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Archivio: INTERVISTE VIP

27/12/10
INCONTRI RAVVICINATI: FEDERICO BONACONZA

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><>CHE IDDIO CE LA MANDI...“BONA”!>>
E' uno dei più promettenti attori del momento, salito alla ribalta cinematografica per quella parte magistralmente interpretata nella fiction “C'era una volta la città dei matti” del regista Marco Turco e mandata in onda recentemente in tivù, alla Rai, nella primavera 2010. Federico Bonaconza, nato a Verona il 6 gennaio 1977, quando può rientra nella sua città da quella Milano, in cui si è formato artisticamente e dove è arrivato più che ragazzino divorato da quello che il grande Vittorio Gassman chiamava “fuoco sacro” dell'amore verso il teatro. Infatti, è proprio questa immensa passione che gli fa smettere la professione di infermiere – la stessa intrapresa dalla madre - in cura presso gli ammalati terminali di Aids a Verona e di poter così coronare un sogno che nutriva fin da bambino. A Milano, frequenta l'Accademia di arte drammatica “Paolo G. Grassi” e si piazza nei primi posti su una selezione di oltre 400 aspiranti attori.

Per tre anni studia danza, canto, frequenta stage e corsi con noti attori e registi professionisti. Nel 2002, a Milano, con Carolina De La Col Casanova fonda la compagnia teatrale “Babygang”. L'anno successivo, il 2003, viene selezionato dal teatro stabile di Bolzano per la “Bottega dell'attore” e lavora con professionisti del calibro di Maurizio Scaparro, Ugo Chiti, Lello Arena ed altri. Nel 2004, a Siracusa si aggiudica il premio “Salvo Randone” come miglior promessa teatrale. Dal 2006 collabora stabilmente con l'attore Paolo Rossi. Nel 2008 fa parte del cast di “Interviste con uomini schifosi” di Tommaso Pitta, e, sempre nello stesso anno, partecipa al Festival di Andria in “D'ora in poi” di Carolina De La Calle Casanova.

Tuo fratello più piccolo, Edoardo, è una valida punta dei dilettanti veronesi: tu, Federico, hai mai provato a giocare a calcio?

“Ho provato a giocare a calcio all'età di quattro anni, e per venti minuti con mio padre. Mi sono bastati per capire che io e il calcio non avevamo niente a che fare. Poi, abbiamo provato con il basket, con la pallavolo, ma niente da fare: sono sempre stato negato con lo sport”.

In questo libro si parla anche di sofferenza: il dolore dell'altro che cosa ti trasmette, a cosa ti fa pensare?

“La cosa che mi colpisce di più in generale è che mi piace – in senso intellettuale – pensare sempre che viviamo in un mondo in cui il dolore degli altri è estremamente sottovalutato e quasi lo sfruttiamo. Forse, anche per il fatto che all'inizio ho seguito le orme di mia madre, quando avevo deciso di fare l'infermiere e ho avuto la fortuna di crescere emotivamente perché nei primi tre anni in cui mi sono dedicato a questa professione ho lavorato in una Casa per malati di Aids, poi, ho lavorato in Oncologia, ed – è stato un caso – ho seguito i reparti dove c'era un contatto diretto con il dolore. Poi, mi sono dedicato a fare l'attore, mi hanno preso all'Accademia di Arte drammatica a Milano, e, quindi, ho lasciato - senza pensarci due volte - la professione di infermiere, ma, quello che ho imparato dalle persone che ho incontrato è rimasto dentro di me. Io sono una persona che pensa moltissimo, prima di tutto, a calarsi nei panni degli altri, in tutti i sensi. Quindi, a volte mi faccio carico, anche esageratamente, dalle cavolate alle cose più gravi ed entro subito in empatia con quelle persone malate. Il mio è un rapporto diretto e non ho paura del dolore, anche perché credo che si cresca solamente soffrendo. La mia teoria è questa: se uno soffre, cresce, se uno non soffre o vive in maniera superficiale la sua esistenza o non si mette in contatto con la vita degli altri, anche nel dolore, non può crescere. Quindi, sotto questo punto di vista, non ho paura del dolore”.

