26/12/11 - INCONTRI RAVVICINATI: GIUSEPPE ABBAGNALE

IL “FRATELLO D'ITALIA” BEPPE ABBAGNALE

Hanno reso, con i loro olimpici e mondiali, celebre una delle discipline più povere, faticose e sconosciute: il canottaggio nelle sue diverse versioni. Giuseppe Abbagnale (nato nella napoletana Castellamare di Stabia il 24 luglio 1959, Carmine, nato nello stesso capoluogo campano il 5 gennaio 1962) ed Agostino hanno sostenuto immani sacrifici (sveglia alle cinque del mattino!) per portare l'armo azzurro sul tetto del mondo, allenati dallo zio Giuseppe La Mura.
Campioni olimpici nelle specialità due con e nel canottaggio per ben due volte – a Los Angeles nel 1984 e a Seul nel 1988 -, conquistano poi l'argento a Barcellona nell'edizione dei Giochi tenutisi nel 1992.

Non solo, ma, ottengono 7 ori mondiali dal 1981 al 1993, data del loro ritiro.
Tutti partono come tesserati per la Canottieri Stabia, e memorabili rimangono le concitatissime telecronache dei loro successi seguite in televisione per conto della Rai dal giornalista Giampiero Galeazzi. Oggi, Giuseppe è impiegato in un istituto di credito: il suo sogno, però, sarebbe stato quello di entrare, con tanto di diploma Isef conseguito, nel mondo della scuola, per trasmettere – come ci svelerà lui stesso nel corso dell'intervista – tutta la sua grande passione per una disciplina che li ha fatti - e che ha fatto conoscere - uno sport, ricco di soli sacrifici e ricompensato da poveri guadagni, agli italiani stessi, ma, anche a tutto il pianeta.

Giuseppe, qual è stato il momento in cui le è venuta la pelle d'oca? Quali dei due ori olimpici scegliamo?

“Bé, sicuramente, in una carriera durata vent'anni, di momenti belli, ce ne sono stati tanti. E, quindi, sceglierne uno è un po' difficile”.

Il primo che le viene in mente?

“La seconda Olimpiade, Seul. Non tanto perché è stata la mia seconda vittoria olimpica, mentre si potrebbe pensare alla prima vittoria olimpica, ma perché mi ero ritrovato a vivere non solo l'emozione della riconferma della medaglia olimpica, ma a vivere lo stesso momento, a distanza di mezz'ora, un'emozione diversa, passare dall'euforia della mia vittoria all'euforia della vittoria di un altro componente – oltre a - della mia famiglia, Agostino. Quindi, ritrovarci insieme, con una medaglia d'oro al collo di ciascuno, e festeggiare tutti, quasi una famiglia intera, la vittoria olimpica, è stata veramente un'emozione unica. E credo che nell'ambito di una famiglia, ritrovarsi nella stessa olimpiade con tre componenti della stessa famiglia medagliati, con tre medaglie d'oro al collo, credo che sia più unico che raro”.

Le ha cambiato la vita la notorietà, dopo aver sostenuto tanti sacrifici ed aver salutato molte albe pur di allenarsi in maniera competitiva?

“No, sostanzialmente, non mi ha cambiato: mi ha reso sicuramente un po' più loquace, un po' più mondano, rispetto a prima, quando lo ero meno. Forse, sono le uniche cose che ritengo siano cambiate. In più, riguardo ai tanti sacrifici sostenuti, io ci terrei a smitizzare quanto scritto: certo, la nostra è stata definita una storia dura, fatta di sacrifici, il canottaggio – come tutti sanno o s'immaginano – è uno sport fatto di fatica, ma, che sia una fatica superiore ad altre discipline sportive che vogliono raggiungere un risultato così prestigioso. Quindi, anche questo va un attimino smitizzato: erano allenamenti, sì, duri, ma li si affrontavano sempre a fronte di un obiettivo così alto da raggiungere. Quindi, non posso ritenere che fossero stati duri quando io avevo messo l'asticella così in alto. Eppoi, anche il fatto che noi ci alzavamo presto la mattina, di questo, purtroppo, abbiamo fatto di necessità virtù. Noi, essendo un equipaggio già formato, di Castellamare, volevamo rimanere nel nostro ambiente, purtroppo, il circolo è situato sul mare, e il momento migliore per poterci allenare, per trovarlo in condizioni migliori era la mattina presto. Per cui, ripeto, abbiamo dovuto fare questa cosa per poter rimanere nel nostro ambiente, per poter sfruttare al meglio le condizioni che il mare ci offriva. A nessuno piace alzarsi alle cinque di mattina, o fare dei sacrifici ulteriori a quelli che già si fanno per portare a termine un duro allenamento”.

