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Archivio: INTERVISTE VIP

9/10/10
INCONTRI RAVVICINATI: SEBASTIANO NELA

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><>“CORRENDO CORRENDO”...CON SEBINO NELA>>
Sebastiano, ma per i più Sebino, Nela (Rapallo di Genoa, 13 marzo 1961) è stato uno dei difensori più arcigni e fisicamente prestanti degli anni Ottanta e, in ispecie, della Roma di Nils Liedholm e del presidente, il compianto Dino Viola. Proprio perché dotato di un gran fiato e di una buona corsa, Antonello Venditti dedicò al terzino romanista – infortunatosi in modo serio nel 1987 - la canzone “Correndo correndo”.

Nela è stato no dei maggiori artefici dello scudetto giallo-rosso nella stagione 1982-83. La sua carriera parte dalla sua Liguria, e dal Genoa, in particolare: con i “grifoni” disputa tre campionati (dal 1978 al 1981) e totalizza 70 presenze costellate da 6 gol. Poi, l'avventura capitolina, che inizia dal 1981 e si prolunga fino al 1992, avventura caratterizzata da una finalissima perduta clamorosamente ai rigori all'”Olimpico” nel maggio 1984 (vittoria degli inglesi del Liverpool), ma, anche dalla conquista di 3 Coppe Italia (1984, 1986, 1991).
Poi, due campionati con la maglia del Napoli (1992-1993 e 1993-94, per un totale di 34 presenze e zero reti), con i partenopei già “orfani” di Diego Armando Maradona. Solo 5 le maglie indossate nella nostra Nazionale.
Oggi Sebastiano Nela è un apprezzato opinionista tivù.

Buon pomeriggio, Nela.
“Buon pomeriggio”.

Qual è stato il momento e il ricordo più bello della sua carriera di calciatore?

“Eh, vabbé, è facilissimo rispondere a questa domanda: forse, ricordo i momenti più brutti, i momenti più...boh. Forse sono state le sconfitte, quelle subite a Roma, perché gran parte della carriera l'ho vissuta, trascorsa qua, a Roma. Una città molto passionale, con i tifosi molto caldi, molto vicini alla squadra, molto legati alla maglia. Quindi, devo dire che anche le sconfitte sono state giornate certamente da ricordare. Se voglio proprio essere egoistica, ho, non lo so, naturalmente un bellissimo ricordo della Roma che vinse lo scudetto e, nello stesso tempo, del Genoa che si salvò da quella retrocessione. E, quindi, il giorno dello scudetto romanista del 1983 vinto a Genoa. Devo dire che tutto quello che è passato, tutto quello che ho vinto e ho perso, in alcune finali, è stata un'esperienza che considero comunque positiva”.

Nel 1987 le capita un grave infortunio, sicuramente il peggiore della sua carriera e un cantautore romano, Antonello Venditti, le dedica una canzone: “Correndo correndo”. Cosa le ha insegnato quel dolore?

“Intanto, a capire un po' meglio cosa succede intorno a te. Quindi, che da un momento all'altro ti accorgi che tutto ti potrebbe crollare addosso e che quello del calcio potrebbe non essere più il tuo mondo. Oggi, per fortuna, non è più così, perché con un infortunio come il mio nell'86-87 poteva anche succedere di vederti stroncata la carriera. Quindi, ho provato la grande paura, ero convinto di me stesso sul recupero a livello mentale e caratteriale. Anche se sul ginocchio e sulle articolazioni non si scherza. Eppoi, quest'infortunio ha coinciso, appunto, con questa canzone dedicatami da Venditti: è una cosa molto molto particolare, molto bella, che ho molto apprezzato. E' stato un periodo di grande lavoro, come ho detto, di grande paura, di grandi sacrifici, però, ne siamo venuti fuori abbastanza bene”.

Cosa le è rimasto della genovesità?

“Direi tutto ancora: oggi, nonostante sono 30 anni che vivo a Roma, mi è rimasto un po' il fare burbero, l'essere un po' diffidente, il parlare poco, tipico dei genovesi”.

Della romanità, invece, cosa ha assimilato?

