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5/11/09
INCONTRI RAVVICINATI: DON BRUNO FASANI

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><>FASANI, ATTACCANTE ALLA FANNA>>
Nato a Rocca di Lugo veronese (proprio all'ultima casa, come ci tiene a precisare il nostro interlocutore) il 16 dicembre 1947, prete, giorna
    a, opinionista, è stato direttore del settimanale diocesano scaligero “Verona Fedele” per 13 anni consecutivi, che hanno visto crescere in maniera sensibile ed esponenziale il periodico.

    L'esordio in tivù al “Maurizio Costanzo Show”, poi le più frequenti apparizioni a “Porta a porta” ospite di Bruno Vespa, e a “Uno mattina”.

    E' uno che ama dire quello che pensa, e che ha anche pagato per quello che ha detto.

    Don Bruno, non ha mai giocato a calcio?

    “Ma, a dir la verità, io a calcio non ho giocato più di tanto, se non qualche partitella all'oratorio, una volta diventato prete. Come ben potete immaginare, in montagna dove sono nato io, giocare a pallone voleva dire andare a cercare poi la palla in qualche vaio laterale, e, quindi, mi sarebbe stato oltremodo proibitivo. Invece, devo dire che comunque lo sport mi è sempre interessato sia come tifoso delle varie squadre, del Verona e del Chievo, del Milan un tempo, e del Toro prima, e poi praticare qualche sport come lo sci e un po' di nuoto. Sport che in qualche maniera erano più accessibili”.

    Sei stato il mio direttore a “Verona fedele”, e mi permetto di darti del tu. Che ruolo giocavi in oratorio?

    “Un po' da prete facevo queste partitelle con i ragazzi. Diciamo che io per indole e per natura sarei un attaccante. Un attaccante puro”.

    Sei un attaccante nella vita di tutti i giorni?

    “No, no, no, assolutamente: io sono un attaccante in tutti i sensi, nello sport, nella vita, nel gioco a carte e in tutte le manifestazioni tendo ad avere questa indole”.

    Chi era il tuo idolo (calcistico), dopo Gesù Cristo, ovviamente?

    “Ho un ricordo meraviglioso del Verona dello scudetto, con persone che mi sembravano davvero di grandissimo spessore. Io tra tutti ho sempre idealizzato Fanna, perché è un montanaro come me, e poi mi sembrava una persona che aveva coniugato nella vita lo spirito di sacrificio, la coerenza, la fede. Forse, non è il grandissimo idolo come ognuno di noi può pensare, però, a volte ci sono questi personaggi che lasciano il segno, pur non essendo nell'Olimpo degli strapagati e stra-coccolati dell'era moderna”.

    Qual è il tuo giocatore preferito oggi?

    “Ce ne sono tanti, ce ne sono tanti. A me piace molto Alex Del Piero, per esempio: mi sembra una persona anche lì venuto dalla provincia, che si è fatto una grandissima gavetta, con umiltà e con silenzio, raggiungendo risultati incredibili. E' un uomo che ha dimostrato una fedeltà alla propria squadra. Oggi ci sono tanti mercenari in giro per il mondo, e mi pare che Alex Del Piero sia un uomo di provata fedeltà e di provata statura morale, che, in qualche maniera trasmette un messaggio positivo allo sport”.

    Il tuo “gol” e il tuo “autogol”?

    “Il mio “gol” credo sia stato, giorna
      icamente parlando, quando
      ho denunciato “penne sporche”, la Tangentopoli che era entrata anche nel giornalismo. Creai un grande scalpore e beccandomi alcune denunce – peraltro già archiviate –. E' stato giorna
        icamente un grande scoop.

        L'”autogol”? Ormai sono giorna
          a professionista da tantissimi anni, a volte, guardando i miei amici preti che sono a contatto con l'attività pastorale, penso tra me e me che forse loro hanno realizzato maggiormente la loro vocazione, che è questa paternità spirituale in mezzo alla gente. E' vero anche che io ho una parrocchia più grande, perché in qualche maniera è quella dei giornali e della televisione, ma, in questo senso l'”autogol” è quello di una scelta di vita che ha certamente delle grandi luci, ma che presenta anche qualche ombra di sicuro”.

