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Archivio: INTERVISTE VIP

15/9/10
INCONTRI RAVVICINATI: MONS. FRANCESCO LAMBIASI

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La diocesi di Rimini comprende 28 Comuni, di cui 20 in provincia di Rimini, 5 in provincia di Forlì-Cesena, 3 in provincia di Pesaro-Urbino. Il territorio si estende su una superficie di 781 kmq ed è suddiviso in 123 parrocchie. A capo di tale estesa diocesi troviamo monsignor Francesco Lambiasi, che i giornali dell'ultima ora (14 settembre 2010, ndr) vedono candidato alla successione del cardinale Severino Poletto, a Torino. Voce che Sua Eccellenza prontamente smentisce.

Lambiasi è nato a Bassiano di Latina il 6 settembre 1947 ed è un buon conoscitore di lingue (inglese, francese e tedesco). E' un ex assistente dell'Azione Cattolica, consegue la laurea in Teologia e viene ordinato sacerdote il 25 settembre 1971. Il 23 maggio 1999 viene consacrato dal card. Camillo Ruini vescovo per la sede di Anagni-Alatri.
Il 3 luglio 2007 papa Benedetto XVI l'ha ordinato vescovo della diocesi di Rimini. Tale diocesi ha visto passare 19 cardinali e tre papi (Benedetto XIII, Benedetto XIV e Clemente XIII).

Sua Eccellenza, ha mai giocato a calcio da ragazzino o da più grande in seminario?

“Io sì giocavo molto a calcio, a calcetto, da bambino, e poi in seminario. Però, non ero molto bravo, ma mi piaceva molto, Ed anche se non mi sono mai sentito una promessa nel campo, tuttavia, mi piaceva il calcio, anche se preferivo la pallavolo, proprio come gioco di squadra”.

In che ruolo giocava?

“Mah, in genere, mi piaceva giocare come mediano, mediano di spinta – come si diceva allora -. Però, ripeto, le mie qualità calcistiche sono state sempre molto molto modeste”.

Oggi, nella sua missione di vescovo, in che ruolo ritiene di giocare: attaccante, centrocampista, portiere, difensore dei veri valori della cristianità o allenatore?

“Mah, io mi sento un po' come un allenatore, che però deve dare una mano direttamente scendendo in campo, facendo tutto quello di cui c'è bisogno. Tranne che il portiere, perché quello proprio non lo saprei fare”.

Oltre alla sua grande Fede verso Gesù conserva celatamente una simpatia per qualche squadra di calcio?

“Da piccolo tifavo per la Roma e sono rimasto sempre fedele, anche se non ho avuto modo di seguire le vicende della squadra. Ricordo solo che un mio pronipotino – che non so da chi abbia preso: certamente né da me né dal papà, e che adesso ha dieci anni -, quando io ero ancora a Roma come assistente generale dell'Azione Cattolica, veniva a trovarmi e mi divertivo a chiedergli chi aveva segnato il primo gol ai campionati del Mondo. Lui, dopo dieci secondi, dava la risposta esatta. Solo che quando venni qui a Rimini, dopo aver salutato tanta gente, mi corse incontro con il dito puntato come una pistola ad acqua per dirmi “Zio, mi hai deluso!”

Perché? gli chiesi: “Perché sei diventato laziale” - mentre prima condivideva anche lui la mia fede romanista -. Io non capii, ma gli ribatto: “Ma no, come laziale?” “Sì, zio, sta scritto anche lì, all'edicola, sui giornali”. Ma, si riferiva a ciò che stava scritto quel giorno sulle civette delle locandine delle edicole qui a Rimini: “Vescovo laziale” per sottolineare le origini del nuovo vescovo. Invece, lui aveva capito che io avevo tradito la Roma per passare alla Lazio. Mi piace molto vedere la Nazionale, quello sì”.

Per chi faceva il tifo allora?

“Per Capello: mi piaceva come stile in un periodo in cui andavano i Rivera, i Mazzola, però, Capello mi piaceva come carattere, come determinazione, come visione di gioco, per il suo scatto”.

