Home Archivio Storico Archivio Interviste VIP Archivio: INTERVISTE VIP

Archivio: INTERVISTE VIP

26/7/11
INCONTRI RAVVICINATI: GUSTAVO GIAGNONI

<

><>IL MISTER COL COLBACCO>>
Gustavo Giagnoni, sardo (classe 1932), è stato uno degli allenatori più istrionici, più carismatici del nostro calcio degli anni Settanta-Ottanta. Capace come pochi di caricare i suoi ragazzi, la sua carriera parte da dove poi terminerà, ovvero a Mantova.
Poi, la parentesi granata e il secondo posto (stagione 1971-72) alle spalle della Juventus. Era dall'anno della tragedia di Superga (1949) che il Torino non riusciva ad arrivare così in alto.

Ed è all'ombra della Mole Antonelliana che nasce la leggenda del “mister col colbacco”, regalatogli da amici mantovani, un copricapo che divenne “moda da stadio” al “Comunale” per i tifosi piemontesi sponda-Toro e che Giagnoni indossava a mo' di portafortuna anche quando la temperatura non era poi così rigida.
Poi, le due stagioni al Milan, il Bologna, la Roma del presidente Anzalone, il Pescara, l'Udinese, il Perugia, il Cagliari, la Cremonese ed, in ultimo, il Mantova.

Mister, cosa ricorda di quegli anni di “tremendismo” granata, quelli alla guida del Toro?

“Bé, quelli, devo dire, sono stati degli anni fantastici, anche perché i tifosi del Toro hanno contribuito a trovare in me l'uomo adatto al Toro, come un cappello che era in tinta col cappotto, ma, soprattutto, il mio temperamento assomigliava quelli del Toro ed era un connubio che risultava ottimo. E a me il Torino ha dato tanto, perché non sono riuscito a vincere lo scudetto per un punto, ma subito dopo lo vinse Gigi Radice, nel 1975-76”.

Quali erano i suoi ragazzi?

“Erano ragazzi notevoli, partendo da Castellini, per passare ai big come Pulici, Graziani, Claudio Sala, Rampanti, Agroppi, Ferrini, tutta gente di grande temperamento e forte personalità”.

Poi, lei è andato al Milan, o no?

“Andai al Milan perché mi ero accorto che al Toro interessava arrivare a metà classifica, o quinto o sesto, ma, io che ci credevo in quella squadra, sognavo in grande ed allora avevo chiesto qualche ricambio, che poi non è avvenuto. E lasciai una piazza, dove, ahimè, mi trovavo bene. Il Toro non mi cercava più, ma il Milan, che aveva fatto dei cambiamenti dopo l'era-Rocco e con il presidente Albino Buticchi si era programmato nel corso di due-tre anni di allestire una squadra in grado di ottenere grandi risultati”.

Come andò a finire?

“Ci fu un malinteso tra Buticchi e Rivera per delle dichiarazioni rilasciate dal presidente che provocò una reazione, secondo me, esagerata da parte del capitano. Restai io con Trapattoni come secondo, ed io che mi impuntavo a far giocare chi si allenava regolarmente”.

Quanto durò la sua parentesi al Milan?

“Qualcosa di più di un anno, perché poi arrivò Rivera con Rocco e, quindi, andando via il presidente Buticchi dal Milan, dovetti seguire la sorte del massimo presidente”.

Qual è stata la panchina che le ha dato maggior soddisfazione?

“La più giovane, il Mantova. Il Mantova mi diede grande soddisfazione perché ho fatto 10 campionato da giocatore, poi, 3 da allenatore, vincendo il campionato di B e tornando in A, e quindi il Mantova è stato certamente il mio amore”.

A Mantova ha trovato anche la famiglia...

“Questo prima, quando arrivai dalla Sardegna e arrivai in provincia di Reggio Emilia, poi, incontrai mia moglie. Era il 1957, con il Mantova in Quarta serie, e ci fu poi la famosa scalata dalla D alla A, quella guidata da mister Mondino Fabbri e che si chiamò la leggenda del Piccolo Brasile. Fabbri aveva come secondo Italo Allodi, che l'aiutò molto il tecnico nella scelta dei giocatori. Tra questi, il sottoscritto, poi Recagni, Gaetano Salvemini, Gigi Simoni; no, non ancora Sormani. E si fondò il famoso “Piccolo Brasile”, che fu veramente un'accoppiata giusta perché nel 1958 i sudamericani vinsero i Mondiali in Svezia”.

Torino, Milan, Mantova, poi...

“Bologna, Roma, in cui non ebbi gran fortuna”.

Qual è stato il giocatore più forte che ha allenato?

“A me è piaciuto molto Claudio Sala, che era un giocatore determinante e per un allenatore era importante avere questo tipo di giocatori”.

L'avversario in campo più forte?

“Rivera era forte, anche se cominciava il declino anche per lui. Poi, Gigi Riva (fortissimo!) e Boninsegna”.

Qual è stato il Suo più grande rimpianto di mister?

“Il grande rimpianto è stato quello di non aver trovato l'intesa giusta con quel Toro in quel periodo, l'altra è quella del Milan, che è andato a finire come è andato a finire. D'altronde, a Milano c'era uno stato di coscienza, nel senso o facevo rispettare il modo di giocare e di agire di tutti, e ho agito secondo quello che ritenevo fosse giusto fare. L'esclusione di Rivera che fu un po' un rammarico perché ero alla guida di una dei club più forti in Italia, e, quindi, resta il rimpianto che si sarebbe potuto fare bene. Fossi rimasto al Milan, si vinceva campionato e Coppa Uefa. Me lo ha ricordato chi mi subentrò, ovvero Trapattoni. Comunque, è andata come è andata. Io non me lo sono cercato l'allontanamento dal “Diavolo”, ma, in difesa della mia coscienza prendemmo una decisione che a molti parve esagerata, a me parve giustissima. E non conservo alcun rimpianto; un po' di rammarico, ebbene, quello sì”.

