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Archivio: INTERVISTE VIP

11/11/10
INCONTRI RAVVICINATI: ALESSANDRO TRONCON

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Tra le “leggende” del nostro rugby, un posto di grande rilievo occupa Alessandro Troncon, mediano di mischia della Benetton di Treviso, città che gli ha dato i natali il 6 settembre 1973, e con la quale ha conquistato qualcosa come 7 scudetti, nelle edizioni 1991-1992, 1996-97, 1997-98, 1998-99, 2002-03, 2003-04 e 2005-06, due Coppe Italia, 1998 e 2005, e una SuperCoppa italiana nel 2006. Ma, ricordiamo, per amor di precisione, che Troncon ha indossato anche la casacca del Mirano e ha vinto una Coppa FIRA, Italia 1995-97.

Alla pari del grande “Maci” (abbreviativo dell'appellativo materno di “Maciste”) Mario Battaglini di Rovigo (Rovigo, 20-10-1919, Padova, 1°-1-1971; e numerosi scudetti vinti), Alessandro ha esportato la nostra palla ovale anche in Francia, vivendo esaltanti stagioni con i transalpini del Clermont-Auvergne (conquista della Challenge Cup, 2006-07) e quelli del Montferrand.

Ha trascorso una vita in Nazionale, dal 1994 al 2007, anno in cui ha deciso di appendere definitivamente gli scarpini al fatidico chiodo, collezionando la cifra record di 101 presenze. Oggi, Troncon è l'allenatore in seconda della nostra Nazionale, il più stretto collaboratore del cittì azzurro, l'australiano Nick Mallet.
Troncon è anche testimonial di SOS Villaggi dei Bambini Onlus, associazione di volontariato che assiste l'infanzia disagiata.

Troncon, qual è stato il momento più esaltante della sua splendida carriera di rugbista?

“Il momento più bello, quello più esaltante, emozionante è stato l'ultimo, quando ho smesso, durante la Coppa del Mondo. Già questa manifestazione è un evento particolare, in più, avendo smesso durante quell'evento, è stato sicuramente qualcosa di toccante, perché mi è passata davanti un po' tutta la mia carriera. Ricordo che mi sono fermato anche in campo mezz'ora in più a guardare il campo, lo stadio, per cercare di convincermi che da quel momento non avrei più fatto la stessa vita o non avrei più vissuto il rugby da giocatore. E' stato un momento un po' malinconico, però, sicuramente molto intenso: senza raccontare le solite vittorie o i soliti momenti di esaltazione”.

Il rugby è simbolo di forza, coraggio, muscoli, cuore e sudore: ma, c'è stato un momento in cui hai pensato di troncare lì con il tuo sport preferito?

“Sicuramente ci sono stati dei momenti difficili, a livello individuale, come anche a livello di gruppo e di squadra. Una cosa che posso dire è che quando ci si sente che qualcosa non va più, non funziona più, non si vive più lo sport come passione, ma lo sport comincia a diventare un po' pesante, bé, significa che è arrivato il momento di smettere. Io ho ho smesso, nonostante avessi ancora un anno di contratto in Francia, quindi, in un ambiente stimolante, ma, nel momento in cui certe cose non le vivi più al cento per cento, non le vivi più con lo stesso entusiasmo, con la stessa emozione come le vivevi una volta, certamente vuol dire che qualcosa è cambiato e che probabilmente è l'ora di fare qualcos'altro. Dopo, comunque, come mi hai tu chiesto prima, momenti difficili ce ne sono stati, ma questi fanno parte di una crescita, di un'evoluzione, e non li vedo molto come ostacolo ma come percorso, ma, come cammino che bisogna fare”.

In te, Alessandro, ha vinto più il cuore o la ragione; oltre ai muscoli, al carattere e alla grande forza fisica, ovviamente?

“Ma, sicuramente il cuore ha avuto sempre una grande parte e una grande importanza nel mio modo di essere, di vedere e di interpretare lo sport. Chiaramente, anche per il ruolo che io ho per anni rivestito, anche la ragione ha giocato una componente importante. Ragione o, se vogliamo, comprensione, o riflessione, sempre riguardo a quello che facevo e, quindi, al rugby. Più che ragione, io parlerei di riflessione che c'è stata e che faceva parte, comunque, del mio gioco”.

Che cos'è che ti dà più fastidio nella vita di tutti i giorni e cosa invece riesce a commuovere, a sciogliere il cuore di un gigante come Alessandro Troncon?

“Un gigante?” e finalmente spunta un bel sorriso sulla bocca del timido intervistato. “Commuovere, mi commuovo facilmente, soprattutto, nel momento in cui vedo qualcosa che ti trasmette un'emozione. Mi commuovo e me ne vergogno; anzi, mi fa anche ridere a volte, perché è qualcosa di grande e che non accade ogni momento del giorno e della vita”.

Cos'è che ti commuove in particolar modo?

“Senza andare nelle cose brutte, che comunque toccano, ci sono anche tante cose belle che commuovono. Mi commuove quando mia figlia mi dice Ciao, papà!”, siccome ha iniziato da una settimana a dire “papà”, perché prima diceva o “papà” o “ciao”, allora adesso Carlotta, un anno e mezzo, mi commuovo per questo”.

Anche quando sentivi l'inno di Mameli?

