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31/8/10
INCONTRI VIP'S: MONS. LUIGI NEGRI

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><>NEGRI... ED INTERISTI, MA NON PER CASO>>
La diocesi di San Marino-Montefeltro è sempre stata storicamente legata all'Arci Diocesi dell'Emilia e Romagna. Solo l'anno scorso, nel 2009, 7 Comuni limitrofi – cosiddetti “secessionisti” - hanno chiesto ed ottenuto di far parte della Val Marecchia e di far parte, quindi, non più della provincia di Rimini, ma, di Pesaro Urbino.

Monsignor Luigi Negri è nato a Milano il 26 novembre 1941. E' un gran studioso, filosofo, teologo, e, finora, tra saggi e libri, ha pubblicato una settantina di opere e tenuto centinaia di seminari, incontri e conferenze (sia in Italia che all'estero) sul tema riguardante la “Libertà di educazione”.

E' stato allievo, al liceo classico milanese “G. Berchet”, di don Luigi Giussani, suo insegnante di religione.
Da anni si dedica allo studio e alla diffusione della Dottrina Sociale della Chiesa. Ordinato presbitero il 28 giugno 1972, 5 anni prima (1967) il card. Giovanni Colombo – arcivescovo di Milano – lo ordina sacerdote.
Il 17 marzo 2005 viene eletto alla Sede Vescovile di San Marino e Montefeltro, diocesi che misura 800 kmq (739,43 nella regione Marche e 60,57 nella Repubblica di San Marino), che appartiene a due Stati e che conta circa 65.000 abitanti.

I Comuni in provincia di Pesaro Urbino (Sassocorvaro solo in parte) sono 13; 7 quelli in provincia di Rimini.
Le parrocchie 81, di cui 38 nella regione Marche, 31 in Emilia-Romagna e 12 nella Repubblica di San Marino.

Monsignor Negri: ha mai giocato a calcio, nemmeno da ragazzino?

“In oratorio, senz'altro. Era un elemento fondamentale della convivenza, della compagnia, e anche dell'educazione dell'oratorio. Non eccellevo, come assolutamente è evidente, però, mi divertivo. Poi, ho giocato qualche volta in seminario, dove sembrava che chi non giocasse a pallone non avesse un requisito fondamentale per l'educazione, ma, ahimè, io ero entrato in seminario oltre i 27 anni, avendo prima conseguito la laurea in Filosofia e insegnato nei Licei e all'Università. Lo facevo per aderire a una condizione di vita del seminario, che non per una reale soddisfazione, passione”.

In che ruolo giocava, Eccellenza?

“Ah, non me lo ricordo”.

Giocava più attaccante o difensore?

“Io sono, come ognuno vede, anche nel modo in cui faccio il vescovo, un attaccante. Non credo di dare la sensazione di giocare in difesa”.

Quando lei era ragazzo, eravamo all'inizio degli anni 70; gli anni di Gianni Rivera e di Sandro Mazzola...

“Siamo negli anni dal 1967 al 1972”.

Certo, ma, tifava, da buon milanese, per Rivera o per Mazzola?

“Non mi sono mai interessato di calcio. Come di nessun altro sport. Quindi, i nomi filtravano solo attraverso i giornali, ed io non li consultavo”.

Ma, almeno, Eccellenza, non aveva una preferenza per qualcuno dei due club meneghini?

“Una vaghissima preferenza per l'Inter”.

E, magari, per Facchetti?

“Facchetti? Non so neanche chi è”.
E giù un bel sorriso sincero.

Non ci crediamo!

“E, poi, la preferenza per l'Inter l'avevo fin dall'infanzia e successivamente mi è stata confermata da don Giussani, che era invece un interista accanito”.

Lei, monsignore, finora ha scritto una settantina tra saggi e libri: cosa le trasmette il dolore altrui?

