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21/6/11
INCONTRI RAVVICINATI: MONS. DOMENICO SORRENTINO

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><>IL “SUCCESSORE” DI SAN FRANCESCO TIFA NAPOLI>>
La cattedra di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino è guidata dal 15 novembre 2005 da monsignor Domenico Sorrentino, nato a Boscoreale di Napoli il 16 maggio 1948. E' il luogo di incontro dove il 27 ottobre il beato Karol Wojtyla indisse il primo raduno interreligioso per pregare per la pace del mondo. Avvenimento che Benedetto XVI ha già messo in calendario per l'ottobre del 2011, quando chiamerà a raduno nella città dove nacquero, vissero e morirono san Francesco e Chiara i leader religiosi di tutte le confessioni del nostro pianeta.

Assisi, città della pace, che pulsa di cristianità nel cuore del polmone d'Italia, la verdeggiante e ricca di castelli e di storia Umbria. Domenico Sorrentino riceve l'ordinazione sacerdotale il 24 giugno 1972 e diventa uno dei maggiori studiosi dell'economista Giuseppe Toniolo (diversi i testi a lui dedicati dal prelato di Assisi). Viene consacrato arcivescovo il 19 marzo 2001 sotto papa Giovanni Paolo II (consacranti i cardinali Angelo Sodano e Giovanni Battista Re).

E' nominato, sempre nello stesso anno, pure arcivescovo di Pompei, nel cui santuario accoglierà il beato Wojtyla nel 2003. Il 2 agosto 2005 viene nominato a Roma Segretario della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti. Viene eletto arcivescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino il 15 novembre 2005 e il 17 giugno 2007 accoglierà l'ingresso nella cittadina dei santi Francesco e Chiara papa Benedetto XVI.
All'incantevole e leggiadra Assisi Dante Alighieri ha dedicato i versetti nel Canto XI del Paradiso, dove paragona San Francesco al Sole.

Sua Eccellenza, Domenico Sorrentino, ha mai giocato a calcio da ragazzino, o più grandicello in seminario? E in che ruolo?

"Sì, ho giocato, sia da piccolo, sia poi in seminario. Giocare al pallone era quasi d’obbligo nelle ore di ricreazione. Devo dire, però, di non essere mai stato un gran giocatore. Mi divertivo alla buona, provando ammirazione per chi era più dotato di me e faceva gol. A me bastava fare qualche gol al bigliardino".

Aveva qualche idolo? Le piaceva qualche giocatore? Ha praticato invece qualche altra disciplina agonistica?

"Idoli, assolutamente no. Tra le cose della mia fanciullezza, ricordo la mia ammirazione per Pelé. Da giovane, vissi con una certa partecipazione la stagione in cui il Napoli – sono di Boscoreale, nato dunque tra il Vesuvio e il Golfo - ebbe la sua fortuna con Maradona. Ma rimasi poi, come tanti altri, deluso dalle fragilità umane di un tale campione. Per altri calciatori non ho avuto grandi amori. Da napoletano, sono felice quando il Napoli vince. E naturalmente, quando vince la nazionale. Ma non mi coinvolgo più di tanto".

La CEI ha da qualche anno ridato fiato e valorizzazione a quella felice intuizione di San Filippo Neri – materializzata nel 1800 con grande successo da San Giovanni Bosco – gli oratori. Molto diffusi nel Nord Italia. Un suo parere, Eccellenza.

"Ritengo che l’intuizione degli oratori resti di grande attualità. Il pianeta giovani costituisce la grande sfida, e non solo per la Chiesa. Occorre offrire delle opportunità educative, aggregative, adatte alla condizione giovanile, e l’oratorio è una grande risorsa. Esso deve saper intercettare, nei giovani, in chiave formativa, l’esigenza di rapporto, di protagonismo, di agonismo, di autenticità, richiamando e proponendo i valori umani universali e quelli specificamente cristiani. Insomma, un vero luogo di incontro e un laboratorio educativo. Il segreto non sono tanto, o soltanto, le strutture, ma le figure di educatori ed animatori che alla formazione dei giovani devono sapersi dedicare con generosità. I ragazzi sanno distinguere, e alla fine danno credito a chi si interessa veramente al loro bene".

Qual è stato finora il suo più grande “gol” e la sua più clamorosa “autorete”?