“Forse, l'essere un pochino più aperti, dedicarsi di più agli altri, essere un po' più generoso nei rapporti con le persone, e a Roma, sotto quest'aspetto, è molto divertente, per il suo popolo. E, non è stato facile, assolutamente non è stato facile. Come non è stato facile abituarsi subito al cibo, alla ristorazione romana”.

Ed anche al clima, alle loro abitudini, specie quelle di mangiare più tardi che rispetto al Nord.
Senta, Sebastiano, a Napoli ha giocato assieme a Maradona?

“No, no, lui era già andato via nel 1990. Sono arrivato due anni dopo”.

Lei ha giocato con Paolo Roberto Falcao. Qual è stato il gol più bello, o se preferisce, il più importante segnato nella sua carriera?

“Mah, io ho fatto pochi gol, ma, devo dire tutti belli, però, come fattura; sia di testa che di piede, sono stato fortunato sotto questo punto di vista”.

Ne può sceglierne uno?

“Mi ricordo perché particolare il gol, che ci permise di vincere a Verona, per 0 a 1, solo perché fatto con il destro, con il mio piede destro. Io sono mancino, insomma, ed è stata una rarità. E c'era anche la nebbia. E, poi, ricordo, bé, un gol che aveva molto significato perché lo dedicai al mio presidente Viola, in un Bari-Roma (0-1), la settimana dopo che era morto Dino Viola. Quello è stato forse un gol che al momento mi ha dato una grande carica, una grande felicità perché volevo dedicare qualcosa al mio presidente. Ma, è sempre stata, comunque, una giornata triste”.

Qual è stato il giocatore avversario che l'ha fatto più ammattire, dannare là sulla sua fascia?

“Dannare più di tutti...Allora, io ho avuto un po' di esperienze, se diciamo nei ruoli, allora se prendiamo il ruolo di mediano giallo-rosso, non so, io ho incontrato molti giocatori certamente molto bravi, Van Basten su tutti. Siamo stati la prima squadra a giocare a zona, e, quindi, non avevamo marcature a uomo. Ci si salvava sotto quest'aspetto. Però, in area di rigore, sì, va bene, ho conosciuto tanti bravi attaccanti, insomma”.

La sua “bestia nera”, quello che l'ha fatta impazzire, sudare di più?

“Ammattire, no, ammattire assolutamente no, ripeto, anche perché avevamo a che fare in maniera molto ravvicinata con questi attaccanti solo in area di rigore. Van Basten è stato certamente il più grande. Un giocatore, per esempio, che dava fastidio per marcarlo era Pietro Paolo Virdis. Era un giocatore con delle caratteristiche particolari, un giocatore che sapeva muoversi bene in area di rigore, me lo ricordo bene”.

Il giocatore più forte con cui lei ha giocato era Paolo Roberto Falcao?

“No, no, ritengo che forse la migliore espressione per come intendo io il calcio, è stato Tonino Cerezo. Secondo me, è stato il più grande calciatore con il quale abbia mai avuto modo di giocare. Ho avuto la fortuna di giocare con tanti giocatori bravi, ma ho sempre considerato Tonino Cerezo di un'altra categoria”.

Esiste un'autorete clamorosa nella sua carriera?

“Un'autorete? Sì, sì. Di sicuro, non mi ricordo l'anno, però, in un Bologna-Roma, e in porta c'era Cervone, mi sembra, sì”.

Di testa, di piede, di coscia, di sinistro, di destro, come?

“No, mah, non mi ricordo di sinistro: forse, destro, ecco perché ho fatto l'autorete. Mi ricordo un cross sulla fascia laterale, sono andato in spaccata e, invece di mettere in calcio d'angolo, ho messo in porta”.

Un rigore clamorosamente sbagliato o un penalty importante realizzato esiste?

“Non sono mai stato un rigorista, quindi, non mi sono mai presentato a un dischetto. Sono, però, andato vicino nella finale di Coppa dei Campioni perduta contro il Liverpool”.

Cinque presenze in Nazionale. Quale la volta più bella in azzurro di Sebastiano Nela?