“Il dolore fisico, come quello morale, come ho detto molte volte nei miei interventi – l'ultimo al pellegrinaggio che facciamo ogni anno a Loreto insieme ai malati dell'Ustal e dell'Unitalsi. Il dolore è un mistero, è il mistero – umanamente parlando – della non potenza dell'uomo. L'uomo non è potente, non è così potente da mantenersi in salute, da mantenersi vivo dal punto di vista dei rapporti; giusto dal punto di vista della concezione di sé, della concezione dell'altro. Soffre per il dolore che altri gli pongono: poi, impone lui il dolore ad altri. Quindi, è un disordine, il dolore è segno di un disordine, e, umanamente parlando, contiene però anche il grande insegnamento che la vita appartiene al Mistero di Dio ed è guidata dal Mistero di Dio. E, quindi, ogni forma di disordine voluta, decisa con la propria libertà, o anche soltanto che ci viene imposta dalle circostanze, esige che l'uomo faccia un salto, e riconosca la sua naturale insufficienza e in qualche modo riconosca che nel dolore, nella sofferenza c'è una chiamata a ritrovare quella compagnia, quel mistero a cui la coscienza dell'uomo è arrivata spesso, anche sul filo della pura ricerca razionale. E' il desiderio di rifugiarsi sotto le grandi ali del perdono di Dio, per dirla con un autore che certamente è molto lontano dal cattolicesimo, come fu Ugo Foscolo. Ma, poi, è mistero anche in un altro senso: più profondo, più radicale. E' che Dio in Gesù Cristo ha assunto il male, la sofferenza, ha assunto il dolore dell'uomo. Diceva Paul Claudel - in un formidabile saggetto sul dolore, pubblicato tanti anni fa in un prezioso volumetto “Lettere sul dolore” - che il Signore Gesù Cristo non ha discettato del dolore, non ha tentato di risolverlo teoricamente: se l'è assunto in prima persona, è salito sulla Croce. Quindi, c'è in ogni esperienza di sofferenza – soprattutto nella sofferenza di coloro che vivono la loro appartenenza alla Chiesa una singolare chiamata ad imitare il destino di Cristo che soffre e poi risorge. Spesso ho detto ai malati in questi anni che loro sono nella Chiesa diocesana un segno singolare del Mistero di Cristo che soffre e muore per risorgere. Tentare di ridurre il male e la sofferenza, come si tenta da parte di quello che è uno delle più difficili, vaste tentazioni del pensiero moderno, il Riduzionismo. Ridurre il male semplicemente a un disordine di carattere fisico o psichico, o fisiologico, eccetera. Renderlo semplicemente un'anomalia, che alla fine la scienza e la tecnica finiranno per risolvere. E', come è evidente, ogni momento una soluzione che non risolve nulla”.

Dopo il dolore, quello che non ci lascia scampo, e con il quale prima o poi noi dovremo un giorno fare i conti, c'è la morte, e, per noi cristiani credenti, ci sarà un giorno la Risurrezione. Come se l'immagina l'Aldilà, lei, monsignor Negri, il Paradiso?

“Non l'immagino, come tante volte ci ha consigliato soprattutto San Paolo, non è immaginazione, ma una grande certezza. Una certezza che ho visto diffondersi sul volto di tanti che erano vicini al passaggio. E che io ho accompagnato, cominciando da mio nipote Marcello, che è morto nel fiore (quasi 35 anni) della vita a causa di una leucemia terribile. Come a tanti malati che ho visto, amministrando loro l'Unzione degli infermi, in queste visite pastorali, è una compagnia definitiva con Cristo. Questa è la suprema felicità, quella verso la quale siamo andati nella buona e nella cattiva sorte, nella salute, nella malattia, nella gioia. Un giorno saremo con Lui per sempre, e, come dice Paolo, “vedremo così come Egli è”. Poi, tutto il resto come immaginare una trasformazione totale del cosmo, nella Comunione con Cristo, come immaginare una pienezza della vita personale, che si realizza pienamente, senza dimenticare neanche un punto della Sua vita terrena. Sarà la riconquista, il riaprirsi definitivo della nostra vita, nella esaltazione anche della nostra vita storica. Non sarà l'Eternità beata semplicemente l'immortalità dell'anima, che già il pensiero greco aveva individuato come un punto fondamentale del cammino dell'uomo verso Dio. Sarà un'altra cosa, che solo Gesù Cristo ha rivelato la risurrezione della carne. A me basta, per lo spazio della mia vita terrena, la certezza che sarò sempre con il mio Signore. Tutto il resto lo apprenderò con stupore, perché credo che il Paradiso ci stupirà infinitamente nella gioia. Come, purtroppo, se qualcuno ci finirà, l'inferno li stupirà nel dolore: quello che il Signore ha chiamato tante volte “il pianto e lo stridore di denti””.

