Home Archivio Storico Archivio Interviste VIP Archivio: INTERVISTE VIP

Archivio: INTERVISTE VIP

12/2/10
INCONTRI RAVVICINATI: PIERLUIGI CERA

<

><>CERA...UNA VOLTA IL CALCIO>>
E' una delle “Figurine Panini” più silenziose, ma più significative del nostro bel calcio degli anni 60-70.
Che ha parlato in campo con la sua signorilità e la sua tecnica, a dispetto del suo carattere chiuso e riservato.

Pierluigi Cera, nato a Legnago di Verona il 25 febbraio 1941, ha fatto tutta la trafila delle giovanili dell'Hellas Verona fino a debuttare con gli scaligeri in B, con cui ha disputato 6 stagioni. Poi, è il Cagliari neo-promosso in A a volerlo e a conquistare lo storico scudetto con la maglia rosso e blu dei sardi nella stagione 1969-70.

E' il Cagliari di Riva, Albertosi, Domenghini, che dà alla Nazionale azzurra ben 6 giocatori, tra i quali proprio Cera, che arriva solamente dietro il Brasile di Pelè nei campionati del mondo di Mexico 1970.

L'esordio per lui nell'Italia, allora guidata a Ferruccio Valcareggi, risale al 22 novembre 1969 contro la Germania (3-0), indossando quella casacca n. 4 che ha un po' accompagnato la sua vita di sportivo. Rimane nell'isola fino al 1973, poi, c'è il Cesena, anche lui neo-promosso in A a contare sulla sua presenza, sulla sua regìa fino alla stagione 1977-78, quando chiude col calcio giocato alla venerabile età di 37 anni, e venendo successivamente nominato direttore sportivo dei romagnoli.

In tutto, nella massima ribalta calcistica, disputa 338 gare, firmando 4 reti da posizioni difensive.
In Nazionale, invece, colleziona 18 presenze, 7 negli azzurrini.

Cera, qual è stato il gol più bello della sua carriera di calciatore?

“Mah, gol importanti ne ho fatti certamente pochi. Uno che ricordo, così, perché è stato, tra parentesi, anche bello, è stato alla fine del girone di andata in Cagliari-Atalanta, e quando, siamo stati “campioni d'inverno”, ovvero primi in classifica. Il gol non è stato certamente nelle mie corde”.

Che tipo di gol è stato: di testa, di piede, su azione, direttamente su punizione?

“No, è stato un gol di piede, ma, messo nel sette sugli sviluppi di un calcio d'angolo, ma, voluto, ecco, messo là, perché ci stava solo là. C'erano dei difensori sulla linea di porta, ci stava proprio solo là, e io ho voluto metterlo proprio là”.

C'è stata qualche autorete nella sua lunghissima storia?

“Sì, sì. Di clamorose ne avrò fatte due-tre in tutta la mia carriera. E' che ne ho fatta una in Nazionale a Berna, in Svizzera, il 17 ottobre 1970, in un'amichevole: tiro, la palla schizza sull'esterno del braccio e c'è la deviazione beffarda che trafigge Albertosi. Per fortuna che verso la fine ci ha pensato Mazzola a pareggiare”.

Non autoreti, dunque, clamorose alla Comunardo Niccolai, “il re degli auto-gol” assieme all'ex interista Riccardo Ferri e suo compagno del Cagliari scudettato...

“Con lui ho giocato e lui ne ha fatte di clamorose. Per quanto riguarda i miei insuccessi, infortuni difensivi, si è sempre trattato di innocenti deviazioni, non volute”.

Che ricordo conserva dello scudetto cagliaritano?

“Il ricordo di un'isola in festa, ma di non aver potuto festeggiare con i tifosi fino in fondo perché siamo dovuti partire per i Mondiali in Messico e poi era uno scudetto che avevamo già vinto senza una grossa sofferenza, perché a due giornate alla fine noi eravamo matematicamente campioni d'Italia. Abbiamo pareggiato sia a “San Siro” contro l'Inter sia al “Comunale” di Torino contro la Juventus. Era un trionfo già preannunciato. E, poi, partimmo in 6 del Cagliari per il Messico”.

Il momento più bello calcisticamente per un professionista serio come lei, qual è stato?

