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10/9/11
INCONTRI RAVVICINATI: ANTONELLO CUCCUREDDU

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><>QUANDO LA JUVE FACEVA...“CUCCU”>>
La storia di una delle più longeve (13 stagioni consecutive in bianco-nero) “bandiere” della Juventus, Antonello Cuccureddu, nasce ad Alghero, dove ha iniziato a tirare i primi calci a pallone esibendosi come mezzala. Poi, il tirocinio nella Torres, quindi, le due stagioni nel Brescia e il ritorno in A con le “rondinelle” lombarde, prima del grande salto nella Juventus (stagione 1969-70) e il debutto proprio contro quel Cagliari che con Gigi Riva si cuciva in quell'anno lo storico scudetto.

Ben 6 i titoli tricolori vinti con la Vecchia Signora, una Coppa Italia (1978-79) e il primo trofeo europeo, la Coppa Uefa vinta nella doppia sfida contro l'Atletico di Bilbao, nella stagione 1976-77, già impreziosita dallo scudetto vinto a maggio per i soli due punti sui “cugini” del Toro.
Ma, il suo nome, nella storia dei bianco-neri di Torino, è legato a quel gol da fuori area all'”Olimpico” di Roma, contro i giallo-rossi, che il 20 maggio 1973 valse la conquista del 15° scudetto della Juventus, facilitato dall'inatteso tonfo del Milan al “Bentegodi” per mano degli scaligeri. Che s'imposero con un clamorosissimo 5-3, gettando nella costernazione quel “Diavolo” rosso e nero che era rientrato da Salonicco con tanto di Coppa delle Coppe in mano (1-0 contro il Leeds United, mattatore Luciano Chiarugi).

In Nazionale, ora guidata dal dottor “Fuffo” Fulvio Bernardini, ora da Enzo Bearzot, “Cuccu” ha collezionato 13 presenze a fronte di zero reti. Poi, tre stagioni alla Fiorentina, quando ormai il difensore sardo si era convinto di chiudere la carriera dove aveva colto i maggiori successi e il Novara, in C2. Intensa anche la carriera di allenatore, iniziata alla guida della Primavera della Juventus, proseguita ad Acireale, Terni, Crotone, Al-Ittihad, Avellino, Torres, Grosseto, Perugia e Pescara (2009-10).

Mister, vogliamo scegliere il ricordo più bello in tante stagioni juventine?

“Sicuramente è stato l'esordio con la maglia della Juventus, a 20 anni, a Cagliari, contro la squadra della mia regione, contro il Cagliari di Gigi Riva, quella squadra che in quell'anno – 1969-70 – vinse il campionato e noi arrivammo secondi. Giocare di fronte a tutti i miei idoli, di fronte alla mia Sardegna è stato molto emozionante quella volta”.

Il gol più bello dal punto di vista sti
    ico e quello invece più importante, anche se più bruttino?

    “Io pallonetti non ne ho fatti, i miei gol erano sempre fatti con potenza e da fuori area. Ho fatto anche qualche gol di testa, però, il gol più bello è stato quello del 20 maggio 1973, quando all'ultima giornata, all'”Olimpico” di Roma, eravamo secondi a un punto dal Milan che perse a Verona, e noi vincemmo il campionato. Feci il gol dell'1-2 proprio al limite dell'area una gran botta sotto la traversa: quel gesto ci diede proprio lo scudetto”.

    Il gol invece sti
      icamente più bello?

      “Mah, guardi, io non è che di gol ne abbia fatti molti, però, circa 26-27, sì, credo di averne fatti. No, di tacco non ne ho mai fatti: li ho fatti tutti da fuori dall'area, qualcuno in area e di testa, ma, sempre di potenza. Rigori calciati sempre forte”.

      Almeno uno in elevazione, di testa?

      “Bé, mi ricordo un gol di testa fatto al Torino ed anche al Genoa: su calcio d'angolo nel primo caso, su un cross nel secondo. Io, poi, non ero un gran colpitore di testa, però, ci sono arrivato e quindi...”

      Al vecchio “Comunale” di Torino, in uno dei tanti derby scintillanti della Mole?

      “Sì, a Torino, in un derby. Bé, sì, vincemmo noi e quel mio colpo di testa fu decisivo”.

      E l'altro al “Marassi”?

      “Sì, contro il Genoa: segnai sia all'andata che al ritorno. Non mi ricordo l'anno”.

      Lei ha vinto sei scudetti con la maglia della Vecchia Signora: scelga il più esaltante, quello che le ha dato maggior soddisfazione.

