Home Archivio Storico Archivio Interviste VIP Archivio: INTERVISTE VIP

Archivio: INTERVISTE VIP

25/4/11
INCONTRI RAVVICINATI: DINO BAGGIO

<

><>L'ALTRO BAGGIO>>
Dino Baggio nasce a Camposampiero, nel Padovano, il 24 luglio 1971. A 11 anni è già lontano da casa, reclutato dalle giovanili di quel Torino in cui cresce e debutta in A nel 1991. Con i granata è uno dei protagonisti della risalita dalla B alla massima serie del Toro. Lo acquista la Juve, nel 1991, ma, prima lo gira all'Inter di Mattheus.
Ritorna in bianco-nero l'anno successivo, e nella Vecchia Signora gioca due stagioni, dal 1992-94, assieme anche all'omonimo Roberto, vincendo una Coppa Uefa (1993), battendo in finale il Borussia Dortmund, e mettendo tre suoi sigilli nelle partite di andata e ritorno della finale.

Sempre in Coppa Uefa, a Varsavia, in casa dei polacchi del Wisla, un coltello scagliato dalla tribuna lo colpisce al capo e gli provoca cinque punti di sutura. Ma, Dino Baggio, di certo, non si impaurisce e torna in campo più forte di prima. Poi, la lunga stagione nel Parma, di Nevio Scala prima e di Alberto Malesani dopo. All'ombra del “Tardini”, conquista una Coppa Italia (198-99) superando la Fiorentina, due Coppe Uefa (1994-95 e 1998-99) e sollevando al cielo una Supercoppa italiana (edizione 1999), avendo la meglio sul Milan.

Ma, con la maglia giallo e blu degli emiliani vive non solo gli splendori ma anche le ombre dell'ottima carriera. Il 9 gennaio 2000, in Parma-Juventus, sfrega il pollice con l'indice a mo' di conta soldi, ed accompagna il gesto con uno sputo in terra. In cambio otterrà, si fa per dire, 6 giornate di squalifica e una multa di 200 milioni di lire.
E, viene escluso da quella Nazionale in cui milita per ben un decennio (dal 1991 al 1999), diventando un pilastro del centrocampo assieme a Demetrio Albertini, e laureandosi nel 1994 vice-campione del Mondo negli Usa, battuto solo ai rigori dal Brasile di Ronaldo.
Gioca anche gli Europei del 1996 e i Mondiali del 1998. In tutto, in azzurro colleziona 60 maglie, realizzando 7 reti.

Dopo Parma, emigra in Inghilterra, trovando posto nei Blackburn Rovers (2003-04). Nel gennaio 2004 lo vuole l'Ancona, poi, il ritorno alla Lazio (2005-06), infine, la Triestina (serie B) e la Terza categoria con la maglia dei dilettanti del Tombolo di Padova (2008). In serie A arriva a totalizzare 333 presenze, realizzando 25 reti. Nelle competizioni europee, disputa 73 partite e firma qualcosa come 13 gol. Certamente, un bel bottino per un centrocampista.

Dino, qual è stato il momento più bello della vita di calciatore?

“Bé, guarda, sicuramente per un calciatore arrivare a disputare una finale a un campionato del Mondo penso che professionalmente sia il momento più bello. Questo è sicuro; anche se poi ce ne sono stati degli altri. Però, alla finale di un campionato del Mondo non tutti riescono ad arrivarci”.

Possiamo ricordare, tra le sue “perle”, anche la doppietta nella finale in casa, al “Comunale” di Torino con la Juventus, nel 1992-93, di Coppa Uefa contro il Borussia Dortmund?

“Sì, possiamo ricordare anche quella doppietta, certamente”.

Che cosa ricorda dell'avvocato Gianni Agnelli, che tanto manca oggi alla Juventus?

“Noi giocatori lo vedevamo raramente dopo la partita. Però, lo vedevamo spesso quando giocavamo in casa, quando si andava in ritiro a Villar Perosa – lui aveva la villa lì -, e, allora, alla domenica mattina prima della gara ci riceveva tutti quanti e ci faceva delle domande sulla gara, sul campionato, sugli allenamenti, sul mister. Poi, per noi aveva sempre una domanda, due domande di riserva”.

Si ricorda un attestato di stima, un aneddoto particolare nei suoi confronti?

“Lui, l'avvocato, faceva tutto in generale: per esempio, per la vittoria della Coppa Uefa era stato stabilito un premio, ma, lui ci ha messo qualcosa in più di suo per tutti quanti noi atleti”.

