Home Archivio Storico Archivio Interviste VIP Archivio: INTERVISTE VIP

Archivio: INTERVISTE VIP

6/2/11
INCONTRI RAVVICINATI: VITTORIO BISSARO

<

><>VELA...DO IO L'AMERICA! >>
Per Vittorio Bissaro e Lamberto Cesari, entrambi veronesi, l'anno 2010 è stato all'insegna di un crescendo di successi a dir poco rossiniano: riconquista del titolo italiano, a Scauri (nel Lazio), conquista del titolo europeo Wildcat e del titolo tedesco F18, titolo iridato del catamarano formula 18 ad Erquy, in Francia, tra il 3 e il 10 luglio.

I due “ragazzi volanti” della Fraglia Vela di Malcesine e del Circolo Nautico Bardolino, e sulla barca fornita da Bolsena Yachting Sport, si preparano a conquistare il podio alle prossime Olimpiadi, in programma a Rio nel 2016. Vittorio sembra un ragazzo della Scapigliatura milanese; e, lui a Milano ci vive per quasi tutta la settimana, perché frequenta la Facoltà di Ingegneria Aerospaziale (mari e cieli completano la sua cultura di esploratore-navigatore).

Ma, potrebbe essere scambiato benissimo per uno dei tanti giovani allievi di Raffaello Sanzio: per via dei lunghi capelli biondi che incorniciano un volto, ed una fronte spaziosa, propria dei ragazzi intelligenti. Ed, infatti, non avremmo mai pensato che un ragazzo di 23 anni (è nato il 1° giugno 1987) potesse rispondere a domande profonde con la maturità di un ultraottuagenario.

Cosa ha significato per voi il trionfo iridato ad Erquy?

“Il successo colto in Bretagna è il coronamento degli ultimi anni di sacrificio trascorsi in compagnia di Lamberto Cesari, mio grande compagno”.

Come ti è nata la passione per il mondo dei multiscafi?

“Siamo arrivati fino a qua, in realtà, un po' per caso: i nostri genitori avevano in società in Croazia una barca a vela e, quindi, ci siamo conosciuti sulla stessa barca a vela da crociera, un Comet 11, e così, per caso, abbiamo deciso di comprarci un catamarano, e nel giro di 6-7 anni ci siamo ritrovati a vincere questo titolo mondiale. Sicuramente, ci vuole una grande passione per la vela: l'abbiamo tutti e due, perché è quella che ci permette di svegliarci alla mattina alle cinque e mezza, al freddo, da soli, e dormire sotto la barca. Passione, sì, tanta”.

Vale molto l'affiatamento tra i due regatanti, o no?

“Con la scusa che in la barca a vela bisogna girare tutto il mondo e siamo in giro per regate, quest'anno abbiamo preso un furgoncino, in cui dormiamo dentro sopra un letto matrimoniale ed è una convivenza a tutti gli effetti. Infatti, passiamo più tempo noi due assieme che con le rispettive fidanzate. Certamente, l'affiatamento con il compagno di regate è fondamentale nei risultati, nel riuscire a capirci in anticipo, nel non perdere secondi preziosi a spiegare cose che invece si intuiscono”.

Può diventare, il catamarano, una disciplina olimpica?

“Il catamarano è una disciplina olimpica, ufficialmente per Rio 2016. Per le Olimpiadi di Londra 2012 è stato tolto, quando lo è stato per le Olimpiadi di Pechino. Per dire, che a tutti gli effetti è una disciplina olimpica, e adesso dovremo vedere perché aleggia intorno a questa disciplina sempre molta incertezza, variabilità sul farla o no partecipare alle Olimpiadi. Per Rio, per esempio, è stato introdotto il catamarano in classe mista, un maschio e una donna, e, quindi, nell'eventualità decideremo di sciogliere l'equipaggio e provare a fare due equipaggi indipendenti; altrimenti, nel caso che lo reintroducessero come open, quindi, la possibilità di correre in due maschi, proveremo a correre e ad inseguire il sogno a cinque cerchi”.

Pellaschier, centra qualcosa con il tuo tipo di disciplina?