      “Mah, guardi, gli scudetti sono tutti belli. Uno esaltante è stato quando vincemmo sul Torino, a 51 punti contro i 50 del Toro, e venivamo dal trionfo in Coppa Uefa del mercoledì contro l'Atletico Bilbao (1976-77). Campionato e Coppa Uefa, davvero, direi il momento più bello, indimenticabile della mia carriera”.

      E' nato difensore Antonello Cuccureddu?

      “No, no, io ho giocato mezzala: infatti, esordii proprio con la Juve a Cagliari con la maglia numero dieci. Mister era Ercole Rabitti, non Parola, perché, quando arrivai io a novembre, in quel periodo c'era Carniglia, e fu esonerato e subentrò Rabitti, che operava nel settore giovanile bianco-nero”.

      Ha conosciuto anche il mister ceco della Juventus di allora, Cestmir Vycpalek – vincitore di due scudetti, il 1972 e il 1973 e il cui figlio morì in un tragico incidente stradale che lo annientò -, colui che guidò la Vecchia Signora prima della grande epopea di Giovanni Trapattoni...

      “Sì, dopo Rabitti era arrivato Armando Picchi, che, purtroppo, è mancato quell'anno lì. Dopo di lui, arrivò Vycpalek”.

      Che ricordo ha di Armando Picchi, il capitano delle prime Coppe intercontinentali dell'Inter del cav. Angelo Moratti?

      “Ci siamo stati pochissimo insieme: pochi mesi, poi, lui entrò in ospedale. Era agli inizi e quindi, a 36 anni, arrivava anche lui alla prima esperienza di mister. Io ne avevo 21-22 anni, e ci giocai contro all'esordio, lui con la maglia del Varese. Una persona straordinaria, come uomo e come giocatore: mi sembrava una persona a posto, corretta, una persona di tutto rispetto. Poi, questo l'aveva dimostrato da giocatore, in campo, e da uomo, fuori dal campo”.

      Si ricorda la notte di Bilbao, la notte della conquista del primo trofeo continentale juventino?

      “Mi ricordo l'ultima partita a Bilbao: perdemmo 2-1, ma trionfammo lo stesso per aver vinto in casa nella gara di andata. Una Coppa veramente sofferta, soprattutto, nella gara di ritorno a Bilbao. Siamo rimasti in albergo, non è che abbiamo fatto più di tanto festa: eravamo fuori, a Bilbao, non a Torino. Fu una notte felice, ma, non fatta di grandi bagordi”.

      Un ricordo, un aneddoto particolare dell'Avvocato Gianni Agnelli?

      “I ricordi sono ancora impressi, ancora vivi, avendo vissuti 12-13 anni di serie A e poi ancora altri 8 di settore giovanile, è sempre vivo il suo ricordo. Una persona straordinaria, una di quelle che ce ne son poche. Io direi che persone della sua stazza non ce ne sono più. Lui era sempre molto ironico: la sua forza era anche quella, non entrava mai, si parlava di calcio. A volte, quando veniva, durante le partite in casa, nello spogliatoio, non entrava mai nelle situazioni tecniche, nella formazione; faceva le solite battute, simpatiche, prendeva il suo caffè e poi saliva in tribuna”.

      Una battuta tra Cuccureddu e l'Avvocato, un regalo personale per lei?

      “Regali no: c'era Boniperti che ci pensava. Quando mi vedeva, l'Avvocato mi rammentava il gol fatto a Roma, quello del 1973, all'”Olimpico” di Roma, quello – come ricorda lei – del 15° scudetto. “Come hai fatto quella volta? E' stato un gran gol!”, si entrava nei dettagli e si parlava”.

      Il giocatore più forte assieme al quale lei ha giocato?

      “Mah, io ho giocato assieme a giocatori forti, via. Ricordo quando esordii nella Juve, quella volta famosa a Cagliari, c'erano giocatori come Haller, Del Sol, che erano già quasi al loro tramonto. Poi, Leoncini, Castano, Salvadore, insomma ce n'erano. Anastasi. Poi, sono arrivati Bettega, Altafini, poi, Tardelli. Erano tutti forti. Il più forte? Ma, sa, ognuno era forte, avevano qualità diverse, ma erano tutti davvero bravi”.

      L'avversario che più l'ha fatta ammattire, chi è stato?

      “Ammattire, ammattire, adesso non è che voglio essere presuntuoso. Ne ho marcati di attaccanti, da Savoldi a Sormani, ma i duelli importanti erano quelli tra me Pulici o tra me o Graziani. Pulici era un diavolo: grande forza fisica, acrobata, giocatore contro cui dovevi essere sempre concentrato, mai perderlo di vista. In Coppa dei Campioni c'erano i giocatori del Manchester, quelli che battemmo là, in casa del Manchester United, del Manchester City. C'era l'Arsenal, mi ricordo di Liam Brady, di altri giocatori che adesso come adesso non mi vengono in mente: c'era il “pallone d'oro” Kevin Kegan, una punta che io marcai anche in Nazionale”.