E' vero, secondo te, che chi ha Fede sopporta, metabolizza meglio il dolore o la sofferenza psichica?

“Innanzitutto, questo io non lo posso sapere: io non ho fede, sono molto sincero nel dirlo. Io ho moltissima fede negli essere umani e vengo continuamente tradito dalla mia fede negli esseri umani, eh. Ciononostante, non smetto mai di avere speranza e fede negli altri. Sul fatto che la fede aiuta a lenire il dolore, sinceramente, dalla mia esperienza di vita, non ci credo. Non si può generalizzare, dicendo che chiunque chi ha fede nel momento del dolore si rifarà ad essa per poterlo affrontare, sopportare meglio: ho conosciuto persone dotate di una grandissima fede che al momento della morte hanno rinnegato Dio, hanno avuto paura perché immagino sempre che nel momento estremo – quello della morte – chi ha fede viva sereno l'ultimo momento proprio perché sa che andrà altrove. Mia nonna era una donna di fede, ma tirava di quelle bestemmie prima di morire. Non sono convinto, mi piacerebbe. La morte per sofferenza in seguito a lunga malattia mi rende molto vulnerabile, nel senso che non credendo in nulla, nel momento stesso in cui accadrà, perché accadrà, probabilmente avrò molta molta paura. Non avere fede in questo senso non è una cosa facile, eh: io non ho fede mio malgrado. Mi sarebbe piaciuto, ma questo dono io non l'ho avuto. Una volta, durante il Catechismo, il prete disse che la fede è un dono che non tutti hanno, e quella frase mi è rimasta impressa perché tutto quello che imparavo, che leggevo, tutto quello che mi insegnavano e dalle quali cose io cercavo di fuggire perché per me erano precetti senza senso, mi ha fatto capire che questo dono io non l'avevo. Questo, certo, non vuol dire che io sia uno poco rispettoso, una persona che non rispetta le persone che hanno fede. Io ho passato un periodo in cui ero invidioso di chi l'aveva, un periodo in cui ho accettato la mia mancanza di fede, il mio spirito estremamente meccanicistico della vita, nel senso che noi siamo macchine: siamo carne, sangue, che a un certo punto andiamo, a un certo punto non andiamo più, questa è la realtà. E, poi, un terzo periodo, in cui vivo la mia vita senza fede e con estrema serenità, accettando la paura. Se tu la domanda me la ponessi a sessanta, sett'anni, ottant'anni, forse, ti risponderei in altra maniera. Forse, a quell'età, più avanti ritroverò la fede, oppure sarò illuminato da Budda piuttosto che da non lo so da quale divinità”.

Quindi, non ti poni neanche il problema di come sarà l'Alidilà e se potrai o meno riabbracciare tua nonna, quella animata da vera fede?

“No, ma non lo dico con fierezza questo, eh”.

Ma con sicurezza sembra di sì...

“Non puoi essere sicuro di niente, eh. Io sono una persona facilmente impressionabile anche per il lavoro che faccio. Essendo un attore, no, non giudico mai le vite degli altri, cioè non dico mai che uno è pazzo, che un altro ha o meno ragione. Ma, mi immedesimerei in loro e mi domanderei che cosa farei io al posto loro. Guardo un documentario sugli Ufo e penso che gli Ufo esistano. Qualcuno che dopo la morte ha visto un tunnel pieno di luce, e poi mi domando: ma se forse vera questa cosa qui? Io non posso costruire la mia fede su i se e su i ma: io devo credere e devo essere onesto con me stesso, dicendo o.k. Nel momento stesso in cui vede qualcuno che dice di vedere la Luce in fondo al tunnel, io dico ma sai che bello se fosse vero! Se quella sensazione non diventa un credo, ma è semplicemente un che bello credere, qual è la prova vera?”

Fede, neanche farlo apposta, il diminutivo di Federico, significa anche aver fiducia senza aver mai visto, o no?