          Cos'è che ti commuove e ti irrita maggiormente?

          “Tra tutte le cose che mi commuovo profondamente sono i bambini e gli anziani, i quali sanno risvegliare in me una tenerezza incredibile. Le estremità della vita, che sono le più fragili, mi muovo a profonda commozione, non solo perché, come si potrebbe pensare, muovono a compassione, ma perché io trovo che nell'anziano come nel bambino c'è una spontaneità, c'è un calore umano, c'è un lasciarsi andare nella confidenza e nella disponibilità, che a volte mancano nelle stagioni intermedie della vita. Allora, quando vengo a contatto con bambini ed anziani, allora, direi che davvero in queste circostanze mi sento intenerire come in poche altre poche occasioni della vita. Tra le cose invece che più non mi vanno c'è l'arroganza. Sarà anche perché, come dicevo prima, io sono un attaccante, quindi, la grinta che mi porto dentro si coniuga male con l'arroganza e con la prepotenza della gente. E, l'arroganza può essere l'arroganza nello stile di vita, la superbia di uno stile borghese che non viene a patti con la gente umile, qualcuno che ha la puzza sotto il naso. Queste cose mi danno molto fastidio. L'arroganza può essere chi mi passa davanti per strada approfittando di un mezzo più forte, solo perché in qualche maniera vuole esibire i muscoli, e l'arroganza, infine, di chi ti mette il motorino davanti, e, quando stai accelerando per partire, arrivato al semaforo verde vedi che ti rallenta la partenza perché in qualche maniera si è messo lì davanti a chiacchierare con l'amico in bicicletta o in moto. Sono cose banali, ma che disturbano”.

          Se non avessi fatto il prete, cosa avresti voluto fare? Il giorna
            a?

            “La mia vocazione familiare sarebbe stata quella di finire l'Istituto Commerciale, quindi, collaborare con i miei fratelli. Io sento profondamente dentro il fascino della carriera medica o di architetto. La carriera medica sarebbe stato un modo per sentirmi prezioso nelle fatiche degli altri; la carriera di architetto per esprimere quella vena di creatività e di follia che mi porto dentro e che mi ha spinto in passato a dipingere e a fare altre cose creative, e che mi piacerebbe molto coltivare. Però, io sono convinto che un prete che fa bene la propria attività, in qualche maniera può consolare chi è fragile, ma può anche diventare creativo, progettando, facendo altre cose”.

            Come te l'immagini l'Aldilà?

            “Io l'Aldilà me lo immagino tra tanti amici, a giocare, a fare una bella partita a carte, con tanto tempo per riposare, visto che qua non ne ho molto”.

            Briscola, tressette, poker, scopa?

            “A me sta bene tutto, guarda. Da pinnacolo a scala quaranta, da tressette al quintiglio, credo che non ci sia un gioco a carte che non mi piace. E' una passione che mi è stata trasmessa da bambino, perché mi dicono che già a 6-7 anni giocavo con i grandi, dimostrando particolare inclinazione, anche a imbrogliare, dicevano. Ma, poi, non è quell'imbrogliare per far fessi gli altri, ma è quella voglia in qualche maniera di essere protagonisti anche nel gioco e di metterci passione nelle cose che si fanno”.

            L'ultimo avvenimento, locale, nazionale o mondiale, che ti ha colpito, turbato emotivamente?

            “Io sto pensando ai cristiani sparsi per il mondo e due cose in particolare: sto pensando ai cristiani in India che sono stati oggetto di persecuzioni da parte di fanatici induisti qualche tempo fa. Io voglio molto bene all'India, ci sono stato tante volte, conosco l'indole del popolo indiano, che è un popolo meraviglioso. E sapere che dei fratelli cristiani vengono perseguitati in ragione della loro Fede mi fa provare una grande sofferenza. Analogamente, la cosa che mi ha fatto tanto soffrire è stata la notizia di aver ultimamente sentito nel Sudan che alcuni cristiani sono stati letteralmente crocefissi. E, tutto questo nel più indifferente silenzio di tanta informazione nostrana, la quale mi pare si pieghi non alla laicità – che sarebbe una cosa estremamente preziosa -, ma, si sta piegando forse a un anticlericalismo, a un anticristianesimo di stampo ottocentesco, che porta quasi a godere quando il cristiano viene fatto fuori”.

