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29/6/10
INCONTRI RAVVICINATI: ANGELO SORMANI

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><>L'ANGELO...DAL PIEDE DI DINAMITE>>
Nato a Jaù, in Brasile, il 3 luglio 1939, Angelo Benedicto Sormani ha esordito nell'F.C. Santos di Pelè, per poi incontrare fortuna in Italia, durante una tourneè sostenuta in Europa nell'estate del 1961.

Chiamato il “Pelè bianco”, perché nei “bianchi” del Santos giocava a fianco – come ala destra - del più grande asso mondiale del calcio, Sormani ha espresso il suo talento nel Mantova (1961-1963) di Mondino Fabbri.
Tatticamente molto duttile, è stato uno degli “oriundi” più affermati nel nostro Paese e nella nostra Nazionale ed uno dei più grandi campioni del Milan.

Un campionato nella Roma (1963-64), in cui conquista una Coppa Italia, un altro a Genova, nella Sampdoria (1964-65), quindi, il gran balzo nel Milan, dove vive 5 stagioni (dal 1965 al 1970), totalizza 45 reti in 130 presenze e conquista una Coppa Intercontinentale (1969), una Coppa dei Campioni (1969), una Coppa delle Coppe (1968), lo scudetto dell'edizione 1967-68 e una Coppa Italia (1967).

Ha collezionato 7 maglie azzurre, ed è stato convocato nella nostra Nazionale agli infelici Mondiali di Cile 1962.
Passerà alla storia per l'appellativo di “mister 500 milioni”, la cifra costata nel suo trasferimento dal Mantova alla Roma. Dopo il quinquennio trascorso a Milano, è stato a Napoli (1970-1972), a Firenze (1972-3), chiudendo la carriera con un triennio nel L.R. Vicenza.

Il suo tiro era paragonabile alla potenza, alla violenza di una dinamite, impaurendo ogni volta gli uomini che prendevano posto in barriera. Ha fatto parte a lungo della Figc, rientrando nei preziosi quadri dei Selezionatori sfornati dal Centro Tecnico Federale di Coverciano (Fi).

Qual è stato il momento e il gol più bello di Angelo Benedicto Sormani calciatore?

“Mah, di momenti belli ce ne sono stati tanti. Il bello è stato sempre giocare a calcio, sai, quando io entravo in campo, ero sempre felice. Più che bello, esiste il più importante dei gol, perché magari la settimana prima, durante l'allenamento, ne hai fatto uno di meraviglioso ma non c'è nessuno che lo immortala, lo valuta come tale. Poi, i gol importanti diventano belli durante i grandi incontri”.

Qual è stata, allora, il gol più importante, la partita più importante di Angelo Benedicto Sormani?

“Forse, la partita più importante è stata quella a Milano contro l'Estudiantes de La Plata, quando feci due gol in Coppa Intercontinentale, nel 1969”.

Con la maglia del Milan, dove lei ha giocato 5 anni...
“Sì, giusto”.

Ha giocato, anzi, è cresciuto a fianco, nei “bianchi” dell'F.C. Santos, di uno dei più grandi campioni del mondo: Pelé. Ebbene, cosa aveva Pelè più degli altri?

“Bé, sai, che sia un fenomeno noi lo sappiamo tutti. Quando arrivai all'F.C. Santos, dopo un po' ho cominciato a pensare: ma come è difficile giocare con questo ragazzo, perché eravamo ragazzi, allora, avevamo 19-20 anni. Passati tre mesi, mi rifeci la domanda: come è difficile per lui giocare con me che non l'ho capito? Perché lui era troppo...giocava un secondo davanti al pallone”.

Lei era costretto a giocare alla destra di Pelè, perché ricoprivate lo stesso ruolo?

“Sì, più o meno io giocavo ala destra: il primo anno ho giocato poco, il secondo anno abbastanza, il terzo giocavo ala destra, mezz'ala, e quando lui non poteva giocare, giocavo addirittura al suo posto”.

Qual è stato il gol più importante nella vita di calciatore di Angelo Benedicto Sormani?