“Io ho fiducia nel prossimo, ma oltre al prossimo per me non c'è nient'altro. Altrimenti, senza aver fede nel prossimo, vivrei malissimo la mia esistenza. Jean-Paul Sartre dice che “inferno sono gli altri”. E' un filosofo degli anni Venti ed era in tal senso estremamente pessimista. Io dico: secondo me è vero che gli altri possono essere il mio inferno e gli altri possono essere il mio paradiso. E' tremendo pensarlo, ma è così. L'inferno, il paradiso all'esterno di noi non esiste, ma, tu mi puoi dare il paradiso o tu mi puoi dare l'inferno: tu mi puoi rovinare la vita se vuoi, oppure tu me la puoi rendere meravigliosa. Tutto sta nel capire cosa io voglio fare della mia vita: io cerco di rendere la vita migliore agli altri; almeno ci provo. Ci provo con il mio lavoro, anche se qualcuno crede che è inutile, ma ci provo anche come persona, come essere umano”.

Di che cosa non dobbiamo mai dimenticarci nella vita di tutti i giorni, Federico?

“Che esiste un destino e che sperare in un destino è un'illusione. Cioè non esiste un destino prestabilito per ognuno di noi. Speravo tantissimo, quando avevo 14 anni, che il mio destino fosse quello di diventare il più bravo attore sulla terra, o di vincere l'Oscar”.

Io se fossi in te, non mi sottovaluterei: sei sulla buona strada ed hai appena 33 anni...

“No, no, ma, io non mi sottovaluto mica: io non vivo la vita sopra il terreno, sto sempre con i piedi per terra. Quindi, dico: non so se riuscirò a fare tutte queste cose, ma, so che non esiste un destino scritto per me. Io il destino, voglio dire, me lo costruisco da solo. E, non è anche detto che io possa fare millecinquecento cose per fare in modo che una cosa si avveri, e che quella cosa poi si avvera realmente, perché, purtroppo, dando fede agli altri e sapendo che gli altri sono fondamentali nella vita delle altre persone, gli altri possono impedirtelo, possono rendertelo possibile. Gli altri, insomma, possono fare tutto. Dipende da te, ma, dipende anche dagli altri. Quindi, non è che al di là degli altri c'è un destino tuo e le persone non interferiranno su questo. Interferiscono sempre perché il destino te lo fanno loro; te lo fai tu e gli altri o l'avvantaggiano o lo impediscono, questa è la realtà. Quindi, io potrò diventare veramente un grandissimo attore se qualcuno che incontrerò per la strada crederà abbastanza in me da darmi delle opportunità per poterlo fare. Se incontro delle persone che non mi offrono queste opportunità, per quanto io ci provi, ma se nessuno me le dà, non riuscirò mai a farlo”.

La Nazionale la segui, la guardi?

“Sì, sono appassionatissimo”.

Qual è il giocatore che ti piace di più?

“Mi piace moltissimo Inzaghi, perché è un atleta che dimostra che non esistono regole nello sport, non esiste un'età: tu puoi essere un grandissimo giocatore, ma, se guardo Inzaghi, lo potresti essere anche a quaranta, cinquant'anni. Chi lo dice che devi smettere di giocare a trent'anni? Perché mi piace molto Inzaghi? Perché nel mio lavoro io so che – funziona così – tu sei un attore giovane fino a quaranta, come quando, riferendoci a un giovane regista, questi non ha vent'anni o trenta, ma quaranta, cinquanta. E' giovane dal punto di vista fisico, ma non dell'età. Quindi, il mio lavoro mi insegna che io posso diventare un grandissimo attore, posso raggiungere quello che voglio fino a settant'anni, a fine carriera. Tony Servillo era uno dei più grandi attori italiani degli ultimi anni ed è diventato famoso – e tutti hanno capito quanto era straordinario – quando ne aveva 54. Quindi, mi piace molto Inzaghi o quegli atleti che come lui hanno superato quell'età in cui non bisognerebbe più giocare e fanno proprio sperare che non esistano regole. Guardalo bene in faccia quando Inzaghi fa gol: secondo me, ogni volta che lui fa gol, dice sempre: guarda che io ce l'ho fatta. Quindi, per lui, è una soddisfazione doppia: quella del gol e quella di aver abbattuto le regole dell'età”.

Tifi per qualche squadra?

“Per il Milan”.

In te, Federico, ha vinto più l'amore o la ragione?

