Home Archivio Storico Archivio Interviste VIP Archivio: INTERVISTE VIP

Archivio: INTERVISTE VIP

5/9/10
INCONTRI RAVVICNATI: MONS. CLAUDIO GIULIODORI

<

><>“IO, BOMBER DI GESU'”>>
Due particolari ci hanno spinto a scendere fino a Macerata per conoscere monsignor Claudio Giuliodori: il fatto che è uno dei vescovi più giovani (è stato consacrato nel 2007 ad ancora 49 anni), e che è stato davvero una grande promessa del calcio professionistico (era punta dell'Osimana, e in C2 il club marchigiano era allenato da Gegè Di Giacomo, il giocatore di Porto Recanati che, da buon ex, con la casacca del Mantova strappò lo scudetto che pareva già conquistato dal petto della grande Inter del “mago” Herrera, sorprendendo allo stadio “Danilo Martelli” il portiere nerazzurro Giuliano Sarti. Ed è stato lo stesso Gegè Di Giacomo il primo suo estimatore, colui che immaginava per il giovane attaccante Claudio Giuliodori un futuro certo nei professionisti.

Marchigiano di Osimo (An), dove è nato il 7 gennaio 1959, Giuliodori entra in seminario non ancora 18enne, e viene ordinato vescovo – come già sopra ricordato – il 31 marzo 2007, quindi, a 49 anni appena compiuti.
E' eletto alla sede vescovile di Macerata-Tolentino-Recanati-Cingoli-Treia il 22 febbraio 2007.

Oggi è presidente della Commissione Episcopale per la Cultura e le Comunicazioni Sociali, ed è Consultore del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali. La diocesi che monsignor Giuliodori “governa” conta complessivamente 140.000 abitanti. Il teritorio comprende 67 parrocchie.
A Cingoli, in provincia di Macerata, è nato Francesco Saverio Castiglioni, ovvero Papa Pio VIII, che ha regnato dal 5 aprile 1829 al 30 novembre 1830 lo Stato Pontificio.

Monsignor Giuliodori non ha ancora appeso del tutto gli scarpini al fatidico chiodo: infatti, appena può, indossa i calzoncini e disputa la sua bella partita, incutendo ancora paura – come vedremo più avanti sarà lo stesso giovane prelato a confessarcelo – alle difese avversarie.

Monsignor Claudio, lei col calcio non ha ancora chiuso, eh. Il suo omologo, Sua Eccellenza monsignor Edoardo Menichelli, sostiene di aver giocato in coppia con lei in un'amichevole disputata contro la Nazionale cantanti, guidata da Gianni Morandi. Ma, ci può spiegare come è nata questa sua grande passione per il calcio?

“Nella mia storia, l'attività sportiva ha avuto un ruolo importante. Ha segnato anche il cammino vocazionale: quand'ero giovane, pur essendo già in seminario, ho avuto la possibilità – anche sollecitato dai superiori – di fare attività sportiva con discreti risultati. A 17 anni mi sono ritrovato a giocare in Prima squadra della mia città, e in quel tempo la mia squadra era sulla cresta dell'onda: parlo dell'Osimana, che militava in serie C2. Negli anni gloriosi 1976-77 ho avuto questa possibilità. Poi, ovviamente, si è capito che non era molto compatibile, conciliabile con il cammino vocazionale, perché c'erano trasferte lunghe, e, quindi, lì è maturata una scelta per me molto impegnativa. Quello è stato il momento in cui mi sono reso conto che il Signore mi chiamava a seguirlo ed anche a lasciare, seppur con grande dispiacere, l'attività calcistica in termini professionali ed agonistici. E, non ho mai smesso di giocare a pallone sia negli anni da sacerdote, quando ne ho avuto l'opportunità, ed anche oggi, compatibilmente con gli impegni miei e con le condizioni fisiche – perché poi gli anni passano - non disdegno di giocare a pallone. Grande è stata la sorpresa, quando hanno visto che a Macerata arrivava un vescovo che addirittura calcava i campi di calcio. Abbiamo una bella squadra anche di sacerdoti e quindi ci dilettiamo, quando è possibile, in tornei amatoriali e, soprattutto, di beneficenza, perché anche questa è un'occasione di amicizia, di incontro, un'occasione anche per promuovere delle iniziative solidaristiche. Poi, l'evento clou è stata questa partita in preaparazione all'incontro con il Papa, nel 2007, quando incontrammo la Nazionale Cantanti, di fronte a 9000 giocatori, allo stadio de “Il Conero”, ed io ero vescovo da un mese, da pochissimo. Fece impressione questa cosa dei tre vescovi schierati in campo, e lì dopo venti minuti avevo segnato due gol e colpito una traversa”.

