25/7/11 - INCONTRI RAVVICINATI: PIERLUIGI PIZZABALLA

PIZZABALLA, LA FIGURINA PIU' RICERCATA

Da piccolo, ovvero prima di diventare un trapezista dei pali, gli avevano pronosticato che un giocatore, con quel cognome buffo chye aveva, di strada nel calcio ne avrebbe fatta davvero poca. E, invece, Pierluigi Pizzaballa (Bergamo, 14 settembre 1939) un segno nel nostro calcio l'ha lasciato, per essere diventato uno degli eroi della “Generazione Panini”, la famosa ditta modenese, che ha immortalato i calciatori della massima ribalta del nostro calcio. Rarissima la figurina del numero uno bergamasco, altro motivo per parlare a lungo di lui, se non per recarsi allo stadio per vederlo una volta all'opera in carne ed ossa.

Cresciuto nel Verdello, debutta in serie A, al posto di Zaccaria Cometti, con la maglia dell'Atalanta (dal 1958-59 al 1965-66 e vittoria in Coppa Italia nell'edizione 1962-63, poi, a fine carriera, ancora negli orobici, dal 1977 al 1979) cresciuto dal maestro della parata, Carlo Ceresoli, ex Ambrosiana Inter ed ex Bologna.
Gli anni Settanta sono pregni di grandi assi tra i pali, a partire da Enrico Albertosi, Lido Vieri, Roberto Anzolin, Carlo Mattrel, Giuliano Sarti, Dino Zoff.

Difficile, dunque, ritagliarsi in quegli anni un posto in Nazionale (il cittì Edmondo Fabbri lo convoca come terzo portiere ai Mondiali britannici nel 1966 e lui prende il posto di Albertosi solo nella ripresa giocata dagli azzurri contro l'Austria il 18 giugno 1966), ma “Il Pizza” disputa tre stagioni indimenticabili nella Roma (dal 1966-67 al 1969) di mister Oronzo Pugliese, prima di approdare in riva all'Adige, nel Verona, dove gioca altrettanti campionati (dall'aprile 1970 al maggio 1973). Dalla stagione 1973-74 fino alla stagione 1975-76 è al Milan. Poi, il ritorno nella sua Atalanta, con in bacheca una Coppa delle Coppe vinte con il Milan (1972-73) e 4 Coppe Italia. 275 il totale complessivo delle sue presenze in serie A.

Mister, qual è stata la parata più bella della sua vita di portiere?

“Ne ricordo una in particolare a Genoa, durante una gara di qualificazione per ritornare in serie A con l'Atalanta, ed avevo ormai 37 anni, l'età della maturazione completa nel ruolo di portiere. Colpo di testa ravvicinato e riuscii a fare questa parata che la ritengo forse la più importante per il risultato finale perché siamo riusciti a tornare in serie A con gli spareggi. Era Genoa-Atalanta ed ero tornato in nerazzurro dopo 37 anni a rigiocare a Bergamo, tornavo da Milano, avevo quasi smesso, avevo ripreso, l'allenatore era Rota, ho ripreso a giocare e ho disputato gli spareggi con l'Atalanta”.

Non ha mai battuto un calcio di rigore?

“No, non ho mai avuto questa possibilità, però, ho avuto l'opportunità di parare due rigori nel giro di due minuti, contro la Fiorentina, al “Comunale” di Firenze e io giocavo nel Milan. L'ho parati a capitan “Picchio” De Sisti”.

Perché si diventava titolari dei pali belli maturi?

“C'era forse una prevenzione: forse era pensiero comune degli allenatori di allora che nell'età ci fosse una maturazione del ruolo e gli davano questa importanza, cioè che un portiere più avanti negli anni desse più garanzia. Poi, si è capito che dipende sempre dalla persona. Io ho avuto la fortuna di debuttare in serie B con l'Atalanta a 18 anni, poi dopo due-tre anni di panchina il debutto in serie A che avevo 22-23 anni. Dipende un po' dal giocatore: se uno dimostra di avere qualità e tranquillità giocava anche se non maturo. Poi, era importante giocare più a lungo durante la carriera. Io ho avuto la possibilità di giocare fino a 40 anni”.

Ma lei è nato portiere?

“Io sono nato portiere per circostanze di gruppo: dove abitavo io ero il più piccolo del gruppo e, visto che ero tale, mi hanno detto “tu vai in porta!”. E' stato un momento dove ho incominciato ad apprezzare e ad esaltarmi nel ruolo, nato per la necessità di giocare contro i più grandi”.

Qual è il ricordo più bello che le è rimasto dei suoi anni al Milan?

