16/2/13 - INCONTRI RAVVICINATI: FLAVIO EMOLI

IL “FUBAL” SI E' FERMATO A...EMOLI

Mediano difensivo dal fisico prestante e dalla grande generosità in campo, Flavio Emoli (nato a Torino il 23 agosto 1934) ha indossato – dopo un anno al Genoa senza presenze - per otto stagioni (dal 1955-56 al 1962-63) la maglia della Juventus dell'allora presidente, il dottor Umberto Agnelli. Che l'ha preso sotto la sua ala protettrice, soprattutto quando ha fatto di tutto per curarlo da una anomalia cardiaca, che pareva metterlo definitivamente in fuori gioco. Figlio di genitori marchigiani – il padre faceva il calzolaio – calzolai emigrati a Torino, Emoli è cresciuto nelle giovanili bianco-nere, vincendo tre scudetti (1957-58, 1959-60 e 1960-61), il primo quello della stella d'oro del decimo tricolore, e due Coppe Italia (1958-59 e 1959-1960). Una sola la presenza con la maglia della nostra Nazionale (a Firenze, il 29 novembre 1959, in Italia-Ungheria, terminata sull'1-1), in quanto alle prese con tanti infortuni che hanno condizionato la sua continuità in azzurro, e il ringraziamento alla Vecchia Signora, che aveva fatto di tutto per poterlo avere sempre in campo, con un gol – quello della vittoria – segnato a Roberto Lovati, portierone della Lazio, anche lui azzurro.

Fu il medianone, una volta reclutato dai partenopei (dal 1963-4 al 1966-67), a suggerire a Bruno Pesaola, detto “Il Petissso”, il trasferimento all'ombra del Vesuvio di Omar Sivori, il giocatore più talentuoso e incorreggibile della Juve, in rotta di collisione con il trainer bianco-nero Heriberto Herrera, il paladino del “movimiento”, del “fubal” atletico e molto dinamico, e poco amante della fantasia e del calcio-poesia. Con il Napoli arrivano i galloni di capitano in una squadra che contemplava anche la forte presenza di Josè Altafini e quella molto significativa di Juliano. Un marcantonio che in campo dava tutto (mai espulso una volta!), anche quattro denti in gol rifilatigli da una gomitata poco ortodossa di Prenna della Spal, e per tutti i novanta minuti in campo con una clavicola spezzata (a Busto Arsizio, in casa della Pro Patria, con il Napoli che ritornava in serie A). Di lui si ricordò a lungo il più grande giocatore di tutti i tempi, Pelè, per tutte quelle botte ricevute nel 1961, durante una tourneè disputata dall'F.C. Santos in Italia, contro la Juventus e marcato stretto dallo stesso Flavio Emoli. Cui toccarono tutti i più forti numeri dieci del nostro campionato: da Gianni Rivera a Giacomo Bulgarelli, dallo svedese allora in forza al Lecco Bengt Lindskog a... . Ha chiuso la carriera all'ombra della lanterna, sponda “Grifoni” del Genoa (stagione 1967-68).

Senta, Flavio, quand'è che ha provato la più grande emozione da calciatore?

“E' stato in occasione dell'esordio in Nazionale, a Vienna, nel marzo del 1958, dove nella gara perduta per 3-2 contro l'Austria era presente sugli spalti anche il presidente della Juventus, il dottor Umberto Agnelli, felicissimo perché c'erano tanti suoi giocatori che indossavano l'azzurro. E, poi, il primo scudetto vinto con la Juventus, quello della stella”.

Ha un ricordo personale di lei e il dottor Umberto Agnelli?

“Avevamo la stessa età, era del 1934 come me, che ero più vecchio di sei mesi. Quando era ora di stipulare il contratto, mi chiamava in sede ed ogni anno ed una volta, dopo aver cercato di migliorare lo stipendio di un milione in più ricordandogli che avevamo giocato bene e quasi sempre, giocato in Nazionale, vinto la Coppa Italia, lui mi rispose “Per carità, possiamo stare qua tutto il giorno, ma più di cinquecento mila lire più dell'anno scorso non ti posso dare!”. Magari, poi, succedeva che se a fine anno ripetevi un'altra bella stagione, ti regalava un milione. Il dottor Umberto, sa anche lei, era giovane, simpatico, mio coetaneo, bel presidente”.

