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1/4/10
INCONTRI RAVVICINATI: NEVIO SCALA

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Nevio Scala è nato nella bassa Padovana, più precisamente a Lozzo Atestino, il 22 novembre 1947, da una famiglia di contadini. Che gli ha trasmesso ancora adesso la passione dei campi. Da giocatore, Scala ha ricoperto il ruolo di mediano destro, debuttando in A con la maglia del Milan, con la quale ha vissuto 4 stagioni non consecutive.

Poi, due campionati nel L.R. Vicenza, uno nella Roma, due a Firenze, altrettanti nell'Inter, tre a Foggia e l'ultimo a Monza. Poi, la carriera di mister, partendo dalla panchina della reggina per arrivare a vivere 7 stagioni consecutive indimenticabili a Parma, dove alla guida dei ducali ha vinto una Coppa Italia (1991-2), una Coppa delle Coppe (1992-3), SuperCoppa europea (1993-94) e una Coppa Uefa (1994-5), e l'anno a Perugia, prima dell'esperienza all'estero. Con il Borussia di Dortmund (1997-98) è conquista della Coppa Intercontinentale, quindi, la conduzione tecnica dei turchi del Besiktas, degli ucraini del Shakhtar Donetsk e, infine, dello Spartak di Moskva, con il quale conquista una Coppa di Russia.

Si ricorda quando ha sofferto nel mondo del calcio?

“Mah, io ho avuto dei momenti in cui ho sofferto. Però, sono stati vari i momenti della mia vita; cioè non ho sofferto solo una volta, e, quindi, la sofferenza è collegata a degli episodi della vita. Ho sofferto la scomparsa del mio genitore, ho sofferto alle notizie che arrivavano dal mondo di catastrofi, ho sofferto tante piccole cose. Mi rattristo molto quando ascolto una storia di sofferenza o di tristezza in tutta la sua latitudine. Non ho sofferto perché ho perso una partita, assolutamente: questa non è sofferenza, è solo dispiacere”.

La delusione più grande che ha provato come mister o come giocatore?

“Le delusioni più grandi vengono dai rapporti personali con degli uomini, quando si pensa che una persona sia corretta, sia sincera, ma, poi, ti accorgi che la sincerità e la disponibilità che ti avevano dimostrato erano solamente un discorso di interessi: quelle sono dispiaceri, delusioni grandissime”.

Il momento più bello, il più gioioso come giocatore o come allenatore?

“Sì, guardi, io non ho momenti particolari. Ricordo, per esempio, nel discorso riferito al calcio i sette anni di Parma, tutti quanti ad alto livello. Cioè non riesco a ricordare un episodio, perché abbiamo vinto una Coppa, perché abbiamo vinto un campionato: quelli sono ricordi di un momento. Però, mi piace ricordare tutto un periodo, e quello per me è un ricordo che mi soddisfa molto”.

Senta, mister, come si chiamava suo papà? “Francesco”.

Era un agricoltore anche lui, come lo è ora lei, mister?

“Era un agricoltore anche lui. Un agricoltore che ha sofferto molto, che ha vissuto in un periodo molto difficile della sua vita, e che mi ha trasmesso dei grandissimi valori, dei grandissimi insegnamenti. Ho di lui una eredità che mi porto con me, e niente mi spaventa di fronte a quello che lui mi ha detto”.

Quand'è che ha pianto di dolore l'ultima volta?

“Mah, io piango spesso. Piango spesso di gioia, e piango spesso anche di dolore. Mi succede quando ascolto una notizia che mi viene attraverso un giornale o attraverso un filmato televisivo, io piango perché sono uno che si emoziona molto facilmente. Però, ecco, per fortuna non ho avuto grandi problemi famigliari, di parenti vicini. Però, è morto un bambino l'anno scorso di un nostro amico, aveva solo tre anni e ho pianto veramente di un pianto molto profondo”.

Parliamo ora di memoria: di che cosa non ci si deve mai dimenticare nella nostra vita?

“Io credo che non dobbiamo mai dimenticare le radici da cui proveniamo, da cui siamo nati. Le cose che ci hanno dato la possibilità di arrivare dove arriviamo, non dobbiamo dimenticare mai che, secondo me, siamo qua al mondo legati a un filo. E, quindi, non dobbiamo mai pensare di fare programmi a lunga scadenza, ma, dobbiamo solo pensare di vivere nel miglior modo possibile il momento che stiamo vivendo”.

Si ricorda un episodio che l'ha colpito dal punto di vista calcistico? La strage dell'”Heysel”, la tragedia di Superga, la morte di Gigi Meroni?

“Le ricordo tutte queste cose, ma non le ho vissute direttamente, e, quindi, mi hanno colpito, però, mi hanno colpito un po' da lontano, nel senso che non ero allo stadio dell'”Heysel”, quando morì Meroni non ero ancora, diciamo, arrivato a capire in tutto il suo dolore quella tragedia. Sono tanti i momenti che non si cancellano, ed adesso tanti non mi vengono in mente, ma ci sono tante tragedie anche al di fuori del calcio che vanno ricordate con molta sensibilità”.

Che cos'è che la commuove nella vita di tutti i giorni, e cosa invece la irrita?

“Guardi, mi dà fastidio tutto quello che sta succedendo nel mondo politico, perché stiamo vivendo una situazione veramente allucinante. E, mi commuove l'abbraccio di mio figlio, un abbraccio dei miei, il sorriso di mia madre. Io sono uno che veramente ha la lacrima facile, e che comunque vive con molta semplicità e vivo i valori della vita in maniera veramente molto profonda”.

Nel calcio, rimpianti, ne ha avuti, rammarichi?

“No, assolutamente. Guardi, rifarei tutte le cose. Ho un rimpianto solo nella vita: che mio padre non è riuscito a godere della fortuna che io ho avuto, perché lui ha sofferto moltissimo nel suo tragitto, nel suo percorso di agricoltore. Poi, quando stavamo per diventare meno poveri grazie al calcio, lui se n'è andato per un tumore. Questo è un rimpianto che mi emoziona molto”.

Come si combatte il dolore, la nostalgia?

“Il dolore si combatte dialogando con le persone care, con le persone che si hanno vicino. Penso che parlare, dialogare, discutere, affrontare questi delicati argomenti con persone di fiducia, credo che questo sia uno degli aiuti, dei supporti, per cui si possono superare anche momenti di grande difficoltà”.

Grazie, mister.

“Buon lavoro, buona giornata”.

<>Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 24 marzo 2010>

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