“Mah, sinceramente, il momento più brutto è stato Messico 1986: ero convocato per i Mondiali. Senza presunzione, credo che quei Mondiali – tra l'altro eravamo tre romanisti: io, Tancredi e Ancelotti, e stavamo vivendo un grande, un grandissimo momento della nostra carriera e speravamo tutti e tre di partire titolari. Ma, quella è stata una Nazionale tutta particolare, con Bearzot ancora legato ai suoi “figliocci” del 1982, e quello è stato il momento più brutto. Il momento più bello, mah, non so, il momento più bello è stato tutte le volte che ho sentito l'inno nazionale”.

Perché il nome Sebino?

“Allora, mio nonno era Sebastiano. Purtroppo, mia sorella – erano pochissimi giorni che ero nato – non gradiva il nome Sebastiano: è uscito, non so come, questo Sebino, e da quel giorno subito sono stato per tutti Sebino”.

Cosa le trasmette il dolore altrui, un bambino affetto da cancro, ecc...?

“Bé, io credo che siamo un po' tutti legati a questa vita. Soprattutto, se si fanno alcuni mestieri, dove perdi di vista la ragione. Ora che ho più tempo da dedicare a me stesso, che sono uscito da questo mondo del calcio, anche se ci sono ancora, apprezzo di più molto di più quello che succede attorno a me. Ho anche più tempo da dedicare ad altre cose. Bé, sicuramente, il dolore mi trasmette il disagio, soprattutto, quando davanti a casi estremi, come un bambino affetto da grave forma tumorale, uno vorrebbe fare qualcosa, ma purtroppo non è in grado di farlo”.

Cos'è che le dà più fastidio oggi e cosa invece riesce ancora a commuoverla ancora?

“Eh, ci sono moltissime cose. In questo mondo vediamo di tutto, di più, ci sono centinaia di barbarie, e si ritorna al discorso di prima. Si potrebbe fare chissà che cosa, magari, per aiutare, per dare una mano a qualcuno, è impossibile. Magari nel piccolo, qualcuno qualcosa fa, io lo faccio, come lo fanno tanti altri, magari non sul posto, ma, a distanza, e poi è molto difficile spiegare cosa può fare una persona”.

E, cos'è che le dà più fastidio?

“La corsa per arrivare primi. L'arrivista, colui che riesce ad occupare una poltrona e poi magari si dimentica di chi è stato amico, non si premura di aiutare quest'amico, l'egoismo, e tutte queste cose qua, insomma”.

In lei ha vinto più il cuore o la ragione?

“Mah, devo dire il primo, per chi mi conosce. Purtroppo, sono anche errori che si fanno spesso e volentieri”.

Lei ci crede in Dio?
“Sì”.

Come vorrebbe che fosse l'aldilà tra 95 anni?

“Perché 95?” e giù una risata di Sebino Nela. Che aumenta la quota-vita, chiedendo “perché 95? “.

Allora, tra 150 anni, va bene? Come se l'immagina l'aldilà quando a un certo punto si spegnerà la luce?

“Sinceramente, non ci ho mai pensato a quest'aspetto. Probabilmente, lo immagino come un posto sereno, molto sereno, molto sereno, dove tutti effettivamente saremo uguali, non ci saranno più queste diversità”.

Di che cosa non dobbiamo mai dimenticarci nella vita di tutti i giorni?

“Quello che eravamo. Quello che abbiamo fatto, quello che abbiamo ottenuto, con quali mezzi anche a volte, e guardarsi allo specchio ogni mattina”.

Esiste in dolore antico nella sua giovinezza? Quand'è stato l'ultima volta che ha pianto di vero dolore?

“Di vero dolore, poco tempo fa. Io credo che nessuno di noi si debba vergognare delle proprie emozioni, se uno si sente di piangere, deve farlo”.

E' morto un amico?
“Eh, sì, naturalmente”.

Non è un calciatore, vero?
“No, no”.

Allora, un amico, e immaginiamo per un brutto male?
“Sì, sì”.

Grazie, Sebino, grazie.
“Ci mancherebbe! A presto, grazie!”

<>Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 8 ottobre 2010>

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