      Il ricordo azzurro più bello di Antonello Cuccureddu?

      “Il ricordo più bello è stato l'esordio nel campionato del Mondo in Argentina nel 1978. L'esordio vero lo feci nel 1975 contro la grande Polonia, quella di Lato, Gadoca, Deina, giocatori grandissimi. No, nessun gol in Nazionale. Ho avuto Bearzot, anche se all'inizio all'inizio ho avuto Bernardini e Bearzot allora faceva da secondo”.

      Che tipo era l'ex cittì azzurro e primo mister laureato “Fuffo” Fulvio Bernardini, coach del Bologna che sconfisse nello spareggio-scudetto all'”Olimpico” di Roma, nel 1964, la Grande Inter del “mago” nerazzurro Helenio Herrera?

      “Una persona, comunque, simpatica, intelligente, che era stato già giocatore, alla pari di Bearzot. Conosceva bene come ci si doveva comportare, trattava bene il gruppo, una persona a modo”.

      Lei, dopo la carriera di calciatore, ha intrapreso anche quella di allenatore: qual è stato il mister che le ha insegnato di più?

      “A volte, si ricorda sempre il primo, quello che ti ha preso quando hai iniziato a dare i primi calci al pallone. Io, da ragazzino, avevo mio padre che faceva da allenatore ad Alghero, dove nacqui. Lui aveva le squadre giovanili e ho incominciato con lui. Mio padre, Giuseppe, aveva questa passione”.

      Che lavoro faceva il papà?

      “Era impiegato in Comune”.

      La sua infanzia ad Alghero come è stata?

      “Come in tutte le famiglie di quei tempi, lavorava solo mio padre, non è che vivessimo nell'oro. Ma, non ci faceva mancare mai niente; è anche vero che noi figli non pretendevamo niente: al massimo un paio di scarpe per andare a giocare, ma, era quella la nostra più grande passione, non avevamo altri vizi. In famiglia, con mio padre e mia madre eravamo in sette, tre maschi e due femmine. Un mio fratello ha fatto la serie C, l'altro più grande, Franco, ha giocato centravanti in Quarta Serie, sempre ad Alghero, molto bravo. Poi, con il passare degli anni, è indietreggiato nel ruolo, iniziando a giocare da libero. L'altro più giovane, Carmelo, ha girato un bel po' di squadre di C”.

      La sua prima maglietta?

      “No, non è stata quella dell'Alghero è stata quella dello Fertilia, squadra di Seconda categoria, borgo di Alghero. Era di color gialla. Poi, passai alla Torres, in C”.

      Il dolore degli altri cosa trasmette ad Antonello Cuccureddu?

      “Mi trasmette proprio tristezza, amarezza. Io quando vedo qualcosa che non va o situazioni sgradevoli, mi preoccupo molto. Sono amareggiato, ed anche deluso: mi cala una grande tristezza addosso, quello sì. Ricordo che, agli inizi della mia carriera alla Juventus, andavamo al “Cottolengo” di Torino, e mi sono rimasti impressi tutti quei bambini malati, privi di forma. Scoppiai in pianto perché non ce la facevo a trattenermi: per la prima volta nella mia vita avevo visto delle cose che non avevo mai visto prima. Tutti quei bambini malati. E quelle cose lì, quei ragazzi abbandonati ti fanno pensare, ti fanno riflettere. E dovrebbero andarci anche molte persone, importanti e non”.

      Lei crede in Dio?

      “Sì, sì, io ci credo. Sono anche un cattolico, un cristiano”.

      Perché bisogna credere in Dio?

      “Non lo so: io ci credo perché spero sempre che qualcosa avvenga di nuovo, insomma. E' un fatto che porto dentro di me da sempre: me l'hanno inculcato da bambino andare in chiesa, credere in qualche cosa. Quando posso, vado in chiesa; non dico tutte le domeniche, ma quasi”.

      Come sarà l'Aldilà, oppure, come vorrebbe che fosse?

      “Io vorrei che fosse migliore di quaggiù. Me l'immagino così come adesso, di star bene, di trovare tante persone non animate certo dalla cattiveria che c'è adesso. Senza guerre, senza situazioni tragiche che stanno nascendo. Sicuramente, con più pace e con più tranquillità”.

      Chi vorrebbe rivedere: Gaetano Scirea?

      “Bé, sicuramente Scirea è uno di quelli che vorrei rivedere, però, vorrei vedere anche i miei genitori Giuseppe e Maria. Io sono figlio” e giù un bel sorriso spontaneo del “Cuccu” “di Giuseppe e Maria”.

      Calcisticamente era superstizioso?