Quali vescovi eravate?

“Io, monsignor Menichelli e monsignor Vecerrica, di Fabriano. Menichelli giocava in attacco, ma, poi ha giocato 3-4 minuti perché s'è fatto male, quindi è uscito; monsignor Vecerrica è entrato alla fine, ha giocato alla fine, ma non ha toccato palla”.

E, lei, monsignor Claudio?

“Il sottoscritto invece ha giocato quasi tutta la partita, ma, dopo venti minuti avevo fatto due gol e colpito una traversa: per cui Gianni Morandi va dall'allenatore e dice: “Ma, siete scorretti, chi avete messo in campo?”. “Guarda” gli risponde il nostro mister “che quello è il vescovo di Macerata!” Morandi viene da me e dice: “Uè, vescovo, non ci umiliare così”. E, giù un gran bel sorriso di Sua Eccellenza. Che aggiunge: “E, quindi, è stato un momento simpatico. I marchigiani mi conoscono come calciatore, ma, per gli altri ero un'assoluta novità. Sono sempre stato una punta in campo”.

E, nella vita, finora, in che ruolo sta giocando? Aveva un idolo, tifava, tifa per qualche squadra?

“Non avevo particolari riferimenti allora, anche perché poi ognuno ha un suo stile”.

Juve, Milan o Inter?

“Ero un umile tifoso del Torino, perché c'erano in quella squadra che vinse lo scudetto in contemporanea con la mia militanza in C2 con l'Osimana dei giocatori che mi piacevano”.

A chi dei granata di allora, guidati da Gigi Radice e pilotati da Orfeo Pianelli, credeva di assomigliare? A Pulici o a Graziani?

“Mah, a nessuno dei due, anche perché il mio modulo di gioco era molto diverso. Essendo ambidestro, avevo un gioco abbastanza a reticolato, partecipavo alla manovra dei compagni. Più a Graziani che a Pulici. Però, io non sono da sfondamento, Pulici era un sinistro, quindi, aveva solo un modulo di gioco, mentre io giocavo indifferentemente al centro, a destra, a sinistra, in attacco, ed anche mezza punta. Per cui, prediligevo un gioco molto di squadra”.

Il dolore degli altri cosa le trasmette?

