Home Archivio Storico Archivio Interviste VIP Archivio: INTERVISTE VIP

Archivio: INTERVISTE VIP

23/7/10
INCONTRI RAVVICINATI: GIANFRANCO BEDIN

<

><>BEDIN, IL DESTRO...DI CORSO>>
In campo compagno del “sinistro di Dio”, il sanmichelato Mariolino Corso, fuori dal campo il suo migliore compagnone. Ecco, i più e i meno di Gianfranco Bedin (San Donà di Piave, 24 luglio 1945), “polmone” del centrocampo della Grande Internazionale del “mago” Helenio Herrera e del petroliere, il cav. Angelo Moratti, il papà di Massimo.

In campionato, solamente con la casacca nerazzurra, ha totalizzato ben 310 presenze, firmando 23 gol, nelle Coppe Europee, invece, arriva a 40 gettoni. Con l'Inter ha vinto tutto, dagli scudetti (3, 1964-5, 1965-66 e 1970-71) alla Coppa dei Campioni (1964-65) alla Coppa Intercontinentale (1964-5).

Cresciuto nel vivaio interista, debutta in Coppa Italia in un amaro Torino-Inter: 4-1 l'11 giugno 1964. Bene con il “mago” H.H., che lo lancia al posto di Carlo Tagnin, il “mastino dei Campioni nerazzurri” di Alessandria della classe 1938 e scomparso nel 2000, stimandone il suo maggior dinamismo e la sua capacità di vedere la porta, malissimo, invece, con Heriberto Herrera. Che lo costringe ad andarsene da Milano.

Ma, come un'araba fenice, Bedin rinasce nella “Beneamata”, riprendendosi con mister Gianni Invernizzi la più bella delle rivincite: maglia di titolare e scudetto (1970-71). Poi, quattro stagioni nella Sampdoria (112 presenze e 6 reti), quindi, Varese, Livorno e Rondinella di Firenze. Oggi è osservatore e talent scout dell'Inter di Massimo Moratti.

Gianfranco, lei ha iniziato a segnare la storia della Grande Inter del cavalier Angelo Moratti quando se ne andò un altro giocatore – Carlo Bedin – che faceva rima con il suo cognome, o no?

“Sì, diciamo qualche anno fa. Tagnin giocava prima di me, aveva qualche anno di più, io giocavo nel settore giovanile, e, tanto per dare un po' di riposo a questa squadra che stava tirando la carretta, diedero riposo a Tagnin, entrai io, e, da quella volta, rimasi lì dentro. Forse la mia giovane età, forse Tagnin era ormai alla fine della carriera, trovarono in me il giusto sostituto”.

Era veneto anche Tagnin?

“Credo che fosse originario di Alessandria. So che, purtroppo, è scomparso qualche anno fa (nel Duemila)”.

Tre scudetti vinti con la “Beneamata”, le Coppe più significative conquistate in nerazzurro, ma, qual è stato il momento più emozionante, quello in cui ha gioito di più?

“Molto probabilmente la prima Coppa dei Campioni, quella che era la seconda: contro il Liverpool. Una partita che pensavamo di averla persa, perché in Inghilterra eravamo stati sconfitti per 3-1, e poi, a “San Siro”, abbiamo rimontato 3-0 davanti credo a 90.000 persone, tutti quanti in piedi con i lumini accesi. E' stata una sensazione meravigliosa”.

Si ricorda, lei che era in campo, i marcatori di quella grande impresa interista?

“Sì, Corso, Peirò e Facchetti”.

Che anno era, il 1966?

“Il '66? Sì, qualche mese fa” ci scherza su Bedin.

E' cambiato il calcio, mister?

“Eh, sono passati anche 40 anni. E' cambiato un pochettino tutto, è cambiata la mentalità, il modo di rapportarsi ed approcciarsi al calcio: prima noi eravamo vincolati a una società, oggi è mercato libero. Mille, mille cose sono cambiate. Dovessimo elencarle tutte, dovremmo stare qui a parlarne per un mese”.

Le “bandiere” oggi sono solo un ricordo lontano, o no?

“Noi venivamo dagli oratori, crescevamo con un altro tipo di mentalità e di educazione. Giocavamo solamente a pallone, quasi quasi lasciavamo la scuola per giocare a pallone. Era diverso, era diverso, anche perché, come dicevo prima, eravamo più vincolati alla società, eravamo legati, stavamo 14-15 anni. Da Corso a Suarez, da Guarneri a Facchetti, a Burgnich, si rimaneva in una stessa società minimo dieci anni. Mi dica lei qual è oggi il giocatore che trascorre 14 anni all'Inter? Zanetti e pochi altri. E' un mercato diverso oggi, il giocatore cambia spesso perché viene richiesto da altre società, c'è un movimento diverso; è cambiato un pochettino tutto, le strutture ed altre cose. Noi avevamo solamente un paio di maglie, oggi, vediamo che ci sono tre maglie per il campionato, tre maglie per la Coppa dei Campioni. Ci sono gli sponsor, ci sono tante cose che sicuramente sono cambiate”.

