ULTIMA - 24/4/19 - DOMANI IL VIA AL 3° TORNEO "NOI AMICI" DI NOGARA

Domani, giovedì 25 aprile, inizierà il 3° Torneo "Noi Amici" organizzato dalla società Nogara riservato alla categoria Pulcini 2009 misti. Oltre al Nogara, saranno presenti la Pol. Borgo Virgilio, il Montagnana, il Pomponesco, la Mantovana Junior, la Bagnolese, l'Union Team e lo Sporting Goito. La dirigenza biancorossa, organizzatrice del
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ULTIM'ORA

8/2/09
SPINIMBECCO: UN GIORNO, SECONDA, IO TI...”BECCO”...

Prosegue il nostro viaggio nelle Grandi Valli Veronesi, quelle che
delimitano l'estremo lembo veronese dal confine con il Polesine.

Il maltempo non ci concede una tregua una, e la pioggia, incessante ed ostinata, rende ancora più isolate, più sferzate, più dimenticate da Dio queste ultime frazioni che parlano ancora il dialetto basso-veronese.

Il calcio a Spinimbecco sembra, anche lui, essersi fermato nel tempo, nei ruggenti anni Settanta: il campo è quello parrocchiale, vigilato da un filare di carducciani cipressetti – un po' smunti e spennacchiati alla base, per poter concedere spazio alla rete di recinzione issata dietro la porta -, ma, il fondo drena come pochi altri le continue secchiate scaricate senza tregua né pietà dall'incorreggibile e capriccioso Giove Pluvio.

In campo scorgi, perché sovrasta tutti in altezza, la sagoma nera di Moreno Cappellari, la punta del luogo, che negli ultimi anni ha lasciato un segno nel nostro calcio.

Suo nonno era “Bruto Paiazo”, colui che ha avviato in pieno centro vicino al Bar da Vittorio quel forno ora guidato dal padre Enos, che continua a sfornare pane da sfamare tutto il paese e le torte margherita, quelle da permettersi – come il vecchio pane bianco in tempo di guerra – solo alla domenica, e da affogare in un bicchierone di gagliardo clintòn.

Di nuovo, nella piazza centrale, c'è solo una fontana avveniristica costruita con del bel marmo immaginiamo veronese: anche qualche bella villetta elegante occhieggia lungo la provinciale sulla destra dell'argine – direzione Rovigo – e contrasta con le casette, basse e affumicate dalla nebbia e dall'umidità, innestate come denti rimessi a nuovo nelle gengive lungo via Arzaron, e fiancheggiate da sterminate distese di campi coltivati a frumento o ad orzo.

Il campo parrocchiale resiste, dunque, ancora all'inesorabile legge del tempo, che cambia, e che comunque ti cambia dentro.

Oggi, il “fubal” spinimbecchese è retto – si fa per dire – dalla famiglia Degliuomini e da un volontariato puro e appassionato guidato da Michele Carretta, occhi azzurri come il futuro del calcio del luogo, e capello ramato come le pannocchie che ondeggiano e biondeggiano a fine giugno in queste zone.

“Se non ci fosse Michele, bisognerebbe inventarlo”: non è lo slogan della famosa pubblicità, ma il giusto e sacrosanto riconoscimento verbale, l'attestato di stima che mister Antonello Degliuomini (16 luglio 1963) conia per un uomo che ha sposato il calcio al posto della “femmina” e dei figli.

“La vera, grande anima dello Spinimbecco è Michele” prosegue Antonello, e – aggiungiamo noi - se te lo confida uno come lui, uno che sa cosa vuol dire tutti i giorni guadagnarsi la vita, e, soprattutto, combattere la più dura battaglia che l'esistenza stessa ti impone a 42 anni e con un maschietto di appena 4 anni, devi assolutamente crederci”.