“Pellaschier è una figura emblematica della vela italiana, sicuramente uno dei più grandi ve
    i italiani. Però, legato a una vela di 20-30 anni fa, e un mondo dei monoscafi che ricalca solo in parte questa vela moderna e le barche più veloci. Barche plananti, che possono essere il catamarano, il surf, le tavole a vela. Quindi, la filosofia è un po' più diversa. Mi spiego: mentre la vela di una volta ti dava la soddisfazione di sentire il vento nelle orecchie con barche che erano più lente, la sensazione pura, qui, nel catamarano, assapori la soddisfazione pura del dinamismo, dell'atletismo puro, vero e proprio, le preparazioni atletiche svolte a terra. Sta diventando più sport e meno poesia: c'è una poesia diversa, respiri la poesia del sacrificio, non più quella del solo sentire il vento sulle orecchie”.

    Che brividi, che altre emozioni può trasmettere il tuo sport?

    “Come tutti gli sport, l'emozione è legata al risultato. Per realizzare, concretizzare, dare un senso ai tanti sacrifici che si sono fatti. Quindi, l'emozione è quella che si può provare dopo allenamenti estenuanti, da soli, in condizioni magari non proprio necessariamente divertenti, ma, che però ci mettono nella condizione in regata di riuscire ad esprimere quel qualcosa in più rispetto agli avversari e riuscire a superare le tue difficoltà, i tuoi lati più deboli. L'emozione, quindi, di superare una tua debolezza”.

    C'è più un senso di eroismo, dell'Ulisse che sfidava se stesso cercando di aggirare le Colonne d'Ercole, oppure c'è anche sotto un grande desiderio di amare il silenzio, la libertà?

    “Mah, sono due elementi che fanno parte del marinaio, perché noi regatanti, noi ve
      i siamo anche marinai, nel senso che dobbiamo chiaramente uscire da soli in mare e se non conosci bene le condizioni dell'acqua, delle nuvole (che annunciano o no l'arrivo di temporali) e del vento, rischi di limitare la vela al gesto atletico puro. La vela oggi è sport atletico – come ti dicevo prima – vero e proprio e questa parte di poesia di arrivismo piuttosto che desiderio di libertà è uno sport che ti permette molto di confrontarti con te stesso. Perché è uno sport solitario, si naviga per molte ore da soli, in compagnia, nel mio caso, di Lamberto, e, quindi, è uno sport molto introspettivo”.

      E' uno sport senza orologio, senza la solita routine da seguire; in un certo qual modo, anticonformista, rivoluzionario, anarchico, o no?

      “E' uno sport molto elastico, uno sport che ogni giorno non è ripetitivo, quale può essere, ad esempio, il nuoto, in cui tutte le mattine devi entrare in acqua, la piscina è sempre quella, devi fare un tot numero di vasche al giorno, un tot di sessioni di allenamenti. La vela ha tante di quelle variabili che ogni giorno ti permette di confrontarti in maniera nuova e con tante variabili”.

      Oltre che costare sacrifici, costa come attrezzatura e via dicendo?

      “Costa a iniziare. Costa se non si riesce a porsi una posizione di essere più o meno indipendente a livello economico. E' uno sport, di quelli che possiamo definire elitari; certo, non tutti possono iniziare a fare regate in barca a vela, perché è un po' come il golf, l'ippica, lo sci alpino. Sono sport di un certo tipo. Il figlio di una famiglia di condizioni umili si compera le scarpe da calcio e va giocare al campetto: non può permettersi di comperare la barca a vela, di andare in Francia a far regate. Se, dopo qualche anno di sacrificio economico si ha la capacità di rendersi sostenibili attraverso agganci o sponsor, oppure si riesce a dimostrare con i risultati di valere, allora, a quel punto, le aziende o le piccole società hanno interesse ad investire su di te e diventa meno invasivo a livello economico”.

      Il tuo vero sogno è quello di poter disputare l'Olimpiade e di salire su almeno un gradino del podio?

      “C'è tempo, come dici tu: la vela è uno sport dove l'esperienza vale tanto e, quindi, anche il fatto di aver conseguito questi risultati così da giovani, significa che c'è del buon potenziale. Il nostro sogno che ci ha spinto fino adesso a salire sul catamarano era quello di navigare, di inseguire questo sogno a cinque cerchi. In realtà, da quando a novembre hanno deciso di introdurre a Rio 2016 il catamarano nella disciplina mista e non solo maschile, ci ha un po' spiazzato e nell'ultimo periodo ci siamo un po' riconfrontati con noi stessi e abbiamo dovuto dire “fermi tutti: stiamo facendo sacrifici per qualcosa che forse non si può realizzare”. L'Olimpiade per un ve
        a è l'arrivo, è il traguardo. Mentre per un calciatore, per un tennista, per un cestista l'Olimpiade è solo una vetrina, l'Olimpiade è nulla o poco di più, l'Olimpiade per un navigatore è un po' come l'atletica: se vinci una medaglia significa che sei al top e che hai raggiunto un sogno”.