“Quando la Nazionale stava in ritiro per andare in Cile, nel 1962, io fui richiamato col gruppo. Mi allenai insieme, ma, non mi fecero mai giocare. Poi, l'Ungheria passava per l'Italia per andare in Cile, e c'era una partita che hanno chiamato la Nazionale “B”, formata da quelli che non erano mai stati schierati durante la preparazione ai Mondiali, e quella volta mi dovettero far giocare per forza perché ero stato venti giorni solamente allenandomi, senza mai impiegarmi. Accadde che al primo pallone, feci subito gol e per fortuna mia e per scarogna del povero Francesco Lojacono – che per disgrazia è venuto a mancare un paio di anni fa – allora hanno dovuto chiamarmi per far parte della Nazionale maggiore che volava in Cile. E quello mi ha conferito il titolo di “giocatore italiano”, perché in quel momento il calciatore non era straniero ma era proveniente da Federazione estera, non so se mi spiego”.

Era un oriundo?

“Sì, oriundo come italiano, io ero cittadino italiano. Ma, per la Federazione non contava come oriundo ma contava come giocatore proveniente da Federazione estera. Io ero già italiano, ma giocavo come straniero. In quel periodo potevano giocare solamente due stranieri, e anche quel giocatore nato in Italia ma si era iscritto alla Federazione svizzera, quando ritornava in Italia, non era italiano “perfetto” dal punto di vista calcistico. Poi, se giocava in Nazionale, per la Federazione diventava italiano a tutti gli effetti”.

Senta, “mister mezzo miliardo” - così la chiamarono quando fu ceduto dal Mantova alla Roma – qual è stato il giocatore più forte assieme al quale ha giocato?

“Ho giocato con diversi giocatori forti: non so, adesso devo pensarci un pò”.

Chi gli viene in mente per primo?

“Ho giocato con mezza Italia, ma Rivera era uno che aveva più personalità, giocava nel Milan, ma io credo che ce n'erano molti altri con i quali ho giocato che adesso rischio di non nominare”.

Chi l'ha marcato più stretto; chi l'ha fatto più penare?

“Erano tutti difficili, perché in Italia si marcava a uomo e poi c'era il libero dietro. Per me non era un problema, voglio dire che non c'era uno più difficile dell'altro. Mi è successo un episodio interessante nel 1967. Io quasi quasi dovevo smettere di giocare, perché mi avevano diagnosticato l'ernia al disco, e, allora, era molto difficile guarire. Fui operato, e per fortuna mi andò molto bene, perché, a quei tempi, potevi uscirne malconcio. Da quel momento sono diventato davvero bravo; non come calciatore, ma sono diventato bravo perché dovevo giocare contro il forte Beckenbauer. Ma, quando tenevo la palla io, dicevo tra me e me: voglio vedere se Beckenbauer la prende. Quel duello, quella sfida con il capitano della Nazionale tedesca, mi fece diventare veramente bravo psicologicamente, non c'era nessuno più forte di me. Il senso era questo: io avevo paura di non poter più giocare per via dell'ernia al disco. Una volta guarito, diventai forte psicologicamente contro tutti, contro tutti i più grandi assi del mondo: e così contro Bobby Charlton, e mi dicevo che Beckenbauer era uguale a me. Non avevo più paura di nessun avversario”.

Il male l'aveva, insomma, aiutato.

“Sì, il male mi fece diventare mi fece diventare molto forte psicologicamente”.

Qual era il numero vincente di Sormani? Il tiro su punizione, la botta violenta di destro?

“Da ragazzino io volevo giocare a centrocampo, volevo essere il trequartista, diciamo così; solo che avevo un tiro veramente forte. E già negli Allievi, negli Juniores, quando la partita si metteva male, mi facevano andare avanti perché avevo il tiro forte. E, così è successo anche da professionista, quando mi sono convinto che era meglio giocare sempre avanti”.

Conserva qualche rammarico?