“Guardi: sembrerebbe un assurdo, ma io il periodo – non tanto il momento – più bello per me è stato il primo qui a Cesena. Ho vinto lo scudetto, mi sono laureato vice-campione del mondo, ho giocato con la Nazionale, ma, però, per me – forse per una questione di orgoglio, di rivalsa: ero venuto via da Cagliari dove c'erano delle cose poco chiare da parte di chi governava il club; ed io ero venuto via, sapendo che il Cagliari non era più il Cagliari che nutriva grandi aspirazioni come i precedenti 3-4 campionati vissuti nell'isola – è stato proprio il Cesena. Una piccola società quanto si vuole, quella romagnola del presidente Manuzzi, neo-promossa in serie A, ma, ero considerato come in Nazionale e poi ho disputato un grosso campionato e ho provato le più grosse soddisfazioni di tutta la carriera al primo anno con la maglia bianco-nera”.

Il più forte avversario con cui si è misurato in campo? Pelè nei Mondiali di Messico 1970?

“Dobbiamo tenere presente che io Pelè l'ho incontrato un paio di volte: la prima nella finalissima allo stadio “Azteca” Brasile-Italia:4-1, e poi in un'amichevole tenuta con il suo Santos a Cagliari. Il Pelè si vedeva in televisione una volta all'anno, mentre Maradona lo vedevo, come dirigente del Cesena, una volta alla settimana. Per me, il più completo, il più formidabile della storia del calcio rimane Maradona: nessuno come lui sa accarezzare la palla”.

Il giocatore più forte in Italia dei suoi tempi?

“Gianni Rivera, proprio per come concepisco il calcio io: univa la classe, l'intelligenza a una tecnica immensa”.

Gigi Riva, invece?

“Rivera e Riva sono due giocatori decisamente diversi. Se parliamo di giocatori più potenti, di colpitori più forti, allora, dobbiamo dire che Gigi Riva era unico. Come goleador, con Gigi non si sbagliava mai”.

Tra gli avversari in tanti suoi campionati chi è stato, secondo lei, il più forte?

“Haller della Juve. Elmut fisicamente era un macigno, non lo spostavi neanche di un centimetro. E, poi, era tecnicamente bravo, rapido, forte, e sapeva andare incontro, girarsi, ti metteva in difficoltà: era il più difficile da prendere. Quando si fermava e gli sbattevi contro, rimbalzavi all'indietro. Era come una roccia”.

Lei crede in Dio? “Sì”.

E come se lo raffigura l'Aldilà?

“Spero di esserci e di trovare la serenità e di essere tranquillo. E' qui in terra che ci conquistiamo il premio che godremo nell'Aldilà”.

Chi vorrebbe rivedere, riabbracciare nell'Aldilà?Il suo mister cagliaritano Manlio Scopigno, detto “il filosofo”, Giacinto Facchetti, Giorgio Puia del Torino, chi altro?

“Gaetano Scirea: un grande in campo e fuori dal campo”.

Cos'è che la commuove e che cos'è che le dà più fastidio nella vita di tutti i giorni?

“L'egoismo imperante, colui che vuole realizzare, chi calpesta, ti passa sopra: coloro che non guardano in faccia a nessuno, pur di raggiungere i propri scopi e che non considerano l'uomo che hanno di fronte, dicendo “esisto solo io, non gli altri”. Mi commuovono le piccole cose: l'altra sera, per esempio, ho visto alla tivù “L'ultima volta che vidi Parigi”, un film che narra la storia di un figlio non voluto da un genitore, e mi sono scese molte lacrime, perché è una trama che mi scioglie forse anche per via della mia età. Che è più sensibile di quando avevo vent'anni. Ho pianto, invece, di gioia quando due anni e mezzo fa è nata la mia nipotina Caterina”.

Anche la sua infanzia è stata dura come quel bambino protagonista di quel film che recentemente ha visto alla tivù e l'ha commossa?

“No, è stata un'infanzia all'insegna della serenità, non dell'agio perché eravamo in 8 fratelli ed io ero il quarto”.

Già, quel 4 che ha indossato al debutto in Nazionale e nel suo Cagliari, o no?

“Sì, è vero; anche se i numeri io li ho un po' girati tutti: ho fatto il centromediano, ma anche il libero”.

Si rivede ancora con gli ex compagni del Cagliari scudettato?