“Ma, non so perché ha toccato questo tema: chi mi conosce sa che nella scelta delicatissima ed anche sofferta, quella di lasciare il calcio, hanno avuto un ruolo fondamentale degli amici disabili. Accompagnavo, nelle esperienze di spiritualità, dei ragazzi disabili, facevamo dei campi scuola insieme, e certamente l'incontro con loro mi ha permesso di fare un discernimento su ciò che davvero conta nella vita, su ciò che è importante. Quindi, la sofferenza e la capacità di vivere con gioia nella sofferenza, come vedevo in questi miei amici disabili, mi ha fatto capire poi i successi di questo mondo che potevano essere legati allo sport, ai soldi, al successo non rappresentavano per me davvero un ideale di vita significativo. Era molto più significativa la solidarietà sperimentata con questi amici, scorgere in loro il gusto, la bellezza della vita, nonostante le condizioni fisiche di limite imposto dalla disabilità. E questo è stato molto importante per me, e l'esperienza sportiva – intesa come sacrificio fisico – è stata ed è una grande esperienza di vita. Io sono estremamente grato dell'esperienza della prova fisica, quindi, del mettersi in gioco sempre in gioco fino in fondo, della fatica che lo sport implica, ma, soprattutto, del gioco di squadra, dello spogliatoio. Nell'anno in cui ho lasciato, mio allenatore era Gegè Di Giacomo, al quale sono grato ancora oggi – quando abbiamo ancora occasione di incontrarci: lui è di Porto Recanati, quindi, ci vediamo abbastanza spesso -. E mi ricordo le sue parole, quando, a fronte di dirigenti e di altri che mi dicevano “Ma, tu sei pazzo a lasciare il calcio: guarda che hai un futuro davanti, 17 anni in C2”. C'erano anche interessi di grandi club, e lui – Gegè Di Giacomo – mi dice: “No, guarda che le scelte della vita sono le più importanti, lo sport è una stagione della vita, ma, non ti illudere; scegli quello che senti come davvero la cosa più importante della tua vita”. E furono parole sagge, parole che mi hanno anche confortato anche nella scelta che facevo, mi hanno dato serenità anche in questo cammino”.

Marchigiano, di Porto Recanati, anche Massimo Palanca, classe 1953, la forte ala sinistra del Catanzaro, che segnava sempre dalla bandierina, sfruttando in Calabria anche il vento favorevole. Bene, tornando ad uno dei temi del nostro libro, cosa si immagina di vedere un bel giorno l'Aldilà?

“Io lo immagino non in termini fisici, perché noi abbiamo delle categorie, purtroppo, delimitate dalla nostra condizione creaturale. Quindi, noi possiamo percepire e intuire la bellezza della comunione con Dio, perché è l'essenza della vita nell'Aldilà, che poi non è un'Aldilà di rottura assoluta col presente. Diciamo che l'Eterno è nel tempo, e, quindi, anche l'infinito di Dio è già nel frammento del nostro esistere".

Cosa sperimentiamo noi dell'Eterno di Dio, dell'Aldilà?

"Speriamo la bellezza delle relazioni umane, genitoriali, filiali, quelle coniugali, quelle amicali, quelle di quella Comunione che va oltre la carne, che è la Comunione dello Spirito. Quindi, sentiamo proprio che nel nostro corpo abita lo Spirito e lo Spirito ci apre all'Eternità di Dio. E' un'esistenza, dunque, che non si consuma solo in un arco cronologico, di nascere e di morire, ma ci spalanca a un'esperienza di Dio che inizia gà ora e che si compirà quando potremo contemplare il Suo volto, lo vedremo faccia a faccia, quando potremo risiedere stabilmente nel grembo del Padre. Come Gesù è andato a prepararci un posto”.

Che cos'è che le dà più fastidio di questo mondo e che cos'è che la commuove?

“Lei dice del mondo sportivo o in generale?”

In generale; poi, se vuole aggiungere una sua riflessione sul mondo calcistico, veda lei.

“In generale, mi sembra che il nostro mondo...ma qui bisogna distinguere, cioé il mondo vive dinamiche molto diverse, anche se siamo globalizzati, però, certamente l'Occidente soffre sempre di più uno svuotamento, un inaridimento della dimensione spirituale. Mentre percepiamo in Oriente, in India, ma io ho avuto modo – perché noi celebriamo il 4° centenario di pare Matteo Ricci, grande gesuita, missionario in Cina e siamo stati due volte ultimamente – di toccare con mano anche in quel grande popolo che sembra in questo momento solo mosso dal grande sviluppo, interesse economico, in realtà c'è una grande sensibilità e ricerca spirituale. E, quindi, vediamo un Oriente che è attratto, abbagliato anche dal modello occidentale, ma nello stesso tempo da una ricerca forte anche dal punto di vista valorialre. Vediamo un'Africa, un'America latina che invece ancora arrancano alla ricerca di una posizione più dignitosa anche nel quadro generale. I problemi più grandi che vedo sono quelli di una criticità nella dimensione antropoligica, nella visione dell'uomo nel riconoscere il primato della dimensione spirituale. In ogni continente questo problema si presenta con volti e forme diverse, ma, la sostanza è la stessa, e c'è un compito epocale nel richiamare costantemente ciò che è essenziale e ciò che è importante e vero per la vita dell'uomo”.

