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15/10/10
INCONTRI RAVVICINATI: UGO PAGLIAI

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><>UNA MEZZA PUNTA NEI...PAGLIAI>>
Ugo Pagliai nasce a Pistoia il 13 novembre 1937. Sposato con Paola Gassman, figlia del grandissimo Vittorio, raggiunge la grande notorietà negli anni 70, interpretando sceneggiati televisivi di grande forza emotiva, quali “Il segreto del comando” e “L'amaro caso della Baronessa Carini”.

Dal 1980, Pagliai si dedica quasi esclusivamente al palcoscenico, ed attualmente ricopre il ruolo di direttore artistico del teatro comunale di Teramo. In tivù, ha personificato tantissimi film, tra i quali citiamo “Il conte di Montecristo” (1966), “Le inchieste del commissario Maigret” (1960), “Testa o croce” (1969), “Lawrance d'Arabia” (1969), “Nero Walfe: il pesce più grosso” (1969), “La ragazza dalla pelle di luna” (1972), “Madame Bovary” (1978), “Di padre in figlio” (regia di Alessandro e Vittorio Gassman, 1982), “Cuore”, “Amico mio” (1993), “Don Gnocchi – L'angelo dei bimbi” (2004), “Camici bianchi” (2001).

Molto intensa l'attività teatrale, con “Eracle” (1990), “Re Lear” (2008), “Enrico IV” (2009), “Aspettando Godot”, “Ringraziamento all'arte che io professo” del 2010.

Maestro, che cosa le trasmette il dolore altrui?

“Sa, bé, un dolore anche in me stesso, naturalmente. Il dolore degli altri è il dolore nostro, tutto sommato, in quanto uno affronta dei temi o delle situazioni dolorose e, quindi, si immedesima anche in quella che è il loro dolore”.

Esistono due pianti: uno di dolore e uno di commozione. Quand'è che l'ultima volta che le è capitato di vivere questi due stati d'animo?

“Mah, sa il pianto, quello di vero lutto, è a volte anche improvviso: la perdita di un amico, la perdita di un maestro, la perdita di una persona cara, e, soprattutto, un familiare. Questi lutti ingenerano dolore. Eppoi, certo, c'è il pianto dell'immedesimazione: un attore, per esempio, a volte si commuove proprio perché entra in un'atmosfera, in un mondo che magari non aveva fino allora vissuto o recepito e, quindi, l'attore si commuove anche recitando un ruolo, una parte; entra in un'atmosfera, in un mondo che fino allora non aveva esplorato profondamente e, quindi, quando profondamente entra in questa dimensione si commuove”.

Qual è l'opera, il dramma che lei ha personificato sul palcoscenico e che più riflette, riverbera il suo stato d'animo?

“Noi, in ogni lavoro, credo almeno noi attori, in ogni lavoro mettiamo una parte di noi stessi, quindi, devo dire che ogni personaggio viene filtrato attraverso la nostra sensibilità, la nostra fisicità, il nostro intelletto e, quindi, è praticamente tutta roba nostra, insomma. Siamo illuminati, in un certo senso, da questa possibilità”.

Ma, ne esiste uno in particolare in cui lei riesce a calarsi in toto perché è convinto che quel personaggio l'assomiglia molto?

“Come le ripeto, tutti i personaggi – per esempio, “Re Lear” di William Shakespeare che io ho fatto, uno entra dentro ed è una bella esperienza; come una bella esperienza è l'”Enrico IV” di Pirandello, ma, sono tutti personaggi molto introversi, molto complessi, molto complicati – personaggi che, naturalmente, nella loro esistenza vivono, diciamo, una dimensione che solamente, ecco, una sensibilità di un artista riesce a far rivivere, a rappresentare”.

Che cos'è che le fa più rabbia oggi, in generale, e cosa riesce ancora a commuoverla?

“Quando mi sveglio, alla mattina, ho un po' meno rabbia contro me stesso, però, non affronto da rabbioso la giornata. E, quindi, sono abbastanza libero, pronto, aperto a rivivere qualsiasi emozione e commozione. Non sono, cioè propenso a scendere con la spada in pugno”.

