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3/7/10
INCONTRI RAVVICINATI: OSVALDO BAGNOLI

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><>OSVALDO... I° DELLA SCALA>>
Esploso nel Milan, Osvaldo Bagnoli (Milano 3 luglio 1935), ha conosciuto Verona a metà degli anni Cinquanta. E, da quella volta che ha indossato la casacca giallo e blu , non si è più allontanato – se non per motivi di lavoro – dalla città degli scaligeri.
Ma, il suo nome rimarrà per sempre legato alla conquista dello storico scudetto dell'Hellas Verona (1984-85), quando, alla guida di un'ambiziosa squadra di provincia, composta più da gente animata da buona volontà che da veri fenomeni, tagliava il traguardo prima dei grandi squadroni.

Personaggio umile e schivo, sicuramente timido e non avvezzo alle luci della ribalta, Bagnoli ha sempre conquistato la simpatia di tutti per quei pochissimi proclami che ha proferito perché costretto dall'insistenza della stampa ogni estate.

Dopo gli indimenticabili 9 anni trascorsi in riva all'Adige – dal ritorno in A, passando per la conquista dello scudetto, finendo con la retrocessione in serie B -, il “mago della Bovisa” ha poi guidato il Genoa, ottenendo con i “grifoni” il 4° posto e l'ingresso in Coppa Uefa. Poi, l'Inter di Ernesto Pellegrini, festeggiato subito con un secondo posto, ma, ahilui, l'anno dopo, intorpidito dal “divorzio” dell'umile condottiere dalla “Beneamata”, sostituito da “piedone!” Gianpietro Marini.

Qual è stato, mister, il momento più bello da calciatore?

“Oddio, è un po' difficile. Mah, forse direi quando a 17 anni sono tornato alla Spal, vincendo il campionato di serie B, e a Ferrara il presidente Mazza era retrocesso e mi aveva preso per riapprodare in serie A. Puntò su giocatori di serie B con molta esperienza, compreso il sottoscritto, un centrocampista che faceva gol. Poi, prese Muzio, una punta prolifica sotto rete, insomma, quattro-cinque giocatori, trattenendo quelli di mestiere quali Massei, Bozzao, e poi lanciò tutti giovani, i vari Capello, Reja, Pasetti. E tornammo subito in serie A, io in particolare a 28 anni”.

Si ricorda un gol importante nella sua carriera?

“Ricordo un gol a Bologna: al termine di un doppio scambio negli ultimi 30 metri, e poi feci gol nel derby Bologna-Spal, con vittoria nostra, e i compagni di squadra mi vennero incontro ad abbracciarmi e Bozzao mi disse “se questo gol qua l'avesse fatto un altro giocatore di nome, chissà quanto a lungo ne avrebbero parlato i giornali!” “.

Il momento, invece, più bello di Osvaldo Bagnoli come allenatore?

“Bé, chiaro, il momento più bello probabilmente è stato l'anno dello scudetto, il 1984-85. A Bergamo, quando c'è stata la matematica ci aveva laureato campioni d'Italia e si avvicinava la fine, quando con gli amici, i collaboratori – Mascetti in testa – si aspettava il fischio finale dell'arbitro per festeggiare lo scudetto”.

Quand'è che ha cominciato a credere a quell'impresa?

“Dopo la prima partita del girone di ritorno, quando andammo a pareggiare al “San Paolo” di Napoli. I miei giocatori, già all'ultimo dell'anno durante una cena che avevano consumato su in montagna dove andavamo in ritiro in estate a Cavalese, mi avevano manifestato tutta la loro fiducia di potercela fare. E ci fu un giocatore che durante il brindisi disse “quest'anno è l'anno in cui possiamo raggiungere un grande traguardo”. Però, quella che poi si rivelò una profezia, rimase chiusa in quell'albergo. Ugualmente rimase chiuso nello spogliatoio il discorso che io feci alla squadra: “quest'anno possiamo davvero far parlare di noi, raggiungere questo traguardo che non è facile da tagliare. Però - raccomandai la truppa - che questo discorso non esca dallo spogliatoio e che rimanga nella nostra voglia di fare i risultati e di mantenerci così fino alla fine””.