E in ambito sportivo, cos'è che non le piace?

“In ambito sportivo, bé, ciò che preoccupa di più è chiaramente lo scivolamento continuo, sembrerebbe quasi inarrestabile, sul versamente di un agonismo molto condizionato dagli aspetti economici e commerciali. Certamente, lo sport è anche impresa, è anche organizzazione, ha dei costi e quindi è giusto che ci sia una collaborazione anche con il grande circuito mediatico. Ma, passare da una collaborazione a diventare semplicemente specchietti per le allodole per altri interessi di tipo prettamente commerciali, finisce per svilire il senso, il valore dello sport. Per altro verso, vediamo una ricerca di manifestazioni sportive più legate al l'ordinarietà della vita. Nel nostro territorio vedo rinascere gli oratori, per esempio, che è un segnale molto importante, perché sono spazi in cui c'è sport, ma c'è soprattutto il condividere, lo stare insieme, il godere della bellezza di uno sport come amicizia, fraternità. Credo che qui vada ritrovato un equilibrio, per non snaturare il significato, il valore, la bellezza dello sport”.

E cosa la commuove di più in generale?

“Mah, mi commuove vedere l'opera di Dio che si manifesta continuamente nella vita delle persone. Gli occhi della Fede ci permettono di completare l'opera di Dio, l'opera nei giovani che si aprono all'ascolto di Dio, e, quindi, alla ricerca della loro vocazione, le coppie che generosamente si donano le une alle altre, nella generazione anche l'accoglienza dei figli, nella capacità di essere solidali spesso al di là delle stesse forze umane. Ci sono, pertanto, dei segni belli nella vita delle persone, nella vita della comunità cristiana, perché vedo anche l'intensità della vita di preghiera, di sacrificio, vedo un'azione di tanti sacerdoti – abbiamo chiuso da poco l'anno sacerdotale – e vedo davvero che Dio continua ad operare in modo meraviglioso. Cose spesso che l'uomo contemporaneo non vede, ma, che invece con gli occhi della Fede possiamo contemplare. E , di questo ringrazio il Signore”.

Conserva un dolore antico, giovanile? La sua infanzia è stata serena?

“Io devo dire che ho avuto la grazia, la fortuna di vivere serenamente sia in famiglia sia gli anni del seminario: per me, le famiglie sono due, sono quella naturale e quella del seminario. Sono entrato in seminario a 11 anni, quindi, gran parte della mia vita l'ho vissuta nella comunità del seminario. Quindi, diciamo che dolori particolari non li ho vissuti, laceranti od altro. Certamente, nil venir meno della mamma Gabriella (che come mio padre veniva dalla campagna, con una bell'azienda) nell'anno dell'ordinazione sacerdotale – ma, avevo già 25 anni -. Mia madre ha fatto con me un cammino di riflesione spirituale, di crescita vocazionale. Allo scetticismo dei primi anni – no, perché questo ragazzino, o adolescente, che va in seminario per un genitore forse è sempre un qualcosa un po' di strano – poi, lei si è appassionata a questo cammino. Ricordo mesi e mesi che ha voluto lei ricamare la casula dell'ordinazione e il Signore l'ha richiamata a sé dopo sei mesi dell'ordinazione. Sono stato ordinato ad aprile e lei a novembre ci ha lasciato per un incidente banalissimo: soffriva di diabete ed è caduta da un albero mentre raccoglieva l'uliva con mio padre. Quindi, una cosa assolutamente banale, però, certo che anche questo nei disegni di Dio ha un grande valore. Penso che il Signore ci dà le persone che ci accompagnano nel cammino terreno, ma spesso ancor più ci dà persone che, più vicine a Lui in cielo, sono in grado forse di aiutarci, e io l'ho sentito tantissimo in questi anni l'accompagnamento di mia madre, non più percepibile fisicamente ma non meno presente a livello spirituale. Credo, forse, che questa presenza, per molti versi, è più forte, più significativa anche di quella semplicemente affettiva o umana”.