E cos'è che la commuove di più, maestro?

“Dipende dallo stato d'animo di una giornata: sono molto sensibile alle bellezze, ai capolavori di Roma, per esempio. Mi commuovo quando entro in una chiesa a Roma, quando ammiro una colonna, un palazzo, e ti rendi conto che la creatività buona, il genio, il talento rimangono nei secoli, arrivano da secoli fino a noi, se non vanno incontro alla rovina, alla distruzione totale o allo scempio. E, in questo caso, prenderemo la spada in mano”.

Qual è il pregio e quale, invece, il peggior difetto di Ugo Pagliai?

“Sono abbastanza pignolo nelle mie cose, e, poi, mi piace la lealtà. Sono persona molto leale”.

Lei crede in Dio?

“Certo. Un Creatore deve esserci stato, c'è senz'altro, ci deve essere un qualcosa di superiore che sta facendo zoppicare una natura che sta per essere sempre di più defraudata della sua bellezza, che sta sempre più soffrendo”.

Come se l'immagina l'Aldilà, cosa si aspetta di vedere dopo la morte?

“Shakespeare diceva: “Nessun viaggiatore mai è tornato da quel viaggio per raccontare ciò che ha visto. Dipenderà dalla giornata e dall'umore in cui mi ritroverò di fronte all'aldilà”.

Woody Allen ha detto: “Quando busserà alla porta di casa mia la morte, io cercherò di non esserci, cercherò di non farmi trovare puntuale all'appuntamento”...

“Forse, non è male questa battuta, sa: il non esserci significa non rendersi conto della morte, di niente. Non so se sia meglio non esserci oppure affrontare con la coscienza una realtà, guardarla in faccia”.

Ha mai giocato a calcio Ugo Pagliai?

“Sì, sì, ho giocato. Ero anche bravino. Giocavo mezz'ala destra ed ero un po' il rifinitore: tenevo bene la posizione, ma, sapevo fare anche il tornante”.

Quali erano i suoi idoli?

“I Riva, i Rivera, i Mazzola. Eravamo, poi, più o meno della stessa età. Erano i campioni, gli idoli dei miei tempi”.

In campo calcistico mezz'ala destra; nella vita di tutti i giorni invece che ruolo crede di aver interpretato finora Ugo Pagliai sul palcoscenico della vita e della carriera?

“Essendo sempre un protagonista, punto sempre la palla dove sta. E, avendo sempre fatto i protagonisti delle opere, è sempre bello scartare gli avversari per potere far gol e per ottenere l'applauso del pubblico”.

Vittorio Gassman, padre di sua moglie Paola – attrice pure lei -, cosa le ha insegnato?

“Con Vittorio il rapporto è sempre stato improntato sull'amicizia e sulla colleganza. Per lui, quando si parlava, non c'era la parentela, non considerava i vincoli della parentela. Anche se, devo dire, con lui, io e Paola ricevevamo la sua “benedizione”. Vittorio è stato un collega che mi ha stimato, ne è testimonianza una commedia che lui stesso ha scritto per me e Paola, “Edmund King” - famoso attore inglese -, e che io e mia moglie abbiamo portato in scena a Trieste e in giro per tutta l'Italia”.

Di che cosa, maestro, non dobbiamo mai dimenticarci nella vita?

“Di essere noi stessi, con tutti – certo – i nostri pregi e difetti, le nostre virtù e le nostre fragilità. E siamo per correggerci nella vita, e, rendendoci conto degli errore, ebbene, ci sia il tempo per rimediarli”.

Esiste qualche rimpianto nella sua carriera di attore?

“Una volta, mi proposero di interpretare Vittorio Pozzo, il commissario tecnico della Nazionale che vinse due Mondiali (1934 e 1938, come giustamente mi ricorda lei). E, mi dispiacque molto non aver potuto farlo perché era un personaggio vero, con molto talento, leale. Ma, come diceva il grande Vittorio (Gassman), “Dio avrebbe dovuto darci due vite: una per provarla e una per riviverla””.

Grazie, maestro.
“Grazie a lei”.

<>Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 16 ottobre 2010>

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