“Ha vinto la ragione fino a poco tempo fa, fino a pochi anni fa. Da un po' di anni ha vinto l'amore, l'amore per gli altri, l'amore verso gli essere umani. Prima ho vissuto un lunghissimo periodo in cui degli altri non me ne importava niente, cioè ero completamente concentrato su me stesso, io e quello che volevo fare, io e il mio lavoro, io diventerò questo, io diventerò quest'altro, io ce la farò, e gli altri non erano importanti. Con il mio lavoro ho capito poi che anche senza gli altri, e, quindi, senza provare affetto, amore, senza dover essere ricambiato, né tu come persona cresci né il tuo lavoro può crescere”.

“Alla meta si va a due a due”, diceva il grande poeta francese Paul Eluard. Sei d'accordo?

“Direi che si va a due a due, si va a tre. Dipende: nel lavoro si va a cinque-sei persone. Io, adesso lavoro in un gruppo, da anni ormai, oltre a fare il lavoro da solo, e siamo insieme da cinque-sei anni e ogni volta facciamo un lavoro insieme; quindi, alla meta se ci arriviamo, ci arriviamo insieme. Nell'amore – tema cui tu ti riferisci – per forza ci si arriva in due; anche se è meglio soli, che male accompagnati, a volte, eh. Però, si spera sempre”.

Qual è il tuo più bel “gol” a livello professionale fino ad ora realizzato e l'”auto-gol” più clamoroso?

“Mamma mia! Allora, il più grande “gol” che ho fatto finora...”

La parte in tivù ne “La città dei pazzi” di Marco Turco?

“No, è stato fare uno spettacolo da solo perché avevo sempre molta paura di non riuscire a tenere da solo una platea di duecento-trecento-quattrocento spettatori. Invece, fare questo spettacolo “Mi cercarono l'anima a forza di botte” – che spero tanto di portare anche a Verona, come ci sono riuscito l'anno scorso - mi ha permesso di superare la grande paura. Questo è stato finora il mio “gol” più bello professionalmente. Anche “La città dei pazzi” ho è stato certamente un grande gol, perché non ero nessuno, questo regista – Marco Turco - ha visto il mio lavoro, si è imposto con questa produzione che non sapeva neanche che cavolo fosse, perché se non sei amico dell'amico o non fai parte di certi giri, tanto si è imposto che m'ha fatto fare questo ruolo qui. Però, sapevo che se lui non si fosse imposto, per quanto bravo fossi, per quanto gli piacessi, ecc..., non ce l'avrei fatta perché ci sono altre regole. Spero che questo non sia l'unico gol, perché dopo quel film mi è venuta a cercarmi un'agenzia cinematografica Porfolio”.

Ci puoi, un attimo, parlare del tuo capolavoro: “Mi cercarono l'anima a forza di botte”?

“Il titolo è preso da una canzone di Fabrizio De André e parla di Domenico Scandella, un eretico del Cinquecento, il primo eretico della storia. Abbiamo messo insieme questo spettacolo e negli ultimi due anni ha avuto abbastanza successo. Il mio “autogol” più clamoroso è stato quello di dire sempre che credevo in me stesso e di non crederci abbastanza. Quindi, ho capito che la differenza tra il dire e il diventare, il credere in te stesso è una gran cosa. Il mio autogol più clamoroso è stato di vivere sei anni in cui credevo in me stesso ed invece scoprire che non era vero niente, cioè che non credevo in me”.

Che ruolo ti sarebbe piaciuto interpretare, fossi stato un calciatore?

“Attaccante”.

Nella vita, finora, sei stato più attaccante o difensore; o centrocampista?

“Attaccante. Anche troppo”.

E' vero che, come diceva Don Lorenzo Milani, chi ha le mani pulite deve tirarle fuori dalle tasche dei pantaloni e mostrarle?

“Io ho sempre la mani pulite. Non nascondo mai niente: sono sempre molto chiaro, diretto, preciso. Anche a mio discapito, eh. Invece, in qualche occasione avrei dovuto farlo. Ma, meglio così”.

Qual è il tuo motto preferito?

