Home Archivio Storico Archivio Interviste VIP Archivio: INTERVISTE VIP

Archivio: INTERVISTE VIP

14/9/10
INCONTRI RAVVICINATI: PIERLUIGI CASTAGNETTI

<

><>CASTAGNETTI, UNA GIOVENTU' DA MEDIANO>>
Il tema del dolore è particolarmente caro all'on. Pierluigi Castagnetti (Reggio nell'Emilia, 9 giugno 1945): tre anni fa, il deputato del Pd ha perduto la sua amata moglie Annamaria, apprezzata psichiatra, brillante psicana
    a.

    Laureato in Scienze Politiche, Castagnetti collabora giovanissimo, alla fine degli anni Sessanta, con grossi personaggi della sinistra Democristiana, quali don Giuseppe Dossetti, Benigno Zaccagnini e Mino Martinazzoli.

    Nel 1987 arriva l'elezione a deputato (finora 5 le nomine ottenute) nelle file della Democrazia Cristiana, e più tardi anche quella di europarlamentare. E' stato uno dei fondatori del nuovo Partito Popolare e nel 1999 gli riesce la dura scalata alla nomina di Segretario e leader del partito fondato dal siciliano don Luigi Sturzo. E' membro dello Juventus Club di Montecitorio.

    Onorevole Castagnetti, ha mai giocato a calcio?

    “E, certo, da ragazzino per forza. Ho giocato quand'ero ragazzino, però, a livello di squadre di parrocchia. Poi, sono stato dirigente e direttore del CSI di Reggio Emilia, della mia città. Il Comitato Provinciale di Reggio Emilia è uno dei più grandi d'Italia, sono stato allenatore, dirigente sportivo di atletica leggera: insomma, l'attività che normalmente si fa quando si è ragazzi, adolescenti, al di sotto dei vent'anni. Poi, non più fatto attività sportiva”.

    In che ruolo giocava?

    “A calcio giocavo in difesa”.

    Aveva qualche idolo allora?

    “Bé, essendo uno juventino non potevo che avere gli idoli di allora: per la verità, costoro non erano difensori, ma si trattava di Charles, Sivori, tra i maggiori calciatori del campionato italiano di quei tempi”.

    Il dolore degli altri che cosa le trasmette?

    “Mah, guardi il dolore degli altri...Io ho avuto un'esperienza familiare, ho vissuto la straordinaria avventura di accompagnare mia moglie nel suo cammino. Mia moglie Annamaria è morta tre anni fa, per una malattia grave, per un tumore e lei ha vissuto la sua malattia con una serenità e una padronanza della situazione davvero impressionanti. Una serenità, che ha acconsentito anche a noi familiari in qualche modo di entrare dentro il suo stato d'animo. Per me, è stata un'esperienza fortissima: come tutte le persone, ho dovuto accompagnare anche altri familiari, mia madre, ma, questa esperienza, quella di mia moglie è stata un'esperienza importante. Quindi, il dolore degli altri è un dolore, al quale io, per quanto mi è consentito, cerco sempre di partecipare. Ma, qualche volta accade che il dolore degli altri – come nel caso di cui le ho parlato – è un dolore dominato, un dolore controllato, è un dolore che perde anche il senso del dolore stesso. Mia moglie, che era una psicoterapeuta, un giorno disse al medico palliativista che l'accompagnava, “dottore, mi lasci andare!”. “Ma, noi – gli rispose il medico – non stiamo facendo niente, signora, per trattenerla. Come lei sa, è un decorso normale della malattia, stiamo solo cercando di accompagnare questo decorso”. Ed ancora, sempre lo specia
      a: “Come mai mi dice questa cosa?” Mia moglie: “Le dico questa cosa, dottore, perché siccome il mio destino è abbastanza vicino, è già segnato, io ho fretta, mi è venuta come fretta. Anche questa attesa è un'attesa che non ha più per me un interesse, perché deve sapere, dottore, che anche il dolore ha il suo interesse, nel senso che comunque è un'esperienza nuova, che ha in sé della novità. Ma, quando anche il dolore viene sedato, come nel caso mio, allora si perde anche il piacere di vivere anche l'esperienza della novità, di sensazioni che non conoscevi prima”. Allora, lei capisce, Nocini, che quando una persona ragiona in questi termini, finisce per coinvolgere in modo del tutto particolare anche chi le sta accanto”.