Un suo ricordo del grande (e sfortunato) capitano livornese Armando Picchi, mister?

“Persona straordinaria, perché era un uomo intelligente. Mai banale, una persona importante, ti trasmetteva sicurezza, era il vero capitano al quale noi ci si appoggiava moltissimo. Un grande personaggio, Armando”.

Ed Helenio Herrera, il primo dei “maghi” nel nostro calcio professionistico?

“Helenio Herrera era un istrione, era un uomo che ti raccontava anche delle balle, ma sapeva dove poteva arrivare, pur di farti vincere. Era un uomo dalla conoscenza calcistica grandissima. Poi, magari, un po' si perdeva in campo, perché magari allora gli esercizi e tante altre cose erano limitate. La conoscenza calcistica era un po' meno di quella che è oggi: oggi ci sono vari libri e tantissime cose legate al mondo del calcio, anche perché oggi è un'azienda, e prima d'allora non era un'azienda, ma semplicemente uno sport. Il “Mago” sapeva, conosceva tantissimo del mondo del calcio, ma era convinto e trasmetteva questa convinzione. Poi, è riuscito a creare questo mosaico, che è diventata la Grande Inter. Perché per diversi anni eravamo imbattibili, praticamente”.

Un ricordo del cavalier Angelo Moratti, petroliere e papà di Massimo Moratti, l'attuale presidente dell'Inter, tornata a vincere a maggio del 2010 la Coppa dei Campioni? Cosa le viene in mente, quando lo pensa?

“Lo stile, l'eleganza, questa persona che ti incuteva anche timore per la sua classe che aveva quando arrivava a salutarti ad Appiano Gentile. Io mi ricordo la grandezza di quest'uomo che mi disse, il primo anno quando presi il posto di Carlo Tagnin. Bene, dopo aver disputato 14 partite, andai da lui per stipulare il contratto. Avevo 18 anni e mezzo, e lui mi disse:

“Passa a fine campionato. Se farai un buon campionato, avrai anche tu un buon ingaggio. Meritatelo prima!”

Al momento, rimasi male, invece, alla fine, quando andai a salutarlo, mi diede una busta e dentro c'era di più di quello che io mi aspettavo. Era un grande in tutto. Arrivava al sabato, ti salutava, ti dava come premio di migliore in campo una sterlina o perché avevo segnato un gol”.

Marenghi o sterline vi dava, perché abbiamo letto anche che era solito omaggiarvi di marenghi d'oro anche?

“Marengo o sterlina, a seconda del periodo, o secondo l'importanza delle partite”.

Si ricorda il gol più importante di Bedin? Il più bello?

“Forse, il più bello contro il Milan, abbiamo vinto 2-1, e ho segnato di sinistro da fuori area, da 20-25 metri. Sono quei palloni che tu calci tanto per calciare, ti trovi lì, ed infatti si è insaccato all'incrocio dei pali, ottenendo il 2-1 finale. Segnai io, Domenghini, Amarildo per il Milan”.

In porta il grande Cudicini dall'altra parte?

“Credo ci fosse Balzarini”.

Esiste un'autorete clamorosa nella sua carriera di calciatore?

“No, che io ricordi no. Può darsi che abbia firmato, sì, un'autorete, ma non clamorosa come quelle che faceva Comunardo Niccolai del Cagliari e che sono poi passate alla storia”.

Il più bello l'abbiamo ricordato; il più importante invece?

“Mah, non ho ricordi di gol importanti perché allora erano tutti importanti per vincere le partite noi. A volte vincevamo 1-0, a volte faticavamo. Mi ricordo forse quella volta a Lecco, 1-1: al 90mo, eravamo in dirittura d'arrivo per vincere il campionato e forse questo è stato uno dei gol che ricordo per l'importanza dei tre punti e della corsa verso lo scudetto. Oppure quello rifilato alla Juventus, a Torino, di testa. Ecco, forse adesso che mi viene in mente, quello è stato il più importante. Perdevamo, c'era il Milan da superare in classifica, e non potevamo assolutamente perdere. E quella volta restammo ancora in testa grazie al gol di testa, il gol dell'1 a 1 definitivo”.

Lanciato da Helenio Herrera, accantonato da un altro Herrera, Heriberto, il “Sergente” paraguaiano, e alla fine rivalutato da Gianni Invernizzi, con il quale lei vinse il suo terzo scudetto interista nella stagione 1970-71.