Altri aneddoti?

“In occasione del Natale del 1978 mi aveva inviato la fotografia di Andrea, che era nato da poco, assieme agli auguri di Natale. Ebbene, quella lettera e la foto ce l'ho ancora appesa nel mio ufficio”.

Si ricorda un gol importante con la Juventus?

“A 23 anni mi avevano scoperto un'anomalia congenita al cuore e mi avevano fermato e ricoverato in clinica per tre settimane, in quanto mi riscontrarono una cicatrice – segno di un sospetto infarto – al cuore. Poi, ricordo che il dottor Umberto fece salire da Roma a Torino uno specialista cardiologo e di Medicina dello Sport, un luminare, il professor Vis. Mi fecero sostenere una prova da sforzo e il medico mi disse che dopo lo sforzo questa anomalia sparisce e che potevo dunque riprendere a giocare a pallone, perché non c'era nulla di grave. La domenica ho giocato e ho fatto il gol alla Lazio del grande portiere Lovati”.

Si ricorda un'autorete?

“Non credo di averne mai fatta una, così come non sono mai stato squalificato una volta”.

Un rigore clamorosamente sbagliato?

“Sì, quello sì, lo ricordo: ero un rigorista nei giovani rincalzi della Juventus, ma contro l'Udinese me l'hanno parato”.

Lei ha vissuto anche quattro anni all'ombra del Vesuvio. Che ricordi conserva?

“Il presidente era Achille Lauro, il famoso armatore, e Roberto Fiore”.

Diventò anche capitano del Napoli...

“Sì, sì. Ricordo che quando salimmo dalla serie B alla serie A l'allenatore era Bruno Pesaola, sì, “Il Petisso””.

Chi erano i grandi assi napoletani all'epoca?

“Altafini, Sivori, Canè e Juliano”.

Il più forte di tutti?

“Il grande Omar: per me, è stato uno dei più grandi della storia del calcio”.

Era più matto o più bravo?

“Era più bravo, più bravo. Eravamo molto amici, era fantastico”.

Non gli ha mai osato un tunnel durante un allenamento?

“Quando giocavo contro di lui, facevo a finta di aprire le gambe, poi, all'ultimo secondo le chiudevo ed evitavo a lui di fare il tunnel a me. Lui tentava sempre di farti il tunnel, ma con me non ci riusciva”.

Il suo migliore amico ai tempi della Juventus?

“L'amico migliore che avevo era Sivori: infatti, prima di morire è venuto a trovarmi, qui a Genova, in ufficio da me, e mi ha confidato che aveva un tumore al pancreas. Eravamo molto amici perché abbiamo giocato assieme anche a Napoli oltre che a Torino e mia moglie è stata madrina di cresima della figlia”.

Ha mai pianto di dolore fuori dal calcio?

“Ho sempre avuto un bel rapporto con il dottor Umberto Agnelli e quando è morto mi è dispiaciuto tantissimo. Ci sono rimasto proprio male: è stato il dolore più grande quello. Sì, anche quando è morto Sivori, ma, forse mi aveva un po' preparato, mentre col mio presidente avevo un rapporto fraterno!”

I suoi genitori lasciarono Ancona e le Marche per lavorare alla Fiat di Torino?

“No, no: mio padre venne a Torino da calzolaio, faceva scarpe. Poi, con i soldi che ho guadagnato nel calcio siamo riusciti ad aprire un negozio di calzature e poi abbiamo proseguito a fare i commercianti”.

Una famiglia numerosa?

“Sì, quattro sorelle e un fratello. Sì, eravamo in sei figli ed eravamo una bella famigliola”.

Quand'è che ha cominciato a tirare i primi calci al pallone ad Ancona?

