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Archivio: INTERVISTE VIP

4/11/09
INCONTRI RAVVICINATI: ALBERTO ZACCHERONI

Alberto Zaccheroni nasce a Meldola di Forlì il 1° di aprile del 1953 (“Anche Sacchi” sorride “è nato come me il 1° di aprile, ma 7 anni prima!”), e gioca terzino fino alla serie D del Meldola e del Baracca Lugo.

A 28 anni comincia a dedicarsi alla guida delle giovanili e approda alla conduzione tecnica delle Prime squadre con il Cesenatico, allora in C2.

Dopo Riccione, San Lazzaro di Savena e Baracca Lugo, passa al Venezia e al Bologna.

A Cosenza, in serie B è protagonista di un'ottima stagione che lo fa scoprire all'Udinese di Pozzo. Che lo vuole alla guida dei friulani per 3 campionati consecutivi, dal 1995 al 1998.

Ottimo il suo gioco espresso dal modulo 3-4-3, con Poggi-Bierhoff-Amoruso a fare il tridente offensivo. Bierhoff si laurea addirittura capocannoniere della serie A.

Ottiene con i friulani la qualificazione in Coppa Uefa, è il Milan a volerlo sulla panchina dei rosso-neri.

Nell'anno del centenario del “Diavolo”, Zaccheroni (1998-99) centra l'obbiettivo-scudetto, vinto in rimonta sulla Lazio grazie a 7 strepitose vittorie consecutive.

Il terzo posto dell'anno successivo alla guida del Milan non soddisfa il presidente Silvio Berlusconi, che non vede di buon occhio il 3 in difesa. Zaccheroni ammette di aver vissuto 2 anni da separato in casa con il Milan.
Berlusconi lo esonera dopo l'eliminazione in Champions League.

Nel 2001-02 subentra alla Lazio al posto di Dino Zoff, ma, ahilui, l'ottenuta qualificazione in Coppa Uefa degli “aquilotti” laziali non gli risparmia la panchina, sostituito da Roberto Mancini.

E, sarà ancora Mancini – una sorta di sua bestia nera - a subentrargli dopo che Zac aveva sostituito solo dopo 7 giornate Hector Cuper alla conduzione tecnica dell'Inter nella stagione 2003-4 e inanellando 7 vittorie su 8.

Il 7 settembre 2006, Zaccheroni viene ingaggiato dal Toro di Umberto Cairo, proprio nell'anno del centenario del sodalizio granata.

La squadra gira, ma, il 26 febbraio dopo 6 sconfitte consecutive il Zac viene esonerato e sostituito da Gianni De Biasi.

Allora, Alberto Zaccheroni: lei è nato il 1° di aprile alla pari di un suo illustre omologo...

“Sì, Arrigo Sacchi. Solo che lui ha 7 anni in più rispetto a me”.

L'abbiamo avvicinato, il “mago di Fusignano”, quest'estate a Milano Marittima ed era in gran forma.

“Più in forma di me, senz'altro” sorride il Zac.

Il sacchismo è tramontato o è ancora di moda?

“No. Il sacchismo? Bisogna vedere che cosa si intende per sacchismo. Sacchi ha portato una metodologia nuova per gli allenamenti, inizialmente un po' esasperata. Poi, dopo, come tutte le novità si trova il punto di equilibrio e così è stato. Il calcio moderno è figlio di quel calcio proposto da Sacchi, proposto ora con meno intensità e con fasi alternate per dare imprevidibilità, perché se nel pressing di allora si sapeva che in qualsiasi situazione venivano avanti gli avversari ad aggredirti, era facile prendere le giuste contromisure. Adesso viene fatto in molto alternato – io dico ad intermittenza –, in modo da renderlo imprevedibile, in modo cioè che gli avversari non sappiano quando lo fai e quando non lo fai. Dico pressing, ma potrei dire fuorigioco, potrei dire il raddoppio di marcatura, ovvero tante di quelle giocate che le squadre effettuano oggi”.

Ha mai giocato a calcio e in che ruolo, mister?

“Il mio percorso è simile a quello di Sacchi, come calciatore: ho giocato nelle giovanili del mio paese, poi, sono andato al Bologna, dove ho fatto gli Allievi e la Primavera, poi, sono tornato al mio paese che allora faceva la serie D, poi, mi sono ammalato di tubercolosi”.