Non le è mai capitato di rivivere un dolore antico, giovanile? Ha avuto un'infanzia serena?

“Sì, io rivivo quelli che sono stati i più grandi dolori della mia vita: la morte, come dicevo, di mio nipote Marcello, che ho accompagnato negli ultimi due anni in questo calvario fatto di depressioni, di desolazione, fatto di speranza. E, questo di mio nipote, è stato tra tutti i dolori che ho avuto o cui ho partecipato perché ho avuto una vita sociale piuttosto intensa anche numericamente molto articolata in migliaia e migliaia di incontri, ma è stato proprio il punto in cui ho dovuto abbandonarmi totalmente al Signore. Tante volte, parlando di questo dolore, mi riferisco a quel brano del Vangelo di San Giovanni, in cui si vede subito dopo che il centurione ha inferto il colpo di lancia al Signore, avviene nella struttura fisica del Signore uno squarcio. Uno squarcio della carne. Ma è questo squarcio che consente al centurione di dire: “Costui era veramente il figlio di Dio!”. Il dolore grande, che sembra insopportabile, e che per certi aspetti lo è, se guardi bene, alla fine, non ha il buio del nulla. Alla fine, anche se così lontano, così misterioso, che ti sembra legittimo dubitarne, ha il volto del Signore. L'altro grande dolore della mia vita è stata la morte di don Giussani. Tutto il resto è sotto questi due picchi di sofferenza”.

I suoi genitori, chi erano?

“Mio papà era un lavoratore del commercio, ha lavorato a lungo in un'azienda, era un uomo giusto. E' morto poi tragicamente lontano da casa, andando a visitare mia sorella. Quindi, l'ho visto partire su un treno e l'ho visto poi che me lo riportavano già nella bara. E, la mamma è morta dopo qualche mese di sofferenza, per delle patologie di carattere cardiaco. Mah, la nostra è stata una vita così dolcemente intensa, che mi sono trovato ad accompagnarli certo con grande sofferenza, ma anche nel momento del passaggio è prevalsa la certezza dolce che non finiva nulla”.

Che cos'è, Eccellenza, che le dà più fastidio e cos'è invece che la riesce ancora a commuovere in questo mondo in forte subbuglio dei grandi valori?

“La cosa che mi fa più dolore è questo dilagare della violenza, che è diventata una modalità di rapporto personale che è cominciata dalla famiglia, finendo nei rapporti mondiali. Questa violenza che ha un'assoluta incapacità di senso, una bruttezza. Il papa ha delle pagine, delle espressioni significative: “la vita della società di oggi è una vita brutta”. La vita è brutta perché non è illuminata dalla Fede in Cristo, perché avendo fatto apostasia da Cristo, alla fine, l'uomo fa apostasia (rimane staccato, cioè) da se stesso. Ma, quello che considero uno sgomento, quello che più mi ha colpito in quest'ultimo anno è la facilità con cui la gente si suicida di fronte alle difficoltà della vita, che le generazioni precedenti hanno sopportato con ben altra forza. Difficoltà anche maggiori. Ma, questa facilità al suicidio è, in fondo, un aspetto dell'indignosità della vita: ci si ammazza per ragioni che sono inconsistenti, ma perché si è vissuto in maniera inadeguata. Però, credo che i cristiani, gli umili di Fede, in particolare a chi ha la responsabilità di guidare il popolo cristiano in questo momento, non può essere semplicemente lo sgomento. E, lo sgomento può essere anche un lusso. Ed è un lusso che non possiamo permetterci. E noi dobbiamo vivere il dolore del mondo come un invito straordinario a rinnovare la nostra missione, che è la missione di annunciare Cristo, come diceva Giovanni Paolo II, “Cristo redentore del mondo, centro del cosmo e della storia””.