Si ricorda una battuta scappata all'Avvocato nei suoi confronti, un singolare apprezzamento?

“No, lui parlava spesso con Roberto Baggio, Vialli, con gli stranieri. Cercava sempre di parlare con quelli un po' con quelli più accreditati. Io ero ancora giovane, Conte uguale: non è che parlasse tanto con noi. Andava da Vialli, Roberto Baggio, da qualche altro”.

Il cognome Baggio l'ha più danneggiato o vantaggiato?

“No, bé, io e Roberto, ogni tanto ci sentiamo: siamo amici tutt'ora, anche se ormai lui è più in Argentina che in Italia, perché è sempre a caccia. Per me, è stato un onore aver giocato insieme a lui, siamo cresciuti insieme, abbiamo fatto diversi anni insieme. Con la Nazionale abbiamo trascorso dieci anni insieme; quindi, abbiamo passato una vita da calciatore. Per me, quel nome è stato importante, ecco. Anzi, ti dirò di più: tanta gente pensava che fossimo fratelli, a dire il vero”.

Il momento più triste della sua carriera di atleta?

“Mah, il più brutto? Diciamo, poi, che la verità è uscita tutta quanta, è quando – se ti ricordi – ho fatto quel gesto famoso in Parma-Juventus, dei soldi, degli arbitri, un sistema un po' tutto particolare che c'era. Poi, lì passai per quello che aveva sbagliato, per quello che non doveva dare. Pagai salatamente, sì tanto, perché persi la Nazionale, me l'hanno proprio tolta, pagai anche di tasca mia, presi anche 5 giornate di squalifica . Insomma, da quel momento lì la mia carriera – che era sempre stata alta – ha cominciato ad andare giù, ma, non perché io fossi scaduto, in quanto il mio livello era sempre quello. Mi hanno fatto, pian piano, uscire dal giro”.

Ha fatto la fine di Zeman: la verità nel calcio di un certo livello fa male, o no?

“Sì, ecco, bravo: lui per il doping, io per l'altra roba. Stessa identica cosa”.

Secondo lei, la Juventus è colpevole? Tu cosa faresti se fossi un giudice sportivo: glielo riassegnerebbe quello scudetto strappato ai bianco-neri a tavolino, e andato cucito poi sul petto dell'Inter?

“Guarda, siccome tutto è ancora aperto, non si sa ancora niente sulla storia tra Moggi, Giraudo, e su quello che è successo, preferisco non parlarne più, anche perché è stata dura; poi, adesso sto bene, non ci sono problemi, ma, sai finire una carriera da uno dei grandi e finire come l'ho finita io per colpa di questi individui ti dà fastidio. Sai cosa c'è? Che purtroppo dopo dieci anni la verità è uscita. Io questa l'avevo detta nel 1999 – perché nel 2000 non mi hanno fatto andare agli Europei, lasciandomi a casa -, e poi la verità è uscita dopo dieci anni. Pensa te!”

Con “questi individui”, lei si riferisce alla triade juventina o ai giudici sportivi?

“No, di magistrati, di quella categoria lì non ne so niente. So che si è visto, si è letto tanto sui giornali, sono state rese note le intercettazioni ed altro, e da lì uno capisce”.

Che cosa fa di bello oggi Dino Baggio?

“Adesso ho una squadretta del paese nostro, di Piccoli Amici, Pulcini, un po' di Esordienti, di giovani bambini che sia affacciano al mondo del calcio. Si cerca di dare a loro degli esempi da prendere, di sconsigliarli di guardare certi personaggi che campeggiano oggi nel mondo del calcio. Mi riferisco a certe esultanze che fanno sbagliate o certi comportamenti. Si cerca di dare una via più precisa. Poi, oh, non si sa mai nella vita, perché si cambia: finché son piccoli si cerca di indicare la via giusta”.

Non ti è mai venuta la voglia di lasciare il calcio quando eri in auge magari?

“Sì, ma, guarda che ancora adesso mi viene quella voglia di rifiuto: non guardo neanche il calcio oggi io. Tanti giorna
    i mi chiamano e mi chiedono: “E, allora, la partita come l'hai vista?” E, sai cosa rispondo loro: “Guarda che io non guardo niente”: non ci credono. Poi, ti dico, sono 5 anni, da quando ho smesso, che non guardo una partita del campionato italiano. Se io guardo, seguo Real Madrid-Barcellona tra due giorni, posso guardare quelle partite belle, importanti del calcio internazionale, ma, il calcio italiano io non lo guardo. Non mi interessa proprio”.