      Di cosa non dobbiamo dimenticarci nella vita di tutti i giorni, onorevole Castagnetti?

      “Io, da allora, dopo quest'esperienza di mia moglie, devo dire che prima non avevo mai pensato al tema della morte, pur sapendo che è un tema ineludibile, nel senso che è un tema dentro la vita. Ma, da allora, è diventato un tema a cui penso frequentemente e spero di poter conservare questa lezione che ho ricevuto da mia moglie, di poterlo vivere quando sarà il momento con la serenità con cui oggi penso alla morte. Nel senso che oggi davvero penso alla morte come un momento importante della vita”.

      Come se l'immagina l'Aldilà, dopo il famoso salto?

      “Guardi, l'Aldilà non riesco a immaginarlo come un ruolo fisico, e, quindi, mi mancano troppi elementi per potere avere un'immagine precisa. Sono un credente e so che la vita nell'Aldilà non ha contorni definiti e immaginabili con precisione. Le posso di nuovo raccontare l'esperienza che m'ha raccontato mia moglie. Un giorno il medico palliativista, appunto, le dice: “Signora ho saputo da suo marito che stanotte non è stata bene, ogni quarto d'ora chiedeva di suo marito, s'agitava nel letto, insomma, ha avuto degli incubi”. “No, non ho avuto nessun incubo – gli ha risposto mia moglie -”; ha cambiato discorso e dopo un po' il medico è tornato a interrogarla: “Per caso, stanotte, ha avuto cattivi pensieri?” “No, dottore, non ho avuto nessun pensiero particolarmente pesante”. Poi, hanno nuovamente cambiato discorso, quindi, al terzo tentativo, mia moglie l'ha bloccato, dicendo: “Senta, dottore, lei vuole sapere se io pensato alla morte, vero? Allora, le dico che io la morte la penso tutti i giorni e ho pensato anche all'Aldilà. Lei non deve ritenere che per tutte le persone l'Aldilà si possa configurare come un incubo: io non l'ho vissuto come un incubo. Ho visto l'Aldilà e ho visto un paesaggio che era assolutamente per me sereno, tranquillizzante, un paesaggio di pace. E, quindi, a me ha dato pace. E, allora, glielo dico anche con la mia esperienza di psichiatra, la morte non necessariamente deve pensata come un incubo”. Le devo dire che, quando ho accompagnato il medico alla porta, lo specia
        a mi ha detto: “Mah, tua moglie mi ha dato una grande lezione oggi; siccome io di mestiere assisto la gente morire, non mi era mai capitato di sentirmi vibrare così forte le corde del cuore!””

        Che cos'è che la commuove ancora oggi, e che cos'è che le dà più fastidio?

        “Mah, mi commuove la sofferenza dei bimbi, in particolare. La sofferenza della gente che vive in una condizione di povertà estrema. Mi capita di immedesimarmi psicologicamente in queste situazioni, anche perché io l'ho vissuta l'esperienza della miseria. Anche sul piano personale, quand'ero bambino ho vissuto in una condizione di grande difficoltà personale, e, quando vedo, soprattutto, dei bimbi che soffrono, diventa inevitabile condividere la loro sofferenza”.

        E cos'è che la irrita di più?
        “L'indifferenza”.

        E' vero, secondo lei, che nel dolore siamo tutti uguali, mentre le felicità non trova tutti d'accordo nel provarla e sullo stesso piano?

        “Mah, mi pare di aver detto prima che anche il dolore è molto diverso (io, tra l'altro, le dico che ho scritto un testo su questo tema): dipende, appunto, da come lo si riesce a dominare. Io penso che le esperienze siano tutte personali, ma, non ho elementi per pensare che il dolore sia sempre e comunque uguale. No, non è così. Il dolore psichico a me pare che sia molto più pesante del dolore fisico”.

        Grazie, onorevole.
        “Grazie a lei e buon lavoro!”

        <>Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 15 settembre 2010>

Visualizzazioni:2369
- Adv -
- Adv -
- Adv -