“No, a Torino, nella Juventus, a 14 anni, e ho fatto tutta la trafila dei ragazzi, le Riserve, la Prima squadra, ma, prima mi hanno mandato a farmi le ossa nel Genoa, nel 1954. E nella Juve ho disputato otto campionati in bianconero, quattro al Napoli e ho concluso con i “Grifoni””.

Era superstizioso?

“No, no, magari si giocava con le stesse scarpe e gli stessi calzettoni. Ma, a Napoli era facile, eh, diventare superstizioso”.

I suoi mister: un ricordo?

“Io Heriberto Herrera non l'ho conosciuto: infatti, quando arrivò il mister sudamericano Sivori chiese di trasferirsi al Napoli, e io caldeggiai il passaggio al Napoli al presidente Lauro ed alla società. Omar non ne poteva più di un trainer con cui non riusciva a legare proprio”.

Lei e gli altri allenatori bianconeri?

“Carlo Parola, Green, il duro brasiliano Paulo Lima Amaral. Il più bravo era Gunnar Green: in coppia con Parola era davvero forte, un signore”.

Lei e “Il Petisso”, Bruno Pesaola?

“Anche lui era molto brava, un entusiasta del calcio, un grande appassionato. Durante gli allenamenti, chiedeva che io collaborassi per la parte riguardante la preparazione fisico-atletica”.

“Il Petisso” fumava come un turco, alla pari di Carlo Parola: chissà che scaramantico era...

“Fumava, beveva – come dice lei – come un turco, e giocava a carte. E prima della partita ci faceva giocare alla roulette francese. Ci faceva sdraiare per terra dentro lo spogliatoio e ci invitava a giocare con lui”.

Si ricorda un gol con la maglia del Napoli?

“No, io ricordo che col Napoli, a Busto Arsizio - stavamo risalendo dalla serie B in A – mi sono rotto la clavicola e ho continuato a giocare, a stare in campo fino alla fine. Ancora adesso, mi sembra di sentire i due ossicini scomposti che facevano cic e ciac. A Napoli ricordo che in caso di vittoria ci riconoscevano dei bei premi, nulla più”.

Era come Beckenbauer, il capitano della Germania, eliminata nei Mondiali 1970 del Messico, che continuò a giocare con un braccio rotto grazie ad abbondante fasciatura all'arto...

“Esatto, esatto. Con la Juventus ricordo che a Ferrara ricevetti una gomitata da Prenna, che mi buttò giù quattro denti. Ero saltato all'indietro e a braccia aperte, lui mi ha colpito nei denti e sono precipitato svenuto a terra. Ho quasi subito ripreso i sensi e ho continuato a giocare. Abbiamo vinto – eravamo nel 1958 -. Il dottor Umberto Agnelli mi fece come regalo una radio, era un gran regalo a quei tempi, dicendomi: “Sei capace di giocare anche con quattro denti in gola, bravo!””

Come mai ha giocato così poco in Nazionale?

“Perché mi sono infortunato parecchie volte: negli otto anni di Juve ho perduto 25 partite per traumi, strappi, stiramenti e noie varie. Sì, è vero, io avevo una muscolatura forte, ma, avevo bisogno di allenamenti meno blandi di quelli che si eseguivano allora. Oggi, io andrei sicuramente meglio con questo tipo di preparazione atletica”.

Lei era un gigante: lo intuiamo dalle foto...

“Sì, è vero, ero 78 chili come peso forma”.

Lei crede in Dio?

“Sì, ci credo: sono cattolico e alla domenica mi reco alla santa messa con mia moglie, prego. Credo di essere anche una persona corretta, un imprenditore leale nel campo dell'arredamento”.

Ma, secondo lei esiste l'Aldilà?

“Io penso che ci sia e sarà in base a come uno si è comportato nella vita. Io me li immagino bello l'Aldilà. Chi si è comportato credo che subirà una bella punizione”.

E come se l'immagina?