      “Mah, un po': ripetevo le solite cose che facevo la domenica prima, se questo rito mi aveva ovviamente portato bene. Voler stare seduto sempre nello stesso posto nel pullman, fare le cose che avevo fatto la settimana prima. Importante è che mi portassero bene. Però, diciamo la verità, un po' superstiziosi lo siamo tutti, eh. Anche altri colleghi, quando entrano nello spogliatoio, fanno sempre le stesse cose, tutte le settimane”.

      La felicità l'ha provata? E in che cosa consiste?

      “La felicità è avere dentro di te la consapevolezza di stare bene, la felicità è stare insieme alla famiglia, avere avuto dei figli, averli cresciuti. Io ne ho due. Adesso un'altra bella felicità è avere avuto due nipotine: è la loro esistenza che ti dà la felicità, ti dà ancora la voglia di vivere, di star bene”.

      Con la solitudine non ha mai dovuto fare i conti?

      “La solitudine è uno stato d'animo che non fa parte del mio modo di essere perché sono sempre stato circondato da persone giuste, dagli amici. Che sono pochi, però, bisogna trovarli, te li devi conquistare e mantenere, e devi saper stare in mezzo a loro: non sono mai stato uno che se l'è tirata. Se ci sono questi amici e la gente mi vuol bene, significa che hai seminato e costruito bene nel tempo”.

      Il più grande rimpianto di calciatore, qual è?

      “Forse è stato quello di non aver finito con la Juventus: al di là di quei tre anni che feci con la Fiorentina, in cui feci bene, e furono tre anni bellissimi, però, mi sarebbe piaciuto, dopo 12 anni di Juve, terminare con la maglia bianco-nera, anche perché a una certa età non avevo più voglia di girare, di andare via da Torino. Allora, comandavano le società e dovevi fare quello che volevano i presidenti”.

      Cos'è che le dà più fastidio e cos'è invece che la fa ancora commuovere oggigiorno?

      “Mi commuove vedere un film toccante alla televisione, quando maltrattano i bambini, le persone innocenti, quando se la prendono con i poveri, con gli ultimi. Mi commuovono tanto, soprattutto, quando ci sono di mezzo dei bambini. E, soprattutto, vedere in giro la gente che sta male: io penso che nel 2011 ed ancora si vedono in giro persone che invece dovrebbero essere aiutate. Sono molto sensibile a queste vicende qua: infatti, ogni volta che cercano di inalberare manifestazioni per richiamare a queste cose qua, per aiutare i più deboli, io sono sempre in prima fila”.

      E cos'è che le dà più fastidio?

      “L'arroganza, non la sopporto. Soprattutto, le persone cattive, quando si manca di rispetto, o, peggio, non esiste l'educazione di fondo nelle persone, giovani od adulte che siano”.

      L'ultima volta che ha pianto di profondo dolore?

      “Io ho pianto, guardi. E' chiaro che la perdita dei propri cari, o la visione di certi filmati (la fame nel Corno d'Africa, i disastri, gli ztunami, i terremoti, l'avaria delle centrali nucleari, ecc...) mi spingono alla lacrima, non mi vergogno a dirlo. Noi diciamo che è difficile piangere, ma, io sono del parere che ogni tanto fa bene piangere. Mi ha colpito, in maniera particolare, la tragedia americana delle Torri Gemelle, di cui domani ricorre il decimo anniversario. E mi ha colpito anche la morte di Papa Giovanni Paolo II”.

      Non ha mai conosciuto un pontefice?

      “Quando ero a Brescia, Paolo VI, una volta andammo a Roma con la squadra, ricevuti in sala Nervi a Roma. Io passai alle “Rondinelle” dalla Torres. Il Brescia era in serie B e quell'anno vincemmo il campionato”.

      Cosa le mormorò allora papa Giovanbattista Montini, ovvero Paolo VI?

      “Io ero anche ragazzino: andammo lì, lo salutammo. C'era, mi ricordo, anche mia mamma, che venne volentieri. Ci ha salutato, ha detto qualche battuta in bresciano. E quella visita ci portò bene. Conservo ancora la foto del pontefice con me e mia mamma. Sono stati momenti belli. Ci ha regalato non ricordo bene più che cosa, no, non un rosario, ma, un'immaginetta sacra”.

      Le ha portato bene quella santa visita, o no, con tutti quegli scudetti vinti poi con la Juve?

      “Sì, sì, non è che posso lamentarmi, eh. Il rammarico più grande è che quando andai a Firenze mi infortunai subito, a novembre, al ginocchio e quindi i primi due furono anni molto travagliati. Poi, mi feci male a 35 anni, e allora smisi del tutto”.

      <>Andrea Nocini per www.pianeta-calcio.it 10 settembre 2011>

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