“Se non ci fosse Michele, il calcio qui sarebbe sparito dopo la punta più alta della sua parabola nel 1996, e, molto probabilmente, io e lei non ci saremmo conosciuti, mio caro direttore.
E' stato Michele a raccogliere il giocattolino in frantumi, dopo che l'aveva lasciato cadere a terra l'esausto Sergio Cappellari, il presidente che ti accoglieva nella sua casa a suon di panini e profumata soppressa all'aglio”.

Il mister è pignolo: guarda sempre l'orologio, e il cronometro che gli penzola dal collo scandisce come una clessidra i secondi che ci separano dall'inizio della seduta atletica, quella di rifinitura, l'ultima prima della partita.

“Sono 7 anni che faccio l'allenatore, e il calcio, per me, è proprio una questione di vita; nel senso che mi aiuta a distrarmi dal lavoro e da certi brutti pensieri che a volte ti assalgono e ti buttano a terra.
Qui l'amicizia di giocatori, dirigenti e collaboratori nei miei confronti ha veramente un grande valore...”.

Lo “Spini” è attualmente a metà classifica, e, apparentemente – perché nel calcio come nella vita non si può mai dire mai – fuori da tutti i giochi che potrebbero interessare il salto, il ritorno in Seconda categoria.

“Non è facile” riprende il coach giallo-rosso “fare calcio qui, perché i ragazzi devono rispettare pesanti turni di lavoro.
Ma, cerchiamo di raccoglierli tutti, di non lasciarci sfuggire nessuno.
Qui, tutti rivestono la stessa importanza”.

Peccato per Mirko Zamperlìn, classe 1983, il più talentuoso degli spinimbecchesi doc: ha deciso di lasciarci per darsi al calcio a 5.

Lo “zoccolo duro” giallo-rosso è rappresentato da Davide Zamperlin, Moreno Cappellari (il più famoso), Mirko Princivalle (ex anche del Terranegra) e da Ronny Valentini.

“Vorremmo programmare il salto” confida Degliuomini “ma, recentemente gli sponsor hanno smarrito le loro promesse, ci hanno voltato le spalle.
E, come si dice, ci ritroviamo nelle mani del Signore e di Michele Carretta”.

Già, come si usa dire da queste parti, nel Polesine e anche nel Ferrarese, non ti hanno lasciato “neanche un Cristo da basar, da baciare!”.

Non avendo più un proprio settore giovanile, l'età media della Prima squadra dello Spinimbecco non è bassa, ma medio-alta.

“L'Aries e il Sorgà” commenta prima di congedarsi Degliuomini “sono le più forti.
Il discorso-scudetto interessa loro”.

Spinimbecco è una frazione di Villa Bartolomea di 1500-2000 anime che si sta ripopolando non con gli emigranti rientrati dalla sprezzante Francia, dalle insopportabili miniere del Belgio, dalla umiliata e umiliante Germania, dalla superba Svizzera o dal triangolo industriale italiano dell'inizio degli anni 50 – quello delle grandi industrie che hanno attirato come magneti di speranza tante braccia-lavoro di quaggiù; ovvero, Milano, l'Alfa Romeo, Pirelli, le Acciaierie Falk, la Breda Acciai; Torino e “mamma” Fiat; Genova e i grandi cantieri navali, ora rimasti solo pachidermici impolverati e arruginiti scheletri affacciati sul porto meno attivo d'Europa, Genova, appunto -.

“Qui, il ripopolamento” riattacca a parlare Michele Carretta “avviene grazie all'acquisto ancora a buon mercato della terra da parte di legnaghesi che vogliono fuggire dal loro caos e ritornare a vivere a contatto con madre natura, vogliono rimirare le immense praterie e gli splendidi tramonti della Bassa più Bassa che c'è”.

“E, i più fortunati, i più abbienti si costruiscono eleganti e confortevoli villette a schiera”.

“Sergio Cappellari” ricorda nel pieno rispetto del predecessore che un po' della sua vita ha speso per il calcio del luogo “ci ha messo pane, amore e fantasia (come il titolo del famoso film del grande Dino Risi).
Siamo così ripartiti da zero intorno al 2000, e, dopo aver tentato la collaborazione con il Villabartolomea, ci siamo fatti la nostra squadra e tirato su questo gruppo.
Ti giuro che facciamo fatica ogni estate a mandar via giocatori, che qui davvero si sono affezionati alla società e al mister”.