Quel successo, incredibile e straordinario al tempo stesso, le ha cambiato la vita?

“Ha cambiato l'approccio degli altri, quando mi incontravano: ero in Sicilia a trascorrere la vacanza e qualcuno mi riconosceva dicendo “lei è Bagnoli, l'allenatore dello scudetto del Verona”. Ha cambiato gli altri, non certo il sottoscritto”.

Poi, il Genoa, la storica qualificazione Uefa dei “grifoni” liguri, quindi, l'Inter, il secondo posto e l'abbandono sia dei nerazzurri a febbraio che del calcio professionistico visto dalla panchina. Conserva dei rimpianti?

“Sì, in tutte e due le squadre, anche se a Genova ho provato grandi soddisfazioni. Il rammarico è stato quello di lasciare una squadra, il Genoa, che con qualche ritocco, poteva non dico raggiungere il traguardo centrato dal Verona, perché c'erano, secondo me, delle buone prospettive. Mentre nell'Inter, l'errore l'ho commesso io: è stato quello di essere andato, su loro richiesta, a Milano, non conoscendo l'ambiente di una grossa squadra. Probabilmente, io pensavo a mio modo, anche al rapporto col presidente. Invece, dovevo parlare, dire le mie cose, spiegarmi in un modo diverso. Adesso dire perché non ho avuto successo è un discorso troppo lungo”.

Un rapporto che si è chiuso certo in bellezza: mi sembra che lei se ne sia andato da Milano sbattendo la porta, o no?

“No, non ho sbattuto la porta in faccia la presidente Pellegrini; non ho mai sbattuto la porta. Il primo anno arrivammo secondi con l'Inter, eh “.

Ma, perché chiuse la carriera di mister dopo quel “divorzio” con i nerazzurri?

“Perché io andai all'Inter che avevo 58 anni, eh. Di solito, si va nei grossi club quando sei giovane ed emergente, invece, a me successe il contrario: io andai quando ero ormai un allenatore che aveva fatto tutta la sua strada, eh. L'Inter pensò a me proprio per quello, per vedere se riusciva a cambiare, a vincere, visto che erano anni che non riusciva a trionfare. E pensò a un allenatore molto esperto ed io accettai. Però, di solito, nelle grosse squadre ci vai quando sei un tecnico energente”.
Qual è stato il suo idolo quand'era giocatore e, poi, quand'era allenatore?
“Da giocatore, è stato Schiaffino. E' stato un grande, tra quelli che ho conosciuto e frequentato. Da allenatore, non sta bene dire un nome solo”.

Lei crede in Dio?
“Sì, ci credo, anche se ho i miei dubbi”.

Come se l'immagina l'Aldilà tra cent'anni?
“Intanto, io mi auguro adesso che ci sia l'Aldilà, perché sono quelli i dubbi”.

E giù una bella risata. Grande risposta, mister. Ma, come se l'immagina, sia che ci fosse già adesso o tra cent'anni?

“Mi immagino di vedere intanto mio padre e mia madre, di riabbracciarli. E, poi, di incontrare gli amici che ho conosciuto quaggiù, sulla terra”.

Lei, una volta, 25 anni fa, aveva dichiarato di essere socia
    a...

    “Io non sono mai stato socia
      a; io davo il voto ai socia
        i perché mio padre Aristide, operaio, era socia
          a, mia mamma Vittoria era casalinga. In casa ascoltavo i suoi discorsi, vedevo chi frequentava – un mondo di lavoratori, il Circolo degli operai -. Quando io sono diventato più grande, sebbene la politica non mi è mai interessata, votavo quello che mi ricordavo votava mio padre: il Partito Socia
            a. Ma, non è che io ero animato da una fede socia
              a. Questa volta lei mi dà la possibilità di pronunciare una parola che faccio fatica a ricordare: io ero un apolitico, nel senso che di politica non ne capivo niente, e non ne capisco tuttora. Ecco perché mi basavo su quello che votava mio padre: perché se devo fidarmi di una persona, mi fido di mio papà”.

