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Archivio: INTERVISTE VIP

28/9/10
INCONTRI RAVVICINATI: PAOLO MENGOLI

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><>MENGOLI, PORTIERE ALLA “CARBURO” NEGRI>>
Davvero, un personaggio nel personaggio, Paolo Mengoli (Bologna, 14 agosto 1950), da noi incontrato prima di una serata che l'ha visto protagonista, assieme ad altri artisti, nell'ambito di una sei giorni di gara della solidarietà, per contribuire alla raccolta di fondi da devolvere all'Associazione Alba, facente parte del Progetto Fibrosi Cistica. Una di quelle tante partite che Paolo non vuole mai perdersi.

E' stato lui, assieme al grande Mogol e a giganti della nostra musica leggera, quali Gianni Morandi e Claudio Baglioni, a fondare il 10 ottobre del 1975 la Nazionale Italiana Cantanti, in campo sempre a favore di chi soffre, di chi nella vita è stato – a livello di salute – più sfortunato di noi.

Mengoli è persona schietta, molto diretta, senza peli sulla lingua. Pronto a sciogliersi in altruismo quando l'occasione lo richiede; e, senza farsi pregare o ripetere l'invito due volte. Tu lo chiami e lui c'è sempre, agilissimo, alla faccia dei suoi 60 anni già suonati, nell'esibirsi in balletti e piroette e a saltare su e giù dal palco, per immergersi tra il suo pubblico di estimatori.

Abbiamo scelto apposta una panchina dello spogliatoio del Gruppo Calcistico Giovanile Edera Veronetta per svolgere il nostro colloquio, ed anche in questo caso lui, Paolo, non ha disdegnato l'idea, mettendosi subito a disposizione e, soprattutto, mettendoci subito a nostra disposizione.

Mengoli non è solo cantante, ma anche abile intrattenitore: oggi è assiduo ospite del talk show “L'Italia sul 2”.
Ha debuttato nel mondo della canzone leggera vincendo subito, nel 1968, il Festival di Castrocaro. Nel 1969 riscuote il grande successo con “Perché l'hai fatto”, con parole della giorna
    a Donata Giachini e musica di Mino Reitano.

    Nel 1970 e 1971 calca il prestigioso palcoscenico del teatro “Ariston”, e partecipa a due edizioni di Sanremo, rispettivamente con “Ahi! Che male che mi fai” e successivamente con “I ragazzi come noi”. Altro successo nel Cantagiro lo riscuote con la canzone “Mi piaci da morire”, nell'estate del 1970. Rimette piede a Sanremo nel 1992 con “Io ti darò”. Nel 2005 partecipa al reality show “Ritorno al presente”.

    Ed, appunto, ritornando al presente, vogliamo sapere, Paolo, se tu hai sempre giocato in porta?

    “Sì, è un ruolo che ho sempre prediletto e prediligo perché chiaramente è il ruolo in cui si fa meno fatica. Però, è un ruolo anche in cui ricopri grosse responsabilità e a me piace molto avere responsabilità, sono uno che non mi tiro certo indietro. Un ruolo che ti mette sempre nelle condizioni di dover stare attento in tutto l'arco della partita. Mi piaceva stare in porta perché a volte sono un tipo solitario, viaggio molto in macchina, da solo, e questo stato mi dà la possibilità di riuscire anche a creare e a costruire. E' un ruolo che mi piace davvero: ho totalizzato fino ad ora (25 settembre 2010) 395 partite, e vorrei arrivare a 400, e poi da lì ripartire per iniziare a ricontare uno, due, tre, quattro. Sempre che il fisico mi regga, eh”.

    Tu eri portiere anche da ragazzino, o te lo sei ritagliato, una volta co-fondata la Nazionale Cantanti?

    “No, no, io sono dei pochi, assieme a Morandi, assieme a pochi altri che giocavano fin da ragazzino nello stesso ruolo, e, per quello che mi riguarda, sempre portiere. Mogol ha iniziato a giocare con la Nazionale Cantanti; io, invece, ho iniziato a fare i primi tuffi nella squadra della parrocchia, e sono finito sempre tra i pali perché in porta non ci voleva andare nessuno, perché, se prendi gol, la colpa è tua, se invece compi una bella parata, questa era dovuta perché eri lì per prenderla. Quindici, vent'anni fa mi inventai lo slogan “Una grande parata vale come un grande gol”. Che, poi, alla fine so che l'hanno anche adottato. Dieci anni fa io dissi, nelle trasmissioni televisive di Bologna e dintorni, che ora di mettere due uomini dietro le porte, due arbitri, che non sono ancora pronti a livello nazionale, ma, che stanno facendo tirocinio, pratica. Si eviterebbero in tal modo molte discussioni sulla palla che ha o no oltrepassato la linea bianca”.

