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15/11/09
INCONTRI RAVVICINATI: RICCARDO CUCCHI

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><>CUCCHI, MEDIANO “MELODIOSO”>>
E' la voce principe di “Tutto il calcio minuto per minuto”, la trasmissione via etere che è ormai una colonna sonora per tutti gli amanti del football.

Nasce a Roma il 31 agosto 1952, e, all'inizio degli anni Ottanta, comincia a lavorare per la storica rubrica calcistica radiofonica e nel 1994 sostituisce Sandro Ciotti come inviato della Nazionale italiana di calcio.

Riccardo Maria Cucchi (“togli Maria, perché nessuno mi chiama così”) ha partecipato come inviato a 6 Olimpiadi e a 4 Mondiali di calcio, compreso quello vinto in Germania nel 2006 dagli azzurri di Marcello Lippi.

Non segue solamente il calcio, ma, anche altri sport, completando così il suo grande bagaglio di esperienza.
Nell'estate 2007 è nominato caporedattore dello Sport e di Radio Rai.

Hai mai giocato a calcio?

“Mah, sì, ho giocato a pallone, ma da vero e proprio dilettante, da adolescente, in quelle partite che amiamo ricordare e che in qualche modo hanno accompagnato la nostra infanzia. Non sono mai stato un professionista; anzi, ai miei tempi, si usava che i giocatori più esperti – che erano anche i capitani – facessero la conta per scegliersi i componenti di ciascuna squadra. Bé, essendo io uno tecnicamente non molto dotato, mi toccava spesso l'umiliazione di essere tra gli ultimi ad essere scelto".

In che ruolo giocavi?

“Amando la corsa e anche la fatica – ho fatto un po' di atletica leggera e di mezzo fondo da ragazzo: diciamo ero un bel mediano, a volte anche un difensore -, correvo appresso la palla soprattutto e appresso gli avversari”.

Una “gioventù da mediano”, come quella che canta Ligabue?

“Da mediano, esattamente; col rimpianto di non aver avuto probabilmente quelle doti tecniche che accompagnano i grandi giocatori, e che sono spesso dono della natura”.

Qual era il tuo idolo di ieri e quello di oggi?

“Mah, è un ragionamento molto difficile, che si è reso molto più complesso dal momento in cui ebbi la fortuna di veder giocare dal vivo Diego Armando Maradona. A quel punto della mia vita – ero agli inizi della carriera, anni Ottanta -, credo che la presenza in campo di Maradona, il poterlo vedere giocare, il poterlo vedere toccare palla, m'ha cancellato d'un colpo solo tutto che era presente nella mia memoria e che riguardava al passato, e che probabilmente mi ha impedito di vedere nel futuro altri campioni. Per me, c'è un solo grande calciatore: Diego Armando Maradona”.

Cos'è ti commuove di più normalmente e ciò che ti irrita di più sia nel calcio che nella vita di tutti i giorni?

“Mah, io credo che poi alla fine il calcio non sia altro che una metafora della vita. E, allora, nella vita mi irrita molto la stupidità: sono pronto a confrontarmi con tutte le posizioni, anche le più profondamente diverse dalla mia, ma ciò che mi irrita veramente è la stupidità. E, purtroppo, in molti casi la stupidità riesce a indirizzare i comportamenti umani in modo sconsiderato. Nella stupidità inserisco soprattutto il razzismo: detesto ogni forma di razzismo, di qualunque natura, e a maggior ragione se applicato allo sport. Il razzismo è qualcosa che non riesco a comprendere, che non voglio accettare e che vorrei fosse bandito dalla specie umana. Non esistono razze, come ama dire uno slogan della Fifa: c'è una sola razza, che è quella umana”.

Che cos'è che invece ti commuove di più?

“Mi commuovono, per esempio, nello sport i grandi momenti, nei quali la gente riesce in qualche modo a ritrovarsi dentro a uno stadio, vivendo una passione. Mi commuovono le grandi folle, che riescono in qualche modo a superare le differenze,
applaudendo un atleta. Penso, per esempio, a Bolt, il giamaicano Bolt, che è stato sicuramente quest'anno, non solo quest'anno ma ormai da un paio d'anni, credo che possa essere indicato come il simbolo dello sport. Ecco, vedere Bolt correre, vedere Bolt raggiungere un limite e superarlo, e vedere in uno stadio, in mezzo a 80.000 persone, lo stesso identico entusiasmo, la stessa identica passione, il fatto di poter dividere, condividere l'emozione e la gioia per un risultato di un atleta, bé, questo mi emoziona moltissimo”.

Qual è stato il “gol” e l'”autogol” più clamorosi della tua carriera di radiocronista?

