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12/12/10
INCONTRI RAVVICINATI: DINO ZOFF

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><>“ALZA LA COPPA, DINO, ALZA LA COPPA!”>>
Nell'immaginario collettivo degli sportivi italiani rimarrà per sempre quella Coppa del Mondo di calcio sollevata al cielo di Madrid la notte di domenica 11 luglio 1982, al “Santiago Bernabeu”.

Il capitano, meglio, l'icona di quel trionfo – il terzo della storia dei nostri azzurri) – rimarrà per sempre lui, Dino Zoff, ricordando quella parata, a 40 anni già suonati, sfoderata a pochi secondi dalla fine nella partitissima vinta quattro giorni prima contro il Brasile (3-2), quella che, in pratica, ci schiuse le porte, poco dopo, della finalissima contro la Germania dell'Ovest, vinta per 3-1 dagli eroi del cittì, friulano pure lui, Enzo Bearzot. E, da quella volta, qualche celebre “penna” cominciò a definire “sanDinista” quel modo sicuro tra i pali di parare anche le più pericolose delle incursioni ravvicinate.

“Zoff, Gentile, Cabrini...” divenne una sorta di filastrocca, di celebre scioglilingua sulla bocca di tutti gli appassionati di calcio italiani, come
lo diventò, vent'anni prima, l'inizio della formazione della Grande Internazionale del cav. Angelo Moratti e del “mago” Helenio Herrera. E che faceva: “Sarti, Burgnich, Facchetti...”.

Friulano, anzi, goriziano (di Mariano del Friuli, 28 febbraio 1942) amato da tutti anche perché uomo in campo e fuori dal campo tutto d'un pezzo, Zoff ha debuttato in serie A il 24 settembre 1961 tra i pali dell'Udinese, opposta alla Fiorentina.
Poi, il tirocinio al Mantova, dal 1963 al 1966, quindi, le cinque stagioni all'ombra del Vesuvio (1967-1972), rampa di lancio per la sua definitiva consacrazione nella Juventus.

In bianco-nero giocherà fino alla stagione 1982-83, vincendo la sua seconda Coppa Italia (la prima nel 1973), da affiancare alla Coppa Uefa (stagione 1976-77) e ai 6 scudetti con la “Vecchia Signora”, cuciti sul petto rispettivamente nel 1973, 1975, 1977, 1978, 1981, 1982. In tutto, in serie A colleziona 570 presenze, di cui ben 332 consecutive.

In Nazionale, debutta in porta ai Campionati Europei vinti a Roma nel 1968 proprio dagli azzurri a spese della Jugoslavia. Zoff vanta due record: uno stabilito con la maglia azzurra (1.134 minuti di imbattibilità, ovvero dal 20 settembre 1972 al 15 giugno 1974), e l'altro a livello di campionato italiani (903 minuti nella stagione 1972-73), traguardo infranto dal milanista Sebastiano Rossi nel torneo 1993-94.
Come allenatore, ha guidato la Nazionale olimpica dal 1986 al 1988, e la Nazionale Maggiore dal 1998 al 2000. Siede sulla panchina della Juventus nella stagione 1989-90, quando conquista la Coppa Uefa e la Coppa Italia. Poi, è la Lazio, che lo tessera non solo come mister ma anche come dirigente in due periodi diversi, quelli prima e dopo il suo incarico di Commissario Tecnico degli azzurri. Oggi, ormai prossimo al compimento dei 69 anni, Zoff si considera un “mister mandato in pensione dal calcio”.

Qual è stato, mister, il momento più esaltante come calciatore?

“Bé, direi che il momento più bello, l'apice del successo è stato il trionfo ai Mondiali di Spagna nel 1982, a quarant'anni. Il Mondiale è la massima espressione, la più bella vetrina del calcio internazionale, perciò, la soddisfazione maggiore è stata quella”.

Qual è stata la parata più significativa della sua carriera?