“No. Ogni tanto l'unico che mi telefonava Gigi Riva, mentre qualche volta vedo Comunardo Niccolai, selezionatore per gli azzurri di Pier Luigi Casiraghi”.

La nominiamo cittì di un'ipotetica Nazionale degli ultimi pontefici. Dove li schiererebbe in un campo di calcio?

“In panchina papa Angelo Roncalli, Giovanni XXIII, per una questione fisica” – e giù il primo vero e unico sorriso regalatoci dall'introverso Cera – “lui sta bene in panchina e sa organizzare; è stato uno che ha girato il mondo parecchio anche prima dell'elezione a pontefice come cardinale e nunzio apostolico”.

E, non vuole far del male a nessun avversario...

“Non per niente lo hanno chiamato “Il papa buono”, o no?”

Wojtyla?

“Giovanni Paolo II può stare in tutti i ruoli. G.Battista Montini, Paolo VI all'ala sinistra, papa Albino Luciani lo mettiamo in mezzo al campo perché sa trasmettere col suo sorriso carica e fiducia ai suoi compagni di squadra”.

Da ragazzino doveva passare all'Inter: Ci racconti...

“L'Inter di Helenio Herrera aveva segnalato il mio nome e quello di Nicola Ciccolo. Ma, dopo i due campionati sbagliati dai nerazzurri, il diesse interista Italo Allodi voleva portare a Milano Edmondo Fabbri: i due si erano conosciuti ai loro rispettivi esordi di mister – Fabbri - e di dirigente del Mantova, Allodi, alla fine degli anni 50. Io, comunque, anche con Herrera, sarei dovuto andare all'Inter, perché sapevo di piacere al “Mago””.
“Ebbene, dopo aver conseguito la maturità di Ragioniere, mi ero iscritto all'Università, Facoltà di Economia e Commercio, per rinviare il servizio militare, visto che c'era quest'interessamento dell'Inter. Al termine del campionato, arrivò alla sede dell'Hellas Verona un telegramma in cui l'Inter voleva provare in un'amichevole me e Nicola Ciccolo. A me non andava di sostenere amichevoli per l'Inter; ci andò a provare Ciccolo, e fu preso. Quand'ero nel Verona, mi voleva anche la Juve, perché, per un momento, sembrava che a Torino ci dovesse andare Mondino Fabbri”.

Carattere schivo, il suo, Pierluigi Cera. Non ha rimpianti?

“Sì, sono un orso, un introverso. Non mi è mai piaciuto fare polemiche o sostare sotto la luce dei riflettori, come richiede il calcio di adesso. Ma, non mi sono mai pentito per questo difetto, che considero però anche un pregio. Rammarichi calcistici non ne ho neanche uno”.

Anche perché il calcio di allora non chiedeva divi, ma uomini veri, o no?

“Sì, allora, la maglia la sentivi, aveva un valore. Sarà perché io ho giocato solo in 3 squadre e quest'aspetto lo riflettevo di più rispetto ad altri. Adesso, dico sempre che sono tutti daltonici, e giocano solo per il vil denaro, non per l'attaccamento a questa o a quella bandiera”.

Un ricordo di Coppa dei Campioni con la maglia del Cagliari lo conserva?

“Sì. Mi ricordo che all'andata, al vecchio “Amsicora”, potevamo chiudere sul 3-0 la gara contro l'Atletico Madrid. Ma, tutti e due soli, con tutta la difesa e il centrocampo madridista che si era fermato per sospetto fuori gioco (poi, inesistente) Domenghini e Riva si fecero esorcizzare dal portiere spagnolo, che fece in tempo a rientrare tra i pali, a braccare la palla e a rinviare lungo. Lancio sul fondo, e sfera a Garate – centravanti della Nazionale spagnola – per il dannato contropiede del 2-1. A Madrid, senza Gigi Riva, che si era fatto male in un'amichevole con gli azzurri in Austria, abbiamo perso 2-0. Ma, ci rincuorammo, vedendo che l'Atletico andò avanti parecchio in quella Coppa Campioni”.

Il suo idolo da ragazzino?

“Ma, io non ho avuto idoli. Però, mi è sempre piaciuto assomigliare a Giacomo Bulgarelli, la classe immensa, il fosforo del centrocampo, la tecnica sopraffina, l'eleganza fisica e tattica. E, poi, la personalità, il carisma”.

<>Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 13 febbraio 2010>

Visualizzazioni:2694