    Avevi un idolo?

    “Bé, sì, Giacomo Bulgarelli. Ho avuto modo di conoscerlo nel 1970, quando io vinsi il Cantagiro e il Bologna conquistò la Coppa Italia. E un settimale allora molto in voga e molto noto, “Bolero film”, volle fare un'intervista a due personaggi che in quell'anno avevano vinto qualcosa di importante nella loro carriera. Io avevo vinto il Cantagiro e il Bologna la Coppa Italia. Dopo l'intervista, che svolgemmo allo stadio “Comunale” di Bologna, chiesi a Bulgarelli - e lui subito mi replicò “Ma, cosa mi dai del lei?” - se avessi potuto allenarmi con i rosso e blu. Al “sì” io andai al “Velodromo”, dove si allenava allora il Bologna di Pascutti, di Negri, Furlani, Tumburus, Pavinato, Ianich, Fogli, Perani, Nielsen, Bulagrelli, Haller, insomma, il grande Blogna dello scudetto 1963-64. Solo, però, che non avevo niente da indossare. “Eh, ma c'è il nostro magazziniere” mi rispose Bulgarelli “il nostro massaggiatore che ti darà qualcosa lui”. Mi diedero un paio di scarpette, due calzettoni, un paio di pantaloncini in cui ci ballavo dentro tanto erano larghi e una maglia, ma, dato che faceva freddo – eravamo a novembre – Bulgarelli mi disse: “Mettiti, mò, la maglia mia”, che è una maglia di lana, della “Tepasport”, che i giocatori mettevano sotto per non patir freddo o l'umidità. E, al momento della consegna, Bulgarelli si prese cura di me, aggiungendo: “Mettiti bene la maglia, che se tu prendi un raffreddore non canti mica più”. E ce l'ho ancora oggi quella maglia lì. E, da quella volta Giacomo diventò il mio unico, grande, vero idolo. Anzi, ti dirò di più: ai primi di settembre – quindi, recentemente – ho partecipato al “Memorial Bulgarelli”, giocando contro Giuseppe Savoldi, Beppe Signori, Pierino Fanna, Domenico Volpati ed altre “vecchie glorie” del Bologna. E c'era pure tra i pali un sindaco del basso veronese, Angelo Campi, adesso che ricordo bene”.

    Cos'è che ti dà più fastidio e cosa invece riesce ancora a commuoverti oggigiorno?

    “Mah, la commozione è un fatto molto personale”.

    Lasciamo stare il calcio...

    “Bé, mi commuove vedere un bambino che si diverte, che gioca, un bambino che si trova casomai a giocare pure piccolino, che t'allunga la manina. Gli occhi mi si annacquano. Il settore bambini è il mio debole a livello di emotività”.

    Cos'è invece che ti dà più fastidio?

    “L'ipocrisia, mi dà fastidio l'ipocrisia, questo voler arrivare senza aver fatto – specialmente nel mio lavoro – una gavetta particolare, una gavetta solida. E nel mondo mi danno fastidio tutte queste parole che volano, che alla fine poi non riescono mai ad arrivare a un punto o a finalizzare qualcosa. Si parla, si parla, si parla, ma non c'è mai niente di concreto: ognuno tira l'acqua al proprio mulino. Questo mi dà molto fastidio, anzi, ti dirò di più: lo detesto. Se io dico una cosa, deve essere quella: sono molto categorico. Se prometto una cosa, la mantengo fini in fondo, a costo anche di rimetterci personalmente. Invece, vedo che oggi molta gente ci marcia, parla, parla e non conclude niente”.

    In questo libro trattiamo anche il tema del dolore: quand'è l'ultima volta che hai pianto di commozione sincera e quando di dolore vero?

    “Non ho mai pianto di dolore: ti sembrerà strano, ma, sono sempre riuscito a trattenere il magone, ecco. Sono sempre riuscito a trattenere il magone, il pianto non ce l'ho mai avuto. Ti sembrerà strano, ma è così. Non ce la faccio: anche nei momenti più critici non sono riuscito a piangere. Ho pianto di rabbia, forse, ma non di dolore”.

    Qual è stato il tuo più bel “gol”, e quale invece la tua più clamorosa “autorete”, intesa come rimpianto, rammarico?

    “Bé, la cosa più bella che ho fatto, sicuramente, è l'intuizione di co-fondare la Nazionale Cantanti, che ci ha dato la possibilità di devolvere in beneficenza 58 milioni di euro, e , vedere che molte, anzi, moltissime cose sono state portate fino in fondo, e che se oggi purtroppo dovessimo smettere speriamo che qualche altro possa rimpiazzarci, entrare al posto nostro. Invece, rimpianti? Rifarei tutto quello che ho fatto, anche negli errori, non ho rimpianti. Anche perché io non ho mai voluto poi spingere per salire di più. Una cosa, se tu te la prefiggi, se riesci a raggiungerla, bene, altrimenti, amen, grazie ed arrivederci. Giri pagina e sei a posto”.