        Cos'è che ti dà più fastidio nella vita e cos'è invece che riesce ancora a commuoverti?

        “A me quello che dà più fastidio è lo stare fermi, l'accontentarsi. Io quando vedo una persona, un giovane seduto sul divano, che perde tempo mi indispone. Stamattina, per esempio, ci siamo alzati alle sette per andare a navigare, siamo usciti con l'acqua che era a cinque gradi, con la muta addosso e un freddo incredibile, ma, veramente, quando si torna a terra con le mani congelate ci si sente vivi in quel momento. Mi dà fastidio quando vedo la persona che sta sul divano perché è sua ignoranza, non è solamente aver scelto una vita comoda, è il non aver scelto la possibilità di provare nuove emozioni. Mi dà fastidio la pigrizia, l'essere sedentario; amo invece il sacrificio, per raggiungere degli obbiettivi”.

        Cos'è che riesce a commuoverti?

        “E' una domanda non tanto difficile, ma, in questo momento non riesco a trovare una risposta diretta. Bé, sicuramente, anche se rischio di passare per banale, mi commuove tutto quello che succede intorno al mondo e il benessere e l'ignoranza con cui si vive in Italia. Una commozione guardando all'estero e “incazzatura” guardando verso il mio Paese. Mi spiego: non mi piace il comportamento che ha l'italiano medio. Che scade nella politica ed è meglio non sfiorare tale tasto, che rischia di diventare noioso. La commozione la lego al sacrificio, a quando una persona, senza colpe, perde qualcosa”.

        Sei un regatante: l'Italia è fatta di poeti, santi e navigatori. Non ti ha mai commosso un cielo stellato in piena notte?

        “Sicuramente. Mi piace tantissimo il mare: commuove da morire camminare scalzo, con i piedi nel mare durante la notte. Però, una commozione legata più che alla tristezza, al sublime, legata alla bellezza della natura”.

        Emmanuel Kant diceva: “Il cielo stellato sopra di me e il rigore morale dentro di me”.

        “Una commozione, dicevo, più legata alla bellezza del creato che legata al dolore”.

        Sì, una sorta di “sindrome di Stendhal”, che lo assalivano mentre contemplava i capolavori dell'arte...
        “Certo”.

        Tornando alla commozione, esistono due pianti: uno di felicità, da pelle d'oca, ed uno di dolore vero, di lutto vero e proprio. Quand'è stata l'ultima volta che hai vissuto questi due stati d'animo molto contrapposti tra di loro?

        “L'ultima volta che pianto è stato per una storia d'amore, ma di debolezza, che faceva parte in realtà del mio primo amore della vita, che è finito forse per colpa di questo sport, dei tanti sacrifici che comporta. Ma, in realtà, no, ho pianto perché è stata la fine di una stabilità affettiva che mi aiutava molto. Però, la cosa, ahimè, mi è servita di grande aiuto perché quando si riesce a superare i momenti duri, poi, si è più forti. Si passa, ci si piange, ma, poi, dopo sei un uomo più forte, migliore, capace di sopportare meglio i dolori della vita. Che fanno parte di tutti. Del resto, i pianti di lutto, che siano di origine fisico o mentale, ma, è inevitabile che si soffre nella vita. E, quindi, aver sofferto ed aver imparato a superare queste sofferenze aiuta a non ricaderci”.

        E' vero che soffrire è uguale a conoscere, a imparare?

        “Sicuramente; per lo stesso motivo dell'ultima cosa che ho appena detto. Soffrire aiuta a conoscere se stessi e a capire come si reagisce a certe situazioni ed a evitare in futuro di ricadere nelle stesse debolezze, a comportarsi in maniera più matura, più forte. Alla fine, credo che la sofferenza sia sempre più o meno legato a una debolezza. L'uomo sensibile soffre, inevitabilmente, e l'uomo forte riesce a superare le debolezze. Quindi, l'uomo vincente è quello che riesce di mettersi alla prova, ma di avere anche la forza di trasformare questi elementi di prova in elementi costruttivi e propedeutici alla propria crescita personale”.