Si parla di ripresa, di rivalorizzazione degli oratori...

“Ma, certo, c'è un gran bisogno di oratori; noi non possiamo ridurre la catechesi a una lezione più o meno scolastica, più o meno ben fatta, alla settimana. Ci vuole un contato continuo, vitale, e l'oratorio è uno spazio ideale, perché non è lasciare i ragazzi allo stato brado, ma, è accompagnarli, assisterli. E, quindi, penso che l'esperienza di don Bosco sia ancora un'esperienza illuminante e mi auguro che sia sempre più trainante per le nostre realtà. Io faccio fatica a pensare a una parrocchia senza oratorio”.

Anche per superare certi steccati che ancora esistono, certe multiculturalità difficili da aggirare, da comprendere, o no?

“Certo. Lo sport abbatte tante barriere e ce n'è bisogno di lanciare ponti. Chiaramente, un oratorio frequentato anche da ragazzini o ragazzi o giovani di altre etnie o di altre culture sono una ricchezza, non una minaccia”.

Si parla di dolore: cosa le trasmette la sofferenza del prossimo?

“Il dolore mi trasmette una dipendenza, una fragilità, e, quindi, un bisogno di affidamento, di compagnia, di sostegno, di verità. E sappiamo che il dolore non è un ruscello, è un mare, un oceano, in cui ci siamo tutti dentro, chi per un verso chi per un altro. E, paradossalmente, il dolore può diventare proprio una scuola di fraternità, e lo sport diventa non una semplice distrazione, diventa un'educazione, una scuola per vivere nella solidarietà. Questo cammino che prima o poi presenta dei tratti scoscesi che non si possono affrontare da soli”.

E' vero che chi ha Fede affronta meglio il dolore?

“Certo, il credente ha innanzitutto una certezza: che nel dolore, anche se non sente Dio vicino, ma, sa che lo è, è sempre nelle Sue mani. Il credente sa di poter disporre di una speranza, e la vita non si chiude nel cerchio breve di pochi o molti anni, ma non arriva a concludersi in un loculo al cimitero, ma, è orientata all'Aldilà. E il credente ha a disposizione il capitale della carità. Diceva san Tommaso che chi vive nella carità partecipa di tutto il bene che c'è nel mondo. E, questa è la grande forza per il credente”.

Il dolore estremo porta alla morte. Come vorrebbe che fosse l'Aldilà, come se lo aspetta?

“Intanto, la fede cristiana non mette in discussione il Paradiso o l'inferno; l'inferno, che ci auguriamo che sia vuoto, perché la Chiesa, mentre dice chi è in Paradiso vede i santi, non dice chi sta all'inferno perché la Chiesa non lo può dire. Quindi, ci auguriamo che sia vuoto. Però, il Paradiso io me lo immagino così come Gesù lo sognava: Lui ci può dire come è fatto. E cioè come un grande convivio, una grande comunione, per cui tutti sono in comunione con tutti. E questo è l'ideale. Ideale che viene anticipato e preparato da una vita cristiana seria ed intensa perché la carità è innanzitutto una via che ci porta poi alla piena comunione. E, quindi, qui facciamo gli esercizi di comunione per poi essere già pronti ed allenati - per poter usare un termine sportivo – alla Comunione per sempre - ”.

Quand'è che ha pianto di commozione e di dolore?

“Io ho pianto alla morte di mia madre e di mio padre”.

Che lavoro facevano i suoi genitori?

“Mio padre Mario era un artigiano e poi nel tempo libero si dilettava in disegni di pittura”.

Un artista, insomma, o no?

“Sì. E mia madre era una casalinga e anche in parte un po' coltivatrice diretta: gente molto molto semplice. Però, ho imparato che la vita è sacrificio e tenerezza, almeno queste due cose ha appreso a casa mia. Poi, ho pianto alla morte di don Oreste Benzi, mio grande amico, (tornato alla Casa del Padre ai primi di novembre del 2007)”.