            Ti nominiamo adesso il cittì della Nazionale degli ultimi pontefici, da Pio XII a Benedetto XVI. Ti eleggiamo a una sorta di “Lippi del Vaticano”, insomma. Dove li schiereresti in campo e perché?

            “Pio XII lo schiererei nel ruolo di difensore. Lui è stato un grande principe, un grande custode del mistero, nel senso più nobile della parola, e, quindi, almeno nel mio immaginario, Pio XII lo vedo come un difensore della Chiesa, della cristianità da tutti quelli che erano i violenti attacchi derivanti dalle guerre, dai disordini politici e quant'altro. Giovanni XXIII lo vedo molto bene come un centrocampista, uno che dal centrocampo guardava un po' in tutte le direzioni, pronto a collaborare con tutti, quindi, un centrocampista di grande efficacia. Poi, Paolo VI lo vedo timidamente un'ala tornante; avrei voluto dire attaccante, perché poi in realtà Paolo VI è stato un uomo che ha avuto il coraggio di grandi riforme, quindi, l'ha guardata in faccia la storia, l'ha guardata non in maniera timida, ma in maniera convinta. Però, l'ha fatto anche col grande garbo e con la grande eleganza della sua intelligenza. Quindi, direi che è un'ala tornante. Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo I, mah, che dire. Giovanni Paolo I era un altro centrocampista, una persona che lavorava a comporre nell'armonia la squadra, e, quindi, un uomo di grande dolcezza e di grande Fede, che metteva insieme, faceva squadra restando nell'ombra. Giovanni Paolo II un grandissimo attaccante, insomma, uno che in qualche maniera ha portato la squadra avanti con una foga – era il trascinatore -. Non solo era un attaccante, ma ero uno che al seguito aveva tutta la squadra perché era un leader grandissimo. Un grandissimo santo, che ha trascinato la squadra. Certo, poi, non tutti erano all'altezza del suo gioco, ma certamente lui è stato un attaccante di assoluto valore. E' l'imbattibile, non lo so, il Maradona. No, il Maradona no, perché è un poco così. Il Pelè, lasciami, dire il Pelè della storia, del cristianesimo, ecco. Papa Raztinger? Sono molto incerto se collocarlo in panchina: mi sembra un giocatore che è diventato allenatore perché in qualche maniera lui, con la sua razionalità, con la sua capacità e profondità di pensiero, ci sta insegnando le tecniche del gioco e ci sta insegnando un po' come si dovrebbero fare le squadre. E' un uomo che ha maturato l'esperienza, che ha una grandissima mente come pochi papi hanno avuto, e ci sta – ripeto – insegnando a tutti un po' ad allenare le squadre. Lo metterei, in questo momento, come coach, trainer, in panchina”.

            Se dovessi diventare un giorno vescovo, nel tuo stemma araldico che motto metteresti?

            “Mah, probabilmente, una frase del Vangelo che a me piace molto e che è quella che dice “non prego solo per questi - dice Gesù -, ma per quelli che crederanno nella loro parola, mediante la loro parola”. E' nel Vangelo di Giovanni, quando Gesù prega; quindi, il motto potrebbe essere: “perché credano mediante la loro parola”. E' un motto che, da una parte, dice che la salvezza continua ad arrivare i poveri mezzi umani degli uomini, ma, le mani, la bocca, l'intelligenza, la generosità, il cuore dei suoi ministri; ma, nello stesso tempo, è anche rendersi conto che queste parole che noi diciamo oggi davanti alla storia sono parole che dobbiamo pensare, quindi, gesti, interventi, che dobbiamo pensare profondamente, perché la salvezza passa anche da questi nostri gesti. E, quindi, è credere che la salvezza continua a essere presente nella storia ed è un modo per responsabilizzare la Chiesa, per dire guarda che da quello che fai la Salvezza, lo Spirito passa nella storia”.

            <>Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 6 novembre 2009>
            SEGUIRANNO FOTO...

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