“Sono arrivato al Milan in un momento di difficoltà che il club stava attraversando: quando sono arrivato, il primo anno c'era Nereo Rocco e abbiamo disputato la finale di Coppa Uefa arrivando secondi, mentre nei due anni precedenti c'è stato un po' di tutto. Però, ho avuto la fortuna di giocare assieme a grandi calciatori come Bigon, Rivera, Schelllinger, Anquilletti e molti altri, Prati, e via dicendo. Ero in una società molto forte e di militare con giocatori del calcio molto forti e che ancora oggi si ricordano ancora perché erano tutti giocatori della Nazionale”.

Qual era il suo idolo da bambino e qual era il giocatore che le faceva sempre gol?

“Mah, c'è stato un periodo che mi faceva sempre gol Pascutti, quello del Bologna, ma, anche Hamrin. Quando ci si incontra con Kurt Hamrin, lui mi saluta con la mano aperta perché a Bergamo ebbe la fortuna e la capacità di farmi 5 gol: perdemmo per 1-7 a favore della Fiorentina di “Uccellino” Hamrin. Quando mi vede, mi saluta sempre aprendo tutta la mano e con un “Ciao, ciao, Pizza””.

Ma, non le venne mica voglia di ritirarsi quella volta dopo quella valanga di reti?

“No, il primo momento è stato choccante, poi, per fortuna – considerato che eravamo un gruppo di giovani – ha pensato bene di mandarci via per un paio di giorni in ritiro, per riposarci e per farci passare la sbornia. Però, è logico, è un segno che rimane. Leggendo gli annali, mi consolo che non ero l'unico portiere che aveva preso sette gol in una sola partita”.

La papera più clamorosa?

“Credo che sia stata su un tiro ad effetto esploso da Chiarugi a Firenze: lui calcia, io tocco la palla, convinto di averla presa, invece entra in rete. Cercavo la palla fuori dalla porta, invece era finita dentro. Questo contro la Fiorentina”.

Il suo idolo da ragazzino chi era?

“A Bergamo, quando ero piccolino, giocava un famoso portiere, anzi, due: Carlo Ceresoli e Bepo Casari, e mi esaltavo quando sentivo le radiocronache o li guardavo allo stadio o dalle feritoie del cancello dell'allenamento. Vedevo questi personaggi e li immaginavo come due idoli fuori misura. Pensavo poi di avvicinarmi a loro nel tempo”.

Qual è il suo più grande rimpianto da portiere?

“Il più grande rimpianto credo non è quando ricordi scudetti o coppe che dovevi vincere, ma, quando arrivi alla soglia di dover smettere, lasciando un'attività che credi di fare per tutta la vita e quando sei costretti a lasciarla rimani molto male. Tra i rimpianti, quei 7 gol subiti con l'Atalanta dalla Fiorentina e la finalissima di Coppa Uefa perduta con il Milan. Però, sono passaggi che in una carriera esistono. Poi, l'aver mancato nel 1964 il viaggio verso le Olimpiadi, perché all'ultimo momento il Comitato ha deciso che i professionisti non potevano partecipare. Mentre oggi ci vanno tutti i giocatori. Quello è stato l'episodio che mi ha un po' deluso. Oppure, nel 1966, in occasione dei campionati del Mondo in Inghilterra, in porta Albertosi, fummo eliminati dalla Corea. Sono davvero rammarichi sportivi, che lasciano il segno”.

Non ha mai pianto di rabbia nel calcio e di dolore nella vita?

“Di dolore per il calcio no, rammarico tanto. Si può star male per una settimana per essere stato estromesso da una partita per scelte tecniche, rammarichi sì, però, pianti no. Ci sono cose più importanti per cui si deve piangere”.

E quando è successo questo?

“Ho pianto di soddisfazione quando ho avuto l'opportunità di partire per i campionati del Mondo in Inghilterra 1966, però, poi ho dovuto subito rientrare perché la mamma era morta. Sono colpi veramente forti: in un momento di gioia così travolgente come quello di aver raggiunto la Nazionale ai campionati del Mondo, mi è successo di dover rientrare. Poi, dopo i funerali, sono ripartito col gruppo, però, è logico che non era più come prima. Però, l'ambiente con il cittì Fabbri, i dirigenti e i giocatori mi è stato molto d'aiuto”.

Lei crede in Dio?