“Ah, bé, certamente, sì” – e giù una gran bella risata. “Indubbiamente, il gol che rimarrà per sempre impresso nella mia memoria, a volte mi capita anche di riascoltarlo, è il calcio di rigore trasformato da Grosso a Berlino e che ha regalato il titolo mondiale all'Italia. Ho urlato e, a volte, riascoltando quell'urlo, mi rimprovero un pochino di avere addirittura esagerato. Un po' come fa Marco Tardelli, quando vede la sua immagine dell'82, quando si rivede correre per il campo, con quello sguardo perso, con quell'urlo che si ripete continuamente, lui stesso mi dice qualche volta che rivedersi un po' si vergogna, perché in realtà la grande emozione ti travolge, e, quindi, sei lì come Marco Tardelli, ovviamente da calciatore, e con ben altra importanza, e così è successo a me da cronista, da semplice cronista, raccontando quel gol, quel calcio di rigore che ha significato il titolo mondiale, ebbene, forse mi sono lasciato trasportare dalla mia emozione, mi sono lasciato forse anche troppo coinvolgere. Ma, indubbiamente, quello è il gol che mi rimane più impresso e che non dimenticherò mai più.
L'autogol? All'inizio della mia carriera: una clamorosa papera, in occasione di una partita di serie B.
Ero a Pescara, calcio di rigore in favore della formazione di casa, il Pescara. E, voi sapete benissimo che è difficile in molte occasioni raccontare, individuare l'autore di un gol quando il gol arriva in mischia, o arriva in situazioni molto difficili o complesse da decifrare, e abbiamo bisogno forse di un po' di tempo per capire chi ha segnato.

Ma, qual è il gol più semplice da raccontare?

"Indubbiamente il calcio di rigore: c'è soltanto un giocatore, al centro di un'area di rigore completamente vuota. Dall'altra parte c'è un portiere, non dovrebbe essere difficile individuare. Bé, io, purtroppo, sbagliai. Vidi un calciatore prendere la rincorsa, realizzare il gol, e poi fui costretto a citare il suo nome. Data la linea, mi resi conto di aver sbagliato. Non era lui ad avere realizzato il calcio di rigore, ma un altro. Un errore clamoroso, una papera di cui mi vergogno ancora oggi, che mi tolse il sonno per l'intera notte”.

Pescara contro?

“Purtroppo, non me lo ricordo, lo sai? E, non mi ricordo neanche il calciatore, purtroppo. Ricordo il Pescara, perché mi ricordo che era un Pescara in quegli anni in serie A. No in serie B, vi chiedo scusa, in serie B”.

Tu ci credi in Dio?

“No. Sono un ateo. Mi definisco ateo rispetto alle tre religioni monoteistiche. Agnostico, in genere, per quanto riguarda tutti i temi legati alla spiritualità. Non sono comunque credente”.

Un'idea, però, tu dell'Aldilà, post mortem, te la sarai pure fatta, o no?

“No, proprio perché il mio agnosticismo mi impedisce di andare oltre i limiti della mia capacità di comprensione. Per me, tutto ciò che è possibile comprendere è reale, tutto ciò che appartiene all'immaginario non è realtà. E' soltanto appunto un'immagine. Una fantasia in qualche caso può essere utile; preferisco rimanere ancorato alla realtà. L'Aldilà non lo vedo, quindi, non esiste”.

Ti eleggiamo commissario tecnico della Nazionale degli ultimi pontefici, da Roncalli a Ratzinger. Attribuisci loro una maglia secondo il ruolo che hanno svolto, secondo il tuo parere.

“Cominciamo da Ratzinger: vero e proprio difensore centrale, stopper. Roccioso, di quelli che non fanno passare”.

Ti interrompiamo per dirti che il tuo collega Bruno Longhi l'ha relegato subito in panchina. Riccardo Cucchi sorride e aggiunge:

“Va bé, io non voglio essere esagerato. E' un difensore di quelli che non fanno passare niente, non fa passare nessuna idea nuova. Diciamo così. Si chiude ad ogni possibile comprensione della nuova realtà. Quindi, un difensore, diciamo così. Vojtyla, direi un vero e proprio attaccante di una volta, di quelli fisici, di quelli che andavano giù e, rifilando spallate agli avversari, si aprivano un varco di fronte al portiere, per poi realizzare. Sì, un attaccante alla Boninsegna, molto fisico soprattutto. Montini? Un facitore di gioco, un play maker, un numero dieci che non percorre molti metri del campo, ma sa vedere lontano e sa lanciare con precisione i palloni”.

E, papa Luciani?

“Eh, Luciani! Luciani, secondo me, poteva essere un grande fuoriclasse, un altro di quei calciatori, per esempio, come Rocca, “Kawasaki”, che avrebbe potuto avere un futuro straordinario, ma che purtroppo fu fermato da un infortunio. Diciamo che papa Luciani aveva delle grandi potenzialità, tecniche; sarebbe stato un grande fuoriclasse. Purtroppo, non ha avuto il tempo di mostrarcele”.

Il più grande rammarico di Riccardo Cucchi? E, se tu non avessi fatto il giorna
    a, che altro avresti fatto?