“Mah, la più significativa, determinante, non spettacolarissima, però, efficace è stata quella contro il Brasile negli ultimi minuti, quella su colpo di testa di Oscar, quindi, con la palla fermata sulla riga, a impresa, col patema d'animo che l'arbitro non vedesse bene, e con i brasiliani che esultavano al gol. Quindi, sono stati 4-5 secondi terribili”.

Esiste un'autorete clamorosa nella sua lunga e luminosa carriera di portiere?
Forse, quel gol da distante subito nella finalissima di Coppa dei Campioni dall'Amburgo?

“No, no, no, lì se poi andiamo a vedere è stato un gol su cui non mi sento di avere avuto responsabilità, perché è stato fatto un tiro a palombella dal limite. Anche se poi, successivamente, andando avanti con gli anni, si dice che il tiro era da venti metri; invece, se andiamo a rivederlo, quel tiro, non è così. No, no, ho fatto delle papere, però, non in partite importantissime, ecco. Certamente, in campionato, ne ho fatto diverse”.

Ricorda la più clamorosa?

“Mah, no, io, mi ricordo un Lecco-Udinese, mentre rinviavo, battendo la palla per terra, mi prese sulla punta del piede, tutti erano girati, senonché Clerici – che era rimasto un po' indietro – si ritrovò la palla sui piedi, la mise dentro, e nessuno si accorse del gol, neanche l'arbitro. Per deduzione il “fischietto” diede il gol, però – e giù un bel sorriso del grande Zoff – non l'aveva visto”.

Da allenatore, invece, qual è stato il suo momento più bello?

“Mah, guarda sono stati gli Europei del 2000, anche se c'è stata la delusione feroce degli ultimi venti secondi per quel gol subito da Trezeguet della Francia. Però, il comportamento etico – perché io ci tenevo, la squadra, il comportamento in campo e fuori – e, quindi, prestazioni oltre che belle sotto l'aspetto tecnico, tattico, ecc., il comportamento che deve tenere un giocatore quando indossa la maglia azzurra è un aspetto doveroso, cui io ci tenevo, e le mie squadre si son sempre comportate secondo i canoni della sportività”.

Che cos'è che le dà in generale più fastidio, e che cosa riesce ancora a commuoverla nella vita di tutti i giorni, fuori dal calcio?

“Mi fa commuovere un bambino: questo. Un anziano: queste sono le cose che mi fanno commuovere. Poi, le cose che non sopporto sono l'ipocrisia, il voltagabbana, queste cose, ecco. Non avere la dignità di essere uomini: questo mi brucia proprio, tutti 'sti quaquaraquà non li sopporto più”.

Che cos'è che le trasmette la sofferenza psichica, il dolore altrui, una persona affetta da cancro?

“Mi trasmette sofferenza, perché poi ti ritrovi a pensare alla sfortuna di chi è incappato in situazioni del genere; quindi, ci stai male per gli altri, e, di conseguenza, ti ritieni fortunato tu, insomma. Forse, molte volte queste cose ti fanno domandare se la giustizia esiste, ecco, queste cose”.

Lei, Zoff, crede in Dio?

“Sì, sì, credo in Dio, anche se sono un cattolico così di comodo, come siamo tanti di noi”.

E, nell'Aldilà, ci crede?

“Sì, sì, ho qualche dubbietto, però, ci credo, anche perché mio padre, che ha fatto sette anni di guerra, era un credente, anche se non un cattolico proprio osservante; però, diceva che aveva fatto tante cose e solamente il Signore l'aveva protetto. Quindi, questa massima di mio padre mi è sempre rimasta dentro”.

Cosa s'aspetta di vedere nell'Aldilà?

“Che forse qualcuno che potrebbe per noi tirare le somme vere, autentiche, e ci facesse una pagella vera, e non quella così che molte volte l'espressione umana o di comodo o fasulla che ci fa apparire in un certo modo. Uno che di là dice “tu sei da 7 o da 5, o da 4 o da 9”.

Si aspetta, dunque, di trovare persone vere, giuste, che giudicano in maniera molto severa ed imparziale?