“Credo che Heriberto Herrera volesse cambiare qualcosa, molto probabilmente non poteva attaccarsi a certi personaggi nerazzurri, più facile era attaccarsi a Bedin, oppure ad altri nomi meno sonanti. Ricordo, se non vado errato, che l'anno prima avevo fatto un buon campionato, 28-29 partite su 30, sicché non ero una riserva. Credo che in quel periodo avessimo perso i Mondiali di Messico 1970 (verissimo, mister!) o qualcosa del genere – non mi ricordo più – e stavamo scherzando, giocando con la Primavera, e mister Heriberto un po' se la prese con me, che ero uno facile allo scherzo, e, allora, ci mise fuori “rosa” Corso, Spartaco Landini, io e Jair. Poi, Corso venne integrato nel pomeriggio, Jair anche lui si sentì offeso. Io lo stesso e dissi: allora vado a casa, a questo punto. Anzi, adesso che ricordo bene, sì, andai a casa e mi sposai. Lasciai la società, e, successivamente, quando fu esonerato Heriberto, fui chiamato da Invernizzi. Da lì, abbiamo fatto quell'escalation, che poi ci portò a vincere il campionato e a disputare anche la finale di Coppa dei Campioni, mi sembra a Rotterdam, contro l'Ajax. Perdemmo 2-0”.

Lei, mister, potrebbe essere con ogni probabilità di parte quando le chiedo chi era il più forte di quei campioni, perché era molto amico di Mariolino Corso. Allora, il “campione dei campioni” nerazzurri, chi era?

“E' difficile in quell'Inter individuare il più forte. Credo che Luisito Suarez fosse stato il più forte centrocampista che io avessi mai visto in Italia, Corso forse era il migliore esterno che ho visto, Sandro (Mazzola) in Europa era tra i 4-5 più forti trequartisti, in difesa non c'era nessuno più forte di Burgnich come marcatore, poi, trovami il fluidificante che ti faceva 10-12 gol a campionato come Facchetti, per dirle un po' di nomi, e per dirle che non era facile individuare l'uomo più forte. In ogni ruolo, quell'Inter era impareggiabile come giocatori in Europa e in quegli anni”.

Ricorda qualche scherzo fatto in ritiro o in allenamento a qualcuno di quegli assi nerazzurri? Mario Corso ci ha confidato che lei amava molto lo scherzo...

“Una volta avevamo preso Jair che scherzava raccontando di avere queste galline in Brasile, e comperai, per scherzo così, una gallina e gliela regalai. Lui la mise nel pullman, e – alé, fragorosa risata dell'artefice dello scherzo, Bedin, appunto – da allora ci siamo portati dietro, anche nelle trasferte, la gallina porta fortuna fino al termine del campionato. Un giorno ci dimenticammo la gallina al ristorante, siamo tornati indietro col pullman a prenderla perché era la nostra porta fortuna. E questo è un aneddoto che lei mi fa riscoprire a distanza di oltre quarant'anni. Divenne la nostra barzelletta”.

E dallo scherzo passiamo ad argomenti un po' più delicati, robusti: parliamo di Fede. Lei crede in Dio?

“E' una credenza che sto cercando di poter capirla. Leggo, frequento, chiedo, non sono un grande praticante, e, a volte, mi fermo su certe cose che non riesco a capire ed anche quando non riesco a farmi capire. Poi, si arriva al Mistero, e, allora, quando si arriva lì, la credenza diventa difficile. Però, sono un oratoriano, un salesiano, uno di quelli cresciuti nell'oratorio, con un'educazione oratoriana, che è molto difficile da quella che può essere la Fede. E, perché il prete ha una visione unica. Ho parlato anche con qualche teologo, ho parlato anche con delle persone anche preparate in questo campo, però, non è facile, non è facile dire... Spero, spero, ho una speranza”.

Tra cent'anni, come se l'immagina l'Aldilà?

“Mah, io spero allora di poter rimanere di qua. Di là ho poca fiducia”.

Se esistesse davvero un'Altra Vita, chi avrebbe piacere di rivedere?

“Ho anche mio padre di là, Antonio. Mio padre diciamo che aveva vissuto per l'Inter, viveva per l'Inter, è morto in un incidente stradale, io, a suo tempo, avevo preso un ristorante, e lui gestiva questo ristorante. Di ritorno al locale, è morto, aveva 49 anni, sicché dovevo sposarmi al lunedì e lui è morto il venerdì prima. Era un ristoratore”.

Ha ancora la mamma, mister?

“Sì, ce l'ho ancora, ha 92 anni, 93, e si chiama Nerina”.

La sua gioventù, prima dell'apoteosi all'Inter, com'è stata?

