29/11/07 - INCONTRI RAVVICINATI: IDRIS...

IDRIS, UNO DI “QUELLI CHE...IL CALCIO AMANO”


Un altro volto noto dello spettacolo e dello sport viene aggiunto alla già folta lista di personaggi “Vip” intervistati in questi anni dal nostro direttore di testata Andrea Nocini.
Oggi è il turno di Edrissa Sanneh, in arte Idris, nato in Gambia da una famiglia poligama (21 tra fratelli e sorelle) il 2 gennaio 1951.
Laureatosi in Lettere presso l’università per stranieri di Perugia negli anni Settanta, si trasferisce successivamente a Brescia, dove vive tutt’ora, e dove inizia a lavorare come giornalista presso alcune emittenti locali.
Nel 1989 partecipa al programma di Canale 5 “Star '90” per nuovi talenti, e vince. Entra così nel mondo della spettacolo.
Anche se da qualche tempo manca dai palinsesti nazionali, Idris viene ricordato da tutti gli sportivi italiani come il tifoso bianconero della Juventus per eccellenza, arrivato al successo attraverso il piccolo schermo grazie alla trasmissione “Quelli che...il calcio”, condotta da Fabio Fazio.
Personaggio eclettico, vivace, sicuro di sé, dal sorriso contagioso.
A volte anche irriverente per motivi di copione, ma, in realtà Idris è una persona molto intelligente, educata, gentile, di ottimo savoir faire.
Seguiamo l’intervista di Andrea Nocini...
Ciao Idris, come stai?
Ciao fratello, io sto bene, la salute va bene, la mia famiglia sta bene...almeno fino adesso, da domani o dopodomani non si sa.
Dai, a parte gli scherzi, sto benissimo, e ora che sto parlando con te, ancor di più.
A tutti noi manca la tua presenza a “Quelli che...il calcio” su Raidue.
Abbiamo avuto ospite tra le pagine del nostro sito www.pianeta-calcio.it un tuo grandissimo collega e giornalista, Marino Bartoletti.
Ebbene, Bartoletti ci ha confessato che alcuni dirigenti dell’azienda televisiva nazionale preferiscono le gonnelle, le gonne, o qualcosa che fa rima, cioè le donne, agli uomini di un certo spessore e cultura quali siete tu e Marino Bartoletti, che, ricordiamo per i nostalgici tifosi dell’Hellas, fu colui che annunciò alla “Domenica Sportiva” il tricolore giallo-blù del 1985.
Ecco, Idris, come mai non fai più parte di quel gruppo, della redazione di “Quelli che...il calcio”?
Sei stato sempre troppo sincero e hai pagato forse per questo?
No, non penso.
Credo sia stato l’avvicendamento alla conduzione del programma.
Il buon Fabio (Fazio, Ndr) ha voluto cedere il passo a Simona Ventura perché aveva avuto delle offerte molto più allettanti, ed è chiaro che ognuno fa i propri interessi.
Soltanto che, facendo i propri interessi, ha dimenticato quelli degli altri.
Questo capita nella vita.
Io non ho santi in paradiso, non ho tessere di partito, ma sono soltanto Idris, con il mio talento, il mio savoirfaire, con le cose che Dio mi ha dato e che nessuno mi potrà togliere.
Dopo la Rai, ci sono altre emittenti libere e indipendenti dove io professare la mia attività di giornalista.
Hai mai giocato a calcio?
Figurati, chi non ha mai giocato a calcio!
Prendere a pedate un pallone è un movimento che viene quasi istintivo e naturale a chiunque; anche le femminucce lo fanno quando sono piccoline.
È, senza dubbio, il gioco più aggregante del mondo.
Io ho giocato a livelli universitari, e anche a livello di quartiere, dove sono sempre stato il capitano.
Quindi, ripeto, ho giocato e al tempo stesso ne capisco di pallone, nonostante a volte, per copione, sia costretto a fare finta che non sia così per dare divertimento alla gente.
Qual era il tuo ruolo?
A dirti la verità, ho ricoperto un po’ tutti i ruoli: difesa, in porta, attacco, centrocampo. Sono sempre stato umile...so giocare in tutte le zone del campo.
Hai sempre tifato per una squadra?
Ora sei davvero una bandiera per la “Vecchia Signora”.
Qual è il ricordo più bello di un giocatore, di un dirigente nei confronti di Idris?
Devo confessare che sono sempre stato juventino, ma non perché sono un bastian contrario nei confronti dei miei tanti amici che tifano Milan e Inter, ma perché in Africa c’erano tre club, che si chiamavano come le tre grandi d’Italia, e la “Juve africana” perdeva sempre.
Forse, per un po’ di compassione mi sono affezionato a quei colori, e poi c’era un giocatore in quella formazione, le cui gesta mi facevano impazzire.
Da allora, il mio cuore è diventato bianconero.
Poi, potrei raccontarti parecchie cose della famiglia Agnelli, dalla quale sono stato “adottato”, e di Boniperti.
Ma, sono ricordi che preferisco tenere con me e che mi balzano alla mente e mi galvanizzano ogniqualvolta io veda la Juventus giocare.
Ti ricordi uno tra i tanti regali che ti avranno fatto gli Agnelli? Non lo so, una macchina, una Fiat, un orologio, una maglia di un giocatore...
No, no, niente di tutto questo.