Ha nostalgia di quei mattini precoci, di quelle albe vissute, salutate a Castellamare di Stabia?

“Mah, come tutti, ho nostalgia di quegli anni perché si vedono gli anni passare, però, io so cosa c'era dietro: una situazione importante e delicata come la fase della preparazione. Non è che possa dire che quei momenti mi mancano; sicuramente, farebbe piacere a tutti tornare indietro col tempo e vivere ancora quelle emozioni, ma, so anche con coscienza e cognizione qual era il dazio che bisognava pagare in quegli allenamenti. Lo dico, lo penso, poi, forse, non c'è tanta convinzione”.

Che lavoro fa oggi Giuseppe Abbagnale?

“Io sono un bancario”.

Ha scelto il “mare della tranquillità”, della sicurezza...

“Purtroppo, in Italia c'è una serie di contraddizioni: io ho fatto Ragioneria, quindi, non mi trovo a fare un lavoro diverso da quello per cui mi ero preparato alle Superiori. Però, per me, è stato comunque un ripiego, perché io volevo continuare gli studi, e sono un insegnante mancato. La mia vocazione e la mia aspirazione era quella di entrare nel mondo della Scuola: e ho fatto di tutto per coronarlo, però, alcune circostanze mi hanno portato lontano dal centrare quell'obbiettivo. Il bancario è stato, in qualche modo, un ripiego, per me sarebbe stato sicuramente più bello e più gratificante rimanere nel mondo della Scuola. Dico questo perché ho iniziato a rispondere a questa domanda, sostenendo che l'Italia è una perenne contraddizione, perché pochissime persone si trovano a fare un lavoro, quello che più lo gratificano. Io avrei fatto carte false per poter rimanere nell'ambito scolastico, anche per portare la mia conoscenza in ambito sportivo ai giovani, rapportandomi col mondo scolastico, che lei sa che nel nostro Meridione non è che ce ne sia tanto. E, questo, purtroppo, sembra che in Italia sia enormemente difficile. Difficile perché la burocrazia è tanta e allora penso ai miei colleghi che come me si sono diplomati all'Isef hanno fatto subito fatto domanda fuori e magari hanno fatto in tempo a fare apprendistato di supplenza fuori Napoli ed andavano avanti in graduatoria. Io, col fatto che ero legato all'ambito sportivo, con il fratello più piccolo che frequentava ancora le Superiori, non ho mai voluto fare domanda fuori e rimanevo sempre e costantemente indietro in graduatoria. E, a quel punto, ho dovuto scegliere un'alternativa, rinunciando a quella che era la mia prima aspirazione”.

La felicità, l'ha mai provata? E il dolore degli altri cosa trasmette in un gigante dal cuore buono come Giuseppe Abbagnale?

“La felicità l'ho vissuta sicuramente in diversi momenti sia sportivi che familiari, intesa come vita di uomo sposato per aver avuto due figli stupendi, e, quindi, mi reputo un uomo fortunato”.

Il dolore degli altri?

“Io sono uno che è sempre stato sensibile alla solidarietà. Ho fatto diverse campagne di raccolta fondi a loro favore proprio perché mi immedesimo in quelle persone che sono state meno fortunate di me e che purtroppo non possono raccontare momenti belli e vivono una vita segregata e non possono godere cose belle. Ho fatto raccolte Teletom, ho fatto partite di beneficenza, ho fatto manifestazioni le più disparate. Ho cercato di dare il mio piccolo e modesto contributo perché la mia persona potesse raccogliere qualche soldino in più a favore di chi soffre, di chi è meno fortunato di noi. Anche per portare avanti, tramite progetto, o la ricerca o per la risoluzione di qualche scoperta o malattia. E, quindi, di mettere a disposizione, per raccogliere dei fondi per questi grandi obbiettivi. Nel mio piccolo, credo di aver – e non voglio essere presuntuoso – contribuito a quel tanto che basta – anche se non c'è mai limite a queste cose – ma, mi ritengo in pace con la coscienza per aver dato un contributo in questo senso”.

