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27/7/11
INCONTRI RAVVICINATI: EUGENIO BERSELLINI

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><>IO, IL “SERGENTE DI FERRO”>>
Così veniva soprannominato Eugenio Bersellini (Borgotaro di Parma, 10 giugno 1936), il mister dai duri allenamenti. Una lunga gavetta in panchina, per un totale di 490 partite, 148 vinte, 197 pareggiate e 145 perdute, partita dal Sud, da Lecce e arrivata nel suo apice all'Inter nel 1979-80, quando conquista lo scudetto dei nerazzurri di Ivanoe Fraizzoli e conquista due Coppe Italia (1977-78 e 1981-82). Significativa la sottolineatura della moglie Maria Pia: “Io e mio marito abbiamo fatto trasloco 13 volte in 47 anni di matrimonio. E, per fortuna, che di calcio non capisco niente. Ma, una cosa ho capito: che Eugenio dove è stato si è sempre fatto amare da tutti”.

Prima dell'apogeo nerazzurro, il Como, il Cesena, e la Sampdoria, squadra questa in cui tornerà dopo lo scudetto meneghino, vincendo tra l'altro, all'ombra della lanterna. Un'altra Coppa Italia (1984-85). Ma, c'è anche il Torino nel curriculum del “Sergente di ferro”, la Fiorentina, l'Avellino, l'Ascoli, il Como di nuovo, il Modena, il Bologna , il Pisa e il Saronno.
Una curiosità: Bersellini ha allenato la Nazionale libica, ha vinto un campionato del Paese Nordafricano (con l'Al-Ittihad) e ha avuto come giocatore il figlio di Gheddafi, Al-Saadi. Nel 2006 è chiamato, con successo, a salvare la Lavagnese dalla retrocessione dalla serie D in Eccellenza e l'anno successivo il Sestri Levante gli assegna l'incarico di direttore sportivo della compagine ligure allora militante in serie D.

Mister, qual è stato il momento più bello della sua carriera di allenatore?

“Guardi, io ho l'abitudine di non ricordare quasi mai, perché fa parte del mio carattere. Il trionfo dello scudetto conquistato alla guida dell'Inter di Altobelli, Beccalossi, Bordon, Oriali, Marini, senz'altro i più forti. Poi, ci sono gli altri”.

Che tipo di allenatore è stato Eugenio Bersellini?

“Un allenatore che chiedeva il massimo dell'impegno e del rispetto ai suoi giocatori, senza dover appendere tabelle e tabelline dentro lo spogliatoio. Poi, spirito di umiltà e grande preparazione. Io vengo dall'esperienza del centrocampo e dal basket, e questo mi ha permesso di capire come sviluppare la fonte del calcio in campo. Ho cercato di elevare il senso di altruismo della squadra, l'umiltà, lo spirito di squadra”.

Il giocatore più forte che ha allenato?

“Souness: ha fatto due annate strepitose nella Sampdoria che ho allenato. Gli avevo chiesto di fare meno ghirigori, meno proiezioni sulla fascia destra e gli ho imposto di giocare in mezzo al campo. Già ai tempi del ritiro blucerchiato di Nevegal glielo avevo imposto. Era una goduria vederlo giocare”.

Non è mai stato felice?

“Io? Sono stato l'uomo più felice di tutta la terra. La felicità consiste nel prendere con il sorriso la vita, anche quando ti gira male”.

E della solitudine che dice?

“Nella solitudine sto un gran bene; amo la solitudine”.

Ha qualche rimpianto?

“Da ragazzo avrei potuto andare alla Juventus e alla Roma, ma, decisi di rimanere a casa. Ero stato con queste due squadre al Torneo di Viareggio. Ricordo che c'era Montico. La Juventus mi ha sempre cercato con Boniperti”.

Crede in Dio?

“Io sono credente al massimo” afferma con tanta fermezza il nostro “Sergente di ferro”.

Come se l'immagina l'Aldilà?

“Io spero che ci sia un bel campo, dove si gioca perennemente a calcio. Io vivo per il calcio, non c'è niente da fare”.

Quand'è l'ultima volta che ha pianto?

“Sa, sono un po' duro nel piangere. Ah, aspetti: quando è morta mia mamma, Maddalena”.

La sua era una famiglia di operai, di contadini?

“La mia era una famiglia abbastanza benestante: mio padre era un dirigente dell'Enel e non si faceva, né ci faceva mai mancare niente”.

Il dolore degli altri cosa le trasmette?

“Altrettanto dolore. Appena vedo uno che sta male, mi domando cosa posso fare io. Mi sento impotente”.

Era superstizioso?

“No, assolutamente no”.

Cos'è che la commuove?

“Quando vedo una persona per strada sola”.

<>Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 29 giugno 2011>

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