“No, non ho nessun rammarico, anzi, il calcio mi ha dato tutto il bene della vita: mi ha fatto girare tutto il mondo. Io ho conosciuto mezzo mondo, anzi, guadagnando qualche cosa. Ho conosciuto perfino i papi, presidenti della Repubblica, Capi di Stato, ho girato il mondo. A me il calcio ha dato tanto, ed anch'io penso di aver dato tanto al calcio perché ho sempre pensato e mi sono sempre impegnato nel mio lavoro. Diciamo che io mi sono integrato nel calcio e il calcio si è integrato in me. Alle volte era faticoso, ma era sempre un divertimento per me quando avevo la palla tra i piedi”.

Quale papa ha conosciuto, o qual è stato quello, visto che sostiene di averne conosciuti più di uno, che le è rimasto maggiormente impresso?

“Ma, guarda, io ho fotografie con Pio XII, e con quei due che gli vengono appresso...”.

Giovanni XXIII, papa Angelo Roncalli, e Paolo VI, papa Giovanbattista Montini?

“Esatto, esatto”.

Cosa si ricorda di questi tre pontefici?

“Bé, quasi sempre c'era con il Milan e poi con la Roma ci si recava in Vaticano con la squadra. Siamo stati ricevuti noi giocatori e staff tecnico dal papa, ed era una cosa eccezionale andare a baciare la mano del papa: per me che sono cattolico, era una cosa impressionante, era un premio eccezionale”.

Si ricorda cosa le dissero?

“No, io ho la fotografia della mia figlia, che era appena nata, in braccio a me, e lui che la sta benedicendo”.

Si ricorda quando è nata sua figlia così risaliamo esattamente al pontefice?

“Prima fammi vedere quale delle bambine era” e, alé, fragorosa risata del “Pelè bianco”.

“No, non era Paolo VI, e la mia bambina era Angela. Siamo nel 1968...La quarta e ultima è Magda; il primo è Adolfo, detto, Dodo, sì come mio papà, poi, c'è, come ho già detto Amerigo. Mia moglie si chiama Julieta”.

Allora, stiamo riferendoci a papa Montini, a Paolo VI...

“Allora, come dice lei, era Paolo VI. Io ho un figlio che è nato nel 1962, uno nel 1965, uno nel 1966, e la femmina nel 1968”.

Cosa si ricorda, allora?

“Mah, si faceva la fila, si baciava la mano al pontefice, perché, non avendo a disposizione il grande salone, doveva fare in fretta a ricevere le persone ed era una cosa un po' più riservata. Era un'emozione veramente grande vedersi lì vicino con un papa”.

Lei crede in Dio?
“Io ci credo, sì”.

Come se l'immagina un giorno l'Aldilà?

“Mah, io spero che ci sia il pallone”.

E dopo?
“E dopo voglio rivedere la mia famiglia”.

I suoi genitori?
“Soprattutto”.

Come si chiamavano?
“Adolfo e Antonietta”.

Cosa facevano?
“Mio padre era orologiaio, nel senso che aggiustava orologi, mia madre era una sartina!”.

Vorrebbe vedere anche Lojacono?
“Anche Lojacono: è stato un grande giocatore”.

Del Milan, chi vorrebbe rivedere, Rocco?
“Mah, Rocco. Adesso fare una
    a sarebbe difficile, ma, anche il signor Rocco era grande”.

    Perché?
    “Perché lui aveva una forma particolare di parlare: spiaccicava il dialetto, sono stato obbligato anche a parlare il triestino perché lui parlava solo triestino. A volte era anche cattivo quando doveva riprendere un giocatore, però, poi finiva tutto con mezzo bicchiere di vino, insomma”.

    Quando è stata l'ultima volta che Angelo Benedicto Sormani ha pianto di dolore vero?

    “L'ultima volta che ho pianto? Non me lo ricordo. E' molto tempo che non piango; a volte piango da solo quando penso ai miei genitori”.

    Che cosa le dà fastidio nella vita?

    “Fastidio, fastidio proprio non me lo dà più niente perché la vita è tutto un fastidio. Io vedo attorno a me, non vedo bene il mondo. Che è cambiato molto male rispetto a quando io sono nato. La gente non ha più il senso del rispetto per gli altri: sono molto dubbioso e preoccupato circa il futuro dei miei nipoti”.

    Quanti nipoti ha?
    “Quattro”.