L’unico regalo che ho avuto dalla dirigenza bianconera è stato per mano di Boniperti, ed era un foulard per mia moglie.
A me solo alcuni gadget.
Il regalo più importante che mi hanno fatto è quello di avermi accettato come tifoso juventino, di avermi fatto vedere e toccare nella sede di Piazza Crimea le coppe e i trofei vinti, di aver potuto far le foto con i giocatori e di aver potuto cenare a casa degli Agnelli.
Qual è il giocatore che ti ha emozionato di più negli anni, nella storia tua da tifoso bianconero?
Roberto Baggio. Tutt’ora mi emoziono all’idea di pensare a lui.
Un amico, un uomo, colui che mi ha entusiasmato di più nella Juve di quegli anni.
E, poi, Zidane. Sono giocatori che, al di là della pedata, hanno qualcosa da dire anche a livello umano.
Hai pianto per le vicende recenti di “Calcio-poli” che hanno portato alla revoca di due scudetti e alla storica retrocessione - per la prima volta in assoluto per la Juve - in serie B?
Ho pianto solo una volta per la Juventus: quando ci siamo qualificati per il “rotto della cuffia” contro il Manchester (1 a 0, Inzaghi all’83. La Juve si qualifica ai quarti di Champions League come seconda tra le seconde dei sei gironi grazie alla vittoria sul Manchester e ai risultati provenienti da Parigi ed Atene, dove, quasi allo scadere, il Rosenborg viene raggiunto sul 2 a 2. 10 dicembre 1997. Ndr).
Per la recente sentenza, invece, non ho pianto, e non sto scherzando.
Me ne sono tornato in Senegal per poter dimenticare in fretta, per non rilasciare interviste...e tutte queste cose qua.
Però, non ho pianto.
Se tu fossi stato un giudice, Moggi lo avresti condannato o lo avresti assolto?
Moggi è un amico e sempre rimarrà tale.
Ha dato molto alla Juventus, ha difeso a spada tratta la Juventus, e la sua colpa è quella di aver difeso troppo la Juventus.
Se fossi un giudice, probabilmente non l’avrei condannato perché c’era un intero sistema dietro, ed è il sistema che l’ha portato a comportarsi così.
È stato il capro espiatorio del sistema.
Hanno voluto colpire lui per ridare vigore e linfa al campionato che era dominato in lungo e in largo dalla Juve, la quale vinceva sul campo.
Gli ultimi due scudetti che ci hanno contestato e che hanno voluto toglierci, sono stati conquistati, ripeto, sul campo.
Campionati giocati bene e vinti.
Non penso ci sia stata una combine per farci vincere, avevamo i giocatori migliori e l’organizzazione migliore.
Purtroppo, è stata la società che tutti quanti hanno sempre amato scimmiottare.
Il ricordo più bello e quello più triste di Idris da tifoso juventino?
Sicuramente l’Heysel il 29 maggio del 1985 e, in generale, i morti nel calcio. Io non sopporto questa cosa.
È uno sport, si chiama “Giuoco calcio” e tale deve essere. Non voglio vedere morti, né lacrime sugli spalti.
Il ricordo più bello invece...mah, ce ne sono parecchi: gli scudetti vinti, i viaggi che ho fatto con la squadra e con la famiglia Agnelli, Moggi stesso...di ricordi belli ne ho parecchi.
Idris, un mio giovane collaboratore, Alessandro Gonzato, vuole farti una domanda: “Nel 1990, tu partecipasti come attore nel film dal titolo “Bianco e Nero” di Fabrizio Laurenti. Non hai mai pensato di integrare la tua professione di giornalista sportivo con quella di attore cinematografico?
In televisione ero, un po’ come tutti gli altri, un attore, perché dovevo personificare un “personaggio” che ci veniva proposto.
Fare l’attore nella vita penso che sia una cosa quasi naturale, penso che tutti noi siamo capaci di essere un po’ attori a seconda delle occasioni.
Il giornalista può esserlo solo se fa bene il suo mestiere: deve raccontare o narrare i fatti che avvengono o che accadono attorno, avere uno spirito critico, un’onestà intellettuale...
Sono due attività professionali che corrono parallele.
Quando uno recita, finge di interpretare la parte di un altro.
Il giornalista ha un lavoro immane, e a volte disgraziato, e talvolta deve fingersi attore e raccontare quello che hanno fatto gli altri.
Quest’ultima cosa non giova però al mio carattere.
Comunque, è un lavoro che svolgo molto volentieri, in modo naturale, avendo studiato Comunicazione, Lettere e le lingue straniere.
Idris, un’ultima domanda: hai un rammarico nella vita?
Non avendo più mio padre accanto, ho il rammarico di non potergli dire ciò che invece avrei voluto.
Innanzitutto, esprimergli gratitudine per tutto ciò che mi ha dato: l’onestà, la Fede in Dio...vorrei che fosse vivo per ringraziarlo dei suoi preziosi insegnamenti e suggerimenti, che mi servono tutt’ora nel mio cammino di vita.
Per fortuna, ho una famiglia, quattro figlie e tanti nipotini.
Ringrazio Allah di avermi fatto arrivare fino a qui, e vorrei vivere ancora per molto per dimostrargli di meritare il Paradiso.

Matteo Scolari 29 novembre 2007