              Quand'è l'ultima volta che Osvaldo Bagnoli ha pianto di dolore, di lutto?

              “Ultimamente, le lacrime mi sono venute per due persone: mi sto commuovendo anche adesso, le dico la verità...Sì, davvero...Per due persone: per Eros Fassetta e per Sante Begalli”.

              Un ricordo, un aneddoto su loro due, mister?

              “Bé, Fassetta era per me come un fratello cresciuto insieme nei ragazzi del Milan. Poi, siamo venuti qua a Verona, ci siamo sposati a Verona, sono stato suo testimone di nozze, lui è stato testimone del mio matrimonio, ci frequentavamo. Eppoi, le nostre mogli andavano d'accordo tra di loro, e, quindi, l'amicizia si rinsaldava ancora di più. Poi, Sante Begalli, perché quando io venni a Verona a giocare che avevo 22-23 anni, nel 1957-58, allora Sante nella città scaligera non c'era perché era al Genoa, ma, quando l'anno dopo fece rientro a Verona era il capitano, e io lo vedevo come fratello maggiore. Finito l'allenamento, ad esempio in ritiro, mi recavo in camera sua e stavamo a parlare per ore perché, essendo lui una persona molto colta, sembrava trasmettermi tante cose. Era un fratello maggiore in fatto di cultura: ero molto attratto dal suo sapere. Diventammo molto amici”.

              Cos'è che riesce a commuoverla nella vita?

              “Guardi, io sono sempre stato un sentimentale. Magari mi sgorgano lacrime vedendo un film alla tivù o al cinema: non ho vergogna a dirlo. Qualsiasi cosa tocchi il sentimentale, mi può commuovere”.

              Ha vinto di più in Osvaldo Bagnoli uomo la ragione o il cuore?

              “Direi tutte e due insieme. Andrebbero abbinate: un po' dell'una e un po' dell'altra”.

              Che cos'è che le dà maggiormente fastidio?

              “Mah, vedere come tutto è cambiato in fretta da quand'eravamo noi giovani. Quello che si è perso, vedi il principio del rispetto verso e della gente, l'educazione, queste cose qua. Le sembrerà banale, ma per me quei principi che le ho appena esposto sono fondamentali”.

              Ma è vero che chi soffre capisce di più?

              “Oddio, non sono all'altezza di esprimere una risposta a riguardo. Ho provato ad essere da una parte e dall'altra, ma non so se sono all'altezza di dare un giudizio su un argomento così delicato e particolare”.

              Qual è allora il dolore più grande che l'ha fatta maturare in fretta?

              “Non è che io sono stato trasformato; è che sono cresciuto in un mondo operaio, la Bovisa è ed era considerata rione operaio di Milano. Davanti a casa mia, per andare alla fermata Nord Bovisa alla mattina dalle 6 alle 8 meno 10 vedevi le code che scendevano dal treno per raggiungere gli stabilimenti che c'erano alla Bovisa. C'era anche la Montecatini, ogni genere di fabbrica. E poi vedeva il rientro in massa. Tu facevi parte di un mondo povero, laborioso, che lavorava, e che s'accontentava di vivere con quel poco che aveva”.

              Lei ha detto: “in fondo, io sono stato un privilegiato perché ho fatto quello che mi piaceva – giocare a calcio ed allenare – e sono riuscito a mettermi via qualcosina, mentre moltissimi arrivano alla pensione e si trovano ancora in uno stato economico di preoccupante precarietà”...

