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31/7/11
INCONTRI RAVVICINATI: MONS. GIANCARLO VECERRICA

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><>VECERRICA, “IL MARATONETA”>>
La notorietà, se così si può dire, di monsignor Giancarlo Vecerrica (nato a Tolentino di Macerata il 26 luglio 1940) è legata a una sua iniziativa del 1978, quando era insegnante di religione in un istituto di Macerata: quella di fondare il pellegrinaggio a piedi – che ora segue e commenta via radio – dei fedeli da Macerata al santuario di Loreto, per un percorso che si tiene anche di notte e che si snoda in 28 chilometri. Un'iniziativa seguita anche da altre diocesi marchigiane e che registra la partecipazione di ben oltre le 60.000 persone. Un pellegrinaggio, cui non ha voluto mancare nemmeno il beato Giovanni Paolo II nel 1993.
Vecerrica, apprezzato scrittore-commentatore, è vescovo della diocesi di Fabriano-Matelica dal 30 dicembre 2002.

Non ha mai giocato a calcio da ragazzino?

“Ho giocato da ragazzino e ho giocato da vescovo, quando quattro anni fa abbiamo fatto una partita di solidarietà tra i vescovi e preti e i cantanti e gli attori ad Ancona. Ho giocato solo un quarto di tempo e ho avuto il primato di non riuscire a toccare mai il pallone”.

In che ruolo ha giocato quella volta?

“Attaccante, niente di meno, però, c'era Giuliodori (Claudio, l'arcivescovo di Macerata, ex promessa calcistica dell'Osimana, in C2), che è molto bravo e ha saputo fare onore alla nostra squadra”.

Si parla molto da parte della Cei della valorizzazione degli oratori. Il suo pensiero?

“Grazie a Dio, nella mia diocesi e nelle diocesi delle Marche – io sono il vescovo delegato per la pastorale giovanile – si sta avviando una ripresa fortissima degli oratori, anche cogliendo l'occasione che la regione Marche ha fatto una convenzione con la Conferenza Episcopale Marchigiana, per dare dei contributi per il rilancio degli oratori. Gli oratori sono rinati perché nel passato c'erano anche dalle nostre parti, e io, da giovane prete, nella parrocchia dell'Immacolata a Macerata passavo tutti i pomeriggi e le serate a fare il direttore dell'oratorio di questa parrocchia che raccoglieva un po' da tutta Macerata. Secondo me, è un'occasione straordinaria, questa ripresa degli oratori, anche perché in questo momento in qualche modo la gioventù si è persa, l'hanno persa le famiglie, l'abbiamo persa come Chiesa, l'ha persa la società. Occorre, dunque, ridare degli spazi, delle occasioni perché la gioventù non va ideologicamente contro la Chiesa, i valori, l'educazione, ma va secondo il cuore, come si dice oggi. Quindi, va secondo la moda, secondo quello che la società offre, secondo quello che la Chiesa offre. Se noi offriamo degli spazi educativi, la gioventù risponde; e questo è il caso di San Giovanni Bosco. Anche in quel tempo la gioventù era abbastanza persa; lui ha saputo ad accoglierla di nuovo, contando proprio sulla speranza che possano essere i giovani quando si offrono loro delle possibilità”.

Ha una seconda “fede” dopo quella per Gesù?

“Sono cose così, quasi un po' private, però, qui in diocesi lo sanno ormai già tutti: sono un milanista a tutto campo; quindi. Sono membro del club milanista di Fabriano, quindi, la mia fede è stata sempre su questo versante e non finirà mai”.

Qual era il giocatore che le piaceva di più?

“Mah, non avevamo molte possibilità sia perché ero di una famiglia molto povera”.

Numerosa anche?

“Eravamo quattro figli, però, in campagna, e, quindi, capita questo che poi il mio amore verso lo sport è cresciuto più durante il periodo del seminario”.

Non le piaceva, che so, Gianni Rivera, Pierino Prati?

“Sì, sì, sì, c'era. Però, a me piaceva la squadra nel suo insieme più che il giocatore simbolo, anche se un vero asso”.

In che ruolo, monsignore, giocava da ragazzino?

“Terzino, terzino”.

Nella vita, invece, in che ruolo sta giocando?

“Nella vita ho abbastanza l'aspetto dell'attaccante; quindi, ho cercato sempre di affrontare i problemi, di non nascondermi, né di rimandarli, né di coprirli. Questo mi ha portato ad essere sempre, Grazie a Dio, in prima linea, però, questo essere in prima linea non per un'apparenza ma per essere una guida. Ricordo papa Benedetto XVI alla “Giornata mondiale dei giovani” a Cologna disse a noi vescovi “voi dovete essere sempre davanti, ecco, e mai in mezzo o dietro, perché dovete indicare una strada””.

Che cos'è che le dà più fastidio nella vita e cos'è che la riesce ancora a commuovere?

“Ciò che mi commuove - e partiamo da questo perché ciò che mi commuove è la cosa più importante – è l'amore verso Gesù: non un intimismo, ma un realismo, perché la scoperta del fatto che Gesù non è lontano, non è di duemila anni fa, non è relegato al passato, ma è un contemporaneo, e questo mi dà la baldanza della vita e il desiderio di spenderci tutta la vita fino in fondo”.