        Aiuta a credere in Dio, a parlare con se stessi durante la regata in mare? Tu ci credi in Dio?

        “Aiuta a credere in qualcosa: che dopo sia Dio o sia semplicemente l'esistenza di una qualche cosa che vada al di là del razionalmente motivabile, non lo so. Di solito, il navigatore è una persona molto sensibilizzata a quello che non è scientificamente dimostrabile. E, quindi, sì, aiuta a spingersi in un qualcosa di sovrannaturale”.

        Ma, tu credi in Dio?

        “Io credo in qualcosa di sovrannaturale. Sono di formazione molto cattolico, cioè ci credo, però, il vero messaggio della Chiesa sia quello di non limitarsi a tutto ciò che è dimostrabile; di cercare di tenersi qualcosa nell'Aldilà, ma, semplicemente di non razionale totalmente. Se questo è il messaggio che volevano passarmi, io credo di averlo recepito”.

        Hai parlato dell'Aldilà: come te li immagini tra mille anni, cosa ti aspetti di trovare e vedere lassù, oltre le nuvole e i venti che t'accompagnano nel mare?

        “Vorrei riabbracciare...Ma, io mi trovo molto bene in famiglia: con la scusa che negli ultimi anni ci sono stato poco per lo studio e per le gare di catamarano, mio fratello è sempre via per la passione degli sci e la famiglia è molto in movimento, quando ci riuniamo a casa è bello sentirci uniti, insieme. Quindi, tra mille anni, sogno una bella cena di famiglia, tutti insieme. Io vorrei un tavolo all'aperto, su uno scoglio, a Capri, e mamma che porta una pentola da un chilo e mezzo di pasta, e noi che mangiamo col vento che accarezza i capelli”.

        Hai mai giocato a calcio?

        “Ho giocato, ma, mi hanno sempre dato l'appellativo di “Scarpantibus”. Sono sempre stato uno che correva, con i piedi però un po' storti. Quindi, quando c'era da centrare un po' la porta, facevo fatica. E, inevitabilmente, hanno investito sul calcio altri componenti della mia famiglia - vedi Stefano, classe 1989, maglia Crazy Colombo; e prim'ancora mio padre Sante, attaccante -, ed io, per fortuna, ho deciso di non seguire quella strada”.

        Ha vinto, finora, più il cuore o la ragione?
        “Tutte e due”.

        Di che cosa non dobbiamo dimenticarci tutti i giorni della nostra vita?
        “Di lottare per quello in cui crediamo”.

        Il tuo sogno più grande, la tua stella Cometa?

        “Porsi degli obbiettivi e cercare di raggiungerli, perché è solo cercando di raggiungere qualcosa che si vive meglio. Altrimenti, appunto, quando ci si siede, credo che i problemi in genere nella vita inizino quando nella vita non hai più qualcosa per cui vale la pena lottare”.

        Il “gol” e l'”autogol” più clamorosi, più grandi?

        “Domanda difficilissima per poter rispondere ora, qui, su due piedi. Il gol più bello è stato vincere il campionato mondiale giovani lassù in Francia, perché, oltre ad essere un trofeo molto prestigioso, porta il nome di un navigatore oceanico italo-francese, Pierre Sicurì, cui siamo legati tantissimo (alla famiglia, alle figlie), e, quindi, dopo la morte di questo navigatore, hanno intitolato a lui questo premio, a lui, il quale credeva molto nei giovani, e da assegnare al migliore equipaggio yute, e vincere quel premio consegnatoci dal fratello Raphael è stato davvero bellissimo, una grande emozione. L'”autogol”? Non ne ho tanti: sono tutti autogol, ma, su cui poi sono riuscito a fare un gol e mezzo. Non riesco a vedere alcun insuccesso nella mia vita, che abbia solo portato problemi. Ho fatto tante “cazzate”, sportive in genere, ma, credo che tutte siano servite a culminare nel grande gol che ho fatto vincendo i Mondiali in Francia. Rammarichi? Pochi”.

        Hellas Verona o Chievo?
        “Chievo”.

        Perché?

        “Perché non mi piace la tifoseria dell'Hellas. Storicamente, dico Hellas, ma, quando al calcio si uniscono altre cose come la politica, il calcio non è più solamente uno sport. Sta diventando un'altra cosa il calcio oggi”.

        La cosa di cui non potresti proprio fare a meno?
        “Andare in barca”.

        <>Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 6 febbraio 2011>

Visualizzazioni:2839