“Ah, bé, sicuramente, tutte le volte che suonava l'inno di Mameli, l'ho sempre associato a momenti intensi, a menti forti, a momenti belli. La musica è emozione, e quando la associ a momenti belli come nel mio caso l'inno, c'è molta emozione”.

Tu sei testimonial di una Onlus che affronta il disagio giovanile. La tua infanzia è stata serena?

“La mia infanzia, sì, è stata molto serena. E' stata serena”.

Papà e mamma, grandi lavoratori?

“Mio papà è ingegnere, meccanico, e mia mamma lavora nell'agenzia di brokeraggio del fratello; quindi, no, è stata un'infanzia tranquilla, una famiglia fortunatamente unita”.

Siete in tanti fratelli?

“No, sono figlio unico. E ho avuto la fortuna di conoscere tutti i nonni e di stare anche molto con loro, di crescere con loro, di apprendere la loro saggezza. Mah, posso dire che ho avuto un'infanzia piacevole, bella”.

Di cosa non dobbiamo mai dimenticarci nella vita di tutti i giorni, Alessandro?

“Che è una, e, che quindi bisogna godersela. Bisogna godersela, sì, però, sempre rispettando gli altri, ricordando quel motto che recita “vivi e lascia vivere!”. Goditi la tua vita; magari, facendola godere, apprezzare anche agli altri, si può trarre qualcosa di positivo per chi ti circonda, vivi anche meglio”.

Esiste un pianto di commozione, spesso gioioso, e un pianto di dolore, causato dalla perdita di un caro. Quand'è stata l'ultima volta che una “roccia” come Alessandro Troncon ha vissuto questi due contrastanti e forti stati d'animo?
Non hai certo pianto di dolore fisico perché mi è stato detto che tu porti con grande fierezza più di centosettanta punti di sutura nel corpo...

“Sì, va bene. Sì, bé, più o meno, ma non è un problema quello”.

Ma, è vero?
“No, non lo so quanti punti ho ricevuto. Tornando alla tua domanda sul dolore, amici mi sono mancati sicuramente. L'ultimo è stato un giocatore di rugby, è stato Ivan Francescato, ma, si parla ancora di un po' di tempo fa”.

Visto che parlavi di “vivi e lascia vivere”, cos'è che ti dà più fastidio nella vita, in generale?

“Bé, rabbia, fastidio mi dà certa gente che interpreta la vita. Ormai, i telegiornali sono solo necrologi, e, a volte anche quello che mi dà fastidio è che si fa notizia su queste disgrazie di altre persone, come ultimamente...ormai ho anche imparato il nome: Sarah Scazzi, poverina, è diventata ormai, non so, sembra quasi una fortuna che sia successo questa cosa qua per parlarne per ore e giorni e per fare notizia. Questa mi sta un po' sui coglioni, sinceramente”.

La vita – hai detto – è una: ma, tu ci credi in Dio?
“No. Assolutamente”.

Non l'avremmo mai detto...
“Credo nell'uomo, ma in Dio...”.

Forse, non credi nei preti, nei ministri, nei religiosi...
“Ma, neanche”.

Tu, quindi, non ci credi, sei ateo. Quindi, se io ti domandassi tra 150 anni come ti immagini l'Aldilà, questa è una domanda fatta a vuoto? Veniamo da nulla, come dice il noto giorna
    a Corrado Augias, e torniamo al nulla? Non avresti voglia, che so, di rivedere un giorno, di riabbracciare quel rugbista, Ivan Francescato, scomparso troppo presto?

    “L'uomo è debole, quindi, ha bisogno di credere in qualcosa. Perché, se non credesse in niente, è debole. Quando morirò, mi bruceranno e mi butteranno in mare. A me piace il mare. Io amo il mare, quindi, voglio che mi mettano là: io sto bene in acqua”.

    In acqua, come da buon trevigiano, o no?

    “Sì, Treviso è una città d'acqua. Più a venti minuti sono in laguna, in mezz'ora sono in mare e quindi quello è il mio posto”.

    Sei superstizioso? Secondo noi una “roccia” come te non lo è.

    “Superstizioso? No, non lo sono. Sono metodico, cioè faccio sempre le stesse cose, compio spesso gli stessi riti, le stesse cadenze, ma, superstizioso no”.

    Quando nella dedica del libro che ti ho fatto pervenire ti ho paragonato come il miglior erede del grande “Maci” Battaglini, che, alla pari tua, ha esportato il rugby italiano in Francia (Vienne e Tolone), morendo da bidello poverissimo ma amatissimo, come l'hai presa?

    “Io, sinceramente, “Maci” Battaglini non l'ho conosciuto, però, da quello che ho sentito, mi sono fatto l'idea che è stato un po' un'icona del rugby di Rovigo, del rugby italiano. Penso che fosse una persona sicuramente positiva come atleta ed una bella figura come uomo”.

    Anche lui come te ha esportato il calcio o oltralpe negli anni 50. Pensa che si sono scomodati perfino dalla Francia per scoprirgli sulla tomba, dove riposa a Rovigo, una targa con parole toccanti e indimenticabili... Il problema non ti tocca, nessuno dovrà scomodarsi per te, mitico Alessandro, perché tanto tu – hai detto – riposerai in mezzo al mare, o no; e in che mare?

    Altra bella e sincera risata dell'asso trevigiano: “Il mio? L'Adriatico, ah, ah, ah”.

    Grazie, campione, grazie nostra “leggenda”.

    “Grazie a voi”.

    <>Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 12 novembre 2010 >

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