Cos'è che non sopporta?

“Eh, che non sopporto è l'ingiustizia: è quando vedo che uno deve subire le ingiustizie senza poter confrontarsi, senza poter in qualche modo ricevere quel che deve ricevere, ebbene, questo mi fa arrabbiare proprio, arrabbiare sì”.

Esistono due pianti, uno di commozione ed uno provocato, dettato dal dolore. Quand'è che ha vissuto questi due contrastanti stati d'animo?

“Il pianto è l'espressione forse più bella della vita umana. Ho pianto quando sono scomparsi i miei genitori, quando sono scomparse delle persone care”.

L'ultima volta quando?

“L'ultima volta quando è scomparso improvvisamente un mio diacono in questa diocesi. Ho svolto l'omelia sempre con le lacrime agli occhi: questa era il senso di quella fraternità che c'è in diocesi, per cui con la scomparsa di una persona impegnata e brava – il diacono si chiamava Federico, mi è successo il gennaio scorso – mi ha toccato profondamente e veramente”.

E quand'è che le è venuta la pelle d'oca, quand'è che ha segnato finora il suo più bel “gol”?

“Io la pelle d'oca non riesco ad avvertirla più di tanto. Ecco, sì, quando ho dei problemi forti, sento il turbamento anche fisico, la stanchezza, la pesantezza dei problemi, però, grazie a Dio, guardo avanti, la speranza cristiana è tutto nella vita”.

Solleviamo il capo e guardiamo un po' in alto: cosa ci aspetterà nell'Aldilà?

“Io evito di immaginare perché sempre una cosa non vera; ciò che invece penso è questo potere vivere questa comunione di Gesù e con i fratelli in una maniera visiva, in una maniera concreta, in una maniera reale, in una maniera piena; ecco, questo mi dà soddisfazione, attesa e desiderio”.

Non s'immagina un'Aldilà come una sorgente che zampilla infinitamente, un cielo mai imbronciato, tanta pace ed armonia?

“Sì, l'Aldilà è purezza, è bellezza, è tutto ciò che porta a delle immagini umane, ma che non riescono mai a definire”.

Il dolore degli altri che cosa le trasmette?

“Bé, il dolore degli altri mi trasmette tanta ansia; adesso mi è arrivato un fax di una persona che è sfrattata e sono già agitato per vedere come posso rispondere. Qui abbiamo il problema della mancanza di lavoro, della situazione delle 3200 persone in casa integrazione e io ho cercato sempre di essere presente, in mezzo a queste lotte dei lavoratori. E questo mi mette sempre un desiderio di non riuscire ad arrivare a tutti, anche se sento l'umiliazione di non poterci arrivare”.

Il suo motto?

“Ut congregemur in unum”, una frase tratta dal Canone II della messa, “Perché lo Spirito Santo ci riunisca in una cosa sola”. Il mio impegno pastorale è tutto sull'unità della Chiesa e l'unità della Chiesa è il dono grande che ci ha ottenuto Gesù. Ci sono i peccati, ci sono i limiti, ci sono le divisioni, ma l'unità vince su tutto perché è Gesù che ci mette insieme”.

Questo libro tratterà due altri temi che accompagnano la vita dell'uomo:la felicità e la solitudine. Esiste, monsignore, la felicità, e in che cosa consiste; e la solitudine non l'ha mai provata?

“La felicità è poter raggiungere la pienezza di sé, poter trovare ciò che può riempire il desiderio. Infatti, il Censis, nell'ultimo rapporto, ha detto che la gioventù è infelice perché c'è stato un calo di desiderio. E poter riempire ciò che uno attende e desidera dalla vita e la felicità per me è proprio l'incontro con Gesù, che si può realizzare già su questa terra tutti i giorni”.

E la solitudine, non ha mai fatto i conti con questo stato d'animo?

“La solitudine è quando uno sente di non avere questa pienezza di vita; sente che gli manca ciò che può renderlo soddisfatto. E' come il Leopardi, no, che esaltato, ha parlato spesso di questa sua vicenda, che è la vicenda di tutti gli uomini”.

Sant'Agostino ha scritto: “La felicità è dove è Paradiso”...

“Ebbé, corrisponde, è proprio vera questa sua risposta. Sant'Agostino è un genio dell'umanità perché ha vissuto l'esperienza del disagio umano, della fragilità umana e della pienezza della vita con l'incontro definitivo con Gesù”.

Preferirebbe una lettura di don Lorenzo Milani o di padre David Maria Turoldo?

“Le figure moderne, che mi hanno guidato nella mia vita, sono state prima don Lorenzo Milani, poi, don Carlo Giussani, e poi il beato Giovanni Paolo II”.

Quindi, lei è vicino un po' alla dottrina sociale, al suo omologo di San Marino e grande scrittore di libri, monsignor Luigi Negri, e al cardinale Angelo Scola, nuovo arcivescovo della diocesi cattolica del mondo, ovvero Milano?

“Sì, sì, sì, grandi miei amici nel cammino della vita”.

Non si è mai innamorato nella vita, monsignor Giancarlo?

“L'innamoramento è di sempre, perché non ci si può non innamorare della bellezza, ecco. E, poi, si tratta di fare il discernimento e la scelta di ciò che riempie veramente la vita”.

<>Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 27 giugno 2011 >

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