“Molto. Io sono molto religioso, credo molto perché sono uscito dagli oratori, è stato lì che mi sono formato cristianamente e calcisticamente. Ho operato, poi, una volta terminata la carriera, nelle parrocchie qui di Bergamo per molti anni, cercando sempre di dare agli altri quello che ho ricevuto in tanti anni di sport. Spiegando ai ragazzi di non illudersi, la coerenza, l'educazione, trasmettendo loro che non è così facile diventare campioni, ma, si può diventare campioni di vita e campioni facendo le cose di tutti i giorni onestamente e sviluppando un giusto equilibrio. Io sono molto credente e pratico ancora tutt'oggi. Bisogna avere Fede, bisogna credere sempre, dico, perché c'è qualcuno sempre più in alto di noi”.

La sua famiglia, com'era?

“La mia famiglia era povera: eravamo in dieci noi, otto figli, di cui cinque maschi. Però, l'unica cosa che mi ricordo che mio padre teneva a farmi presente era questa: l'onestà e il lavoro, essere onesti. Poi, nella vita si può trovare di tutto”.

Come sarà di là la vita?

“E' una bella domanda: ogni tanto ci penso, credo nel Signore, credo che ci sia un Aldilà, però, è logico che nutro parecchi dubbi: dubbi nel senso che mi chiedo “ma sarà vero tutto questo, cioè che ci stiamo preparando per un'Aldilà che ci riserva una vita migliore, una vita che sarà sicuramente più serena?”. Poi, bisogna vedere se ce la meritiamo, eh. C'è da mettere in dubbio anche questo”.

E come se li immagina, come vorrebbe che le apparisse l'Aldilà?

“Succede che dovrebbe aprirsi una luce migliore, più ampia, una luce più reale, una vita meno sofisticata, una vita più genuina, una vita meno bugiarda, credo più facile. Oggi, è fatica vivere anche da onesti e da persone semplici. Una vita meno legata al soldo, meno egoistica. Lasciare battaglie continue e ritrovare veramente quello spirito di concordia e un ambiente di serenità, privo di menzogne”.

Come si sta a passare per una delle Figurine Panini più rare?

“Anche quello, a mia insaputa, ha contribuito a creare attorno alla mia persona il mito credo. Non lo so come è nata, però, credo che nell'impasto la figurina con su il sottoscritto è andata non si sa dove, qualcuno ce l'ha qualcuno no, ed è nata tutta questa storia. Negli ultimi anni, quando stavo smettendo di giocare, mi ha reso popolare, mi hanno dato la possibilità di conoscere al grande pubblico dei calciofili”.

Quand'è che le è venuta la pelle d'oca?

“Quando mi avevano convocato per i Mondiali in Inghilterra, nel 1966, e mi dissero che dovevo rientrare perché era morta la mamma. Avevo già perso il papà a 53 anni quando io ne avevo solo 16 . Mio papà Arturo faceva il fornaio e la mamma Massimina era casalinga, figurati, con 8 figli a carico!”

La felicità esiste?

“Esiste sì, basta trovare un certo equilibrio, accontentarsi di quello che si ha”.

Un ricordo dei suoi anni all'Hellas Verona, il ricordo più bello?

“Il ricordo più bello è che ho passato 4 anni belli, in una città che è quasi come Bergamo, forse migliore sotto l'aspetto meno chiuso, rispetto ai bergamaschi, della comunicazione personale, ci siamo divertiti perché si giocava con il vero spirito sportivo ed abbiamo raggiunto anche dei discreti risultati con due personaggi come Garonzi e quel pazzo di Zigoni, Traspedini e Bui, gente che ha lasciato un'impronta nel mondo del calcio. Eh, ci sono stati dei giocatori interessanti”.

Si ricorda una paratona con la casacca giallo e blu?

“Il ricordo più bello è che abbiamo vinto è che abbiamo vinto 5-3 contro il Milan, e, in porta, al di là delle parate, stavo sentendo che l'Atalanta stava scendendo in serie B, e l'allenatore mi chiese “Ueh, ma cosa stai facendo lì con la radiolina?”. Risposi: “Sto ascoltando che l'Atalanta sta andando in B”. Quella volta il nostro allenatore era bergamasco: Giancarlo Cadè. Però, di parate ne ho fatte tante, ma, dovrei rivedere dei filmati”.

Fu il nefasto (per i milanisti) 20 maggio 1973, in cui al “Bentegodi” il Milan, fresco detentore il mercoledì antecedente della Coppa delle Coppe, perdette la stella del decimo scudetto per 5-3?

“Sì, esatto. Dopo sono andato al Milan”.

Ci sembra assieme al veronese Franco Bergamaschi, o no?

“Sì, bravo, io e Franco Bergamaschi siamo andati al Milan”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 4 luglio 2011