Come Roberto Bettega, quando giocava nel Varese.

“Sì, come Bettega, e nello stesso anno, o un anno dopo”.

In che ruolo mister?

“Pensavo di essere una mezza punta, ma, mi hanno messo a fare il terzino”.

Destro o sinistro?

“Destro”.

Anche Arrigo Sacchi, anche se per poco, ha giocato terzino nel Baracca Lugo...

“Abbiamo praticamente sempre giocato nei dilettanti io e Sacchi. Marcavo la cosiddetta seconda punta, la più veloce. E, poi, dopo due anni ho ripreso a livello dilettantistico giocando fino a 28 anni, in Promozione. Dopodiché ho cominciato ad allenare prima i Pulcini e poi gli Allievi e poi la Berretti e poi sono subentrato a Cesenatico. Sì, una carriera caratterizzata da guide tecniche con deroghe, perché subentravo alla fine, all'inizio, e poi negli anni a venire allenavo con la deroga perché vincendo il campionato, se arrivi alla categoria superiore, se ti confermavano potevi conseguire il Corso allenatori. Viceversa, tornavi alla categoria di appartenenza e dovevi subire tutta la trafila dei dilettanti fino alla serie C1 e con le deroghe, perché ho vinto l'Interregionale, la C2, la C1, e, poi, quando sono andato in B, ho fatto tre anni di B, e, poi, quando non sono stato confermato in B, sono dovuto ritornare in C”.

Il “gol” più bello e l'”autorete” più clamorosa di Zaccheroni allenatore? Lo scudetto con il Milan, la risposta alla prima domanda?

“No, io vado più orgoglioso di come giocava l'Udinese rispetto allo scudetto del Milan. In Friuli abbiamo proposto un calcio che né allora né oggi propongono altri perché è un modo di giocare diverso, che altri non hanno avuto il coraggio di portare a vanti. Autorete particolare, rammarico? Come episodio, un gol mancato, che avrebbe chiuso la partita in Udinese-Ajax: quello è il rammarico più grande. Poi, dopo, scelte da allenatore sbagliate, purtroppo, un'infinità. Soprattutto, meno sul campo, ma di più nel scegliere la squadra dove dovevo andare. Tante volte ho indovinato, tante volte, per mancanza di esperienza, mi sono fidato dell'interlocutore che avevo davanti, il quale è stato bravo a proporsi in un modo diverso da quello che poi era in realtà. Io, purtroppo, sono un istintivo nel calcio, perché io credo che nel calcio debba decidere col proprio istinto, perché il calcio è un mestiere particolare. Solitamente, nella vita o hai un talento o impari un mestiere. E, nel ruolo dell'allenatore di talento ce n'è poco. Bisogna molto imparare il mestiere”.

L'ultima volta che il Zac si è commosso anche fuori dal calcio. Cos'è che la scioglie?

“Mah, io sono uno che quando guarda un film d'amore o dalla trama sofferta si commuove. Penso di essermi commosso molto quando allenavo i bambini di 8-9 anni. Conservo un episodio particolare: allenavo i Pulcini della seconda squadra di Cesenatico. Derby contro quelli di Cesenatico, finale del torneo. Finisce pari e si è dovuto ricorrere ai rigori per decretare la vincente. Dovevo scegliere 5 rigoristi e uno di quegli esclusi si è messo a piangere. E, dopo i 5 rigori per parte, eravamo ancora sul pari, toccava a loro, e hanno sbagliato il rigore. Toccava a noi, ho fatto battere il mio ragazzino, quello che si era messo prima a piangere, ha fatto gol, loro hanno fatto l'ammucchiata in mezzo al campo ed io sopra di loro a piangere più di loro, come un bambino”.

Lei crede in Dio?

“Mah, io non sono credente”.

Forse crede di più nell'attivismo, nel pragmatismo che nelle preghiere o nella frequentazione di chiese? Eppoi, resiste ancora la fama di mangiapreti dei romagnoli...

“No, io non sono uno di quelli. E' una cosa più grande di me, che non riesco a inquadrare. Mi sono sforzato di cercare di capire,però, non escludo che Dio ci sia. Però, ci sono tante cose che spesso mi fanno pensare che lui non ci sia”.