“Un luogo infinito dove ci sarà spazio per tutti, un bel orizzonte, un cielo bell'azzurro, con un mare davanti e la possibilità di muoversi liberamente. E in base a quello che nella vita ha fatto quaggiù, può godere il premio che ha sognato o non raggiunto in terra”.

Esiste la giustizia, la libertà?

“Qui entriamo in un campo un po' difficile:; non credo”.

Che cos'è che le dà più fastidio e cosa invece la fa più commuovere?

“Mi dà fastidio l'atteggiamento che assumono i nostri politici, i quali sotto le elezioni si beccano, gareggiano a trovarsi fuori i maggiori difetti. Quando vedo i bambini, che chiedono la carità ai semafori. Io ho due nipoti per i quali stravedo: uno di cognome fa Pippo. Se lo segni perché farà sicuramente strada. Fa il pilone. L'altro, che ero convinto che diventasse un gran calciatore, Giacomo, vent'anni, terzino di fascia, bel fisico, biondo, giocava così bene, ma, poi, ha scoperto le ragazzine. Giocava in una società dilettantistica ligure. Se era a Torino, sicuramente riuscivo ad introdurlo nel calcio che conta: qui, dalle nostre parti, in Liguria, non ci sono campi da gioco”.

L'avversario più forte che ha dovuto marcare?

“Nel 1961 ho giocato contro Pelé; era un fenomeno. Per me, è stato il più grande dei grandi! Atleticamente era armonioso, tecnicamente era completo, di testa era fortissimo. Io, quella volta a Torino, avevo 21 anni, e Sivori aveva scommesso con il dottor Umberto Agnelli che il presidente mi avrebbe dato cento mila lire se non l'avessi fatto segnare. “Se battiamo il Santos” aveva promesso il presidente “te ne do, Flavio, cinquanta mila. Porca miseria: ha segnato a tre minuti alla fine ed abbiamo perso”.

E come si poteva fermare un asso di quel genere?

“Gli ho dato un sacco di botte, lo tenevo, lo strattonavo con le unghie e con i denti. E lui credo che si sia sempre ricordato della mia marcatura, perché l'anno dopo quando è tornato a fare un altro torneo, alla domanda “cos'è che ricorda di più dell''Italia”, lui rispose: “L'anno scorso, mi ricordo che c'era un mediano della Juventus che mi ha dato tante di quelle botte, mi ha pestato come un tamburo”.

Ha giocato contro un altro grande della storia del calcio, Alfredo Di Stefano del Real Madrid?

“No, perché quella volta mi ero fatto male e il dottor Umberto Agnelli mi aveva portato in Francia a sottopormi alle cure del noto massaggiatore Wanono. Indicato da Helenio Herrera, un altro “mago” come il mister della Grande Inter. Contro la Fiorentina, riportai una distorsione al ginocchio, e dopo avermi portato con il suo aereo in Francia dallo specialista, feci in tempo a far parte della spedizione bianco-nera che sconfisse il Real per uno a zero a Madrid con un gol di Sivori. Era il 1958 e Di Stefano era anziano”.

Il più forte giocatore italiano?

“Io marcavo tutti i migliori numeri dieci che incontravo, e tra questi Angelillo, Suarez, Rivera, Lindeskog, Bulgarelli. Ma, il più forte era Rivera. Io, in genere, marcavo la mezz'ala sinistra. Giocavo come mediano difensivo, in coppia con Colombo, lui a sinistra e più in attacco, come si chiamava allora mediano laterale”.

Chi l'ha fatto impazzire?

“Abbadì, una mezz'ala sinistra, notevole la sua progressione, velocissimo. Era un uruguaiano, che aveva giocato nel Genoa, nel Lecco e nel Penarol: un giocatore di alto livello”.

Tra gli italiani?

“Bulgarelli: aveva una facilità di gioco incredibile, copriva molto bene la palla, era molto difficile da marcare. Faceva gol con facilità, tecnicamente era molto bravo, molto attrezzato”.


Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it, 14 febbraio 2013