Quand'è che le è venuto la pelle d'oca in panchina?

“Sicuramente nel sorpasso del Torino sulla Juventus, con la piazza San Carlo ricoperta da sole bandiere granata. Era dalla tragedia di Superga che non avveniva un fatto così bello per il Toro e sicuramente era da pelle d'oca”.

La felicità esiste e, se sì, in cosa consiste?

“Mah, la felicità se esiste. E' difficile che ci possa essere la felicità: è chiaro che bisogna andarla a cercare negli affetti. Gli affetti sono le cose più importanti per me, per lo meno”.

Di che cosa non dobbiamo mai dimenticarci nella vita? Lei è nonno felice di ben cinque nipotini...

“Non dobbiamo dimenticarci? Di essere sempre stessi, con la propria coscienza”.

Lei è un uomo dell'isola, la Sardegna: non ha mai provato la solitudine?

“La solitudine l'ho provata molto, ma non perché la cercava, ma perché capita che ti assalga. Solitudine, che poi quando è accompagnata da un po' di sfortuna, lei capisce, che diventa veramente pesante”.

E come si è difeso da quella solitudine che opprime ancora di più quando magari ti vanno male anche le cose?

“Quando vanno male le cose, non è che sia facile combatterla, perché molte volte uno cerca di farsene una ragione. D'altronde, il mestiere dell'allenatore è quello, bisogna accettare anche certe regole, un modo di vivere non certamente consono con le mie aspirazioni”.

Il dolore degli altri cosa le trasmette?

“Ma, per carità, guardi: quando vedo dei bambini ammalati è troppo forte il dolore. Vorrei accarezzarli tutti. Poi, qui a Mantova ce ne è una sfilza, uno più bello dell'altro. E, quindi, veramente, soffro. A parte che qui a Mantova ho due nipoti, gli altri tre vivono a Zurigo, ed uno gioca nel San Pio X, in una squadretta di dilettanti di Mantova”.

Che sentimento le trasmette vedere un anziano parcheggiato in un ospizio, un bambino colpito da un brutto morbo?

“Che siamo limitati di fronte a certi accadimenti ed anche precari. Però, uno quando vede un vecchio malandato, abbandonato a sé, chiaramente viene da spaventarsi e deve sperare nella buona sorte e nella grazia di Dio”.

Cos'è che le fa rabbia e cosa invece la fa commuovere?

“Alla mia età, si conosce ormai un po' tutto: il tradimento, la falsità non mi riguardano. Mi commuove ancora la mia famiglia, quando siamo tutti assieme ed allora mi commuove e molto”.

Lei crede in Dio, mister?

“Certo”.

Quando saremo dall'altra parte, come se l'immagina l'Aldilà, come vorrebbe trovarlo?

“Eh, eh, eh”, bella la risata che accompagna la risposta del “mister con il colbacco”. “Gliel'ho chiesto proprio l'altro giorno qui a mia moglie: “Senti, come sarà dopo là?”.

E' difficile rispondere: è quello che vorrei sapere anch'io. Mi viene male fare dei calcoli quando non ci si è più. Guardi, quando penso a queste cose qui, mi viene subito in mente mia moglie, la mia famiglia, e non rivederli più, dove saranno? Gli affetti familiari sono quelli che mi attaccano di più”.

Non le verrebbe la voglia di riabbracciare degli amici perduti troppo presto?

“Ebbé, anche degli amici del mio paese, in Sardegna, amici fraterni proprio, ed io così lontano. Quando venni qui a Mantova, sai cos'ero io? Il primo extracomunitario in Valpadana”.

Lei è un gallurese?

“Sì, sono di Olbia”.

Quand'è l'ultima volta che ha pianto di dolore?

“Quando è morta mia sorella, dopo aver tribolato per anni, poverina, veramente. Ho pianto e pianto molto”.

Era superstizioso?

“Mah, fino a un certo punto e meno di quanto si possa credere in giro. Il colbacco, la storia del colbacco che si pensava portasse fortuna, ebbene, quel copricapo non potevo tenerlo sempre. Invece, così non è stato”.

Qual è la ragione del colbacco?

“Il colbacco, guardi, me l'ha regalato un tifoso del Mantova. Come ha regalato a me il colbacco, ai giocatori ha regalato dei cappelli, altre cose. Io qui a Mantova lo portavo tranquillamente, d'inverno, con la nebbia, si sta bene con la testa sotto il colbacco. E, quindi, ce l'avevo già da Mantova io. Venne fuori col colbacco quando il Torino ebbe il successo, la critica credeva in me e voi giorna
    i avete creato il personaggio. Quando arrivai a Torino, divenni l”uomo del colbacco””.

    Mister, prima di salutarla, le chiediamo un breve ritratto di un altro nostro intervistato: Luciano Castellini...

    “Il Ciano è formidabile, un portiere di un rendimento ed un uomo veramente bravo, di poche parole e di molti fatti. Era uno che raramente commetteva errori in porta. Forse, uno, adesso che mi ricordo: a Bergamo, c'era un gran solo, perdemmo 1-0, ma fu convocato anche in Nazionale. Come giocatore e come persona”.

    Non ha mai giocato lei, mister, in Nazionale?

    “A mister Fabbri allora glielo chiesero, qualche mantovano gliela buttò anche “Ma chiama anche Giagnoni in Nazionale!”

    <>Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 7 luglio 2011 >

Visualizzazioni:2384
- Adv -
- Adv -
- Adv -