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Archivio: INTERVISTE VIP

19/4/10
INCONTRI RAVVICINATI: LUIGI RIVA

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><>COSI' RISUONO'...IL TUONO GIGGIRRIVA>>
“Rombo di tuono”: ricorse a niente di più onomatopeico il grande Gianni Brera: innamorato, il più grande maestro del giornalismo, del suo sinistro, che faceva viaggiare i palloni esplosi dal suo cannone a una velocità superiore ai 140 km.

Luigi Riva, per i tifosi cagliaritani Giggirriva, ha trascorso una vita (13 campionati consecutivi) nella “società dei 4 moretti bendati” - dal 1963 al 1976 -, senza mai farsi ammaliare dalle ammiccanti sirene dei club più prestigiosi in Italia.

“Ho chiuso col calcio” dirà l'ultima volta che mette piede in uno stadio “perché non me la sento di ingannare il pubblico, scendendo in condizioni menomate”.

Una fedeltà al club sardo che gli è valsa (il 9 febbraio 2005) la cittadinanza onoraria della città capoluogo di regione e il ritiro da parte della società della maglia numero 11.

Non solo, ma, nella stagione 1986-87 viene nominato a gran richiesta presidente del Cagliari. Una vita da vero sportivo, che gli frutta il titolo di Commendatore ordine al Merito della Repubblica (il 30 settembre 1991), e successivamente (il 12 luglio 2000) quello di Grande Ufficiale.

E' stato per tre volte capocannoniere (18 gol nel 1966-67, 20 nel 1968-69, 21 nel 1969-70, stagione dello storico scudetto dei cagliaritani. Che il 9-10 aprile 2010 si sono ritrovati tutti – tranne lo scomparso mister Manlio Scopigno, detto “Il filosofo” - a festeggiare nell'isola i 40 anni di quella epica impresa).

Riva per altre tre volte è stato capocannoniere di Coppa Italia, nel 1973 ha firmato con la maglia azzurra un'indimenticabile quadrupletta (in Italia-Lussemburgo), e ha superato le 33 reti in maglia azzurra firmate dal grande Beppino Mazza, portandosi a 36 reti totali.

Nato a Leggiuno di Varese il 7 novembre 1944, Gigi Riva calcia i primi palloni nell'F.C. Laveno Mombello (1960-61, 30 reti) e pure nella stagione successiva (1961-62, 33 reti).

Quindi, conosce la serie C unica con i “lilla” del Legnano, infine, il Cagliari e l'esordio in serie A il 13 settembre 1964, al vecchio “Amsicora”, in Cagliari-Roma (2-1).

Segna col sinistro e di testa, due sole volte col destro: nella stagione 1969-70 – quella dello scudetto, contro il Napoli, e nella sua Varese, nella penultima stagione di attività, nel 1974-1975.

Un grave infortunio lo disarciona definitivamente dal nostro calcio nel 1976. E' da moltissimi degli addetti ai lavori, italiani ed esteri, considerato la vera icona di centrattacco (altezza 180 cm) più forte di tutti i tempi. Del nostro calcio, ma non solo.

Mister, qual è stato il momento più bello della sua carriera di calciatore?

“Mah, ci sono stati diversi episodi: quello che adesso mi viene in mente è la Coppa Europa vinta nel 1968 all'”Olimpico” di Roma, contro la Jugoslavia, dove io ero in condizioni fisiche non buone. Però, ho rischiato giocando la finale, ed è andata bene. Questo è uno dei ricordi più belli; poi, lo scudetto del Cagliari nel 1970, tutta l'avventura messicana. Ci son tanti episodi, momenti belli”.

Il difensore che l'ha fatta dannare, di cui ha sofferto maggiormente la marcatura?

Non facciamo in tempo a concludere la domanda, che Giggirriva ha già la risposta in scocca, pronta per essere esplosa:

“Non c'ho dubbi: Burgnic”.

L'attaccante invece più forte incontrato in Italia e con la maglia azzurra?

“Mah, io credo che Johan Cruiyff sia stato senz'altro il miglior giocatore europeo di tutti i tempi”.

Non si è mai pentito di non aver mai cambiato casacca, consacrandosi un “fedelissimo” alla pari di Sandro Mazzola e di Gianni Rivera?

“Mah, no, io non mi son pentito assolutamente. Per me, andava bene dove stato, eppoi, era una questione di affetto che tutta la Sardegna mi ha dimostrato, e non mi sembrava giusto tradire questi valori umani per accettare non lo so io solo per guadagnare di più e basta. Rivera e Mazzola sono stati fortunati perché hanno fatto la “bandiera” del Milan e dell'Inter, io mi sono fermato a Cagliari”.

Qual è stato il gol più bello della sua carriera, vuoi per esecuzione, vuoi per importanza?

“Io credo che sia sempre per importanza, diciamo, e bello quello del 3 a 2 contro la Germania nei supplementari di Città del Messico, nel 1970”.

Nelle semifinali, poi, vinte dagli azzurri di Ferruccio Valcareggi per 4 a 3, o no?

“Sì, esatto”.

Non ha mai avuto un rimpianto, un rammarico da calciatore?

“Mah, ce ne sono tanti”.

Di non aver mai provato a cambiar squadra, finendo in un club prestigioso italiano come Inter, Milan e Juve, dove scudetto e partecipazione alla Coppa dei Campioni è quasi sempre assicurata?