E' stato in quest'occasione, la scomparsa di mamma Gabriella, in cui lei, monsignore, ha pianto l'ultima volta?

“Ma, non è stato solo pianto perché grazie alla Fede ho affrontato il dolore con molta serenità, con delle lacrime ed anche con una grande pace interiore proprio per questa visione che va oltre la vita terrena. E, questo è molto molto importante, cambia radicalmente le cose. Ma, io ricordo che il pianto più amaro l'ho fatto certamente quando ho scelto di lasciare il calcio, e non è stata una scelta facile. Questa scelta l'ho fatta però con le lacrime. Non ho sofferto per aver lasciato una ragazza, o per non aver dato seguito a vicende affettive, ho pianto perchè chiaramente, scegliendo una strada totalmente diversa da quella che normalmente i ragazzi della mia età avrebbero avuto delle opportunità straordinarie, sportive, economiche”.

Aveva sostenuto, allora, dei provini importanti?

“Sì, avevo provato per l'Ascoli e per la Berretti di altre squadre di serie A, e c'erano delle prospettive molto molto concrete. E' stata una scelta con lacrime feconde, lacrime preziose, perché questo – come accade sempre quando una scelta è fatta non per abitudine, non per trascinamento da altri o da idee - ma era frutto di una maturazione profonda, pagata sulla propria pelle, questo poi permette a tutta l'esistenza di essere fecondi, perché penso che sono ferite in qualche modo che il Signore ci permette nella nostra vita, o meglio, ricorrendo a termini evangelici, potature che il Signore fa. Sono potature perché producono il frutto. Il Signore lo dice che il dolore rimane radicato in Lui come i tralci alla vite che portano il suo frutto. E il Signore coloro che ama li pota anche. Io sento che il Signore mi ha potato. Però, mi ha dato poi una ricchezza interiore, una disponibilità. Davvero mi ha dato il certo, in senso assoluto, nelle relazioni, in gioie, in affetti, anche in soddisfazioni proprio della vita”.

In lei, monsignor Claudio, ha prevalso finora il cuore o la ragione?

“Diciamo che, da buon capricorno, il mio carattere è un carattere abbastanza forte, rigido, quindi, apparentemente è la ragione che ha il sopravvento perché la tendenza a razionalizzare, a controllare, a dominare le varie situazioni c'è sempre, è ben presente, lo sento in me. Dall'altra parte, però, sotto la scorza c'è un grande cuore: del resto, io sono molto pascaliano in questo senso, perché non si può vivere un'esperienza di Fede se non attraverso il cuore. Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non comprende. Il senso del vivere io lo sento profondamente; poi, anche gli studi, i lunghi anni di studi di Antropologia filosofica, teologica mi hanno portato a capire quanto sia intimamente unito, inscindibile il rapporto tra la mente e il cuore, e come il tutto possa trovare armonia solo attraverso la dimensione spirituale. E' lo spirito che illumina la mente, lo spirito che dà senso e valore ai sentimenti del cuore. Quindi, nella Fede tutto questo si armonizza, come, del resto, ci ha detto molto bene Giovanni Paolo II nella “Fides et ratio”: c'è questa unitarietà”.

Il suo motto episcopale?