Conserva un dolore giovanile, antico?

“Da noi, certe sofferenze, certi dolori sono come delle cicatrici che non si chiudono mai nella vita. Sì, ci sono state varie esperienze di sofferenza, anche se l'appuntamento col dolore per me è arrivato qualche anno dopo. Come, per esempio, la malattia e la morte di mia madre Rosa”.

Cos'è che le dà più fastidio, cosa invece riesce a commuoverla?

“A me commuove una mamma, un papà che consumano la loro vita per un figlio autistico, per un cerebroleso, per un malato terminale: questi casi mi commuovono e mi fanno pensare alla tenerezza di Dio. Mi indigna, invece, la bugia, la disonestà”.

E' vero, come dicevano gli antichi, che dolore è uguale sapere, conoscere?

“Il sapere richiede sempre una parte di sofferenza. Socrate parlava di “arte maieutica”, l'arte del parto, e, quindi, c'è sempre un travaglio. Anche l'artista, per arrivare all'estasi, passa il travaglia, il tormento e l'estasi, vedi Michelangelo, i grandi artisti che ci hanno parlato un po' di sé. Immagino anche Giotto, ma di Giotto non possediamo niente”.

Possiamo dire anche Michelangelo Merisi, in arte Caravaggio, o no, i suoi meravigliosi tagli di luce?
“Il Caravaggio, certo”.

E' vero, come diceva Feder Dostoevskij, che nel dolore tutti sono uguali. E' nella felicità che le persone sono diverse?

“Io immagino che il massimo di felicità sia nella condivisione, nella comunione, e, quindi, la felicità, anche quando non ci trova uguali, ci fa uguali. Di fatti, diceva santa Teresa, quando saremo in Paradiso saremo tutti felici. Ed ancora: Come è possibile che un santo possa godere più di un altro? Non è possibile, tutti godono, anche se magari un santo è come un bicchiere, diciamo così, e l'altro può essere come una bottiglia o un vaso pieno, però, proprio perché sono tutti pieni, tutti sono felici, tutti sono ugualmente felici”.

Di che cosa non dobbiamo mai dimenticarci nella vita di tutti i giorni, Sua Eccellenza?

“Non dobbiamo dimenticarci che Dio ci ama: questo mi sembra il sole che non può essere offuscato da nessuna nube. Questo è una lampada per il mio cammino; Dio mi ama, non si è stancato di me mi dà fiducia, mi dà un altro giorno di vita. E, poi, siamo destinati all'amore senza macchia, senza ombra, e senza scadenza. E, questo sarà la felicità”.

Qual è il suo motto episcopale?

“”In nomine patris” (“nel nome del Padre”): io ho pensato a questo motto dello stemma perché dice il tutto della mia Fede, della fede cristiana, insomma. E Gesù è venuto a dirci che Dio è padre: questa è la grande verità che Gesù rivelato, ci ha detto e ci ha dato. Poi, nel mio stemma ho voluto intanto questa barca a vela che richiama la Chiesa, che dispone di questa vela, sulla quale c'è il monogramma, il chirò – che è il nome di Cristo che accompagna la Chiesa nella sua traversata lungo la storia, e l'albero della vela è a forma di Croce – che ricorda, quindi, il mistero della Croce – e sotto la barca c'è un grande pesce e sappiamo che in greco significa pesce ed è un acrostico, in cui le lettere sono le iniziali di Gesù Cristo, figlio di Dio. La vela è abbastanza è anche leggermente gonfiata per dare l'idea che lo spirito che non si vede è il vento che spinge avanti la vela. E i remi stanno a ricordare che anche noi abbiamo la nostra parte da fare: dobbiamo andare avanti grazie al vento dello spirito, ma, facendo, appunto, la nostra parte, e, quindi, non remando contro. E, poi, c'è quella stella, che è Maria, che ci accompagna in questo viaggio che noi siamo chiamati a fare”.

Grazie, monsignor Francesco.
“Grazie a lei”.

Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 14 settembre 2010

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