Che cos'è che la commuove di più?

“La Fede dei poveri, degli umili, quest'enorme flusso di Fede della gente che non sapeva leggere e scrivere, di queste popolazioni, ma che ha vissuto la vita affidata realmente a Cristo, soprattutto nella mediazione tenerissima di Maria Vergine, che qui è venerata in tutti gli angoli delle strade attraverso queste bellissime cellette, che hanno la funzione di ricordare nel fermento della vita quotidiana, nei viaggi, che la nostra vita si svolge dentro la grande tenerezza della Madonna verso il Signore, quindi verso la Chiesa e quindi verso ciascuno di noi. La roccia di Fede, la roccia su cui intere generazioni hanno costruito la loro vita, molte volte una vita dura, misera dal punto di vista economico, priva del riconoscimento dei diritti elementari. Questa grande esperienza di Fede è la cosa che mi commuove di più. L'unico punto di tristezza che rischia di diventare ira è quando vedo che coloro che devono guidare questa grande Fede e dare a questa Fede il senso attuale, il significato attuale, la capacità di esperienza attuale – intendo il clero – ebbene, la gran parte non vive questa responsabilità e si disperde in preoccupazioni che, essendo particolari, finiscono per non aiutare il popolo a maturare”.

Di cosa, Eccellenza, non bisogna mai dimenticarci nella vita di tutti i giorni?

“Di Cristo e di noi: di Cristo che ci salva e di noi che abbiamo bisogno di essere salvati”.

Il peccato più grande che un uomo possa commettere nella sua vita?Il suo orgoglio e/o ammettere che non esiste Dio?

“E' quello che ha detto Pio XII in una delle sue ultime uscite: “Il peccato di questo mondo è perdere il senso del peccato”. Cioè, non avere la consapevolezza che la nostra vita si svolge dentro un grande rapporto: quello con Dio. E noi invece pensiamo ed agiamo come se la vita dipendesse esclusivamente da noi. Quindi, come se non ci fosse nessuna legge, nessuna regola. L'unica regola, essendo quel che l'uomo pensa sia giusto fare, ma adesso non è neanche più pensare quello che è giusto fare, ma, fare quello che ci si sente, che si desidera, che si vuole”.

Il suo motto episcopale è “Tu fortitudo mea”...

“Lo stemma è quello del cardinale Alojzije Stepinac, morto martire. L'alfa e l'omega, che circondano la Croce, e definiscono Cristo come l'inizio e la fine di tutto. “Tu fortitudo mea” era il motto del grande cardinale di Milano, Andrea Carlo Ferrari (1850-1921), del beato cardinale Ferrari. Io l'ho scelto perché – come l'ho detto tante volte - Tu vuole dire certamente Cristo, Tu vuol dire Maria, Tu vuol dire la Chiesa, Tu vuol dire ogni uomo che io incontro. La forza della mia vita è Cristo, che mi fa aprire alla realtà, che mi fa godere della realtà, ma mi fa diventare forte nel rapporto con la realtà”.

E' vero, come sosteneva Feder Dostoevskij, che il dolore è uguale per tutti e che le felicità sono diverse?

“Penso che sia il dolore come la gioia sono diversi a seconda della sensibilità della personalità e dell'educazione dei soggetti umani. L'unico problema è che la gente sia educata a vivere bene il dolore e la gioia”.

Grazie, monsignore.

“Prego”.
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Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 30 agosto 2010>

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