"Parlarne in termini di “gol” è improprio. Preferirei il termine “gioia”. Penso in particolare a quella che ho avuto, da vescovo prelato di Pompei, quando ho potuto vivere in una posizione privilegiata l’Anno del Rosario proclamato dal beato Giovanni Paolo II. In quel Santuario, celebre per la spiritualità del Rosario, mi stavo adoperando perché questa classica devozione mariana fosse riscoperta e valorizzata come un percorso contemplativo, centrato sul mistero di Cristo e nutrito di parola di Dio.
Lamentavo una certa crisi del Rosario e auspicavo un documento papale sul tema. Grande fu la mia gioia quando fu promulgata da Giovanni Paolo II la Lettera Apostolica “Rosarium Virginis Mariae” e fu addirittura indetto un anno dedicato a questa preghiera. Mi venne chiesto, per la circostanza, di portare l’immagine della Madonna di Pompei a Roma, ed ebbi l’onore di stare vicino al Papa, guidando la contemplazione di un mistero del Rosario a Piazza San Pietro, mentre egli firmava la Lettera Apostolica. Fu un anno ricco di iniziative e di coinvolgimento popolare, coronato dalla visita del Papa a Pompei. Ricordi stupendi. Passiamo all’auto-rete. Che intende? Sconfitte che mi sono procurato con le mie mani? Ne ho parecchie. Mi piace tenermele dentro, come cicatrici salutari. Se proprio devo confidare un momento, se non di sconfitta, di grande amarezza, vado col pensiero alla conclusione del mio servizio come Segretario della Congregazione del Culto divino. Quel servizio non mancò, per me, di momenti belli, ma fu insieme segnato da fatica e tensione, per le contrastanti tendenze in tema liturgico. Si concluse prima della scadenza prevista. La Provvidenza mi ha poi consolato con la fiducia che mi è stata accordata come pastore della Città di San Francesco".

Che idea ha della FELICITA’, in cosa consiste? Questo volume di oltre 500 pagine tratterà questo tema e quello della SOLITUDINE. Lei che stringe la mano a migliaia di fedeli, popoli e razze diverse, come combatte la solitudine?

"Mi riesce difficile definire la felicità in astratto. Preferisco dire che mi sento un uomo felice. E non perché tutto mi fili liscio, umanamente parlando, ma perché mi trovo in sintonia con le pagine bibliche, specialmente quelle di Paolo, in cui il rapporto con Cristo è presentato come il senso stesso della vita. “Per me vivere è Cristo!”. Non conosco altri veri motivi di felicità. La ragione credo stia in quello che Benedetto XVI spiegò ai giovani nella sua visita ad Assisi del 2007, quando disse che “solo l’infinito riempie il cuore”. Quanto alla solitudine, sperimento che essa è sempre in agguato. Si può sentire anche quando stai sempre in mezzo a tanta gente, e in una Città come Assisi, in cui la gente arriva da tutte le parti del mondo. Ma la solitudine è un fatto dell’anima. Ti senti solo non appena, per qualche motivo, si attenua l’esperienza interiore di Dio. Soffri di solitudine quando non trovi chi veramente condivide fino in fondo i tuoi ideali e decide di camminare con te verso lo stesso traguardo. Anche a un Vescovo può capitare. Ma qui è la grande sfida di una vita cristiana che risale continuamente alle sorgenti della fede e crea tessuti di amicizia e di fraternità".

“Chi ha le mani pulite” diceva don Lorenzo Milani “le tiri fuori”.

"E chi ce le ha pulite? Le parole di Gesù sono taglienti: “Chi è senza
peccato scagli la prima pietra”. Occorre partire dalla consapevolezza che siamo tutti nella fragilità e abbiamo tutti qualcosa da farci perdonare. Al tempo stesso siamo chiamati a fare tutto il bene che possiamo, fidandoci non di noi stessi, ma della grazia di Dio. E’ la mia continua esperienza nella predicazione. Vorrei che tutta la mia vita fosse vangelo, perché le mie parole sul vangelo fossero credibili. Ma è Gesù che ci ha chiesto di annunciarlo, pur nella consapevolezza che la nostra testimonianza non è mai all’altezza di ciò che predichiamo".

Quando è l’ultima volta che ha pianto di grande commozione e quando di vero dolore?

"Non ho un diario di queste emozioni. Ringrazio il Signore perché, di tanto in tanto, mi fa sentire la gioia della sua presenza intenerendomi fino alle lacrime. Ma non è cosa di tutti i giorni, e in genere il rapporto con Dio è più pacato e meno soggetto alla commozione. Le lacrime vengono, certo, di fronte a casi difficili, per malattie, per situazioni familiari e di lavoro, o di fronte ad altre sofferenze che mi vengono raccontate o presentate. In pubblico cerco di essere “freddo”, anche per offrire il servizio di un consiglio e di un sostegno. Tra me e me, nel ricordo successivo, le persone e le situazioni tornano, e tante volte, se non sono lacrime, sono qualcosa di simile".

Sofferenza: cosa Le trasmette il dolore altrui?

"Sempre una grande tristezza. Spesso, pur confidando nella forza della preghiera, un senso di impotenza. Mi compenetro, e vorrei trovare rimedi per tutti. Nella visita pastorale, e in altre occasioni, ho fatto spesso preghiere di guarigione per chiedere l’aiuto del Signore per gli ammalati.
Cerco tuttavia, in ogni circostanza utile, di spiegare che, sulla base della parola di Dio, la guarigione è una cosa più ampia del semplice recupero di una funzionalità corporea o psichica. Gesù ci guarisce in profondità, e talvolta il dolore entra come un elemento positivo in questo processo di guarigione".