              “Sì, è vero, e io non ho vergogna a dirlo. Infatti, io dico sempre, a parte la fortuna che ho avuto, che ho trovato due angeli custodi, uno nella vita calcistica e uno nella vita più avanti. E, il mio angelo custode fu il direttore sportivo che avevo a Verbania quando andai a 33-34 anni – e giocai fino a 38 – nel Verbania in serie C, Pedroli. Ebbene, questo signore mi prese in simpatia, mi volle far fare l'allenatore quando io pensavo a lavorare alla Mondadori. E sono andato là, pensando di andare a lavorare in legatoria nel Verbano, per imparare il lavoro; e, invece, lui vide in me delle qualità e mi fece fare l'allenatore e giocatore a Verbania. Mi ha trovato la squadra per iniziare la carriera. Il mio secondo angelo, invece, è stato nella mia vita privata: smesso di fare la carriera, visto che non si guadagnavano allora tanti soldi col calcio, sì, mi erano avanzati i soldi per comprarmi l'appartamento, ho conosciuto Franco Nanni – ex giocatore del Verona pure lui – durante i ritiri con le squadre giallo e blu alloggiando nei suoi alberghi di Riccione. Chiusa anche la parentesi di mister, con qualche soldino messo via, lui mi cercò, proponendomi di entrare in società con lui nella proprietà di un albergo che a lui piaceva possedere a Verona. Accettai e formai la società. Io, sì, ci sto, e siccome io mi fido della persona, sei te che devi pensarci di portarlo avanti. Non sono pratico, posso starti vicino tutte le volte che sarai a Verona, visto che tu sei più ferrato di me. E' andata a finire che ora ne abbiamo due di alberghi, siamo ancora soci e non abbiamo mai litigato”.

              Qual è l'immagine più bella calcistica in cui suole soffermarsi di più durante la giornata, e che la rende felice?

              “Sta andando bene la squadra, e ottieni dei risultati, e a una partita in tribuna mia moglie e mia figlia che vedono che festeggiamo la vittoria”.

              Di che cosa non dobbiamo mai dimenticarci nella vita?

              “Io sono riconoscente dei sacrifici di mia moglie, la quale in più di 40 anni, in 20 e più anni di giocatore e altrettanti di allenatore io l'ho sempre potuto fare con tranquillità perché mia moglie Rosanna pensava alla famiglia, alla casa, a tutto questo. Io penso che per uno che fa questo lavoro è molto importante avere a fianco una persona che mi ha sgravato, alleggerito di ogni preoccupazione”.

              Un giocatore che le somiglia oggi o che le è assomigliato nel recente passato?

              “Questo non sta a me a dirlo. Nei giocatori che allenavo ho cercato sempre di nascondere, anche se lui l'avrà capito prima, ma adesso l'ho già detto diverse volte, è Bruni. Mi immedesimavo molto in lui. E le dirò di più: a volte, per stimolarlo, glielo dicevo anche: “vedi, tu sei più bravo tecnicamente di me, ma io facevo dei gol, mentre tu ne fai pochi”. Era un modo per fargli capire la mia stima, stimolandolo”.

              Che cosa non è mai stato detto di Osvaldo Bagnoli, o di cattivo?
              “Oddio, questo, non glielo saprei dire adesso...”

              Che cos'è, allora, che le farebbe piacere dicessero di Osvaldo Bagnoli?

              “Io una cosa ce l'ho già che mi fa piacere: dove vado, mi riconoscono, sia lontano da Verona, addirittura molto lontano da Verona. E mi associano sempre alla conquista dello scudetto del Verona. Però, mi dicono anche di ricordarmi non solo per quell'impresa, ma anche per la persona. E quello era il più bel complimento che mi sentivo dire”.

              E' superstizioso?
              “Un pochino, senza dirlo in giro. Era però una superstizione di poco tempo. Dopo la cambiavo perché dicevo tra me e me: allora, sto proprio diventando un superstizioso”.

              In che cosa consisteva questa sua superstizione?

              “Magari portavo lo stesso vestito, lo stesso cappello, oppure faccio sempre lo stesso giro a piedi, al sabato sera. Tutte stupidaggini, insomma, se ci pensiamo per benino, tant'è che dopo 3-4 volte riconoscevo che era troppo misero quel rituale, ecco, ci sono sicuramente più serie ed importanti nella vita”.

              Grazie, mister.
              “Niente, la ringrazio, e arrivederla”.

              <>Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 23 giugno 2010>

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