    Quando ha vinto la Coppa Intercontinentale o quella dei Campioni ha pianto di commozione?

    “Commuovermi, no, non mi sono commosso, perché per me giocare a calcio era tutto e non ho mai pianto per aver vinto o per aver perso”.

    Ma, si può piangere anche di gioia, o no?

    “Sì, certo che si può piangere di gioia, ma non mi è mai successo nel calcio. Mi sono tremate un po' le gambe una volta che ho giocato per l'Italia contro il Brasile e mi sono trovato ad ascoltare l'inno nazionale italiano e l'inno nazionale brasiliano. Figurati: giocavo per l'Italia, feci gol, ma ho battuto il Brasile. Però, mentre suonava l'inno brasiliano, sapevo quello brasiliano ma non sapevo quello italiano”.

    E chi la marcava quella volta?
    “Non ricordo”.

    E' stato nel 1962, ai Mondiali in Cile?
    “No, no, è stato nel 1963, nell'ambito di un'amichevole a “San Siro””.

    Come finì quella sfida Italia-Brasile?
    “Finì tre a zero, io ho segnato il primo gol e procurai il rigore del secondo”.

    Mai sbagliato calci di rigore, mister?
    “Sì, ho sbagliato mi pare due su 17”.

    Si ricorda contro di chi?

    “Sì, ho sbagliato uno mi pare contro la Turchia, due giorni dopo che è nato mio figlio e io avevo chiesto apposta di battere il rigore perché volevo dedicare quella rete a mio figlio Amerigo, con l'accento sulla seconda vocale (la “e”) per noi brasiliani. E si giocava Italia-Turchia”.

    Espulsioni?
    “Espulsioni? Che io mi ricordi, sì, una. Una sola con la maglia della Sampdoria, contro il Cagliari”.

    Cosa aveva commesso?
    “Sa, giocare noi brasiliani contro gli argentini è sempre una sfida rovente. Quell'argentino era Longo del Cagliari, che mi tirò una gran pedata. Io non potei fare a meno di sferrargli un cazzotto e andammo tutti e due fuori. A me una giornata, a lui due”.

    Il giocatore più forte in Italia e nel mondo, forse, lei l'ha già detto, o no?
    “Sì: Rivera per l'Italia, Pelé nel mondo”.

    Perché la chiamarono il “Pelé bianco”? Per aver giocato a fianco del grande Pelè?

    “No, no, perché quando io giocavo, a volte giocavo anche al posto di Pelè. E la stampa, le prime volte che sono arrivato in Italia, a Mantova, giocai subito bene, conquistai subito gli sportivi e sono apparse le foto con su scritto “Pelè bianco”. E, a Mantova è rimasto questa nomea. Spero che Pelè non l'abbia mai saputo, però”. Ed ancora una fragorosa risata di “mister mezzo miliardo”.

    La sua presenza con la Nazionale carioca...
    “No, non ho mai giocato nella Nazionale verde-oro”.

    Mentre quanto ha giocato in Brasile nell'F.C. Santos?
    “Due campionati”.

    Infortuni, tanti?

    “Molti. Diciamo che l'ernia al disco è stata la più pericolosa perché rischiava di invalidarmi e di non giocare mai più. Mi hanno scheggiato una gamba, un'altra volta ho riportato una frattura scomposta, poi, ho fatto l'ernia inguinale, l'ernia al disco, ho riportato la frattura alla clavicola e al setto nasale, ed altri piccoli trami di non grande importanza”.

    Quale è stato il più bel complimento che ha ricevuto da calciatore?

    “Penso che il complimento più bello è quello di non avere mai avuto problemi con nessun avversario, a parte quell'episodio con l'argentino del Cagliari Longo”.

    Si ricorda un gol sti
      icamente entusiasmante?

      “Sì, ci sono alcuni gol veramente interessanti. C'è n'è uno spettacolare sotto l'aspetto acrobatico contro gli svedesi del Malmo a Milano, gol di testa in girata a “San Siro” in Coppa dei Campioni. Eppoi, c'è un gol molto interessante che nessuno lo sa”.