Quand'è stata l'ultima volta che ha pianto di dolore il gigante Giuseppe Abbagnale?

“Io ho pianto sia di piacere che di dolore. Le forti emozioni portano a sfogarsi con il pianto. Di dolore si piange per la perdita di un caro, ma anche dolore atroce è veder perdere dei cari – mi riferisco non a quelle di famiglia, ma ad amici cari perché sono stati un esempio per me -. Ho perso diverse persone e questi sono stati momenti di grosso dolore, anche se razionalmente uno pensa che la vita è fatta di queste cose, ma, perderli all'improvviso dall'oggi al domani è stata sicuramente una sensazione bruttissima”.

I genitori li ha ancora tutti e due?

“I genitori, fortunatamente, li ho tutti e due, mi manca solo mia suocera”.

Erano operai?

“No, i miei genitori erano contadini, coltivatori diretti, proprietari di appezzamenti di terreno che coltivavano in proprio”.

Che cos'è che le dà più fastidio e cos'è che la riesce ancora a commuovere?

“Cos'è che mi dà fastidio? Mi dà fastidio l'ipocrisia, mi dà fastidio la falsità. Mi commuove l'innocenza di un bambino, la voglia di molte persone di spendersi per il prossimo per fare, il dare una mano a chi è meno fortunato. Sono azioni che ancora mi riescono a far commuovere”.

Ha mai provato a giocare a calcio da ragazzino?

“Come tutti ero un grande appassionato di calcio, è stato il mio primo amore, come lo è per molti giovani. Una grande passione è stata, ho giochicchiato e l'ho fatto fino a poco tempo fa e oggi ho poco tempo da dedicare al calcio e l'età avanza e mi rendo conto di essere inadeguato a questo tipo di attività. Per cui mi ritaglio dei piccolissimi spazi in altri contesti sportivi”.

In che ruolo giocava?

“Come tutti, in attacco, naturalmente. Da una decina d'anni a questa parte, il calcio, a dire la verità, lo sto seguendo molto raramente, e devo dire che per come la penso io sta dando dei brutti segnali. E non mi riferisco allo scandalo degli ultimi giorni (caso-Doni), ma, vedere uno sport dedicato solo al fattore economico, è solo uno spettacolo non un'attività sportiva, questo mi ha fatto un po' disinnamorare di questo sport”.

Lei crede in Dio? E perché?

“Io credo in Dio non solo perché vengo da una famiglia cattolica e quindi non sono un buon praticante, ma, mi piace credere che nell'Aldilà ci sia qualcosa e noi dobbiamo essere riconoscenti, siamo qui per volontà di Qualcuno. Quindi, mi piace pensare che in qualche modo noi possiamo avere anche un ritorno futuro: se uno sulla terra non ha fatto grossi guai, abbia anche non dico un premio, ma possa essere catalogato in qualche cosa che anche nell'Aldilà possa riconoscersi tra persone, anche se il perdono fa parte della riconversione. Però, credo che c'è una Persona lassù che in qualche modo guida e manovra la nostra esistenza”.

E come se l'immagina l'Aldilà, come vorrebbe che fosse?

“Questo non lo so. Mi auguro di ritrovarmi in un contesto anche lì sportivo, con tanti atleti che nella loro vita terrena abbiano lasciato i segni non dal punto di vista dei risultati, ma che nella vita abbiano elargito una parte di quello che in qualche modo hanno raccolto in termini di popolarità, ma poi anche contribuito a rendere piacevole e un po' meno sofferente la vita di chi è stato meno fortunato di noi. Quindi, tra persone coerenti, coscienti, che hanno distribuito un po' di quello che hanno avuto”.

Insomma, una grande gara olimpica senza vincitori né vinti, senza bandiere, senza inni?

“Sì, come dice lei: in quella vita si parte tutti alla pari e si arriva tutti alla pari”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 21 dicembre 2011