“Io vorrei riuscire a fare quello che voglio senza fare del male a nessuno. Senza mai fare del male a qualcuno, per ottenere quello che voglio. Però, so che nel momento in cui mi sarà posta una situazione del genere, probabilmente lo farò. Senza far troppo male, ma lo farò”.

Se ti chiamassi Federico Gassman...?

“Per quello che intendi fare, essere figlio d'arte è un ottimo inizio, ma, se poi non sei bravo, non sei animato da vera passione, o a te stesso dici “arrivederci e grazie” e te ne vai via, o ti fischiano. La strada ce l'hai segnata, se vuoi, ma poi devi dimostrare che la vuoi quella strada lì”.

Qual è l'attore che ti piace di più?

“Italiano? Tony Servillo. L'americano? Philip Seymour Hoffman (23 luglio 1967): è un attore molto grasso, biondo di capelli, che ha vinto l'Oscar, che ha fatto “Il dubbio” con Meryl Streep l'anno scorso. E' un bravissimo attore: non è bello, è molto grasso e comunque riesce ad interpretare millecinquecento ruoli, uno diverso dall'altro”.

Il bello, nel mondo del teatro e dello spettacolo, aiuta?

“No, oh sì: boh, non lo so. Sai cos'é? Dovrei essere bello per poterlo sapere”.

Ti vedi brutto, tu?

“Io me lo sono sempre posto questo problema: io dico: se io fossi bellissimo, fossi un modello, riuscirei, con la mia testa, a dimostrare che posso essere bello ed anche un bravo attore. Il problema è che se tu non sei né bello né brutto, sei una strana via di mezzo, puoi essere molto bello come puoi essere bruttissimo. Dal punto di vista teatrale, hai un sacco di opportunità. Perché il teatro ti chiede proprio questa cosa qua: ti chiede il trasformismo, il cinema, la televisione non te lo chiedono, ma solo di essere quello che sei, così come appari nella vita di tutti i giorni agli altri. Quindi, per qualcuno io posso fare una grande carriera come pazzo psichiatrico, come tossico dipendente piuttosto che malato di mente, piuttosto che assassino, piuttosto che cattivo, il serial killer - parti, queste, richiestemi ogni volta che andavo a fare un casting – e capire che, al di là di quello che credo io e che percepisco guardandomi allo specchio, quello che gli spettatori vedono è quello. Quindi, non lo so: io penso che la bellezza ti dia più opportunità, ma, se anche in questa ipotesi, non hai alcun talento, pian piano fai e hai tanto subito, ma poi tutto si sbilancia”.

Se non avessi fatto l'attore, cosa ti sarebbe piaciuto fare l'infermiere?

“No, l'avevo deciso di fare come alternativa a non lasciare Verona e perché a 18-19 anni ero convinto che non ce l'avrei fatta a sfondare nel mondo dello spettacolo e del teatro. Volevo fare una vita regolare, insomma. Un giorno sono scappato a Milano perché continuavo a nutrire questo desiderio, c'erano delle selezioni e nascosto proprio da tutti, proprio da tutti, ho sostenuto questo provino. Mi hanno preso e quindi ho avuto conferma di quello che mi sarebbe piaciuto fare, diventare. Quando sono giù di morale, non ti nascondo che mi martello la mente nel chiedermi continuamente ma perché non ho fatto altro, ma perché non c'è nient'altro che io so fare se non questo. Mi avrebbe consolato il pensare che oltre a quella dello spettacolo avrei saputo fare qualche altra professione, qualche altro mestiere, cui posso ricorrere in caso non riuscissi in una delle due. E, siccome, mi piace fare solo quella, mi devo beccare queste sofferenze, mi devo subire questi tormentoni, perché non c'è nient'altro che io possa fare”.

La vita senza l'amore cos'è per Federico Bonaconza. Non sei mai stato tradito da un grande amico?