      Ce lo sveli, allora, mister.

      “Allora, in una partita di semifinale di Coppa delle Coppe a Milano contro il Bayern di Monaco io stavo marcando il portiere della Nazionale Mayer: faceva troppo lento per tirare la palla in avanti. Noi del Milan avevamo concluso un'azione, tutti guardavano verso il centro del campo, io guardavo lui – venivo dietro a lui -, e, quando lui tirò, io alzai il piede davanti, la palla picchiò contro il piede e finì in porta. Per fortuna, ha visto il guardalinee; neanche l'arbitro l'ha visto. Diversi compagni miei di squadra non l'hanno neanche visto, mi vedevano saltare. Insomma, nessuno mi è venuto ad abbracciare perché nessuno aveva visto svilupparsi l'azione del gol. E su questo gol c'è un aneddoto molto bello e curioso. Un giorno lavoravo per la Sette e poi un mio compagno con cui facevamo la trasmissione a Siena mi ha detto “Angelo, vogliamo partire un po' prima per Siena perché mio papà vuol vedere, se non ti dà fastidio, Siena. Ho visto tante volte il Palio in televisione e mi piacerebbe molto vedere Siena”. Allora, ci siamo trovati presto – alle 9, 9.30 - in piazza del Campo, e il papà chiese ad Andrea di fargli una fotografia con me. Poi, Andrea disse: facciamone anche noi due, e, allora, il papà di Andrea ci fece la fotografia. Nel frattempo, c'era un signore che girava lì attorno nella piazza del Campo, e chiediamo al passante di scattarne una a noi tre. “Signore, scusi, ci fa un piacere? Ci fa una fotografia a noi tre?” E lui, questa persona, disse: “Come no, Sormani? Però, tu mi devi dire come hai fatto quel gol spettacolare a “San Siro” contro il Bayern di Monaco in Coppa dei Campioni”. Gli ho risposto: “signore, lei si sbaglia perché questo gol spettacolare non l'hanno visto neanche i miei compagni. Non c'è niente che lo ha immortalato, né una televisione, né una fotografia, e non so, signore, come lei ha fatto a vederlo”. Lui mi disse: “Ero dietro la porta, Sormani””.

      Sarà stato un fotografo lui, allora, o un raccattapalle?

      “No, era uno spettatore che stava vedendo la partita dietro la porta. Era un signore che aveva comprato il biglietto dietro la porta dove ho fatto gol”.

      Il Milan, quindi, le ha dato molto, o no?

      “Io credo che però ho dato e ho avuto e non ho niente da recriminare. Anche se qualche volta, ci penso, mi è capitato tutto male. Nel senso se lei domanda la Coppa Intercontinentale il Milan ha vinto? Ah, sì quella volta che Combin è uscito tutto maltrattato contro l'Independiente, ma, nessuno dice che Sormani aveva fatto due gol per vincere la Coppa. Non so, il fatto che a Nestor Combin gli avversari argentini avevano fratturato il naso era passato alla storia, e del sottoscritto che feci i gol e che feci vincere il Milan, nessuno si ricorda. Ho fatto il primo e il terzo”.

      José Altafini è stato un suo amico al Milan?

      “No, José lo è stato al Napoli, perché abbiamo giocato assieme solo all'ombra del Vesuvio. Infatti, quando lui andò via dal Milan, arrivai io. Poi, ci siamo trovati a giocare assieme nel Napoli”.

      Di chi non dobbiamo mai dimenticarci nella vita?

      “Non bisogna mai dimenticare che gli altri sono come te”.

      In che cosa lei era imbattibile, in quale gesto atletico?
      “Mah, il tiro violento era veramente la mia forza. Nel dribbling, non essendo rapido nella distanza corta, lo potevo diventare nella distanza lunga, quando andavo via in progressione. Sono 185 cm e per l'epoca era una bella altezza. Qualche volta ho visto qualcuno rifiutarsi di andare in barriera. Poi, quando pioveva il pallone diventava 700-800 grammi, e faceva molto male, insomma”.

      Mister, la ringraziamo.
      “Prego ed arrivederla”.

      <>Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 24 giugno 2010>

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