Qual è il suo sogno più grande nel cassetto e nel prossimo futuro?

"Mi farebbe tanto piacere che il lavoro che sto facendo per questa diocesi portasse abbondanti frutti. E’ il tentativo di far crescere la comunità cristiana tornando alle sorgenti della Parola di Dio, in vista di un rinnovato slancio di evangelizzazione. Vedo tante cose belle, in fermento, in cantiere, in questa Città dove San Francesco ha seminato a piene mani l’ideale cristiano. Ma ci sono anche le fatiche quotidiane, le resistenze,
i tempi lunghi. E il sogno si fa preghiera … Nel cassetto non mancano
altri sogni, non poco significativi per me. Quello più importante: farmi santo. Ma quanta distanza da questo traguardo! Un obiettivo poi che finisce sempre rinviato a causa degli impegni del ministero: completare la redazione di qualche libro, che giace, abbozzato, tra le mie carte… "

Faccia conto che noi siamo dei produttori cinematografici o degli editori, e che Le affidassimo di descriverci l’Aldilà, dove un giorno Dio ci ha promesso il grande, inenarrabile, fantastico incontro. Chi vorrebbe riabbracciare per primo, come è stata la Sua infanzia, felice, sofferta, serena?

"Naturalmente, nell’Aldilà, che nell’essenziale comincia già qui, non vedo l’ora di fissare gli occhi su Gesù e su Maria, per lasciarmi cullare da loro nell’onda della vita trinitaria e nella comunione con tutti i Santi. Tra le persone care, certamente abbraccerò per primi papà e mamma. Con loro ho avuto un buon rapporto. La mia infanzia è stata serena. Devo dire però che mi porto dentro un po’ di scrupolo per un eccesso di severità, che mi induceva a tenermi abbastanza “distaccato” da loro, specie da giovane prete, per il timore di essere condizionato nella mia libertà sacerdotale dalle loro ansie eccessive. In Paradiso vorrei un po’ rimediare: almeno un forte abbraccio!"

Amore è passione di unirsi alla cosa amata” diceva il grande Tommaso
d’Aquino: perdonare, allora, è il più bel dono?

"Non c’è dubbio! E’ anche la cosa più difficile, ma è qualificante. Il perdono è il culmine dell’amore, nella sua gratuità e dedizione totale. Il Signore ci dà costantemente il suo perdono, come possiamo negarcelo vicendevolmente? Il vangelo ne fa una caratteristica del vero discepolo di Cristo."

Ama e poi fa quello che vuoi (Sant’Agostino): è d’accordo?

"Sono d’accordo. A condizione che si comprenda bene che cosa è l’amore.
Parola troppo abusata. Agostino pensava ovviamente all’amore evangelico, quello che ti unisce profondamente alla volontà di Dio e ti apre pienamente ai fratelli. Quando hai questo amore, fai quello che “vuoi”, perché, in realtà, la tua volontà è diventata totalmente conforme a quella di Dio. E’
la nuova libertà creata in noi dallo Spirito di Dio. Nulla a che vedere con la libertà di fare il proprio comodo".

Il suo motto e sua spiegazione..

"Semplice: “Abbà, Padre!”. E’ la parola tenera con cui Gesù si rivolgeva al Padre, e che ha messo anche sulle nostre labbra, con l’effusione dello Spirito Santo. Dentro questa parola c’è tutto. C’è la vita di Dio, nella sua ricchezza trinitaria, c’è la nostra fraternità, c’è il senso della creazione e della storia, che da Dio-Abbà provengono e a lui tornano. C’è, per me, il senso ultimo del mio ministero: far conoscere e amare Dio Padre, facendo conoscere e amare Gesù".

Non siamo nel sistema, ma immersi nel sistema; non siamo del mondo, ma nel mondo” (Padre David Turoldo): Sua ultima riflessione, monsignor Domenico Sorrentino.

"Mi pare importante questa prospettiva di immersione nella storia. In tutto ciò che essa significa. Nell’impegno di costruirla. Siamo discepoli di un Dio che ha scelto di camminare con noi. Siamo annunciatori di una Parola che si è fatta carne. La spiritualità dell’incarnazione è stata giustamente riscoperta, soprattutto a partire dal Concilio Vaticano II. E’ il grande orizzonte della Gaudium et Spes. Ma occorre non dimenticare mai che il mondo nel quale ci troviamo è segnato dal peccato. Non possiamo farlo nostro così com’è. Va redento. E purtroppo questo chiaroscuro non sta solo intorno a noi. Sta dentro di noi … "

Andrea Nocini, 22 giugno 2011

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