    Qual è stato l'avversario che l'ha messo più in difficoltà nel suo ruolo?

    “Che ho incontrato, che ho dovuto anche marcare?”

    Sì, quello che lei ha detto tra sé e sé: questo è tosto, è duro, eh!

    “Ho avuto una volta davanti Zidane, e già era difficile prendere la palla. Ma molto difficile. Se era in giornata, era imprendibile il francese. Ne ho marcati tanti, diversi anche in Nazionale, e sempre con buoni risultati, ma, quando ho incontrato lui, ho avuto grandi difficoltà”.

    La “bestia nera” di Dino Baggio a livello di giocatore e di squadra avversaria?

    E il grande Dino si lascia andare a un bel sorriso: “Eh, non lo so perché ne ho viste parecchio e con le squadre che avevo io vincevamo dappertutto”.

    Il giocatore, invece, più forte con cui ha giocato Dino Baggio?

    “Allora, io ho avuto Mattheus all'Inter, beh, Roberto Baggio alla Juventus, e contro al primo anno di serie A mio e al suo ultimo di massima serie è stato Maradona. Peccato, perché era il suo ultimo anno a Napoli e il mio primo in serie A. Peccato perché mi sarebbe piaciuto incontrarlo di più. Quando avrei avuto la possibilità di incontrarlo per bene, Maradona, ai Mondiali del 1994, l'hanno squalificato per doping. Se ti ricordi”.

    Di Mattheus cosa le piaceva?

    “Mi piaceva il carattere che aveva: lui era praticamente forte, forte di carattere: comandava lui. Prendeva la palla dal portiere, riusciva a portarla fino ad andare a calciare nella porta avversaria. Una roba impressionante! Quando stava bene, era incredibile quel giocatore lì”.

    Mi ascolti, Dino...“E, poi, uno contro cui ho giocato, forte una roba da matti, era Van Basten. Che giocatore, ragazzi! Pensi che una volta io mi son fermato, durante un ritiro della Nazionale a Milanello: lui, Van Basten, era agli ultimi anni perché aveva avuto un problema al tendine, e io mi sono fermato dopo l'allenamento, mi sono fermato lì, mi sono seduto su una panchina, perché c'era lui che si allenava. E c'era un allenatore che gli faceva i cross, lui che calciava in porta e un portiere. Su cinquanta cross che gli ha fatto, non ha sbagliato una volta la porta. Sono rimasto impressionato!”

    Che cos'è che la fa felice nella vita?

    “Bé, la famiglia, i bambini: sono la cosa più bella. La vita giornaliera che vivono, le battute che ti fanno, le mille domande al giorno che ti fanno. E' tutto da scoprire il loro mondo, il loro universo”.

    Quanti figli ha, come si chiamano?

    “Due, Alessandro e Leonardo”.

    Che cos'è che la rattrista, la fa star male?

    “Sai cos'è? Che adesso viviamo in un mondo che più ti comporti male – e questo è sbagliato - , più ti insulti. Vedi anche le televisioni: più sparli di una persona e più sei considerato, sei quotato; più ti stimano. Se, invece, ti comporti bene, stai nel giusto, non cerchi fregare l'altro qua e là, sei proprio declassificato in una maniera impressionante. E, invece, dovrebbe essere l'esatto contrario. Viviamo in un mondo davvero impressionante. E' questa la roba che mi dà più fastidio oggi come oggi”.

    Esistono due pianti: uno di gioiosa commozione e uno di vero dolore. Quand'è che Dino Baggio ha vissuto di recente questi due stati d'animo?

    “Le commozioni, quelle belle, secondo me, le vivi tutti i giorni. Mi succede spesso: magari vedi tuo figlio che fa un gol, o fa una giocata particolare sempre nel calcio, oppure la moglie stessa che ti fa un complimento. Oppure, guardando in televisione, tutti giorni certe cose che ti stimolano. Mentre, fortunatamente, avendo ancora i miei genitori, i miei suoceri – che stanno abbastanza bene tutti quanti – non ho provato il secondo stato d'animo”.

    Quindi, lei mi vuol dire che finora non ha mai perso una persona cara, un amico?

    “Non riesco a farmene venire in mente nessuno, anche perché io ti dirò che sono andato via di casa a 11 anni e, quindi, non ho potuto legare con gli amici del paese. Qualcuno sì lo rivedo adesso, ma, non so cosa è successo in quei trent'anni in cui ho dovuto essere via di casa e lontano dal paese”.