    “Io sono un grande appassionato di animali – rispondendo alla seconda domanda-. Mi sarebbe piaciuto moltissimo essere un etologo, uno studioso dei comportamenti degli animali in natura. Il mio più grande rammarico? Quello di non aver concluso gli studi di violino: io sono un grande appassionato di musica, di musica classica in particolare, avevo cominciato molto giovane, a 8-9 anni, a studiare violino, mi sono molto rammaricato di non aver continuato, di non aver completato gli studi, di non essere oggi in grado – come forse avrei potuto fare – di prendere in mano un violino, di poter suonare, di poter tirar fuori la gioia che la musica soltanto riesce a trasmetterti. Sono un buon ascoltatore, ogni tanto strimpello. Ma, le mie conoscenze tecniche di uno strumento difficile come il violino non mi consentono di fare quello che avrei dovuto fare”.

    Garrincha, Gigi Meroni, George Best: chi ti piacerebbe rivedere in vita e soprattutto in campo?

    “Meroni. Tutta la vita. Per quello che è stato sul campo, per quello che è stato come uomo. Tra l'altro, un giocatore che ha vissuto in un'epoca molto complessa, difficile, di grandi trasformazioni sociali e culturali. Meroni rappresentava non soltanto la novità del calcio, ma rappresentava la novità anche nel modo di concepire la vita. Meroni è un calciatore, di cui sono stato follemente innamorato da ragazzo”.

    E, del quale non si è fatto in tempo ad ammirare altre sublimi gesta sportive, visto che la morte ce lo ha rapito a soli 26 anni...

    “E' vero, è vero. E' un grande. E io ricordo, perché ero ragazzo, ma ricordo la grande emozione, ma, anche il grande stupore, che in qualche modo ci trasmise a tutti noi; anche chi non era tifoso del Torino era comunque innamorato di Meroni, era comunque attratto da questo giocatore. Questa sua morte assurda, mi ricordo, mi colpì moltissimo”.

    Ed era un altro calcio, quello in cui giocava Meroni, fatto di poesia e romanticismo. Era il calcio dei numeri dall'1 all'11, dello zoppo che doveva rimanere in campo lo stesso, delle maglie attillate e di lana che indossavi da settembre a maggio...

    “Ho un po' di rimpianto per quel calcio, il calcio nel quale sono cresciuto, nel quale ho cominciato a vivere le prime grandi passioni e a coltivare anche il sogno di fare il giorna
      a sportivo. Proprio con quel calcio. Un po' mi manca, sinceramente, quando vado a rivedere l'album delle Figurine Panini – li colleziono tutti, perché sono stato un grandissimo collezionista di Figurine fino a pochi anni fa, eh, non pensiate; li raccolgo tutti, da quelli storici degli anni Sessanta a quelli d'oggi -, ebbene, quando vado a rivedere i primi, e vado a rivedere quelle maglie di lana, perché erano di lana, della Fiorentina piuttosto che della Lazio, peraltro senza sponsor, con quel bel colore intenso che rimaneva negli occhi quando entravi in uno stadio e avevi quella straordinaria sensazione di vedere i colori delle maglie, senza scritte, senza altri simboli. Già, i colori delle maglie e i colori dell'erba: era una grandissima e una meravigliosa sensazione, che oggi non si può più rivivere allo stesso modo, perché sono maglie troppo confuse, troppo colorate. Bé, quel calcio fatto di quelle maglie, fatto di quei campioni, fatto di quelle emozioni, di quei tifosi che si confondevano insieme nello stadio, essendo io romano, e, vivendo ancora a Roma, ho vissuto molti derby tra Lazio e Roma, e ricordo perfettamente di averli vissuti con i tifosi della Lazio, con i tifosi della Roma, uno accanto all'altro. Magari volava qualche parola, qualche insulto, qualche minaccia, al massimo uno schiaffo. Ma, niente di più succedeva in quegli stadi e si godeva dello spettacolo tutti insieme”.

      Aveva ragione, allora, quell'anziano tifoso del Bologna, da me casualmente incontrato in un bar a Verona, il quale sosteneva che non si era recato più al “Dall'Ara” da quando sulle maglie della sua squadra occhieggiavano gli sponsor con i loro simboli, i loro loghi. Non si identificava più – mi spiegava - con quelle casacche, con su i colori della sua città. E sotto quelle divise non battevano più i cuori di “bandiere”, di “fedelissimi” e di uomini veri?

      “Lo capisco, lo capisco assolutamente, condivido questa sua critica, anche se mi rendo conto che guardare solo al passato significa poi magari anche crearci degli ostacoli per capire il presente. Però, credo che quel calcio di sicuro romantico. Quello di oggi, invece, è un calcio magari più tecnico, anche più spettacolare, anche più coinvolgente, che produce soldi ed interessi non solo di natura tecnica ma anche economica, mi rendo conto che è necessario cambiare. Però, credo che sia anche legittimo chiudere gli occhi e riguardare quel calcio del passato e magari ricordarlo con un po' di nostalgia”.

      Anche perché è un calcio, quello cui oggi assistiamo, che non genera più “bandiere” né “fedelissimi”...

      “Bravo!”
      Grazie, davvero, Riccardo!
      “Grazie a te, ciao!”

      <>Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 15 novembre 2009>
      seguiranno foto....

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