Fiuggi per la finalissima di quella Coppa Europa. Quando arrivai, Valcareggi mi fece tante feste, ma, il giorno dopo, quando andai per parlargli, lui allungò il passo e capii subito che mi aveva escluso. C'erano i gruppi: il gruppo Juventus, il gruppo Inter. "Non ghera nint da far”".

Nel Mexico '70 sei stato chiuso da Burnich, o no?

“No, nei campionati del Mondo di Messico '70, vinto dal Brasile di Pelè e noi secondi, nella terz'ultima gara valida per la qualificazione, a Torino, contro la Juventus, il piede mi si è appoggiato sulla gamba e mi è saltata la caviglia. Andò Poletti del Cagliari al posto mio. Io ho guardato i Mondiali in ospedale, tutto ingessato.
Ero già nella “rosa” degli azzurri. Solamente che mi ero fatto male”.

Qual è l'attaccante che ti ha fatto impazzire, impallidire, sia in Coppa che in campionato?

“Morire non m'ha fatto nessuno, però, attaccanti bravi ce ne sono stati tanti. Se prendiamo Best, Gigi Riva, Pascutti, ce ne sono stati tanti di forti”.

Non hai mai firmato un autogol?

“Ne ho fatta uno, con la Juventus, a “San Siro”. Finì in parità, 1-1, ma non ricordo l'anno. Ha fatto il cross Haller, c'era vento, sono andato incontro alla palla, con Bettega alle costole, per prenderla di testa, invece, l'ho colpita con la nuca e ho fatto il pallonetto all'incrocio dei pali. Sono saltato, oramai ero su in cielo, volevo cacciarla in calcio d'angolo, invece, l'ho presa con la nuca e l'ho messa giusto nel sette”.

Il giocatore più forte, più completo dei tuoi tempi?

“Prima ce n'erano tanti, eh. Dobbiamo prendere i Bobbie Charlton, i Best, i Beckembauer, i Muller. No, io Muller non l'ho mai preso in consegna. Lo marcava Rosato. Cruyff? Sì, l'ho marcato mezz'ora nella finale di Coppa dei Campioni, a Madrid, nel 1969. Abbiamo vinto 4-1, e tripletta di Pierino Prati”.

Hai pianto quel tragico maggio 1973 (Verona 5 Milan 3) al “Bentegodi”, quando hai perso la stella del decimo scudetto?

“Più che altro ho avuto a che ridire con un giornalista, che nel sottopassaggio che ci riportava nello spogliatoio, uscì con una frase infelice nei nostri confronti. Mi ha fatto girare le scatole, ho fatto per rincorrerlo, sono scivolato e ho picchiato la testa contro la soletta di cemento. Mi hanno applicato due punti, vah. Lì era una partita che, se tutto era regolare, si sarebbe dovuto rimandare. Venivamo dal trionfo in Coppa delle Coppe del mercoledì a Salonicco alle spese del Leeds United, ed eravamo stanchi. Magari a Verona perdevamo lo stesso, ma respiravamo tutti di più. Eravamo pochi giocatori con tante partite nelle gambe e nella testa”.

Rivera è stato il più grande di tutti nei tuoi 13 anni di Milan, oppure ce n'era qualche d'un altro al suo pari?

“Di giocatori forti al Milan ce ne sono stati tanti: da Sormani a Pierino Prati, a Giovannino Lodetti, al Trap, a Malatrasi. Rivera, per me, è stato uno dei più bravi. Dopo Maradona, c'è lui tra i più forti al mondo. Io parlo di giocatori che sono venuti in Italia. Pelè, io avrei voluto vederlo nel nostro campionato, perché per giudicare i campioni bisogna averli visti in Italia, eh. C'è da precisare che Pelè giocava in una grande squadra, in un fortissimo Brasile. Nel 1958, in Svezia, lui era giovane, però, se andiamo a vedere i due terzini di quel Brasile pigliatutto - Dialma e Milton Santos -, e la gente che aveva gente come Didì, Vavà, Garrincha, beh, non era impossibile vincere la Coppa del Mondo.
Mentre Maradona non aveva una squadra del genere, era un solista, un fenomeno tra tanti bravi giocatori. Sennò, a 'sto punto, in questa classifica mondiale, inserisco anche Omar Sivori, inserisco John Charles e altra gente”.

Più bravo a confessarti “paron” Rocco o padre Eligio?

E, giù, una fragorosa risata, che la dice tutta sul nostro tunnel andato a vuoto: “Nessuno dei due è riuscito a confessarmi”.

Anche perché tu eri un duro, un bel orsetto...

“No, no, però”.

Vuoi dire che eri un anti personaggio...

“Diciamo che mi facevo i cavoli miei. Nella carriera di calciatore non ho mai fatto cose clamorose e credo di essere stato sempre corretto. E, allora, se non mi sono mai creato nemici, chi mi doveva dire qualcosa?”

La più lunga espulsione di “Anguilla” Anquilletti?

“Espulsioni, nessuna. Anzi, io credo di essere stato uno dei pochi giocatori che non è mai stato né ammonito né squalificato. Forse, vanto quel record lì”.

Qual era il tuo segreto di marcatore della punta più pericolosa avversaria? Svelacelo?