    Crede in Dio Dino Baggio?

    “Sì, sì”.

    E come lo vive questo suo credere in Dio?

    “Bé, non è che frequenti molto la chiesa. Tutti i giorni prego, so che c'è, però, frequentare la parrocchia poco. In chiesa ogni tanto ci vado, adesso ci vado di più perché con i bambini è normale che con il catechismo, la messa della mattina devi andare, perché a loro devi dare un esempio. Però, se tu guardi noi che giochiamo a calcio, fai fatica a frequentare la chiesa perché giochi sempre di domenica. Dovresti andarci al sabato, ma sei in ritiro, e, allora, tante volte veniva il prete apposta in ritiro a celebrarci la messa, ed allora ci si andava. Se no non è che venisse spesso. Poi, piano piano, perdi 'sta abitudine. Allora, adesso la stai ritrovando, accompagnando i bambini che vanno a catechismo”.

    Per la morte di Fortunato ha pianto? Ma è morto prima del suo arrivo alla Juve forse?

    “No, c'era Andrea, c'era. Ma, io poi sono andato via e lui è rimasto ancora lì degli anni. Quella volta sì, la morte di Andrea mi ha fatto piangere. Sì, adesso che me l'ha fatto venire in mente. Ma, poi, ha cominciato a stare male l'anno in cui ero andato via. Invece, quelli che erano rimasti a Torino, nella Juve, l'hanno sofferta di più".

    Di cosa non dobbiamo mai dimenticarci nella vita di tutti i giorni?

    “Della salute che abbiamo, quanto siamo fortunati a star bene, perché nel momento che i medici ti trovano qualcosa e non stai più bene, ti accorgi quanto preziosa è la salute. Uno, ogni giorno che si alza, deve ringraziare Dio di non avere niente, perché nel momento in cui si leva dal letto e scopre di avere qualcosa di brutto, allora è finita”.

    Oltre a Dio, a chi si senti di dire particolarmente grazie Dino Baggio?

    “Bé, io ho avuto tanti allenatori che mi hanno insegnato tanto a livello professionistico; però, ne ho avuti altrettanti – che sono quelli che ti formano – dagli Esordienti del Torino fino alla Primavera granata. In quel periodo di crescita comportamentale e tecnica, ho avuto la fortuna di avere quattro-cinque allenatori che mi hanno formato. L'ultimo è stato Sergio Vatta. Che è quello che ti dava l'O.K.: o diventi o non diventi un calciatore vero e proprio. Quando andavi sotto le sue cure, quello ti formava. Era una sorta di servizio militare, con regole, leggi, dovere di obbedienza. E, Vatta ti formava: lui è stato quello che ha forgiato tanti calciatori, non solo il sottoscritto. Tanti sono usciti dal settore giovanile del Toro. Grazie a lui”.

    A cosa non rinuncerebbe mai nella vita?

    “Ah, mah, non lo so. Boh, se mi viene in mente qualcosa, poi, te lo dico”, ed altra bella, sincera risata di Baggio.

    Quando ce ne andremo, lasceremo questo mondo, come ti immagini l'Aldilà? Come te l'aspetti?

    “Guarda, me l'immagino di una serenità incredibile. Senza pensieri, senza più queste cattiverie. Perché quando parlano di inferno e paradiso, tante volte ci penso e mi dico: ma noi stiamo già vivendo l'inferno quaggiù. Noi lo stiamo già vivendo l'inferno qua, e alla grande. E, allora, qui se da qui passi, vai all'altra parte, stai un ben di Dio, cioè non hai più pensieri, non ti rattristi più per quello che sta succedendo nel mondo, in cui bisognerebbe fare un milione di cose perché migliorasse. E' diventato, questo mondo, una cosa impressionante. Vai di là e come dicono tanti che ritornano dal coma e raccontano di aver visto questa luce, che testimoniano di essersi sentiti bene, mentalmente, spiritualmente, corporalmente, ammettono con franchezza che vorrebbero ritornare di là. Nessuno ci sa dire la verità, le cose come esattamente sono nell'Aldilà, ma, però, io penso che sia un luogo di tanta pace e serenità. Come la raccontano gli usciti dal coma. Dove si respira un'energia pulita”.

    <>Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 21 aprile 2011>

Visualizzazioni:4559
- Adv -
- Adv -
- Adv -