“”Gratia et veritas”, che esprime un sentimento profondo, innanzitutto di legame a Gesù. E' l'espressione che troviamo nel Capitolo I del Vangelo di Giovanni, in cui Gesù viene descritto come colui che operava in grazia e verità. E la grazia esprime il senso che tutto è dono: noi dobbiamo essere infinitamente grati al Signore perché tutto ci viene dal Signore, ci è offerto gratuitamente. E, questo deve guidare credo ogni credente, ma, in modo particolare, l'opera di un pastore, perché deve essere capace di riconoscere e servire il dono della grazia, dicevamo del Signore. Ecco, la grazia non è un sentimento vago,
è il riconoscimento di un'opera di Dio e del Suo Amore, di un amore esigente, impegnativo, un amore che ci conduce a comprendere il mistero di Dio, e, quindi, la Verità, la ricerca continua della Verità. Quindi, “Grazia e verità” è un motto che mi configura, mi rappresenta nell'esprimere la mia sensibilità umana, spirituale, ma, soprattutto, configura il ministero episcopale”.

Lei è uno tra i vescovi più giovani d'Italia. Potrebbe, quindi, diventare con ogni probabilità anche cardinale...

“Il più giovane ora come ora è il vescovo ausiliare di Palermo. Poi, c'è Parmigiani, il vescovo di Tivoli, poi, ce n'è un altro vescovo, di cui adesso non ricordo il nome”.

Di cosa non dobbiamo mai dimenticarsi, monsignor Claudio?

“Non dobbiamo dimenticarci che la nostra vita è nelle mani di Dio, e, ogni volta che presumiamo di poter possedere, determinare, definire in termini assoluti, ci appropriamo di ciò che non ci appartiene. E, quindi, bisogna avere la sana consapevolezza che ogni attimo che ci è dato di vivere in questa terra è un dono di grazia, e che abbiamo solo il compito di valorizzare, e il far sì che sia un riflesso dell'Amore di Dio è già una grande libertà, una grande serenità. Ogni volta che dimentichiamo questo, veniamo risucchiati tremendamente dai nostri bisogni, dagli attaccamenti, dalle dinamiche di questo mondo che poi ci divorano. Quindi, la libertà interiore è poi la cosa più preziosa”.

Non avesse fatto il sacerdote, cosa le sarebbe piaciuto fare?

“Non ho idea. In quel momento meno laico, il calciatore sarebbe stata l'alternativa più concreta, più immediata. Certamente, in qualche modo l'allenatore lo faccio anche adesso, perché a suo modo il pastore è un allenatore. La diocesi è una bella squadra, con difensori, attaccanti, mediani, con gente che ha voglia di fare, e, quindi, bisogna davvero organizzare un gioco di squadra e in qualche modo continuo anche in questa veste”.

Ora, monsignor Claudio, ci sveli la sua “fede” calcistica.

“L'ho detto prima, la mia simpatia era verso il Torino perché alle Elementari eravamo in 5-6 ragazzi e formavamo un piccolo club che tifava Torino. Poi, sono quelle cose che rimangono. Molti mi chiedono a che squadra tifo, ed io rispondo che sono un amante del gioco, non sono un tifoso”.

Simpatia particolare per Baggio, Del Piero?

“Mi piace giocare, mi piace giocare anche in porta ed anche guardare. Vedo a malapena la Nazionale nei grandi eventi, ma non mi è mai capitato di passare una domenica a vedere una partita alla televisione. Almeno a me”.

Grazie, futura Eminenza, futuro cardinal Claudio Giuliodori...

“Nella mia vita nessun tipo di ambizione mi ha guidato. E, quindi, se è questa la natura della domanda è talmente fuori luogo. In tutto quello che il Signore mi ha dato da vivere c'è solo una cosa: il giorno in cui ho toccato gli scarpini al chiodo ho detto: “Signore, la mia vita è nelle Tue mani, non ho altro da perseguire. Il Signore sa che può usarmi come vuole, io sono sempre pronto. Un domani se il Santo Padre mi dice “vai in Africa o vai in Asia od altrove”, io non ho nessun problema. Quindi, vivo nell'assoluta libertà e disponibilità nelle mani del Signore. Faremo quello che il Signore, attraverso chi ne ha l'autorità, deciderà”.

Molte grazie, Sua Eccellenza.

“Prego”.

<>Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 6 settembre 2010>

Visualizzazioni:2328