Quindi, inutile chiederle come si immagina l'Aldilà.

“No, non essendo convinto del primo passaggio, inutile stare a discutere del secondo. Io non dico no secco, dico non lo so. Io mi preoccupo di comportarmi secondo quello che i miei genitori mi hanno insegnato: fare tutto quello che mi va, senza andare a danneggiare gli altri. Quindi, senza leggere un testo di diritto. Il limite, per me, è quando non do fastidio agli altri. Quando comincio a dar fastidio agli altri, allora, è il momento di fermarsi”.

Il suo motto, par di capire, è: “Rispetta gli altri per essere rispettato”.

“Io sono un forte decisionista, io amo tutto quello che mi porta a decidere. Non temo responsabilità di dover decidere e non ho dovuto prendere decisioni, fortunatamente, di vita o di morte. Non occupo un ruolo importante, però, nel mio mestiere, nel mio percorso ho dovuto spesso prendere decisioni che dovevano indirizzare o in una direzione o in un'altra. Io sono cresciuto nell'albergo di famiglia, figlio unico, ho la passione per il calcio, e, nei momenti in cui arrivavano le proposte fuori da casa o da altre regioni, non potevo partire per allenare fuori regione e gestire l'albergo. E, quindi, ho deciso di chiudere l'albergo. Un albergo, che non si sarebbe potuto mai più riaprire. Un albergo costruito da mio padre, mia zia, e tutti gli sforzi si erano concentrati nel costruire quest'albergo. In un primo momento l'ho chiuso, 12 anni dopo addirittura l'ho demolito. Devo dire che la scelta è stata giusta, se andava male...Però, è vero che se uno vuole ottenere qualcosa di importante, deve rischiare. Puntando poco: con un euro non vinco un milione al Casinò. Se voglio vincere un milione, deve puntare almeno centomila euro. Io non punto sui soldi, ma punto sulle idee, sulle motivazioni, sulla voglia di fare determinate cose”.

Dei papi non gliene va bene neanche uno?

“No, piano, non è vero”.

Vojtyla, per esempio, lo metterebbe attaccante?

“Vojtyla al primo posto. Ma, io ho una grande stima, per esempio, per il cardinale Tettamanzi. Che non è diventato papa per pochissimo, per un nonnulla. E, poi, ho una grande stima del cardinal Martini. Queste sono persone che io ho conosciuto e che mi hanno lasciato qualcosa dentro”.

Allora, Zac, s'immoli per un attimo nel ruolo di cittì di un'ipotetica Nazionale degli ultimi pontefici o porporati che lei conosce...

“Vojtyla attaccante alla Bierhoff, Tettamanzi ala destra, anche se è più bravo a giocare a ping pong. Martini ha l'eleganza di Liedholm, una delle più grandi persone che ho conosciuto, di grande spessore. Hanno una funzione e la svolgono molto bene”.

Il suo idolo da ragazzino?

“Era quello che giocava nel ruolo che interpretavo io da ragazzino, e che era Burgnich nell'Inter. In 26 anni di calcio non ho mai visto un giocatore così bravo”.

E, quello che gli ha dato più soddisfazione in 26 anni di mister? Forse, Bierhoff?

“Ha fatto 6 anni con me: soddisfazioni me ne ha date più degli altri perché ha avuto più tempo per regalarmene. Però, non lo portai io al Milan. Non ho mai portato giocatori che ho avuto precedentemente. Fortunatamente, ne ho avuto tantissimi che hanno fatto tanto. All'Udinese hanno incassato con i giocatori che avevo io 270 miliardi di vecchie lire in 3 anni, perché hanno fatto benissimo: quindi, soddisfazioni me ne hanno dato tantissime. Ho avuto Elveg 7 anni, Bierhoff 6 anni, Poggi 5 anni. Giannichedda 4 anni, Coco 4 anni. Coco, per esempio, ha fatto bene solo con me. Sono riconoscente a tutti i miei giocatori. Sono uno che quando li allena, nota maggiormente i loro difetti. Quando non li alleno più, allora, mi rimangono in mente i pregi”.

<>Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 5 novembre 2009 >

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