“No, no, non ho rimpianti di questo genere, anche perché le mie soddisfazioni a livello internazionale me le toglievo giocando con la maglia azzurra. Quindi, non ho provato mai rimpianti, perché poi nella vita ti restano i valori umani, l'affetto della gente. Le Coppe passano, e a volte si dimenticano”.

Che cos'è che le dà più fastidio e cos'è invece che riesce ancora a commuovere nella vita di tutti i giorni un gigante come lei?

“Mah, cosa ti commuove? Ti commuove un ragazzino in difficoltà, ti commuove un ragazzino malato. Ti commuove tanta gente che non ha fortuna e, quindi, li ritrovi magari in certi ospedali, in certi Istituti, dove purtroppo sono bloccati lì ventiquattro ore su ventiquattro”.

Lei ci crede in Dio, “Rombo di tuono”, e, se sì, come s'immagina l'Aldilà tra mille anni? Chi vorrebbe vedere nell'Aldilà?

“Mah, chi vorrei vedere? Tutti quelli che mi sono stati amici, amici sinceri, veri. Mi piacerebbe incontrarli. E, poi, soprattutto i miei familiari, i miei genitori”.

Lei conserva un dolore vissuto da bambino? Pensiamo proprio di sì, e se la memoria non ci tradisce, avendo letto anche la sua biografia in “Rombo di tuono” scritto dal quel grande genio del giornalismo sportivo, che è stato Gianni Brera. Lei, mister, è rimasto orfano presto?

“Sì, sì. Sì, ne conservo tanti, ma, preferisco non raccontare perché, via, ti trovi in una situazione dove a 14 anni la vita mi ha detto “Arrangiati!”, e, quindi, è una cosa un po' dura da superare. Però...”.

Era orfano di papà e mamma, o solo di papà, mister?

“Di papà e mamma, sì. A 16 anni avevo perso papà e mamma, effettivamente. A 9 anni mio padre, a 15 anni, 16 mia madre”.

Il dolore l'ha fatta diventare più forte oppure le ha lasciato delle cicatrici ancora aperte?

“No, no, ma qui è questione di affetto. E' questione di mancanza di sentimenti, cioè, di punti di riferimento. Quando sei ragazzino, non hai la possibilità di confidarti o parlare con un tuo genitore o chiedere un consiglio. Quindi, è proprio solo questione di affetto”.

“Rombo di tuono” abbassa il volume della voce. Non gli va di proseguire su questo binario. Mister, di che cosa non dobbiamo nella vita mai dimenticarci?

“Mah, non dobbiamo dimenticarci che noi siamo solo dei giocatori di calcio; o, almeno, io sono stato solo un giocatore di calcio, e questi sono solo dei giocatori di calcio. E, quindi, non sono né premio Nobel, né gente che fa miracoli: hanno la fortuna i vivere in un Paese dove il calcio va, il calcio funziona e diventano personaggi, idoli solo perché si danno quattro calci, o cinque al pallone”.

Non è stato mai messo a dura prova con il dolore psichico?

“Bé, sì, un po' tutti siamo stati messi a dura prova. Ma, tutti i giorni”.

L'ultima volta che Gigi Riva ha pianto veramente, quando è stato, in che occasione?

“No, adesso non mi va di raccontare storie sempre tristi. Diciamo che...”.

Non vogliamo, mister, girare la lama dentro la ferita: è che questo libro parla in gran parte di sofferenza, dolore e memoria... Tra i rimpianti, possiamo ricordare quel grave infortunio con la maglia della Nazionale?

“E, bé, quella partita era meglio se non la giocavo: perché avevo 26 anni, ero nel pieno delle mie forze a Vienna c'è stata questa entrata fatta da dietro e lì ci ho lasciato una gamba, che ho faticato poi per recuperare e, quindi, ero nel pieno delle mie forze e al massimo della mia esperienza. Stavamo già vincendo un nuovo scudetto con il Cagliari, e invece sia per me che per il Cagliari si è fermato tutto quella volta a Vienna, in Austria”.

Esistono ancora, o sono esistiti, giocatori alla Giggirriva: questo centrattacco dal sinistro micidiale, al tritolo, mai così esplosivo?

“Sì, esistono tanti centravanti, tanta gente, che, se non calcia di sinistro, calcia di destro. Sicuramente esistono tanti; adesso non sta a me far nomi, ma sicuramente ci sono dei centravanti validi, forti, e che effettivamente sanno giocare bene”.

Lei tifa Cagliari? E da bambino per quale squadra teneva, quando non sapeva di diventare una grande “bandiera” del Cagliari e uno dei più grandi centrattacchi della nostra Nazionale?

“I miei idoli erano Coppi e l'Inter. L'Inter per simpatia, così, nei confronti di Skoglund, di Nyers, di Lorenzi, di Buffon, di tanta gente che allora giocava nell'Inter. E Coppi per la sua storia, per le sue imprese, per le sue corse emozionanti”.

Nella vita di tutti i giorni, mister, cosa fa?

“Mah, io sono team manager della Nazionale “A”, e, quindi, mi devo occupare, adesso, soprattutto in questo periodo, del programma dei Mondiali. E, poi, partire con la squadra e fare questa avventura per altri 40 giorni. E con questo faccio il mio decimo Mondiale, tre da giocatore e 7 da dirigente”.

Grazie, “Rombo di tuono”, e speriamo di non averla tediata.

“Ci mancherebbe: grazie a voi, perché quando sono interviste intelligenti, fa sempre piacere. Arrivederci!”

<>Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 20 aprile 2010>

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