“Fin quando non mi sono fatto male a Torino, nel 1970, giocavo sempre davanti, sfruttavo la mia velocità. Curavo tutto dell'avversario, perché quando scendevo in campo conoscevo quasi tutto dell'avversario. In settimana mi documentavo alla tivù o mi aggiornavo sui giornali. Studiavo se era destro o sinistro, se saltava bene di testa, se era veloce. Ma, non solo lui studiavo, ma anche i suoi compagni di squadra: se aveva un mediano che gli faceva il lancio lungo, se aveva un mediano che gli toccava la palla corta”.

Eri forte, che so, nell'anticipo, nella marcatura asfissiante?

“Fin quando non mi sono fatto male, giocavo davanti alla punta. Col passare degli anni, invece, giocavo dietro”.

Tu ci credi in Dio?

“Eh, sì”.

Non è mica facile credere in Dio, eh, Angelo?

“Eh, lo so, dobbiamo credere in qualcosa, sennò siamo proprio rovinati!”.

Come te l'immagini l'Aldilà?

“Mah, senza paure, l'Aldilà è una cosa normale. Penso che ritroviamo qualche amico che abbiamo perso”.

E, tu, chi vorresti ritrovare, riabbracciare?

“Mah, io vorrei trovare tutti, perché io credo di non avere nemici”.

Del vecchio Milan, chi vorresti rivedere? "Paron" Rocco?

“Anche, anche. Così ci facciamo una bella bevuta”.

Se tu facessi il cittì della Nazionale dei papi, dove metteresti gli ultimi pontefici, dal “papa buono” Angelo Roncalli a Joseph Ratzinger?

“Mah, io li metterei tutti assieme, farei una Nazionale di tutti questi qui”.

Attribuisci loro un ruolo, dai.

“Papa Giovanni e Ratzinger li metterei alle due mezz'ale perché hanno contribuito di più nel mondo, sono stati dei "rivoluzionari". Centravanti – chi si può mettere, vediamo un po' - ?”
Vojtyla?

“No, papa Giovanni e Vojtyla mezz'ale, perché, ripeto, sono quelli che nel mondo hanno rivoluzionato la Chiesa, il sistema papale. Sono estrosi, creativi, bravi. Papa Montini lo mettiamo centravanti, perché era un rigido, poteva andare a far gol. Le due mezz'ali, Roncalli e Vojtyla, con la punta, Montini”.

E, Ratzinger, dove lo schiereresti?

“Mediano. E' un mediano d'attesa. Lui è lì”.

Come Anquilletti?

“No, io non ero tanto d'attesa. Se mi lasciavano andare, Rocco interveniva subito, gridandomi “Ciò, non te passi la metà campo, te me devi marcare anca i tò compagni”, perché ero quello più svelto e, se scattava il contropiede, ero quello che andava a fare la diagonale, no? A me sarebbe piaciuto anche giocare più avanti, eh”.

Cassano: lo convocheresti in Nazionale?

“Io sì, oggi come oggi, sì. E' il più bravo di tutti”.

Cos'è che ti dà maggiormente fastidio e cos'è che ti commuove?

“Niente”.

Ma, come, ci sarà qualcosa che ti irrita e qualcosa che ti scioglie le vene del cuore, o no?

“Non lo so. Ci tengo a dirlo: mi danno fastidio le persone arroganti. Quelle lì, sì che mi dan fastidio. Dopo, tutto il resto mi va bene”.

Non ti ha mai chiamato Berlusconi?

“No, sono stato solo ricevuto come vecchia gloria rosso-nera per i 100 anni del Milan, e nei meeting milanisti che ha organizzato lui. Personalmente, lui non mi ha mai chiamato”.

Cos'è la prima cosa che ti commuove? Un tramonto, una bella canzone?

“Niente, io sono un duro, non mi commuovo in niente. E' una cosa stupida e banale, ma, non mi commuove niente. Magari una bella donna mi commuove”.

Non ti dispiace essere fuori dal calcio, fuori dal giro, lontano dal circo? Oppure sei contento di stare fuori da questo calcio troppo iperbolico, lontano da questo pallone troppo gonfiato...?

“No, perché io a calcio ci gioco ancora oggi, in quanto con le “vecchie glorie” gioco per la solidarietà, sia in Brianza che nel Veneto, ed anche assieme agli artisti. Sono sempre in mezzo a queste partite io. Poi, andiamo a mangiare, contenti di aver fatto un po' di beneficenza.
Sono sempre rimasto nell'ambiente del calcio, ma, all'esterno del grande circo di adesso”.

Chi oggi, nelle giuste proporzioni, potrebbe assomigliare ad Angelo Anquilletti?

“Non lo conosco bene il calcio di oggi. Io so solo che ero un difensore che mi preparavo, mi aggiornavo in settimana sull'avversario. Oggi, basta solo andare in campo, mal che vada, basta ai difensori odierni alzare il braccio. Li vedo sì in televisione, ma non li conosco bene”.

Il derby che ricordi di più?

“Derby ne ho vinti, pareggiati e persi. Uno in particolare, sì, adesso che mi fai pensare, lo ricordo: c'era in palio una Mini, una macchina al miglior giocatore. Me lo ricorderò sempre. Io marcavo Boninsegna. Questo qui, "Bonimba", a un certo punto gli arriva la palla: viene servito da un lancio lungo, appena passato la linea di metà campo, mi sono trovato dietro Fabio Cudicini, il portiere, e sul rimpallo corto, Boninsegna ha fatto gol. E, ho perso la Mini, perché ero stato il migliore in campo. Ma, la colpa di quel gol interista non era mia; in quel gol Anquilletti non c'entrava niente. E, così, ho perso la Mini”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 25 ottobre 2009

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