“Sì, sì, che ti diano una pagella vera, autentica”.

Senza sconti?

“Eh sì, perché siamo già abituati a fare sempre sconti dappertutto, che cavolo!”

Il giocatore più forte contro cui ha giocato?

“Mah, sa, io ho giocato contro tutti: le faccio tre nomi, da Cruyff a Maradona, un po' di Pelè, e, quindi, direi che il massimo. Beckenbauer, se vuoi”.

Qual è stata la sua “bestia nera” di questi quattro assi mondiali?

“Mah, “bestie nere” nessuno. Forse, Cruyff mi ha fatto qualche gol anche con delle squadre di club”.

Lei, mister, un rigore non l'ha mai calciato?

“No, ero lì lì per un periodo, non so, quando ero alla Juventus, avevamo dei problemi, però, dopo siamo riusciti a superarli senza arrivare a me”.

Era la Juve del Trap?

“No, forse, quella di Carlo Parola”.
Parola forse le aveva detto: “Dai, Dino, mettiti anche tu a battere i rigori perché domenica potrebbe toccare anche a te!”?
“Sì, sì” e, alé, giù un'altra bella risata del mitico Dino. “Poi, dopo quella volta, non mi è più capitato di arrivare vicino al dischetto perché abbiamo recuperato tutti gli specia
    i che si erano infortunati”.

    Più facile per lei tirare un rigore che non ha mai calciato oppure parare un rigore in una finalissima?

    “Bé, bé, per un portiere parare un rigore; poi, dopo, sai, tirarlo ci penseranno gli altri”.

    Un segreto lo aveva lei come portiere? Se dovesse preparare un ragazzino che aspira a diventare un grande portiere, cosa gli consiglierebbe in particolare?

    “Mah, niente, la tecnica, perché poi per diventare grandi bisogna avere delle attitudini non sempre facili da apprendere, ma, che sarebbe meglio avere ricevuto da madre natura. La tecnica, ripeto, la tecnica, poi, se ha delle attitudini, uno viene fuori”.

    Nella famosa partita a scopone, sull'aereo che vi riportava in Italia dopo il trionfo al “Bernabeu”, vinse lei, Bearzot, Causio o il Presidente Pertini?

    “No, no, no, perdemmo io e il Presidente. Io e il Presidente contro Causio e Bearzot”.

    Se non avesse fatto il calciatore e poi il mister, cosa avrebbe sognato di fare nella vita?

    “Mah, non lo so: io ero di famiglia contadina, avevo iniziato a fare il motorista, il meccanico. Quindi, direi quello”.

    La sua infanzia com'è stata: serena o difficile?

    “No, è stata serena: diciamo che ai miei tempi trascorrere l'infanzia al paese con possibilità di giocare otto-dieci ore almeno nel dopo-scuola è stato straordinario”.

    Come mai tanti mister e cittì vincenti del nostro calcio sono di origini friulane? E' la terra che vi forgia forti come le rocce delle vostre parti?

    “Eh, no, il Friuli Venezia Giulia è una terra di gente concreta, che non bada a tante sfumature, ma alla sostanza”.

    Cosa fa adesso di bello durante il giorno?

    “No, adesso sono un pensionato, e, di conseguenza, mi comporto da tale. Non hanno voluto farmi lavorare ancora, quindi, accetto la situazione”.

    Qual è il suo più grande rimpianto, mister?

    “Rimpianti nella mia vita non ce ne sono, perché io parto dal presupposto che ho avuto già tanto, quindi, non si può pretendere tutto”.

    Quand'è l'ultima volta che ha pianto di dolore?

    “Bé, per la scomparsa dei miei. Papà si chiamava Mario, mamma Anna. Anche se, sai, i friulani hanno pudore anche nelle espressioni più forti: dalle nostre parti ci hanno insegnato anche a non piangere”.

    Siete riservati anche nell'esprimere i vostri stati d'animo, o no?

    “Sì”.

    Grazie, mister.
    “Prego, arrivederci, salve!”

    <>Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 11 dicembre 2010 >

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