    Ha vinto più il cuore o la ragione in Paolo Mengoli?

    “No, il cuore, assolutamente. Anche se sono abbastanza razionale, però, ha vinto molto di più il cuore. Il cuore è stato quello che mi ha fregato: in certe situazioni in cui ti chiedono delle cose, tu le fai perché ci metti il cuore. Poi, alla fine, sono delle bufale pazzesche. Ma, va bene così, sono contento di questo; se non altro nessuno mi può dire qualcosa, nessuno può dire sono più in credito io che in debito”.

    Cioè tutti possono dire grazie a Mengoli e qualcuno deve forse dire grazie a te, o no?

    “Sì, sì non sono in credito con nessuno né a livello affettivo, a livello lavorativo. Ma, parlo di robe grosse, non di semplici particolari della vita quotidiana. Molti miei colleghi, invece, devono dire grazie a molte persone”.

    Credi in Dio e come te l'aspetti l'aldilà?

    “Non sono praticante, mi reco ogni tanto ad ascoltare la messa, ma sono molto credente. Io credo che ci sia una seconda vita. Mi immagino una vita uguale a quella che stiamo vivendo, cioè ripercorreremo le stesse vicende che abbiamo vissuto quaggiù. No, per me, non esiste alcuna differenza. La Chiesa dice che nell'aldilà ci sarà la luce, l'azzurra e poi l'anima. Io sono convinto che noi ripercorreremo daccapo la nostra vita dall'altra parte. Oh, è una mia convinzione”.

    Non ti è mai capitato di rivivere una sofferenza giovanile? La tua infanzia come è stata? Parlaci un po' dei tuoi genitori.

    “Ho avuto due genitori che ancora oggi sono lì pimpanti, hanno appena festeggiato 63 anni di matrimonio, mio padre c'ha 92 anni, mia madre 87. Ho avuto una vita molto serena, ma improntata, in particolar modo, da mia mare attraverso un'educazione molto severa. Oggi come oggi devo ringraziare questa sua severità".

    Erano artisti come te mamma e papà?

    “No, no. Mia madre era una semplice casalinga, mio padre capostazione delle Ferrovie di Stato, però, mi hanno insegnato a stare poi in mezzo alla giungla del nostro tempo. Quindi, forse, mi hanno trasmesso troppi insegnamenti, come quello di cercare di essere sempre onesto, di dare il buon esempio, da piccolino rivolgere il saluto alle persone più grandi con il “lei”, mentre oggi tutti ci diamo facilmente del “tu” e non equivale più a una conquista. Se devo qualcosa a qualcuno, gli unici sono i miei genitori. Che mi hanno dato la possibilità di crescere con certi valori. Oggi come oggi, purtroppo, i valori mancano , mancano alla base, perché non ci sono più i genitori di una volta, i quali davano anche lo schiaffo al figlio, e uno schiaffo non è una questione di alzare le mani sul proprio figlio ma un fatto educativo. Perché se tu prendi uno schiaffo è perché hai commesso un'azione, un gesto che non andava bene. Quindi, con lo schiaffo impari a distinguere se hai fatto bene o no una cosa. Se le parole volano, e il famoso pediatra statunitense, il dottor Benjamin Spock, predicava il rapporto con i figli – teoria sulla educazione dei figli che poi si è rimangiato perché in effetti dialogare troppo con i figli alla fine rischi che i figli non ti danno neanche più retta. Ed invece un bel “smataflone”, di quelli che contano, hai voglia te, serve, eccome”.

    Di cosa non bisogna mai dimenticarci nella vita?

    “Dei nostri genitori, di quello che ci hanno insegnato – ad esclusivo nostro interesse -, delle nostre origini, di chi ci è stato vicino nelle avversità, di comportarsi sempre bene per non doversi poi voltare indietro a guardare i danni commessi strada facendo”.

    L'ultima domanda, Paolo: qual è la canzone in cui ti riconosci, ti rispecchi di più?

    “Mah, in un po' tutte, viste che le ho cantate con il cuore”.

    Il tempo è come al solito tiranno: dobbiamo interrompere per dar spazio all'entrata in scena dell'affabile cantante bolognese. Grazie, Paolo, e in bocca al lupo per i tuoi prossimi appuntamenti canori e calcistici.

    “Grazie a te, e alla prossima!”

    <>Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 25 settembre 2010>

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