“E' stata faticosa fino a 14-15 anni perché vivevamo in diverse persone, e in quel periodo non c'era il benessere che ho conosciuto oggi grazie al calcio. Allora, lavoravano in pochi in famiglia ed eravamo in tanti e vivevamo in una baraccopoli. I primi 15 anni sono stati molto, molto difficili; difficili a livello economico, ma, c'era l'affetto famigliare, l'unione, consumavamo tutti assieme quel poco che c'era, vestivamo, ci cambiavamo, per dire, le scarpe, i vestiti. C'era questa affinità e questa famigliarità”.

In quanti eravate in famiglia?

“In quattro fratelli, madre, padre, nonno, bisnonna, due zie, uno zio: eravamo in diversi, sì, la classica famiglia patriarcale come dice lei, esattamente. Molto povera, ma, molto unita”.

Il dolore: quand'è che ha pianto di vera sofferenza l'ultima volta un grande della Grande Inter – passateci il gioco di parole! - come Gianfranco Bedin?

“Ho perso un amico che giocava a suo tempo nei ragazzi dell'Inter, ha giocato fino in Interregionale, ha formato la squadra di avvocati, visto che faceva l'avvocato, e disputava il campionato italiano riservato ai togati. Trascorrevamo parecchi giorni assieme, vedevamo tante partite assieme, era un affetto sincero, una vera amicizia, era una persona di cui mi potevo fidare. E' morto in campo, mentre stavamo giocando assieme per onorare la memoria assieme in un triangolare organizzato da avvocati. Faccio cinque minuti anch'io in memoria di mio padre – aveva appena detto – si è accasciato al suolo ed è morto. Aveva cinquant'anni”.

Come si chiamava?

“Gianni Pagani. E' stata veramente una cosa straziante!”

Cos'è che la riesce ancora a far sorridere e a far commuovere?

“Forse, ancora...Io lavoro per l'Inter e lo faccio con grande piacere e con tanto entusiasmo. Tutto questo mi dà gioia. Il rimpianto è di vivere in questo Paese, ma siccome è tutto il mondo che sta andando a catafascio, l'unico rammarico è il continuare a leggere, apprendere alla tivù o alla radio quotidianamente solo notizie tragiche e solo cattive. E' una cosa che ti rimane quotidianamente e sempre appiccata addosso”.

E cos'è che la riesce ancora a commuovere, un film, uno spettacolo della natura, cos'altro?

“Parlando di film, ultimamente sono andato a vedere di quelli piacevoli. Un libro, ad esempio: sto leggendo adesso un libro che mi piace, e, se non lo metto da parte, alla notte vado ancora avanti. E' di Idelfonso Falcones, “La mano di Fatima”: sono due religioni diverse, quella di Idelfonso Falcones e Fatima, nel periodo dell'Inquisizione. Questo è un libro che mi appassiona, passo delle ore assieme a questo libro”.

Lei ha figli, nipoti?

“Io ho due figli: uno, anzi, mi sta aspettando sotto casa perché devo farlo visitare dal dottor Volpi (medico sociale dell'Inter) che l'ha appena operato al ginocchio e poi è fuori al sole. E l'altro suona, fa il bassista, ed è a Bologna. Il primo che ho ricordato, Andrea, è ingegnere e lavora a Reggio Emilia. L'altro, il più grande, si chiama Matteo”.

In Gianfranco Bedin nella vita ha vinto finora più il cuore o la ragione?

“Mah, forse, credo il cuore”.

A uno che soffre di un grave malessere, di un grave disturbo – qual è la depressione o l'ansia, per esempio – cosa consiglierebbe un talent scout come lei?

“Sicuramente di trovare una persona che gli possa dare una mano, un professionista, un qualcuno che lo possa veramente aiutare. Perché oggi è difficile. Io sono passato in questo cammino dopo gli splendori del calcio, ho passato anch'io... Ed ho dovuto recarmi da dei professionisti per cercare di capire cosa stavo attraversando, cosa mi stava succedendo. E, penso che se qualcuno dovesse cadere, attraversare questo periodo, un buon professionista sia l'unica cosa, l'unico vero rimedio”.

E' vero che per conoscere le cose dobbiamo soffrire?

“Ma, credo di sì, credo di sì: credo che il dolore ogni tanto ti porta a fare conoscenza di talune esperienze. Il dolore a volte è una cosa che ti aiuta. Però, non sempre, eh. A volte anche il piacere di far conoscere tante cose, non soltanto il dolore”.

Chi era Gianfranco Bedin in campo?

“Diciamo che era un lottatore, uno che credeva nel dare il massimo per dare il risultato”.

Grazie, mister, e buon compleanno, visto che sabato 24 luglio compie gli anni!

“Grazie, molto gentile ed arrivederci”.

<>Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 21 luglio 2010>

Visualizzazioni:3609