“Dagli amici continuamente, però, mi rendo conto che per loro non è un tradimento. Io dall'amicizia mi aspetto moltissimo perché ripongo in lei moltissime aspettative, credo di dare tantissimo. E ogni giorno, forse dipende dal mio segno zodiacale il fatto di essere molto rigido, poco elastico in questo, gli amici – anche quelli più cari – mi danno tante piccole delusioni, che io però non posso dire, non posso esporre perché, altrimenti, mi guarderebbero come se fossi un pazzo. Io non posso pensare che la mia sensibilità, di vedere e vivere la vita debba per forza ritrovarsi anche negli altri. Quindi, io vengo continuamente tradito e deluso. Però, poi, io sono anche uno che il giorno dopo si rigenera, continua a perdonare perché mi rendo conto che queste piccole stilettate non sanno di sferrarle e rimproverandoli non otterrei nulla”.

Quand'è che hai pianto di vero dolore?
“Ieri”.

Per quest'amico che è gravemente malato? Possiamo dire almeno il nome?
“No, non voglio fare nomi”.

Qual è la peggiore offesa: che sei troppo teatrale?

“Me lo dicevano tanto, per offesa. Ma, ti dico che la mia voce è la mia voce, non è impostata ed è così da quando ho diciotto anni. A parte una cadenza più o meno marcata, di fatto, la mia voce è sempre stata questa. Quindi, di fatto, io sono nato teatrale: quindi, non può essere un'offesa. Io sono nato così”.

I tuoi primi sketch, li hai esibiti in casa?

“Oh, con tutti, con la nonna, raccontavo le poesie, raccontavo le storie a mia mamma, leggevo i libri, mi alzavo di notte a raccontargliele, facevo un po' tutti i personaggi”.

Qual è il personaggio che ti veniva meglio o quello che interpretavi più volentieri da ragazzino? Recitavi anche poesie del Carducci, del Leopardi?

“No, io ero ignorante. Io ho cominciato a leggere tanto, tanto a 17 anni. Fino ad allora, leggiucchiavo, ho fatto una vita pessima, perché non riuscivo a capire quello che dovevo fare, però, nel momento stesso in cui l'ho capito, ho aperto biblioteche, ho aperto tutto”.

Il tuo poeta-scrittore preferito?
“Pasolini”.

Pasolini si sbagliò quando preconizzò una società molto massificata?

“Per me no, perché uno può fare il Naziskin, l'altro l'Emo, ma, quando andiamo a votare, votiamo la stessa cosa, oppure guardiamo tutti gli stessi programmi, la stessa televisione. Pasolini aveva ragione sul fatto che il potere della televisione – e lo dico a mio discapito – avrebbe inebetito le coscienze. Io sono convinto che è così, anche perché poi sai, sulla mia pelle, non dovrei parlare male della tivù perché poi la faccio, ma io faccio anche teatro e vedo quanta poca gente ci viene a teatro. Da qualche parte, dunque, Pasolini aveva ragione, cioè che quell'elettrodomestico (la televisione) avrebbe acquistato una potenza, una grande influenza fondamentale sulle coscienze, sulle menti della gente. E, quindi, cosa fa la televisione? Se fossero dei programmi intelligenti, di cultura e registrassimo, guardandoli, un grande share, posso anche capirlo, probabilmente saremmo tutti uguali, ma tutti persone intelligenti e di cultura. In realtà, siamo lo specchio, secondo me, di quello che ci viene proposto”.

Cos'è che ti commuove e cos'è che ti fa rabbia?

“A me commuovono gli atti di affetto: se una persona nei miei confronti esprime un atto di affetto – meglio se a sorpresa – mi commuove molto. Quello che mi trasmette dolore è l'ignoranza, in generale, non soltanto culturalmente. Quando uno cioè sa che è ignorante e non fa niente per accrescere: io sono ignorante e me ne vado. E questo mi procura un dolore pazzesco, perché pochi leggono un libro. Senza la televisione, ma, grazie alla lettura di un libro noi avevamo, anni e anni fa, più memoria, ce lo ricordavamo. Adesso abbiamo sempre meno memoria. Imparare a memoria un copione è un fatto meccanico, ma, quando leggo un libro e mi è piaciuto, tac, devo scrivere io che cosa mi è piaciuto”.

Grazie e in bocca al lupo per il tuo lavoro, Federico!

“Crepi, e arrivederci a presto!”

<>Andrea Nocini per www.pianeta.it 3 dicembre 2010>

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