“Insomma” allarga le braccia sconsolato il diesse e factotum Carretta “materiale tanto, qualità, purtroppo, poca!”.

E, ancora: “Io dico Aries primo, poi, Rondinelle, Angiari; 4^ la sorpresa Venera, 5° il Pozzo, 6° il Marchesino.
Per scaramanzia, non metto al 5° posto la mia squadra, ma, sono convinto che siamo ancora in corsa play off”.

Gli spogliatoi sono stati costruiti nell'estate del 1970 da volontari della zona: occhio al gradino d'ingresso, signori, perché altrimenti in doccia ci arrivi prima con la faccia e con i denti, che con le braccia o i piedi.

Costruito con amore e gelosia, e con piastrelle recuperate qua e là, che danno vivacità e brio alla stanzetta dei vapori caldi e rinfrancanti, come i vivaci e policromi maglioni di Missoni.

Daniele Cappellari è l'unico Daniele dei tanti Cappellari (circa 200 famiglie) che qui spuntano come funghi dopo la pioggia.

I Cappellari, tantissimi come i Boscolo a Chioggia o i Dalle Pezze a Prun in Valpolicella, hanno lasciato Foza di Asiago a metà circa dell'800.
Non sono né Celti né Cimbri, ma, “Pastori”.

I “Pastori” scesi da Foza o da Gallio di Asiago vantano anche un papa nel loro stemma araldico, nell'albo genealogico dei loro numerosi omonimi: Bartolomeo Alberto Cappellari, Gregorio XVI, originario di Belluno, che pontificò dal 1831 al 1846, prima delle grandi Guerre del 1848 (da cui si dice “fare un 48”, cioè una grande rivoluzione, un grande soqquadro, un grande chiasso!) che sconvolsero la vecchia Europa e che iniziarono a far cadere in terra tante teste coronate del nostro Continente.

Sembra vigilare lo spogliatoio, Daniele, una quarantina d'anni.
Poi, snocciola come un rosario aneddoti e ricordi di Spinimbecco (di cui neppure lui conosce, ahimé, l'ètimo, cioè da dove deriva quel nome tanto simpatico e singolare).
Daniele è uno dei tanti che vive il calcio spinimbecchese anche per la presenza di Antonello Degliuomini, una sorta di magnete umano e sociale:

“Siamo tutti qui per la passione per il calcio e per lui.
Che è un grande. E, quando dici grande, hai detto proprio tutto!”.

La chiesa di Santa Maria Assunta fa da cornice, al di là della provinciale: quando i rintocchi hanno superato i 9 colpi e mezzo, i giocatori sono ancora in campo, a rincorrere sogni di gloria e la palla.

Qui, a Spinimbecco di Villa Bartolomea, dove si può ancora accompagnare la torta margherita – quella fatta con uova di galline e checchette nostrane – ed affogarla nel modesto clinto o nel più corposo e garibaldino clintòn, ebbene, qui si respira aria ancora di un calcio povero e ruspante, ma ricco di autenticità e vera passione.
Di grande alterità, come si usa dire oggi.

“Ci mancano” sembrano quasi rammaricarsi all'unisono Michele e Daniele “le belle brinate.
Da ragazzini, ci divertivamo lungo gli argini ghiacciati a fare pattinaggio più o meno artistico, ma molto spericolato e sfrenato, quello sì”.

E, siamo sicuri che mancheranno loro ma non solo a loro, anche i fossi puliti e limpidi, se è per quello: dove si pescavano i barbi ad occhio e a mani nude.

E ci si tuffava dentro, nudi come santi, senza paura, per difendersi dalla calura estiva, illuminati dalle discrete lucciole e sbirciati dall'occhio consenziente della luna piena di Ferragosto.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 8 febbraio 2009












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